CAPITOLO 2

La notte. Il momento di andare a dormire e non vedere più nessuno. Aveva salutato anche l’ultima ragazza del suo locale. Il Santo uscì in strada e guardò la saracinesca del garage che una volta portava nel sotterraneo del Rimorchio, quel luogo indefinito, clandestino, conosciuto da pochi, solo da chi aveva bisogno di stare in pace da tutto.

Quel posto, anni prima, si era quasi trasformato in un locale perbene, con tanto di menù per famiglie. Una licenza ufficiale ottenuta dopo anni di clandestinità, come premio per aver aiutato la polizia in un’importante indagine.

Un premio divenuto un incubo momentaneo di legalità, svanito dopo qualche mese passato senza trasgressioni e con troppi filtri di perbenismo. Con quella licenza il Rimorchio era diventato solo un locale come tanti altri, con l’unica novità di avere come ingresso l’entrata di un garage.

Erano spariti coloro che facevano vivere Milano sotto quella patina superficiale da grande metropoli; erano spariti quelli che cercavano svago in un bicchiere di troppo, in un sigaro senza divieti di fumo, in una bisca clandestina o in una scopata sicura. Erano spariti i veri clienti. Perché, ovunque metti una regola, la ribellione alle normative cresce e diventa reale, tangibile, insofferente e refrattaria a quella che dovrebbe essere la vita comune.

E così, un giorno, dopo mesi di inutile legalità, il Santo aveva chiuso tutto. Il Rimorchio con licenza non c’era più. In via Padova, rimaneva solo una saracinesca abbassata in cui si imbattevano i clienti inutili, quelli che volevano il menù per famiglie o l’all you can eat. Sulla serranda un semplice cartello: MA VAFFANCULO.

Però, oltre quella saracinesca abbassata, solo per chi decideva il Santo, c’era la vita: tramite un accesso da una vicina e apparentemente normale abitazione, si poteva ancora entrare al caro vecchio Rimorchio. Il Santo non lo aveva fatto per avidità, non per soldi o sete di potere. A lui interessava solo mantenere accesa la fiammella della vera Milano, quella che pochi conoscono, quella che aveva accolto un oriundo come lui.

Il Rimorchio era questo. L’alternativa alle regole. Un luogo clandestino, una leggenda metropolitana che pochi frequentano, perché pochi ne hanno bisogno. Un semplice locale, certo. Ma anche un rifugio sicuro.

E solo il Santo decideva chi vi potesse entrare.

Fino a quel momento.

Era quasi mattino, il sole sarebbe sorto a breve. Ma si sarebbe intravisto nella nebbia di Milano soltanto in tarda mattinata. Credeva di essere solo, ma quando aprì la porta del suo ufficio vide una figura sul suo divano.

Istintivamente, come un’abitudine che non muore mai, gli venne di mettere mano alla cinta dei pantaloni, dove una volta teneva la piccola pistola. Ma ormai non la portava più da tempo. Inoltre, non sarebbe servito: sapeva benissimo chi fosse quello strafottente che si era sdraiato sui luridi cuscini che nessuno usava da anni.

«Avresti potuto lavarlo, almeno» gli disse il Cieco.

«Perché? Mi piace ricordarmi tutti i giorni l’odore del tuo vomito su quella schifosa finta pelle» rispose serafico il Santo andando alla sua scrivania.

«Hai ragione, talmente schifosa che si impregna benissimo di qualsiasi cosa» aggiunse Luca rimanendo sdraiato.

Era il solito cazzone, pensò il Santo. Ma era anche l’unico amico che avesse mai avuto. Aveva rispettato la sua richiesta di non cercarlo, dopo che Nicole l’aveva abbandonato. Luca e lei avevano creduto di poter riprendere una vita insieme, nonostante la figlia Martina non fosse più stata ritrovata. Era stato Luca a perderla di vista su una spiaggia. Era uno stimato poliziotto che lavorava alla Postale, alla caccia dei peggiori criminali del mondo: i pedofili. Non avevano più ritrovato Martina, e lui e Nicole avevano cercato di ricostruirsi una vita. Ma aveva vinto il dolore. Nicole se n’era andata dopo pochi mesi, non riuscendo più a resistere a quel tormento. Lui si era dedicato alla sua unica passione: la vodka, unita all’autodistruzione.

Il Cieco aveva vissuto per un po’ di tempo su quel divano, poi era sparito, con l’unica richiesta lasciata su un foglio, appoggiato su quella scrivania: “Non cercarmi, tanto so che non lo farai.”

Gli doveva la vita, eppure il Santo lo aveva lasciato in pace, era una sua decisione. Certe persone devono scegliere da sole quando rinascere. Più le costringi a risollevarsi, più affondano.

Ma ora era comparsa Diana. La donna di cui il Santo era stato il padrino. La figlia di un amico d’infanzia, dell’uomo che aveva avuto di fianco in strada per una vita, dell’uomo che aveva scelto di entrare in polizia, costringendo le loro vite ad allontanarsi. Un uomo che ora era morto.

