La segretaria non c’era. Si era presentato senza appuntamento, dopo due anni che non si faceva vedere. L’ufficio di via Moscova era quasi in stato di abbandono e la dottoressa Laura Molteni, psicologa specializzata in recupero e cura degli ex agenti di polizia, era ormai una donna con gli occhi azzurri spenti.
Luca era entrato e non aveva trovato nessun paziente ad attendere nell’atrio, mentre lei era seduta alla propria scrivania, intenta a far girare carte su carte che, forse, nemmeno stava leggendo. Gli aveva fatto cenno di sedersi sulla poltrona di fronte a lei. Il vecchio divano, usato nei loro incontri in passato, era stato messo in un angolo, forse perché troppo vecchio e malconcio. A favore, invece, di un lettino da quattro soldi, nuovo ma senza alcuna dignità, che aveva il compito di ospitare pazienti con poche pretese.
Quel lettino non era nemmeno di pelle. Anzi, forse era stato persino preso in offerta all’Ikea di Corsico. Come tutto il resto dell’arredamento, montato anche malamente.
La donna bella e algida che un tempo, poco dopo la scomparsa di Martina, attendeva le risposte di Luca, non c’era più. In quel periodo lui andava da lei solo per mantenere la pensione di invalidità, era una clausola obbligatoria dopo la sospensione per i casini che aveva combinato cercando la figlia. Ora che ormai si trovava in congedo permanente dalla polizia, non voleva riprendere le sedute, non gli interessava. Ma sentiva il bisogno di passare da quella donna.
Tutto si sarebbe aspettato tranne vederla in tali condizioni. Al tempo delle sedute obbligatorie che doveva fare dalla Molteni, aveva avuto l’impressione che lei possedesse una propria sicurezza data dal ruolo che ricopriva, avallata dalle persone che aveva aiutato, che aveva tirato fuori dai guai. Adesso gli sembrava di trovarsi di fronte a una donna che pareva avesse perso il proprio “punto fermo”: una professionista che lavorava per ottenere la sufficienza, come se si fosse arresa agli eventi, al tempo, come se i sogni fossero stati sconfitti dagli incubi.
Nelle prime sedute che Luca era stato costretto a frequentare dopo la tragedia che lo aveva colpito, era lui che non proferiva parola. Non gliene fregava un cazzo della terapia. Né di nient’altro. Poi la Molteni, forse per abbattere la reticenza del poliziotto che si trovava di fronte, aveva iniziato a parlare della propria vita. Un marito che la tradiva per una studentessa aveva mandato in crisi ogni certezza.
Luca non sapeva quali evoluzioni avesse avuto quella vicenda, ma la donna che ora lo stava fissando sembrava stesse vivendo in una prigione. Una gabbia che le stritolava l’anima, senza alcuna serratura, senza alcuna porta o finestra da cui poter scappare.
Una condizione che il Cieco conosceva benissimo.
Luca rimase in silenzio seduto su quella poltrona.
Attese lo scadere dell’ora. Si era dato quel tempo.
«Perché è venuto qui? Non ha più bisogno della mia firma» gli chiese la donna all’improvviso, senza alzare lo sguardo dai fogli che stava scarabocchiando, fingendo di prendere appunti.
«Grazie, sto bene. Anche a me fa piacere rivederla» rispose Luca.
La donna abbozzò un sorriso.
«Lei?» aggiunse Luca.
«Non infrangiamo il rapporto medico-paziente.»
«Guardi, non la pago, non c’è niente da infrangere.»
«Cosa vuole?»
«Ha già detto più parole di quando era in cura da me.»
Aveva ragione. Gli venne ancora da sorridere. Passavano gli appuntamenti e lui non aveva nulla da dire. Ma ora aveva bisogno di lei.
«Devo tornare a lavorare» disse infine Luca.
«Non posso fare nulla. Non sono più collaboratrice della Polizia di Stato.»
«Lo so.»
Luca guardò meglio i mobili intorno a sé. Oltre a essere stati sostituiti da strutture di qualità scadente, erano pieni di polvere, con gli scaffali in disordine, con i libri sistemati senza alcuna logica, nemmeno a livello visivo.
Quella donna era caduta in disgrazia, come lui.
Attese ancora qualche minuto in silenzio. Fu lei a interrompere quella situazione, senza che il Cieco chiedesse nulla.
«Mio marito non c’è più.» La Molteni ricominciò a parlare di sé, come se si trovasse di fronte a un amico, anche se lui non si sentiva tale.
Ma la assecondò. «Mi dispiace, cos’è successo? Malattia?»
