La città scorreva oltre il finestrino dell’auto della polizia. La nebbia e l’umidità di quei giorni non avevano mai abbandonato il cielo di Milano.
Luca osservava fuori, sperando di arrivare in tempo da Diana.
Avevano fatto quanto chiesto dalla Regina. Erano diventate esche per il Giostraio. Dopo l’incontro al Museo del Novecento, a entrambi era stato messo un microchip che ne avrebbe permessa la localizzazione.
Un accordo che prevedeva la possibilità di fermare il Giostraio e quella rete criminale che aveva creato. Per il Cieco era abbastanza ridicolo che a promettere tutto questo fosse l’altra parte marcia di Milano, quella guidata dalla Regina. Ma a Luca, in quel momento, non gliene fregava un cazzo di cosa fosse giusto. Voleva solo salvare Diana.
Entrambi avrebbero dovuto fare da esca, non solo lei. E Diana era stata catturata da sola perché lui aveva ceduto a un ricordo, perché lui era uscito per qualche minuto, per inseguire un’emozione. Aveva lasciato spazio a un sentimentalismo che era stato fatale.
Aveva, ancora una volta, fatto la scelta sbagliata nel momento sbagliato.
Ora era in auto con Spillo. Una macchina della polizia. La Regina non aveva partecipato. Lei non si vedeva mai, muoveva i sottoposti.
E il Cieco sapeva benissimo che alla polizia le soffiate arrivano sempre per un motivo preciso: far fuori un concorrente. Non ci sono mai le soffiate gratuite, e lo Stato, in questi casi, è sempre il miglior amico di una delle parti marce di Milano. Ovvero quella che, in quel momento, fa meno male.
L’ascesa del Giostraio andava fermata. La Regina, grazie al Cieco e Diana, aveva la posizione di quel nemico, per poterlo fermare.
Luca conosceva bene quei doppi giochi. Erano quelli da cui era scappato, che non aveva mai sopportato. Ora ne faceva nuovamente parte, ma il suo unico obiettivo era ritrovare Diana. Il Santo avrebbe capito. Anzi, gli avrebbe semplicemente detto una sola cosa: “Smettila di fare il coglione, tanto ormai sono morto.” E avrebbe avuto ragione.
«Ci stiamo avvicinando» disse Spillo distogliendolo dai suoi pensieri. L’uomo di fianco a lui guardava su un tablet la mappa di una zona della periferia di Milano.
Lì c’era Diana. E anche il Giostraio. Solo lui poteva averla rapita.
E Bono?
Forse ci sarebbe stato anche lui. Spillo gli aveva detto, poco prima di salire sull’auto, che il commissario Martegani non si era presentato al commissariato in quei giorni. Si diceva avesse preso delle ferie.
Da quando Luca lavorava con Bono, quell’uomo non aveva mai preso un giorno di ferie. E quando era costretto a farlo, passava quei giorni in questura.
No, nessuno credeva ai giorni di ferie di Bono. Però a tutti andava bene così.
Anche al Cieco. Voleva rivedere l’ex amico, sputargli in faccia, fargli capire il suo disprezzo per quello che stava facendo. Per cosa? Semplice potere, quello che non controlli, quello che ti controlla, che ti crea assuefazione, che ti rende schiavo, che ti fa perdere tutto.
Quello a cui Luca si era ribellato.
Diana, arrivo.
Diana guardava nel vuoto. Fissava l’effetto neve del televisore. Il rumore della videocassetta che aveva iniziato a riavvolgersi aveva invaso tutta la stanza. Non sapeva più cosa pensare. Suo padre non poteva essere stato costretto a dire quelle cose.
E tutto tornava, tutto coincideva. I tempi, i fatti, sua madre, le reazioni di Giorgio, i viaggi, la malattia, la morte della madre, la tristezza irreversibile dell’uomo che l’aveva cresciuta.
E lei, che non aveva notato quanto dolore stesse logorando papà. Abbandonato e solo perché lo aveva lasciato con se stesso, con quel problema che lui non aveva avuto il coraggio di confessare, se non al suo assassino, Bono.
Diana si alzò dalla sedia. Sentiva le gambe molli che faticavano a sorreggerla.
Il videoregistratore terminò fragorosamente la sua corsa, come un’accelerata che finiva con un’esplosione.
Nella stanza calò il silenzio.
Un silenzio insopportabile. In testa le riecheggiavano le parole di suo padre, frasi confuse, sparse, che cercavano un ordine, una logica, una motivazione.