Adesso Diana era tornata da lui, aveva chiesto l’aiuto allo “zio” Marco, il Santo.

E c’era solo una persona che poteva aiutare entrambi. Un essere antipatico e scontroso che ora era sdraiato con le scarpe sul divano. Una persona che valeva molto di più di quel che mostrava.

«Chi era quella donna con te?» gli chiese il Cieco continuando a guardare la bottiglia di vodka che teneva tra le mani, la stessa che gli aveva lasciato Diana.

«Non te la sei ancora scolata?» gli chiese il Santo senza rispondere alla domanda.

«Sono pulito.»

«Sì, certo, come le vergini che accolgono i clienti di là» rispose indicando i locali del Rimorchio oltre la porta.

Il Cieco si alzò e fissò l’amico. «Di più» disse semplicemente.

Il Santo gli credette. Notò uno sguardo che aveva visto solo le prime volte che Luca, da poliziotto, aveva iniziato a frequentare il “vecchio” Rimorchio, quello vivo, quello prima della breve legalizzazione. Un locale segreto che aveva conosciuto proprio su invito del Santo. Aveva conquistato la sua fiducia dopo quel burrascoso incontro avvenuto in un altro locale del centro di Milano. Fu lì che ebbe inizio il loro rapporto. Dopo una serie di pugni ben assestati.

In seguito a quel primo scontro, entrambi capirono di potersi fidare l’uno dell’altro. L’accordo tacito che avevano stabilito era semplice: in cambio di piccole informazioni quel poliziotto lasciava in pace la sua attività clandestina, e le bische che venivano organizzate saltuariamente. Niente di più. Vantaggi per tutti. Il Santo gli faceva arrivare qualche soffiata sulla Milano nascosta e il Cieco faceva in modo che il Rimorchio non figurasse in nessuna indagine.

Il Santo fissò il vecchio amico. Ora quello sguardo gli diceva che era tornato.

«Pensavo volessi continuare a costruire presepi…» lo provocò il Santo.

«Era solo una falegnameria. Sono anche molto bravo, sai.»

«Ho visto. Tu, il nulla, il lago, la neutrale Svizzera, nessuno con cui parlare. Ti invidio» aggiunse sarcastico, mentre si avvicinava a Luca.

L’amico si guardò intorno. «Diciamo che magari questo posto avrebbe bisogno di una rinfrescata.»

«Sì, ci manca solo l’imbianchino, qualche profumo e le candele» gli rispose insofferente il Santo. Poi andò verso la porta. «Luca, basta con le stronzate, alza il culo dal divano e andiamo a farci un giro.»

Il Cieco. Non era più abituato a quel soprannome. Avevano iniziato a chiamarlo così in polizia e quel vezzeggiativo gli era rimasto appiccicato anche quando aveva lasciato il corpo, dopo la scomparsa di Martina. Era il migliore nel suo lavoro. Con i computer ci sapeva fare, un tempo. Ora non toccava nemmeno un telefono portatile da due anni. Oggetti inutili, prigioni. Come se non si avessero già abbastanza muri da dover scavalcare.

Il Santo non parlava. Non era mai stato un uomo di molte parole, ma quel silenzio e quell’insofferenza alle battute che si facevano l’un l’altro creavano una situazione strana.

Stavano camminando di fianco al Naviglio Grande da diversi minuti. Nessuno dei due aveva ancora pronunciato una parola. Luca voleva sapere della ragazza che aveva accompagnato il Santo in falegnameria, ma gli aveva già chiesto spiegazioni senza ottenere risposta.

Anzi, l’amico sembrava nervoso e distratto. Non era da lui. Aveva persino ripreso a fumare. Aveva smesso nello stesso periodo in cui Luca era entrato in crisi. Niente faceva cambiare idea al Santo: nulla di superfluo gli faceva rimangiare una decisione presa. Aveva ricominciato il vizio del fumo, quindi era sicuramente successo qualcosa.

Qualcosa di grande.

Si guardò in giro. La Darsena era proprio cambiata, una piccola meta turistica, tipo Amsterdam. Dove cazzo erano i navigli sporchi che nessuno conosceva? Quei navigli ideali per passeggiate notturne tra la nebbia. Ora c’erano persino le lucine come quelle di Natale che univano le chiatte tra una sponda e l’altra del canale. Magari nei bar, una volta pessimi rifugi in ombra, servivano pure quegli insulsi aperitivi che diventavano di moda una volta al mese, senza alcun senso, se non quello di vendere di più.

Meglio la sua vodka liscia.

Di cui aveva tanta voglia. Ma a cui sapeva anche resistere. Voleva prima capire cosa fosse accaduto.

Uno, per costringere il Santo a venire a cercarlo in Svizzera. Due, per averlo fatto riprendere a fumare.

I vizi non ti abbandonano mai. Puoi sospenderli, controllarli, ma rimangono sempre sottopelle, pronti a diventare grandi appena gliene dai l’occasione. Come la paura.

Come Luca con la sua vodka liscia, quarantotto gradi.

