Le pareti della camera erano diventate piccole, sempre più strette. Ogni colpo che udiva era come vedere, e sentire, i muri che si avvicinavano tra loro.
Luca era per terra, avvolto nella coperta in fondo al letto. Cercò di strofinarsi gli occhi per capire cosa stesse succedendo.
I colpi che sentiva provenivano da lontano, dal corridoio.
Aprì gli occhi.
Le pareti erano al loro posto. Ma il senso di soffocamento che gli aveva schiacciato il petto era rimasto ben impresso in ogni singolo muscolo del suo corpo.
Vestito solo delle mutande e di una maglietta intima nera, andò nel corridoio, barcollante, evitando il disordine rimasto dopo la visita intimidatoria che avevano fatto a casa sua.
Era dalla porta che provenivano i colpi, insistenti. Continui.
Cercò di guardare dallo spioncino e vide offuscato il volto di Audrey che si guardava intorno.
«Ma che ore sono?» disse ad alta voce mentre apriva.
Audrey entrò come una furia. Bellissima, con i capelli neri, lisci, che ondeggiavano al suo passaggio. Il profumo di lei diede un tocco di nuovo all’appartamento, in cui da troppo tempo non si aprivano nemmeno le finestre.
«Devi andartene, stanno venendo a prenderti» disse fermandosi in corridoio.
«Così, in mutande?» chiese il Cieco.
«Non è il momento di fare battute del cazzo» rispose secca lei, agitata. Non erano da Audrey quei toni. Inoltre, Luca notò che aveva gli occhi rossi.
«Dove sono i tuoi vestiti? Avanti, muoviti!» aggiunse continuando a guardare in giro.
«Audrey, aspetta. Cos’è successo?» riuscì finalmente a dire Luca.
Lei si fermò e lo fissò. Come si fissa un bambino a cui si deve dire qualcosa che non vorrebbe mai sentire. «Marco è morto. E non credono che si sia suicidato.»
Marco.
Marco.
C’era solo una persona che Audrey non chiamava col nome della strada. Il Santo. Il suo amico.
Impossibile. Nessuno poteva uccidere il Santo.
Ma lei proseguì: «Hanno trovato il suo corpo sulle rive del Ticino. Un colpo alla testa, la pistola ancora stretta in una mano.»
«Non è vero» disse solo Luca.
Audrey andò in camera da letto e cercò i vestiti di lui. Luca non stava dubitando che fosse morto. Lei era troppo sconvolta per non crederle.
Ma di una cosa era convinto: il Santo non si sarebbe mai suicidato.
Audrey era legata al Santo. La sua bella vita la doveva a lui. L’aveva accolta, protetta, senza volere niente in cambio per la sua liberazione dalla strada. Come con le altre. Ma Audrey era stata una delle prime, forse la prima. Non c’era mai stato nulla tra loro, eppure lei lo trattava come un padre. L’unico uomo di cui avesse veramente rispetto.
Aveva. Ormai.
Come Luca. L’unico amico che il Santo avesse.
L’unico che sapesse cosa stava cercando in quei giorni.
L’unico che avrebbero potuto usare per fargli del male.
«Non credono nemmeno loro al suicidio» continuò Audrey. «Pensano che sia stato tu a ucciderlo e ti stanno venendo a prendere.»
Luca non ascoltava più l’amica. Pensava solo a quanto accaduto: nessuno uccideva il Santo solo per il gusto di farlo. Lo avevano fatto per colpire lui, il Cieco, la sua indagine.
Era stato lui, quindi, a uccidere il Santo.
Audrey aveva ragione, anche se non lo sapeva.
Un’altra persona che moriva per colpa sua.
E ora il Santo non c’era più.
Audrey gli tirò addosso dei vestiti. «Andiamo, svegliati che stanno arrivando!»
«Chi te l’ha detto che sospettano di me?» riuscì a dire il Cieco.
«Un uccellino. Chi cazzo vuoi che me l’abbia detto? Una delle mie ragazze ha avuto una confidenza da un poliziotto.»
Una confidenza che forse non era arrivata per caso.
Volevano che al Cieco giungesse quell’informazione.
Si rivestì, mentre lei guardava fuori dalla finestra. Solo in quel momento Luca capì che non era notte, era sera tardi e non era ancora completamente buio.
«Stanno arrivando» disse Audrey. In lontananza anche Luca sentì delle sirene. Ma non sapeva con certezza se fossero per lui.
Non poteva aspettare.
Andarono insieme verso la porta.
«Devi dirmi tutto» le disse.
«Quando saremo al sicuro» rispose lei.
Mentre il Cieco si infilava la giacca sull’uscio della porta, guardò il suo appartamento. Non poteva andarsene in quella maniera.
«Aspetta» aggiunse alzando gli occhi al cielo e imprecando.
Il Cieco si fiondò nella camera di Martina, prese i resti della conchiglia, afferrò un plico di fogli legati con un elastico e infilò tutto nella tasca della giacca.
Ma non era finita.
Avevano ucciso il Santo. Non lo aveva ancora elaborato. Ma questo era un fatto.
Avrebbero potuto uccidere anche lui. Quando volevano.
E magari non gliene sarebbe fregato un cazzo al Cieco di qualche giorno fa.
Ma qualcosa era cambiato.
Diana. Forse adesso aveva qualcosa per cui valeva la pena lottare.
Inspira. Espira. Pensò velocemente.
Gli mancava ancora una cosa prima di uscire.
La cercò sempre nella camera di Martina. Tra le bambole. Non poteva andare via e affrontare una fuga senza alcuna protezione.
Ma non c’era nulla di quello che cercava.