Ho quindi fatto un patto col diavolo…
Ho perso il mio amore, ho tradito il mio lavoro, il mio credo…
Alla fine ho trovato ciò che mi serviva…
Ho chiesto io a Roberto di fare quel che ha fatto…
Diana urlò. Non per sfogarsi, ma per far tacere quella voce.
Afferrò il televisore con entrambe le mani e lo scagliò per terra, mandando lo schermo in frantumi. La scatola si ruppe in mille pezzi al secondo rimbalzo.
Diana si inginocchiò. Sentì qualche vetro rotto entrarle nella pelle. Un dolore sicuramente più sopportabile di quello che aveva nel petto.
Urlò ancora. Senza parole. Solo un suono gutturale che si trasformò presto in lacrime.
Davanti a lei si inginocchiò anche Bono.
Non lo aveva sentito entrare.
Aveva bisogno di un volto che le ricordasse suo padre, un volto un tempo amico. Ora non sapeva più chi fosse realmente quell’uomo.
Lui non disse nulla. Le appoggiò solo le mani sulle braccia, avvicinandola a sé e dandole la possibilità di avere un petto su cui versare le proprie lacrime.
«Non posso restituirti tuo padre, ma posso darti la verità» le disse.
«Perché non me lo hai detto prima?»
«Perché temevo non avresti retto. Gli avevo consigliato di parlarti, ma lui non ha voluto.»
Diana si scostò. Non poteva farsi consolare dall’uomo che aveva comunque deciso di sparare a suo padre.
«In culo i codici» disse alzandosi. «Tu gli hai sparato.»
«Me lo ha chiesto lui, lo hai sentito» rispose cercando di avvicinarsi.
Lei lo lasciò fare, senza rispondere nulla, ma guardandolo con occhi pieni d’odio.
Quando fu abbastanza distratto da quelle emozioni, gli prese velocemente la pistola dalla fondina e gliela puntò contro.
«Tu hai ucciso il tuo migliore amico» gli urlò.
Bono non mostrava la minima paura: si limitò a fissarla.
«Credi davvero che sarei entrato in questa stanza con una pistola carica?» disse semplicemente.
Lei guardò l’arma e la lasciò cadere per terra. Lui proseguì: «So che sarà difficile accettarlo, ma tuo padre si è arreso. Non era più utile alla polizia, non era più utile a te, non era più utile a nessuno.»
«Perché non sei venuto da me?»
«Per dirti cosa? E poi? Che avresti fatto? Potevi far ragionare tuo padre quando prendeva una decisione?»
«Avrei potuto…»
«Non avresti potuto fare nulla. Siete sempre stati due gocce d’acqua. Non voleva rovinarti la vita. Adesso tocca a te non rendere vano il suo sacrificio.»
«Non si è suicidato.»
«Ci aveva pensato. Ma se lo avesse fatto, avrebbe infangato il vostro nome. Avrebbe distrutto il tuo futuro. Così è morto da eroe, nell’esercizio delle sue funzioni. Tutti lo vedono come un eroe.»
Lei rimase in silenzio e si abbandonò nuovamente sulla sedia di metallo.
Bono prese il sigaro che aveva lasciato sulla scrivania e lo accese. «L’ho guardato, prima di premere il grilletto…»
«Stai zitto» disse lei sottovoce.
Lui non l’ascoltò. «Anche Giò mi ha visto e mi ha sorriso. Con quell’espressione mi ha detto di non preoccuparmi. Era convinto, era quello che voleva. L’ho accettato io, devi farlo anche tu.»
Diana deglutì. «Perché mi hai fatto vedere ora questa cassetta? Per darmi il colpo di grazia? Io non ti ho chiesto di uccidermi.»
Bono aspirò una lunga boccata dal sigaro. «Il Giostraio vuole parlarti.»
Il Cieco capì che stavano per arrivare a destinazione. Intorno c’era solo la brughiera milanese. Aveva smesso di piovere, ma l’umidità avrebbe reso difficile qualsiasi operazione con il calare della sera.
I NOCS avevano comunque deciso di intervenire. Di fronte a loro c’era una strada deserta. Da venti minuti gli ingressi di quella via di paese erano stati bloccati. Nessun movimento davanti all’unico capannone di quella strada, una zona industriale quasi abbandonata, segno di una crisi che aveva colpito duramente la piccola industria, gli artigiani, gli operai.