«Si è scopato una sua studentessa. O forse più di una.»
«Ah.»
Luca lo sapeva, glielo aveva raccontato la dottoressa in una delle ultime sedute. Ma fece finta di non ricordare. Per farla parlare. Adesso era lui che aveva bisogno.
Il mondo certo di quella donna, tra pazienti e un marito professore all’università, era interamente crollato. Come delle case che sono costruite con mattoni messi uno sopra l’altro senza alcuna malta che li tenga insieme: basta toglierne uno, basta che arrivi un po’ di vento, basta che si tolga un altro mattoncino, e tutto crolla.
La dottoressa Molteni aveva reagito ricostruendo la propria vita in quello studio. Lavorando come un automa, forse con pochi clienti. Forse con nessuno. Prigioniera dei pensieri di una vita che non avrebbe riavuto più.
Luca decise di smettere di farla attendere. Tirò fuori il portafoglio dalla tasca e mise sul tavolo una banconota da cento euro.
«Non è la mia tariffa» aggiunse la donna.
«Ho bisogno di una stampella, bella pesante» rispose Luca.
Una stampella che lui aveva sempre rifiutato opponendo il silenzio, ma che ora sembrava l’unica via d’uscita.
Una stampella che lo aiutasse ad affrontare il nuovo inferno in cui lo stavano chiamando.
Luca voleva parlare. Fare quello che non aveva mai fatto prima.
La Molteni, invece, prese il proprio taccuino di ricette. Vi scrisse sopra qualcosa, lo firmò e lo diede a Luca.
La sua stampella.
«Non voglio droghe, non mi servono» disse subito Luca.
«Non sono droghe. Sono semplici farmaci che usano tutti» rispose la Molteni.
«Cazzate.»
«Queste sono le mie stampelle. Non posso darle altro.»
Luca la fissò. «Può dirmi che ce la posso fare. Volevo solo questo.»
«Fare cosa?» chiese lei stupita mentre gli porgeva nuovamente la ricetta.
“Pillole di merda”, pensò Luca. “Mi basta la mia vodka per dimenticare. Anche coi ragni che poi iniziano a camminare sul soffitto.”
Invece, lei gli stava porgendo il biglietto d’ingresso per un altro viaggio, dove vi erano ben altri insetti da affrontare.
Era così facile avere quello schifo? A quale prezzo? Cento euro?
Luca non prese il foglio.
«Non posso darle altro» continuò lei fissandolo.
Luca resse lo sguardo. «Lo vedo.»
Il Cieco doveva tornare all’inferno. Sentiva che non poteva fuggire. Aveva bisogno che una cazzo di semisconosciuta credesse ancora in lui, che gli dicesse, anche nel silenzio di una schifosa seduta, che lui ce l’avrebbe fatta, che avrebbe dovuto crederci.
Invece, si trovava di fronte a un biglietto per un universo di pillole.
Che merda di mondo è quello che costringe le persone a rinchiudersi da sole nei propri pensieri. O a usare quel tipo di stampelle.
Lui voleva una stampella di parole. Quelle che Nicole gli aveva negato.
Non esisteva più nemmeno quello.
Era da solo.
Si alzò senza dire nulla. Guardò la Molteni e le sorrise, era lui a doverla rassicurare. «Spero l’abbia almeno buttato fuori casa con un calcio nel culo.»
Non attese risposta. Si alzò e se ne andò. Doveva trovarsi da solo la propria stampella.
Doveva crederci.
O non pensarci. Tornare a seguire l’istinto.
Adesso aveva bisogno della chiave.
Non sapeva resistere al bruciore. Quel calore nelle viscere lo provocava solo la vodka pura. Altro che stupidi farmaci costruiti in laboratorio. Tanto valeva farsi una pippata di cocaina, almeno quella era illegale davvero e non ci si nascondeva dietro la ricetta di un dottore.
Meglio un bicchiere dietro l’altro, di quel liquido trasparente che ti dà una dipendenza che niente e nessuno ti può togliere. Luca voleva esclusivamente la vodka a quarantotto gradi, come la bevono in Russia, fredda e non ghiacciata, pura. Servita in un piccolo calice stretto e alto: non come si vede nei film, in stupidi bicchieri a coppetta.
Sapeva che sarebbe bastato poco per farlo cedere. Sarebbe bastato entrare in quella casa. La casa di un’altra donna. Una donna che si era ritirata dalla sua professione, almeno ufficialmente.
Audrey. Così l’aveva sempre chiamata lui quando la vedeva al Rimorchio.