Guardò meglio.
«Allora?!» urlò Audrey spazientita. Era spaventata.
Cercò ancora, ma non trovò nulla. Era convinto di averla messa tra i giochi di sua figlia. Anche lui non l’aveva mai più toccata. Non l’aveva buttata, non aveva voluto lasciare totalmente quella parte di sé.
Eppure la sua pistola di ordinanza era sparita. Non c’era più.
Un colpo alla testa, la pistola ancora stretta in una mano.
Ecco perché ora sospettavano di lui.
Cazzo. Lo avevano incastrato.
«Quando hai visto Luca Morando l’ultima volta?»
La stava interrogando direttamente il commissario Roberto Martegani. Era la prima volta che l’agente scelto Diana Garbelli entrava in uno degli uffici principali della questura. Le stanze dove si prendevano le decisioni, dove si nascondevano i fatti, dove si decideva quali segreti potessero essere divulgati.
Ma Bono lo conosceva da quando era piccola. Lui non aveva voluto che le venisse fatto un interrogatorio formale. «Ti ho fatto portare da me perché non volevo ti interrogassero altri, con tutto quello che stai passando» le aveva detto mentre salivano insieme il grande scalone.
Diana si era presentata di propria spontanea volontà dopo la notifica ricevuta via telefono da uno sconosciuto agente. Adesso, seduta su quella sedia imbottita, al centro dell’ufficio del commissario pieno di scatoloni semiaperti, assaporava l’odore acre del sigaro che aveva impregnato pareti e tessuti.
E aveva una gran voglia di fumare.
Ma resistette.
«Te l’ho già detto. Tre giorni fa» rispose Diana.
«Perché?»
«Ancora? Come devo dirtelo? Voi non mi davate risposte, mi avevate sospesa dal servizio, mi avevate tolto l’accesso alle informazioni sul caso di mio padre. Mi hanno suggerito che Morando faceva delle indagini…»
Stava dicendo la verità. A metà, come le avrebbe detto suo padre. Sapeva benissimo che Bono era uno stronzo, ma era uno stronzo con un gran fiuto. Altrimenti non sarebbe stato dietro quella scrivania. Meglio una mezza verità che una completa bugia.
«Un investigatore non autorizzato. Senza licenza» rispose lui alzandosi in piedi. «E chi ti aveva suggerito il nome di Morando?»
Diana alzò gli occhi al cielo. «Lo sai.»
«Certo che lo so. Lo so perché adesso quest’uomo è morto. Ucciso dalla pistola di ordinanza di Luca Morando, che probabilmente ha anche inscenato un suicidio per depistare le indagini e avere il tempo di andarsene. E so che adesso Luca è sparito. E nessuno sembra sapere dove possa trovarsi.»
«E perché avrebbe ucciso un suo amico?» chiese lei sfidando lo sguardo di Bono.
Il commissario oltrepassò la scrivania e si avvicinò alla poltroncina dov’era seduta Diana.
«Non ti sembra tutto un po’ strano? Il Cieco – chiamiamolo così ormai, inutile essere troppo formali – torna in città dopo due anni. Se n’era andato facendo perdere le sue tracce, probabilmente dopo una lite proprio con il Santo, dopo il rifiuto di rientrare in polizia. Torna a Milano e il Santo muore in circostanze a dir poco ambigue. Mi sembra che le coincidenze siano un po’ troppe. Se poi vogliamo aggiungere la sua pistola di ordinanza…»
«Non ti sembra abbastanza sveglio il Cieco per usare la propria pistola di ordinanza per uccidere qualcuno?»
«Lo sai che era stato sospeso dal servizio per stress postraumatico? Lo sapevi che ci aveva fatto saltare più di un’operazione? Lo sapevi che, con il suo vizio di bere un goccio di troppo, aveva messo a repentaglio la vita di più agenti, più di una volta? Devo dirti altro?»
Diana abbassò lo sguardo. Conosceva della passione del Cieco per la vodka. Ma non lo aveva mai visto in crisi di astinenza o eccessivamente ubriaco. Lo frequentava da poco tempo e in lei l’incertezza crebbe. Iniziò a non dubitare più delle parole del commissario.
«Dammi una cazzo di sigaretta» disse infine Diana.
Vide il sorriso aprirsi sul volto del poliziotto. Lui prese dal cassetto un pacchetto di Marlboro rosse e uno zippo luccicante.
«Lo sai che è vietato fumare qui dentro, vero?»
Lei non rispose. La fiamma le illuminò il viso. I capelli biondi raccolti in un disordinato chignon non rendevano giustizia al suo volto.
«Allora? Quando l’hai visto l’ultima volta?»
Diana inspirò profondamente il fumo. Le era mancato. Aveva ripreso solo da qualche giorno, eppure il piacere di quelle aspirate era sempre più forte. Suo padre l’avrebbe capito lontano un miglio che aveva ripreso a fumare. Vaffanculo.
«Quid pro quo, commissario.»
«Cosa?» le rispose stupito. Ma anche deluso.
«Io do qualcosa a te. Tu dai qualcosa a me.» Lo conosceva da quando era piccola, sapeva che avrebbe accettato quello scambio.
Lui si appoggiò sulla scrivania e sorrise amaramente. «Cazzo, ti sei proprio ambientata bene in questo mondo.»
«Sopravvivo» rispose Diana. Stava facendo un gioco pericoloso con le carte che aveva in mano.
Il poliziotto prese un sigaro consumato dal posacenere e lo accese.
«Lo sa, commissario, che qui è vietato fumare, vero?»
Lui sorrise amaramente. «Cosa vuoi?»
«Mio padre. Era un agente corrotto?»