Spillo era con lui. Non dovevano farsi vedere troppo vicino agli agenti. Erano venuti con loro, ma li avevano fatti scendere poco prima di arrivare. Ufficialmente erano solo dei passanti. Una volta dentro, sarebbero poi entrati anche loro, ma adesso dovevano solo stare a guardare l’intervento della polizia. Solo per non destare troppa curiosità tra gli agenti. Un segreto di Pulcinella: sapevano tutti da chi fosse arrivata quella soffiata.
Stavano per fermare il Giostraio, coglierlo sul fatto, arrestare la sua rete e smantellare tutta l’organizzazione.
E lasciare campo libero alla Regina.
Il questore aspettava solo la telefonata dei NOCS per poter dare l’annuncio. I giornalisti erano stati preavvertiti che sarebbe successo qualcosa di grosso.
Tutto era pronto.
Ma al Cieco non interessava nulla di tutto ciò. Voleva solo liberare Diana.
Spillo, di fianco a lui, guardava ancora la mappa sul tablet, che teneva ben protetto in una custodia di pelle. Sulla cartina satellitare lampeggiava un puntino. Diana.
«Cosa cazzo aspettano?» chiese Luca.
Gli agenti erano in posizione.
Luca non conosceva il commissario dei NOCS. Un uomo di colore che parlava un italiano correttissimo. Lo rassicurava vedergli dare ordini ai propri agenti, con naturalezza e professionalità, senza alcuna esitazione.
Inoltre, lo tranquillizzava che un uomo di un altro mondo, di un’altra origine, avesse quel ruolo. Forse avrebbe potuto amare quella posizione più di quanto potessero fare, con disprezzo, molti suoi colleghi.
Come aveva fatto Bono. Come aveva fatto il Cieco. Entrambi avevano smesso di credere in quella divisa.
La tensione era nell’aria. Tutti, ognuno nella propria posizione, controllarono il proprio equipaggiamento.
E lui, il Cieco, oltre le transenne. Non era mai stato un agente davvero operativo. Ma in quel momento avrebbe voluto esserlo.
Diana era stata accompagnata all’esterno del capannone, fuori da quell’ufficio dov’era venuta a conoscenza di una verità di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Come tutte le verità che non ti aspetti, come quelle verità che ti colpiscono allo stomaco, in faccia, sui denti, nelle reni, fino a costringerti a vedere il mondo da un altro punto di vista.
Quella prospettiva che hai sempre considerato sbagliata.
Mentre camminava, Diana osservava di fronte a sé ciò che la aspettava.
Bono percorreva quella strada sterrata di fianco a lei.
Non c’erano altri uomini, ma era sicura che da più parti la stessero osservando, o che tutte le uscite fossero controllate.
Si stavano lasciando alle spalle il vecchio capannone. Intorno stava calando la sera, rilasciando quell’umidità che sicuramente, quella notte, si sarebbe trasformata nella prima brina che preannunciava l’arrivo dell’inverno.
Di fronte a loro si stava aprendo uno spiazzo, illuminato da un grosso lampione che si stagliava alto almeno una decina di metri.
Al centro di quella luce, nel piazzale, vi erano tre persone.
Due uomini andarono verso una struttura in ferro, una sorta di grossa cassa di metallo. Man mano che ci si avvicinava allo spiazzo illuminato, aumentava anche il senso di calore che proveniva da quella grossa struttura.
L’uomo rimasto al centro dello spiazzo stava fischiettando. Una melodia che le era familiare, che la rimandava alla sua infanzia, ma che non riusciva ad associare a un ricordo in particolare.
«Non dire nulla, non rispondere, ascolta e non fare cazzate» le disse sottovoce Bono di fianco a lei.
Nella voce di chi aveva ucciso suo padre, Diana percepì della paura.
Arrivarono di fronte all’uomo e aspettarono. Lei fece quello che le aveva detto Bono. Aspettò. L’istinto le diceva di seguire quel consiglio.
I due uomini che erano andati verso la grande cassa di metallo si infilarono dei grossi e pesanti guanti neri. Uno di loro prese una pala: era come una di quelle che si usano per spalare la neve, ma era di metallo e sembrava molto pesante.
L’uomo di fronte a loro smise di fischiettare.
«È stato mio padre a disegnarlo e progettarlo» disse il Giostraio con voce roca. «Alla sua prima azienda venivano chiesti cilindri di metallo ogni volta più grandi, per oleodotti sempre più lunghi. Nessuno aveva un forno di quelle dimensioni, e lui pensò di costruirne uno, per non perdere le commissioni. Questo ha reso grande la sua azienda. Questo ha reso grande quello che è stato.»