Non era il suo vero nome. Il Cieco lo sapeva molto bene, eppure stava al gioco. Quella donna, tanto bella quanto impenetrabile, veniva chiamata in un modo diverso da ogni cliente che aveva avuto. O meglio, che aveva scelto. Luca non era mai stato un cliente, ma tra loro c’era sempre stata una certa attrazione che li aveva fatti incontrare, e unire, più di una volta. Lui la chiamava Audrey, come la Hepburn, l’attrice americana di Colazione da Tiffany. Il volto di una donna vissuta, con esperienza, esperta e con dei segreti che non avrebbe mai svelato a nessuno. Perché lei non aveva bisogno di nessuno.
Audrey. L’unica donna di cui il Cieco si fidasse veramente. L’unica che avesse qualcosa che in quel momento gli serviva più di tutto.
La chiave.
Si era presentato a casa sua, un attico in corso Vittorio Emanuele, in piena sera. Dopo essere stato dalla Molteni aveva bisogno di pensare e aveva vagato per Milano per ore, dal centro alla periferia. Senza mai prendere la sua amata metropolitana. Adorava i vecchi e sporchi treni. Lo irritavano quelli nuovi, puliti e ricchi di luci al neon che illuminavano persino le narici del naso delle persone. Troppa luce che mostrava l’ipocrisia dei rapporti umani. Meglio il buio.
Meglio l’ultimo piano dell’attico di corso Vittorio Emanuele.
Conoscere Diana lo aveva mandato in crisi. Non perché fosse una bellissima donna, non perché gli avesse tenuto testa, non perché lo guardava con curiosità seppur con disprezzo. Semplicemente perché era disperata, eppure indipendente. Una donna che poteva solo meritare il suo rispetto. Se mai poteva ancora interessare a qualcuno.
Ma soprattutto, ora, Diana aveva bisogno di lui. Senza giudicarlo per il proprio passato. Esattamente come faceva il Santo, il suo unico amico. Come non avevano fatto le persone che gli sarebbero dovute stare vicino in quegli anni. Tutte a dirgli cosa avrebbe dovuto fare, come si sarebbe dovuto comportare, come uscire dal tunnel della depressione, come reagire.
Poi spariti.
Non sapevano un cazzo di cosa volesse dire perdere tutto all’improvviso. Senza motivo, senza alcuna giustizia. Cosa ne sapevano?
Diana sembrava essere nella sua stessa condizione. Voleva delle risposte. Quelle che lui non aveva mai avuto. Ma ora il Cieco, perché questo era sempre stato Luca, il Cieco, aveva la possibilità di aiutare una persona a uscire dall’isolamento. Lui, Luca, che aveva costruito la sua torre di legno sulla riva di un lago.
Il Santo lo aveva strappato da quella condizione. E ora aveva bisogno della chiave per aprire la porta dell’inferno.
Audrey era la custode di quella chiave. Era salito in quell’attico sapendo che forse non l’avrebbe trovata, nonostante l’ora già tarda.
Invece, fu proprio lei ad aprirgli la porta. Indossava una vestaglia di seta bordeaux che ne esaltava le curve, lasciando intravedere l’incavo tra i seni generosi.
Non fu stupita di vederlo. Anzi, sembrava lo aspettasse. Forse il Santo l’aveva già avvisata del suo arrivo, oppure quell’atteggiamento mai stupito era frutto di anni di lavoro, durante i quali era fondamentale dominare le emozioni. E saper bene quando fingere.
Si era ritirata da tempo dalla professione, nessuno l’aveva pretesa come proprietario. Audrey non poteva avere un padrone. Audrey non era schiava di nessuno.
Sicuramente aveva mantenuto la sua indipendenza grazie a qualche appuntamento, con alcuni uomini che non la pagavano in maniera convenzionale. Qualche parlamentare. Qualche boss. Non importava chi fossero. Importava che non lasciassero dei semplici soldi sul comodino.
Luca entrò. Lei gli voltò le spalle mostrando la perfezione del suo lato B. Non ne aveva bisogno con lui. Il Cieco aveva sempre avuto un debole per Audrey. Un debole che era ricambiato: anche lei lo aveva aiutato più di una volta, fino a diventare sua complice non dichiarata, come per le ricerche effettuate per trovare la figlia e portate avanti inutilmente anni prima. Lei lo aveva aiutato, senza che lui lo chiedesse. Perché con Audrey non si firma mai un contratto: lei non dice che farà qualcosa, lo fa e basta.
Come aveva fatto lui chiedendole di tenere quella chiave. Una delle due chiavi dell’archivio di Spillo. Un rifugio sicuro. Non si sarebbe potuto aprire senza avere entrambe le chiavi, senza che fossero due persone differenti a girare la serratura.
