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L’urlo colse di sorpresa Bob Andrews e Pere Crenshaw. Si trovavano su una strada carrozzabile ricoperta di erbacce, e osservavano assorti una vecchia casa vuota, dall’aspetto di un albergo, un’ala della quale era in rovina dove i demolitori avevano iniziato la loro opera. Il chiarore lunare rendeva tutto indistinto e irreale. Bob parlava nel registratore che portava appeso al collo, descrivendo la scena. S’interruppe per rivolgersi a Pete:

– Molta gente crede che quella casa sia abitata da fantasmi, Pete. È un peccato non aver pensato ad essa quando Alfred Hitchcock cercava una casa stregata per uno dei suoi film. – Così dicendo si riferiva a quando avevano fatto la conoscenza del notissimo regista cinematografico e avevano risolto il mistero del Castello del Terrore.

– Scommetto che al signor Hitchcock questo posto sarebbe piaciuto molto – ammise Pete – ma a me non piace di sicuro. Infatti di minuto in minuto divento più nervoso. Che ne diresti di andarcene?

Fu allora che dalla casa giunse l’urlo.

– Eeeehhh, aaahhh! – Era un suono acutissimo, quasi più animale che umano, e fece rizzare i capelli in capo ai due ragazzi.

– Hai inteso? – chiese Pete con un nodo alla gola. – Andiamocene da qui.

– Aspetta – disse Bob, inchiodato al terreno sebbene sentisse l’impulso di correre. E vedendo Pete esitante, aggiunse: – Alzerò il volume del registratore nel caso che l’urlo si ripeta; se ci fosse Jupiter farebbe così.

– Bene… – cominciò Pete. Ma Bob aveva già alzato il regolatore del volume e puntava il microfono verso la vecchia casa fra gli alberi, vuota e cadente.

– Aaaaaahhhhh, ahheeeee, eeeeee. – L’urlo echeggiò di nuovo e si spense lentamente, in modo conturbante.

– Andiamo, ora – decise Pete. – Abbiamo udito abbastanza.

Bob fu pienamente d’accordo. Fecero dietrofront e cominciarono a correre giù per la rotabile verso il luogo in cui avevano lasciate le biciclette.

Pete era veloce come un daino e Bob correva più velocemente di quanto non avesse fatto da qualche anno. Causa una caduta su un pendio roccioso si era rotto una gamba in diversi punti, ed era stato costretto per molto tempo a portare una fasciatura rigida. Tuttavia la gamba era guarita bene e dopo un lungo periodo di esercizi gli era stato detto, proprio la settimana precedente, che avrebbe potuto togliersi la fascia. Ora, senza pastoie, si sentiva tanto leggero da poter quasi volare.

Ma, per quanto corressero, nessuno dei due andò molto lontano. All’improvviso e inaspettatamente delle forti braccia li fermarono.

– Acc… – borbottò Pete, sorpreso, mentre piombava a capofitto su qualcuno davanti a lui. Anche Bob fu fermato bruscamente mentre stava per rovinare addosso a un uomo, che lo afferrò al volo e lo tenne saldamente. Avevano cozzato a gran velocità contro un gruppo di uomini, sopraggiunti dalla strada carrozzabile proprio mentre i due ragazzi udivano il raccapricciante urlo.

– Fermati, ragazzo! – esclamò bonariamente l’uomo che aveva frenato Pete. – Per poco non mi facevi cadere!

– Che cos’era quello strano suono? – chiese quello che aveva fermato Bob quando stava per cadergli addosso. – Vi abbiamo visti mentre eravate in ascolto.

– Non sappiamo che cosa fosse – rispose Pete – ma ci è sembrato il grido di un fantasma.

– Fantasma… sciocchezze! Potrebbe essere qualcuno in pericolo… o forse un vagabondo…

I cinque o sei uomini del gruppo cominciarono a parlare tutti insieme, ignorando Pete e Bob. I due ragazzi riuscivano a vedere chiaramente i loro volti, ma notarono che erano tutti ben vestiti e avevano il tipico accento degli abitanti la bella zona circonvicina ai terreni e alla casa abbandonata, conosciuta come la tenuta Green.