Diana non disse nulla. Si limitò a reggere il suo sguardo. Lui la osservò a lungo.
«Oggi questa azienda non produce più cilindri di quelle dimensioni» proseguì, «ma questo forno mi ha sempre affascinato e non ha mai smesso di funzionare. Senti il calore che emana? Quando arriva alla giusta temperatura, quel calore lo senti per decine di metri. Siamo fortunati che sia inverno, o adesso staremmo già puzzando come maiali.»
Il tono nella sua voce stava cambiando. Diana preferì non interromperlo. Non voleva ascoltare quella sua autocelebrazione intimidatoria, ma doveva stare calma.
«Sai cosa succede a un corpo organico quando viene sottoposto alla temperatura di 1300 gradi?» disse avvicinandosi a Diana. Bono fece un passo indietro, creando tra lei e il Giostraio quell’aria confidenziale che hanno solo una vittima e il suo carnefice.
Diana non riuscì più a rimanere in silenzio. «Non voglio sapere quante persone tu abbia ucciso, quante siano entrate nel tuo forno. Non me ne frega un cazzo di chi sei, vediamo di farla finita con questa pagliacciata, così puoi tornare a giocare con la tua città.»
Il Giostraio sbatté solamente le palpebre, non diede alcun segno di insofferenza e proseguì nella sua presentazione, come se l’avesse preparata per tanti anni. Forse la faceva ogni volta che doveva far sparire qualcuno, per vedergli il terrore negli occhi. O semplicemente per farsi implorare.
«Ho provato a mettere una telecamera, chiusa ermeticamente in una gabbia di metallo con una ventola di raffreddamento. Tutto trasmesso in diretta, così, prima che si fondesse anche quella, sono riuscito a vedere cosa accade. Ho progettato tutto io.»
Lei sostenne ancora lo sguardo.
«La prima parte del corpo che si scioglie sono gli occhi» disse fissando ancora Diana. «Li vedi colare sul viso, colano sulla pelle che, a sua volta, diventa appiccicosa. Le labbra smettono di esistere lasciando spazio solo alla mascella e alla mandibola in un’espressione ridicola. Le articolazioni non tengono più insieme nemmeno le ossa. I muscoli smettono di esistere. Se la temperatura sale lentamente, inoltre, tutto può durare anche parecchi secondi. Non so per quanto tempo la voce possa emettere un urlo, purtroppo non ho ancora trovato il modo di mettere un microfono…»
Diana chiuse gli occhi. Come se quella visione fosse proprio davanti a sé. Non riuscì più a guardare il Giostraio.
Lui sembrò compiacersi del risultato. L’aveva piegata.
Poi, all’improvviso, un colpo metallico interruppe tutto.
Il Cieco corse verso il capannone.
C’era troppo silenzio da quando, pochi secondi prima, erano entrati gli agenti scelti della squadra di liberazione.
Non aspettò l’ordine del commissario dei NOCS. Non era nemmeno armato, ma sentiva che doveva essere il primo ad affrontare qualsiasi cosa vi fosse oltre quel capannone.
Dietro di lui c’era Spillo, che non lo aveva abbandonato. Lo seguì, con delle inutili proteste: «Dove cazzo vai? Ci farai uccidere!»
«Forse non abbiamo niente da perdere» rispose il Cieco mentre correva.
«Parla per te. Io ho molto da perdere. Tutto quello che ho costruito.»
«Bella merda» gli rispose secco il Cieco.
Spillo non aggiunse altro. Si limitò a seguirlo.
Arrivarono entrambi all’ingresso del capannone. «Ce l’hai il giocattolino? Dove dobbiamo andare?» chiese Luca riferendosi al tablet.
Spillo lo guardò. «È oltre questo edificio.»
Luca sospirò. «Sei pronto?» chiese all’amico. Gli sembrava di avere ancora di fianco a sé il Santo. Con la differenza che il vecchio amico, se avesse voluto che lui non proseguisse, gli avrebbe semplicemente tirato un pugno.
Invece Spillo fece solo un cenno affermativo con la testa. Aveva paura, ma lo nascose. Luca sapeva che quell’uomo stava con lui solo perché non sapeva ancora chi fosse il vincitore. Oppure lo sapeva e l’ordine della Regina era chiaro: o con lei o contro di lei. E per Spillo era meglio avere sempre un paracadute.