Luca avrebbe voluto continuare a guardare lo spettacolo di quella vestaglia che stava lasciando scoperte le spalle. Ma fermò Audrey per un braccio, senza dire nulla.
Lei si voltò, dando un colpo ai capelli neri, lisci, con uno splendido taglio a scalare “a caschetto” che gli ricordò Valentina, la protagonista del fumetto di Milo Manara, ossessione erotica di un’intera gioventù anni Novanta.
Si guardarono negli occhi.
«Sei sicuro?» gli chiese lei. Senza preamboli, senza informarsi sul perché.
Luca fece un cenno affermativo, quasi sofferto. «Dove la tieni?»
Lei lasciò cadere a terra la vestaglia. Indossava solo un completo intimo bordeaux, ricamato abbastanza da lasciar intravedere ogni lembo di pelle.
Audrey gli afferrò le mani e le appoggiò sui propri fianchi.
«Non ce n’è bisogno» cercò di fermarla lui, con poca convinzione. Su quel corpo sembrava non trascorresse il tempo. Un corpo che lui aveva conosciuto in posti ben più angusti di quel corridoio dalle piastrelle di marmo nero lucido.
«Abbiamo un patto» aggiunse lei senza ritrarsi. «Devi dimostrarmelo.»
Aveva ragione. Ma quando Luca l’aveva salutata anni prima, non sapeva che sarebbe successo veramente. Prima di andarsene, prima di scappare da tutto, le aveva chiesto di custodire la chiave che Spillo aveva consegnato al Santo. L’amico si era rifiutato di tenerla, con la scusa che era Luca il poliziotto, l’investigatore, il segugio. Sarebbe stato lui quello che un giorno ne avrebbe avuto bisogno, non un coglione che gestiva uno schifo di locale clandestino.
E, come al solito, il Santo aveva avuto ragione.
Ma Luca, quando aveva deciso di lasciare la città, non voleva portare con sé quella chiave. Sarebbe dovuta rimanere a Milano: non voleva niente che lo legasse alla vita passata.
La sua cassaforte si chiamava Audrey. Lei aveva accettato, ma ponendo una condizione: non l’avrebbe mai usata e l’avrebbe ridata solo al Cieco, se lui gliel’avesse chiesta veramente. E quel “veramente” doveva essere dimostrato.
Nessuno aveva più parlato di quella chiave. Nessuno l’aveva più pretesa.
Fino a oggi.
Adesso Luca ne aveva bisogno. E doveva dimostrarlo “veramente” ad Audrey. Nessuno, a parte il Santo, sapeva del loro rapporto, un rapporto che andava oltre i sentimenti, oltre l’essere innamorati. Erano semplicemente pragmatici: appena si ritrovavano in una stanza, in un locale, o in qualsiasi altro posto, sapevano entrambi che nel giro di pochi minuti sarebbe successo quello che stava accadendo anche ora.
Non c’erano giochi.
Non c’era seduzione.
Non c’era passione.
Non c’era costrizione.
C’era solo l’unione di due corpi schiacciati dal mondo che cercavano qualche minuto di sollievo.
«Ti lascio questa chiave» le aveva detto il Cieco due anni prima. «Se mai verrò a richiedertela, devi capire che non sarò costretto da altri.»
«Come lo capirò?» gli aveva chiesto lei con uno sguardo malizioso.
«Mi scoperai» le aveva risposto lui sorridendo, pensando che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista.
Invece, anche adesso si ritrovarono uniti, con le gambe di lei che gli avvolgevano i fianchi. I pantaloni calati a terra. Le sue mutandine strappate.
L’orgasmo raggiunto da entrambi. In sincrono. Con pochi colpi.
L’accordo era stato mantenuto. Il patto era stato rispettato.
Sentì le unghie di lei conficcarsi nella schiena, sotto la camicia, dove aveva infilato le mani. Le gambe di Audrey lo stavano stritolando. E si stavano rilassando. Come le ginocchia di lui, che a breve non li avrebbero più retti.
Nessun bacio.
Nessuna carezza.
La soddisfazione aveva invaso i loro corpi.
«Sei decisamente tu» gli disse lei.
«Ho fatto di meglio» rispose lui.
«Vero» sorrise Audrey, mentre raccoglieva la vestaglia.
Come se nulla fosse accaduto, ma con un’espressione del viso decisamente più naturale, si diresse verso il salotto.
Il Cieco aveva bisogno di una vodka, liscia.
Sentì tintinnare dei bicchieri.
Lei sapeva già tutto.
Lo stomaco iniziò a bruciare.