Quattro anni prima, il giorno della liberazione
Può essere un’imboscata.
Non sente il Giostraio da troppo tempo.
Eppure Silvio ha fatto tutto quello che gli aveva detto di fare. Rapire l’imprenditore e tenerlo segregato, in continuo spostamento. Con una squadra di uomini del cazzo che non aveva fatto altro che torturare Melis.
Poi il Giostraio era sparito. Non si era fatto più sentire.
L’unica soluzione per uscire da quel casino era chiedere un riscatto.
Adesso, in quella campagna nei dintorni di Brescia, Inzaghi imbraccia il proprio fucile, una mitragliatrice a colpo continuo più facile da reperire al mercato nero. Un ak-47.
Gli altri uomini sono sicuramente più addestrati di lui.
E Silvio sa solo una cosa: se mai avessero avuto in mano i soldi, uno di loro avrebbe ucciso tutti gli altri.
Non sono una famiglia. Sono una squadra assoldata dal Giostraio con un obiettivo preciso. Se manca la testa pensante, il resto del corpo si dimena a caso.
Ed è proprio ciò che sta accadendo in quel momento. Un gruppo di uomini che fa di testa propria per far cessare quella missione senza più senso.
Uno dei familiari, forse il figlio dell’imprenditore, attende un segnale per proseguire sulla strada.
Inzaghi fa segno agli altri che è giunto il momento. Si trovano tutti in punti diversi ai lati di quel campo. Manda uno dei rapitori, come da accordi, a prendere la valigetta. Poi avrebbero liberato l’imprenditore.
Il “collega” si muove, va nel campo. A passi lenti. Verso il ragazzo che trema vistosamente.
C’è troppo silenzio. Qualcosa non va.
Inzaghi guarda Melis, in ginocchio, di fianco a lui. È senza benda, ormai non conta più nulla. Sta cercando di alzarsi, lui lo spinge a terra. L’imprenditore fa ciò che gli viene detto; con tutto quello che ha subìto in quei mesi, non può fare altro.
Torna a guardare l’incontro con il figlio.
È buio e la strada è illuminata solo dai fari delle auto.
Inzaghi non vede se oltre il ragazzo che avanza lentamente vi sia qualcun altro, qualche agente della polizia.
Cazzo, sa che è così.
Non si accetta uno scambio alla prima richiesta di riscatto.
Qualcosa non sta funzionando.
Eppure, qualcuno all’interno della polizia avrebbe dovuto informarli di un’eventuale imboscata. E se l’aveva fatto, c’era solo un motivo per cui la “voce” non era arrivata fino a loro.
Il Giostraio aveva smesso di proteggerli.
Vaffanculo.
Inzaghi guarda Melis: ha i pantaloni bagnati, si è pisciato addosso. Si sta mettendo in ginocchio per guardarsi. Gli dà una nuova spinta per farlo stare fermo.
Il coglione, però, barcolla e cade a terra con un grosso tonfo.
E tutto crolla subito.
Il ragazzo di fronte a loro stringe la valigetta del riscatto, si guarda in giro impaurito.
Inzaghi osserva tra le sterpaglie.
È un’imboscata.
L’hanno vista anche i suoi compagni. Più coglioni di tutti gli altri, iniziano a sparare a caso.
Merda.
È la fine.
«Stai giù!» urla Inzaghi a Melis.
Un gruppo di agenti armati fino ai denti e con equipaggiamento antiproiettile gli sta venendo incontro.
Inzaghi non spara. Ci sono già abbastanza proiettili vaganti.
I poliziotti corrono e non sparano. Ci sono altri che stanno coprendo loro le spalle.
Melis si gira e vede cadere a terra alcuni degli uomini che erano con lui. Colpi precisi. Cecchini della polizia.
Hanno un ordine solo: uccidere tutti. Ecco perché il Giostraio non aveva detto nulla. Quei poliziotti hanno il compito di liberare l’imprenditore e far sparire i testimoni.
Ecco perché Inzaghi non spara un colpo.
Per non farsi colpire.
Qualcuno lo spinge. È un poliziotto. Lo fa cadere a terra. Inzaghi lancia lontano il fucile.
«Sono disarmato!» urla, sperando che i poliziotti non corrotti possano sentirlo.
Ma l’agente che è in piedi di fianco a lui cade improvvisamente a terra.
Colpito alla gola. Con precisione.
Sanguina copiosamente.
Vede i suoi occhi spegnersi.
E lui inizia a correre. Più forte che può.