Entrarono nel capannone e si trovarono di fronte un ambiente vuoto e deserto. Luci al neon spente, grosse carrucole in acciaio in disuso da anni, vetrate giganti per far entrare la luce del giorno, pochi macchinari abbandonati. Tutto quello che sembrava essere una grossa azienda metallurgica non aveva più nulla di vivo.
Nemmeno gli agenti erano presenti all’interno del capannone. Erano usciti dall’altra parte.
Spillo fece vedere a Luca lo schermo del tablet.
Il pallino luminoso nella mappa sullo schermo indicava un punto fuori dall’edificio.
Il cieco guardò il portone dalla parte opposta da dov’erano entrati. In fondo vi era un agente che imbracciava un fucile. Li vide, ma non disse nulla.
Da quel punto proveniva una luce. Il piazzale era illuminato.
Luca corse in quella direzione.
C’era troppo silenzio. Un brutto presentimento gli corse lungo la schiena.
«Luca» gli disse Spillo. Non lo aveva mai chiamato col suo vero nome.
Lui non lo ascoltò e iniziò a correre verso quel portone. Il ginocchio gli faceva male, lo costringeva a zoppicare sempre più vistosamente.
Piombò nel piazzale. Al centro vi era il lampione che illuminava l’area.
Gli agenti della polizia stavano transennando la zona.
Luca si fece largo tra loro prima che potessero finire.
«Lei non dovrebbe stare qui» gli disse il commissario di colore. Per un momento a Luca sembrò di vedere Bono, ma non era lui, era il suo sostituto. Il suo sostituto onesto.
Luca si avvicinò comunque al centro di quella luce. Il commissario lo lasciò fare.
Sullo sterrato, c’era una sedia di metallo.
Vuota.
Sul sedile, attaccato con un pezzo di scotch trasparente, una piccola trasmittente.
Spillo si avvicinò con il tablet. «È qui.»
Il Cieco si girò verso di lui e gli tirò un pugno, facendolo cadere a terra.
Era uno sfogo, più che una protesta. Nessuno disse nulla.
Poi tornò a guardare la sedia. Incisa sul metallo, come se fosse lì da molti anni, vi era solo una parola: BU!.
Uno dei due uomini chiuse con forza la porta in metallo del grande Forno. La toccò con i grossi guanti e notò che era molto spessa.
Il rumore fu fragoroso. Anche il Giostraio si girò verso di lui e gli lanciò un’occhiata divertita.
L’uomo indossò una tuta rigida, grigia, infilando una sorta di casco a cilindro, con una piccola visiera. Sembrava un’astronauta dei poveri, ma Diana sapeva che era solo una tuta che proteggeva dalle alte temperature.
Il tizio con la tuta prese un bastone di ferro e cominciò a raccogliere delle ceneri.
Il Giostraio tornò a guardare Diana, poi si mise dalla sua parte e insieme osservarono quel che faceva l’uomo.
«Non c’è bisogno di entrare» disse. «Quando iniziano a sciogliersi, vanno tutti verso la porta. Non so, sembra che pensino di avere ancora una speranza, di poter fuggire mezzi squagliati, di sopravvivere. L’uomo è proprio un essere stupido, sai? Nella disperazione decide sempre di non arrendersi. Ma aspetta solo fino a quel momento per lottare.»
Diana smise di guardare il tizio che raccoglieva quelle ceneri. «Cosa vuoi?»
«Vorrei tante cose, agente scelto Garbelli.»
Perché la stava chiamando in quel modo? Diana sentì crescere il calore proveniente dal Forno. Bono era sparito dalla sua visuale. Ormai era sola con il Giostraio.
Lui proseguì: «Vorrei non dover fare questi discorsi, vorrei poter stare con la mia famiglia a giocare tranquillo, vorrei poter dire alle persone cosa fare senza dover intervenire, vorrei poter lavorare in pace senza mediare, stressare, minacciare. Vorrei non essere costretto a portare qui anche il tuo amico, il Cieco. Ti piace quell’uomo, vero?»
Diana lo fissò senza rispondere, sgranando gli occhi. Solo in quel momento si accorse di quanto tenesse a Luca. Nonostante avessero passato gli ultimi giorni insieme, fino a quella notte non aveva avuto modo di ascoltare i propri sentimenti. Il timore che potesse capitargli qualcosa, che potessero nuocere all’unica persona che la avesse veramente aiutata, le fece aumentare il battito del cuore.