– Penso che dovremmo entrare – disse un uomo dalla voce forte e straordinariamente profonda. Bob non riuscì a scorgerne i lineamenti ma vide che portava i baffi. – Siamo venuti fin quaggiù a dare un’occhiata al vecchio edificio prima che sia demolito. Abbiamo inteso gridare; dentro potrebbe esserci una persona ferita.

– Io penso che dovremmo chiamare la polizia – propose un po’ nervosamente un altro, che indossava una giacca sportiva a quadretti. – È compito suo indagare su cose come questa.

– Qualcuno potrebbe essere ferito – insisté l’uomo dalla voce profonda.

– Andiamo a vedere se possiamo prestare aiuto. Se aspettiamo la polizia, potrebbe anche morire!

– Sono d’accordo – replicò un terzo che portava occhiali molto spessi. – Penso che dovremmo entrare a dare un’occhiata.

– Voi entrate pure, io andrò alla polizia – disse quello dalla giacca a quadretti. E si era già avviato, quando un tizio che teneva un cagnolino al guinzaglio disse ad alta voce: – Probabilmente si tratta soltanto di un gufo o di un gatto penetrati nella casa, e se chiamate la polizia per questo correte il rischio di fare la figura degli sciocchi. Il signore dalla giacca a quadretti esitò. – Bene… – cominciò. Ma in quel momento un uomo robusto, il più tarchiato del gruppo, assunse il comando.

– Venite – disse. – Siamo in sei e abbiamo diverse lampade. Per prima cosa direi di guardare all’interno e poi, se sarà necessario, chiameremo la polizia. Voi due, ragazzi, potete andarvene a casa; non c’è bisogno di voi, qui. – S’incamminò a grandi passi per il sentiero lastricato che portava alla casa e, dopo un attimo di esitazione, gli altri lo seguirono. Quel tale dal cagnolino se lo prese in braccio e, buon ultimo e un po’ riluttante, si accodò il signore dalla giacca a quadretti.

– Vieni – disse Pete a Bob. – Come ha detto, non hanno bisogno di noi. Andiamo a casa.

– Senza scoprire ciò che ha provocato quel rumore? – chiese Bob. – Pensa a quel che direbbe Jupe. Non verremmo mai a conoscere la fine di questa faccenda. Si ritiene che siamo investigatori e comunque non c’è d’aver paura; siamo in tanti! – Si affrettò per il sentiero, dietro al gruppo, e Pete lo seguì.

Gli uomini si erano assiepati davanti alla porta d’ingresso, indecisi. Poi il signore tarchiato che aveva preso il comando cercò di aprire la porta. Questa cedette, spalancandosi su una sala buia come una caverna.

– Accendete le lampade, voglio scoprire che cos’era quel grido che abbiamo udito – disse il capofila impugnando una torcia elettrica, e fece strada. Tutti gli altri gli stavano alle calcagna e altre tre torce gettarono fasci di luce nell’oscurità. Non appena gli uomini furono entrati Bob e Pete li seguirono furtivamente.

Si trovarono in un vasto salone di ricevimento. I fasci luminosi delle lampade perlustravano le pareti e i ragazzi poterono vedere che erano ricoperte dai resti di ciò che un tempo era stata una magnifica tappezzeria di seta color avorio, decorata con scene orientali. In fondo alla sala si ergeva un’imponente rampa di scale che salendo descriveva una curva. Uno del gruppo la illuminò e disse: – Dev’essere quella la scala da cui il vecchio Mathias Green cadde e si ruppe l’osso del collo cinquantanni fa. Sentite che aria viziata! – riprese poi. – Questo posto dev’essere rimasto chiuso tutti questi anni.

– Si crede che la casa sia popolata di fantasmi – aggiunse qualcuno – e per quanto mi riguarda sono disposto a crederci; ma spero molto di non vederli.

– Non stiamo facendo molta strada con le nostre ricerche – osservò l’uomo corpulento. – Incominciamo a frugare il pianterreno.

