Gli eventi erano decisamente degenerati. Bono guardava gli scatoloni in quell’ufficio, svuotati per metà, come se quella non fosse stata mai veramente la sua stanza. E sarebbe stato così, se non avesse trovato al più presto il modo di arginare una situazione sempre più problematica.
Sigaro cubano in bocca, telefono sollevato per non essere disturbato, smartphone spento, porta chiusa a chiave. Il mondo non esisteva.
Non esisteva il Giostraio, con le sue richieste che mai erano pervenute a lui direttamente.
Non esisteva il Cieco, con i suoi colpi di testa che gli facevano rimpiangere quando rimaneva chiuso nella sua “stanza dei bottoni”.
Non esisteva Diana e la sua testardaggine, uguale a suo padre Giò, come se il suo amico fosse ancora lì a giudicarlo per le sue scelte.
Cazzo.
Ora si aggiungeva una testa di minchia buttata fuori dalla polizia, l’ex agente scelto Forzieri, che aveva fatto scappare e forse uccidere Inzaghi.
Per fortuna aveva avuto la decenza di sparire e non ripresentarsi in servizio al carcere. I colleghi secondini non avevano parlato, e intorno a quanto fatto per far fuggire Inzaghi era calata una pesante coperta di omertà.
I colleghi si difendono. Sempre. Valeva in polizia, a ogni livello, valeva nella vita.
Se tradisci un collega, non sei più tale.
Ammirava quegli uomini che stavano difendendo Forzieri. Ma Bono era comunque nella merda.
Doveva rispondere al questore. Troppi omicidi: dopo il Santo, il regolamento di conti di Inzaghi, che aveva promesso rivelazioni importanti sul caso della liberazione di Melis.
L’agente Forzieri gli aveva fatto sicuramente un favore non permettendo più a Inzaghi di testimoniare. Ma chi gli aveva commissionato quell’intervento? E cosa avrebbe voluto ora?
Guardò fuori dalla finestra, il parcheggio del commissariato era deserto. Tutte le auto erano fuori. Tranne la Lamborghini che aveva richiesto quando era diventato commissario. Pura scena, utilizzata forse due volte per dei pattugliamenti in centro: pensava potesse servire da deterrente, quando ancora credeva nell’immagine della polizia. Stronzate. Ora era ferma da mesi: non c’erano nemmeno i soldi per pagare la benzina.
Aspirò con forza il sigaro. Ormai quella era aria pura per lui, gli dava fastidio non sentirne l’odore in una stanza.
Eppure, cazzo, doveva andarsene da quell’ufficio. Gli mancava il respiro. Non aveva risposte alle sue domande e non sapeva come uscirne.
Prese la giacca e se ne andò, lasciando i telefoni staccati e percorrendo il grande corridoio e la scalinata centrale a passo svelto, senza ricambiare il saluto a nessuno degli agenti. Vaffanculo a tutti.
Attraversò veloce il piazzale vuoto, varcò il grosso portone in legno e uscì sullo stretto marciapiede di via Fatebenefratelli. Si guardò in giro, non c’era nessuno. Andò verso la sua auto, una Toyota RAV4 nera coi vetri scuri, e chiuse velocemente la portiera, sperando che nessuno l’avesse visto.
Appoggiò la testa allo schienale, aspirò ancora il sigaro e guardò il soffitto grigio dell’auto, ormai a chiazze nere per via del fumo.
In quell’abitacolo si sentiva al sicuro. Voleva solo andarsene da tutti. Gli bastava pensare che nessuno sapesse dove fosse.
Inspirò profondamente.
Poi, dai sedili posteriori, sentì un suono conosciuto.
Una melodia.
Una melodia fischiettata.
La canzone di un vecchio cartone animato. Di cui non ricordava il nome.
Cazzo.
No, cazzo.
«Il sigaro ti ucciderà» disse la voce, dopo aver smesso di fischiettare.
Il Giostraio.
Denis.
Il suo amico d’infanzia.
Bono riprese il controllo. «Se non lo farà qualcun altro prima» rispose con voce ferma.
Denis ricominciò a fischiettare senza raccogliere la provocazione. Li aveva sempre legati il fatto che fossero cresciuti insieme, che avessero preso strade diverse, ma che avessero mantenuto regole comuni: non la legge, non i soldi, non il rispetto reciproco, ma la fedeltà l’uno nei confronti dell’altro. Perché? Per quello che rende unici i rapporti tra le persone, ovvero una strada comune, le difficoltà affrontate insieme, la crescita sostenendosi a vicenda.
Anche adesso. Uno, il poliziotto corrotto. L’altro, l’imprenditore che voleva prendersi la città.
«La situazione ci è sfuggita di mano» disse infine Bono guardando l’amico nello specchietto retrovisore.
«Decisamente» lamentò Denis reggendo lo sguardo.
«Non possiamo andare avanti in questa maniera.»
«No.»
«Non sei d’aiuto con le tue risposte del cazzo.»
«Lo so.»
Bono sospirò.
«Perché hai fatto uccidere Inzaghi?»
«Non ci crederai, ma non sono stato io.»
«Ma ti hanno fatto un favore.»
«Vedremo, intanto dobbiamo occuparci della sua donna.»
Bono sapeva cosa voleva dire. Non c’era più bisogno di tenerla in ostaggio e Denis non poteva lasciarla libera correndo il rischio che fosse lei la depositaria delle conoscenze di Inzaghi. C’era una sola strada da percorrere e lui non poteva fare nulla.
«Rimane solo il tuo collega che fa troppe domande» aggiunse il Giostraio.
«Non so dove sia» disse subito Bono. «E poi non può morire un altro poliziotto.»
«Non è più un poliziotto. Te ne devi occupare.»
Bono non poteva dire di no. Il Giostraio comprese la sua reticenza e si avvicinò al sedile.
«Risolviamo questo casino. Io mi prendo la città senza limitarmi alla periferia e tu diventi questore.»
«Impossibile.»
«Posso farlo, lo sai.»
Aveva ragione. Ormai Denis era un imprenditore con le mani ovunque, anche ai livelli di cui Bono aveva perso il controllo. Tutto costruito su quella rete di usura che nessuno avrebbe potuto far risalire a lui.
Sapeva che Denis non poteva far emergere che il Giostraio fosse lui. Più cresceva l’immagine dell’imprenditore di successo, più doveva evitare che il suo passato e i suoi collegamenti attuali con quel mondo venissero a galla.
Roberto doveva decidere se voleva affondare o seguire l’amico. E doveva prendere quella decisione in quel momento.
O con lui, o contro di lui.
«Cosa devo fare?» chiese infine Bono.
«Non lo so, ma non voglio più tra i piedi il tuo collega e quella puttana.»
Roberto chiuse gli occhi e sospirò.
«Quella storia del sequestro deve finire. Quel casino lo hai iniziato tu, e ora lo risolvi. Tu e i tuoi cazzo di codici» disse infine Denis.
Il Giostraio si appoggiò nuovamente allo schienale e riprese a fischiettare. Come se quella minaccia non fosse mai stata avanzata.
Il commissario riaprì gli occhi per rassicurare il Giostraio.
Guardò nello specchietto retrovisore.
Ma nell’auto, oltre a lui stesso, non c’era più nessuno.
Roberto sapeva di avere solo una strada di fronte a sé.