Il respiro si fece sempre più corto, mentre il Giostraio la fissava. «Colpita, vero?» disse sorridendo soddisfatto.
Diana voleva terminare quella conversazione. «Ti sei preso Milano, ti sei preso quello che volevi, ti sei preso l’onore e la vita di mio padre. Cosa vuoi da me? Fammi entrare in questo cazzo di Forno e falla finita con i giochini sadici.»
L’uomo sorrise, mostrando una dentatura talmente perfetta da sembrare finta. Inarcò la schiena e alzò gli occhi al cielo. «Ma ragazza mia, tu non hai capito proprio niente. Eppure sei sveglia e intelligente, oltre che una bella figliola.»
Diana attese.
Poi lui proseguì con tono paziente: «Va bene, facciamola finita. Io voglio solo che tu torni subito a fare il tuo lavoro. Dimentica tutto questo: le vendette, chi ha fatto cosa, chi è stato a giocare con chi. Facciamo finta di nulla e amici come prima.»
Facciamo finta di nulla? Diana non credeva alle proprie orecchie.
Il Giostraio continuò: «Prenditi il tuo amico ubriacone, scopatelo fino a farci dei marmocchi, divertiti e cancella il passato.»
Diana sapeva che nulla arriva gratis.
Rimase in silenzio, in attesa.
Ed ecco arrivare la contropartita: «E naturalmente rimaniamo in contatto da buoni amici.»
Nulla viene regalato, soprattutto la libertà.
Il tizio con la tuta da astronauta chiuse fragorosamente la porta in metallo del Forno.
«Vogliamo finirla di fare casino?!» urlò il Giostraio.
«Hai già il commissario Martegani per questo lavoro» rispose Diana attirando l’attenzione di quello che, ormai, pensava fosse più di uno psicopatico. O meglio, un fanatico del potere, un pazzo con degli ideali.
Il Giostraio si avvicinò e la prese sottobraccio. «Posso?»
Lei lo lasciò fare, non poteva rifiutare. Insieme andarono verso Bono, che era rimasto in attesa, fuori dalla luce del lampione. Arrivarono subito da lui: sguardo torvo, mani unite, volto in ombra per metà, barba incolta che la polizia non avrebbe mai approvato, occhi fissi su di loro.
Fu ancora l’imprenditore a gestire il discorso: «Bono è un gran bravo soldato, ma ormai è bruciato. Ha fatto la cazzata, ha voluto aiutare il suo amico, tuo padre, a sparire, a non ripagare il suo debito. Ma non aveva capito che i debiti non spariscono, si tramandano anche tra amici. Lui è mio. Solo che, ormai, la sua reputazione è sotto le scarpe.»
«Io sono solo un’agente scelto in aspettativa» aggiunse Diana.
«Certo, adesso è questa la realtà» le rispose subito il Giostraio. «Anche Bono era un semplice agente scelto. Chi credi che gli abbia fatto vincere il concorso da commissario al posto di tuo padre? Credi che sia stato per merito? Lui voleva quello, io l’ho reso felice. E siamo diventati amici.»
Diana guardò Bono, che non riuscì a reggere quello sguardo.
«Anche tu farai la stessa carriera, ragazza mia. Ci vorrà del tempo e dovrai avere pazienza. Ma diventerai commissario. E noi saremo amici. Potrai fare e guidare tutte le operazioni che vorrai, portare la giustizia dove serve, e naturalmente io ti aiuterò. Saremo una grande squadra. E al tuo fianco ci sarà anche il tuo uomo, vivo, che non sarà più un semplice ubriacone.»
L’aveva messa all’angolo con quelle minacce.
«Perché io?» chiese flebilmente Diana.
«Tu, ragazza mia, fai troppe domande che non devono avere per forza una risposta. Hai le motivazioni giuste per lottare. Hai visto quel lato delle persone che credono negli ideali, che devono fare delle scelte, che devono scendere a patti con quegli ideali per ottenere una sfumatura di colore, una gradazione di realtà, che si avvicina al loro credo. La purezza non esiste, e tu l’hai capito.»
Diana sentì il calore del Forno diventare sempre più potente. Si stagliava oltre la figura del Giostraio, come se fosse la custodia dell’uomo che aveva di fronte.
Lui riprese a fischiettare mentre si allontanava.
Una melodia infantile. Insopportabile.
La purezza non esiste.
Diana doveva prendere una decisione.
E doveva farlo subito.