Tenendosi sempre in gruppo gli uomini cominciarono a passare attraverso le ampie stanze del pianterreno. Erano senza mobili e c’era polvere dappertutto. Un’ala dell’edificio mancava del muro posteriore, proprio nel punto in cui, quel giorno, gli operai avevano iniziato la demolizione.

Il gruppo non vide null’altro che stanze vuote, dove echeggiavano i loro passi, e che attraversarono con una certa esitazione parlando con voce sommessa. Passarono poi nell’altra ala e alla fine giunsero in quello che un tempo doveva essere stato un grande salotto. C’era un ampio caminetto a un’estremità e un’alta finestra dall’altro lato. I visitatori si raccolsero inquieti davanti al caminetto.

– Non concludiamo niente – mormorò uno di loro. – Dovremmo chiamare la polizia.

– Sst! – lo zittì un’altra voce, e nel silenzio tutti rabbrividirono. – Mi sembra di aver udito qualcosa – soggiunse

– e potrebbe essere un animale. Spegniamo le luci e vediamo se si muove.

Tutte le luci si spensero. La stanza era piombata nell’oscurità, rotta soltanto da un debole chiarore lunare che entrava dalle finestre sporche. Poi qualcuno con voce affannosa disse: – Guardate laggiù, vicino alla porta! – Tutti si volsero e la videro.

Una figura verdastra stava presso la porta donde erano entrati. Sembrava risplendere di una debole luce interna e ondeggiava lievemente come se fosse composta di nebbia incorporea. Ma quando Bob la fissò, trattenendo istintivamente il respiro, gli parve di riconoscere un uomo che indossava un lungo e fluttuante mantello.

– Il fantasma! – disse una voce. – Il vecchio Mathias Green…

– Accendete tutte le luci – interruppe – e dirigetele da quella parte!

Ma prima ancora che le lampade si accendessero, l’indistinta figura scivolò lungo la parete e svanì attraverso la porta. Quando le luci vennero proiettate in quella direzione non si vedeva più nulla.

– Vorrei essere altrove – sussurrò Pete all’orecchio di Bob.

– Può darsi che sia stata riflessa dalla finestra la luce dei fari di una macchina – suggerì qualcuno. – Andiamo a dare un’occhiata nell’ingresso.

Vi si recarono tutti insieme e frugarono nuovamente nell’oscurità con le torce. Non v’era assolutamente nulla. Poi una voce propose di spegnere ancora le lampade. Rimasero così in attesa nel silenzio e nell’oscurità; il cagnolino in braccio al padrone uggiolò debolmente. Stavolta fu Pete che scorse il fantasma. Mentre gli altri si guardavano intorno, diede casualmente un’occhiata alla scala e là, sul ripiano, rivide la figura verdastra.

– Eccola – gridò – sulla scala!

Tutti si volsero e videro la figura muoversi dal pianerottolo scivolando verso il secondo piano.

– Venite! – urlò l’uomo robusto. – È qualcuno che vuole burlarsi di noi. Seguiamolo e acciuffiamolo!

E si avviò per primo, su per la scala. Ma quando arrivarono al secondo piano non trovarono nulla.

– Ho un’idea – disse Bob, che si stava chiedendo che cosa avrebbe fatto Jupiter Jones, se fosse stato presente, e credette di saperlo. – Se qualcuno è salito prima di noi ...– cominciò. Gli uomini si volsero verso di lui e uno gli diresse sul volto, la luce della torcia, tanto che il ragazzo dove chiudere gli occhi – … deve aver lasciato impronte sul pavimento polveroso. E se ha lasciato impronte potremo seguirle! – concluse infine.

– Il ragazzo ha ragione! – esclamò l’uomo dal cagnolino.

– Amici, fate luce qui sul pavimento dell’atrio dove nessuno di noi ha ancora camminato! – Tre fasci di luce illuminarono il pavimento. C’era polvere in abbondanza, ma niente l’aveva smossa.

– Qui non si è camminato – osservò una voce con perplessità. – Quindi che cosa abbiamo visto sulle scale? Nessuno rispose, pur immaginando ciascuno che cosa potesse pensare l’altro.

– Spegniamo le torce e vediamo se riappare – suggerì qualcuno.

– Andiamocene di qui – disse un altro, ma tutti furono d’accordo con quello che aveva parlato per primo. Dopo tutto erano in otto o nove, contando Pete e Bob, e nessuno voleva ammettere di aver paura. Attesero in cima alla scala, avvolti dall’oscurità.

Pete e Bob si sforzavano di fissare lo sguardo nell’atrio, quando si udì sussurrare distintamente: – A sinistra, nel mezzo della sala!

Tutti si volsero. Un’ombra verde e indistinta si stagliava nell’arco di una porta. La figura divenne più nitida e si potè riconoscerne senza dubbio le sembianze umane, con la veste verde ondeggiante come quella di un mandarino cinese.

– Non sgomentiamoci – disse qualcuno, a bassa voce. – Vediamo che cosa fa. – E tutti attesero in silenzio. La figura spettrale si mosse. Scivolò lungo la parete tino all’estremità, quindi sembrò svoltarne l’angolo e disparve.

– Seguiamolo e lentamente questa volta – mormorò qualcuno. – A quel che pare non cerca di andarsene.

– Guardate se ci sono impronte – esclamò nuovamente Bob – ora, prima che si scenda nell’ingresso!

La luce di due torce frugò ogni angolo dell’atrio. – Non c’è alcuna impronta – affermò una voce profonda e un po’ cavernosa. – Nessuna traccia nella polvere. Qualsiasi cosa sia, fluttua nell’aria.

– Arrivati a questo punto dobbiamo andare avanti – aggiunse un altro, in tono deciso. – Vi farò strada. Coraggiosamente l’uomo tarchiato cominciò a scendere. Gli altri lo seguirono fino al punto del corridoio dove la verde sembianza aveva svoltato, e si fermarono. Qualcuno illuminò l’altra sala e s’intravvidero due porte; dirimpetto ad esse la sala terminava con una parete bianca. Spensero le torce e rimasero in attesa. Un attimo dopo il verde spettro uscì da una delle porte aperte, scivolò lungo il muro e si fermò contro la parete di fondo della sala. Poi, molto lentamente, svanì.

– Proprio come se fosse penetrato nel muro – ebbe a commentare Bob. E anche questa volta sulla polvere non era rimasta alcuna impronta. Si decise allora di chiamare la polizia, e uno dei presenti si recò a telefonare. Ma nemmeno il capitano Reynolds, giunto sul posto con i suoi uomini, riuscì a trovare il menomo indizio. Come poliziotto Reynolds non era incline a credere che otto testimoni, sia pur degni di fede, potessero aver visto un fantasma e averlo udito gridare. Nella casa non c’era assolutamente nessuno, né essere umano, né ferito, né animale.

Eppure non aveva scelta, anche perché quella stessa notte una guardia notturna disse di aver visto una figura verdastra simile a un fantasma vicino all’entrata posteriore di un grande magazzino, ma era svanita non appena egli si era avvicinato.

Più tardi una donna terrorizzata aveva telefonato alla polizia dicendo di essere stata destata da un urlo e di aver visto nel portico del suo cortile una figura verdastra che era svanita non appena si erano accese le luci. Anche due autisti, che cenavano in un ristorante notturno, affermarono di aver visto accanto al loro autocarro qualcosa di simile a uno spettro.

Infine il comandante Reynolds ebbe una chiamata da due poliziotti di un’autopattuglia, che gli dissero di aver visto una figura spettrale nel cimitero Green Hills di Rocky

Beach. Reynolds vi si precipitò, passando dal monumentale cancello di ferro. Uno spettro verde, che si stagliava contro il bianco di un monumento funebre, al suo avvicinarsi sprofondò nel terreno e scomparve. Il comandante fece luce con la sua lampada e riconobbe la tomba di quello sfortunato Mathias Green che, cadendo dalla scala della grande casa, si era rotto il collo cinquant'anni prima.