Non era vero che aveva smesso. Aveva solo imparato a limitarsi. E tenere quella bottiglia nella borsa a tracolla lo faceva sentire bene. Sicuro. Aveva il proprio paracadute a portata di mano. Qualsiasi cosa fosse successa.

«Si chiama Diana» disse infine il Santo. «Il padre era mio amico, quasi un fratello.»

Fece una pausa. Sembrava facesse fatica a parlare. Luca non lo aveva mai visto così. L’energumeno che un tempo aveva fronteggiato anche una squadra di poliziotti per impedire un’irruzione nel Rimorchio non riusciva a guardarlo in faccia. Non voleva far vedere che i ricordi stavano facendo emergere le emozioni.

Luca gli mise una mano sulla spalla.

Lui la spinse via e lo guardò con odio.

«Vaffanculo, Cieco. Fammi finire.»

Ecco, ora lo riconosceva. Attese.

«Era un poliziotto. C’eravamo persi di vista quando aveva iniziato a far carriera, poco dopo la nascita di Diana. O meglio, io sparii. Non potevamo essere amici. Ne andava della sua carriera. Ne andava della mia reputazione.»

Buttò la sigaretta non finita. Ne accese un’altra. Il gesto nervoso dell’accensione era più liberatorio del piacere del fumo.

Luca non disse nulla. Sapeva cosa fosse il dolore. Quella sensazione di vuoto non lo aveva ancora abbandonato. Ma lui aveva trovato il proprio paracadute, il proprio instabile equilibrio era dentro la borsa.

Un equilibrio che era stato messo a dura prova da quella donna che ora portava anche il nome di Diana.

«Lo hanno ucciso» disse infine il Santo dopo una lunga aspirata. «E Diana vuole sapere chi è stato.»

La nebbia si stava diradando. La luce dell’alba stava svegliando Milano e mandando nell’ombra la sua vera anima.

Aveva tempo libero. Molto. Da quando si era messa in aspettativa passava le giornate al poligono o al campo di tiro con l’arco. Non vedeva nessuno. Non rivolgeva la parola a nessuno. Sapeva di essere piacente, di attirare l’attenzione con quel suo atteggiamento scostante, con una pistola o un arco in mano. Una donna che fa centro quasi a ogni colpo, con intorno uomini che pensano solo a scoparti, attira sicuramente l’attenzione.

Ma quei posti, il tiro, la sicurezza di centrare il bersaglio erano sempre stati la sua passione. Tanto da averle permesso di entrare nella scuola dei tiratori scelti. Un altro posto dove la difficoltà principale non è far bene il proprio lavoro, ma essere una donna, doversi misurare costantemente con colleghi che ti guardano e non pensano minimamente che tu possa essere alla loro altezza o, addirittura, migliore di loro.

Ti guardano e pensano a che tipo di biancheria intima indossi.

Ma non il Cieco. Non Luca Morando. Non sapeva quasi nulla di lui, se non le poche parole che le aveva detto il Santo, ovvero che aveva abbandonato la polizia dopo aver perso la figlia. E che, naturalmente, era uno stronzo.

«Non farci caso, è il migliore in quello che fa. O almeno lo era in polizia» le aveva detto Marco, l’amico del padre che le aveva chiesto di chiamarlo il Santo, come facevano tutti gli altri.

In che cazzo di mondo stava entrando Diana? Sapeva che in strada vi erano altre regole rispetto alla polizia. Ma era la prima volta che si trovava di fronte a persone che rinnegavano persino il proprio nome per assumere uno pseudonimo ridicolo. E sembrava che tutti ne andassero fieri.

«Il Santo, come il telefilm degli anni Settanta con Roger Moore» gli aveva detto lui.

«Roger chi?» aveva replicato lei, mentre stavano andando all’appuntamento con Luca Morando. «Lascia stare. E non dirmi nemmeno perché chiamate questo tuo amico il Cieco, non lo voglio sapere.»

«Vuoi sapere come chiamavano tuo padre?»

«No» aveva risposto seccata. Era curiosa, ma non voleva dargli questa soddisfazione. E poi era pragmatica: non sarebbe servito a nulla saperlo ora. Come una freccia o una pallottola che devono colpire il bersaglio: la linea di tiro deve essere dritta e più breve possibile per avere maggiori opportunità di fare centro.

Quello che Diana non pensava era che, più ci si allontana, più quella linea retta deve diventare una parabola per colpire nel segno.

Ora, in quella Fiat Uno vecchia di almeno vent’anni e riverniciata malamente di verde, un assurdo colore cui il Santo proprio non sapeva rinunciare, voleva solo incontrare ancora questo fenomeno dell’investigazione, comprato con una bottiglia di vodka. Diana aveva molti dubbi ed era decisamente scettica. Pensò di essere anche abbastanza disperata per arrivare a tanto.

L’appuntamento era davanti alla stazione Centrale, nel mezzo della piazza, tra uno schifoso McDonald’s e un palazzo di trenta piani con vetri a specchio. Un luogo perfetto per andarsene quando avrebbero voluto. Sia il Cieco che lei.

Non era ancora convinta di coinvolgerlo. La scenetta di portare una bottiglia di vodka in quel posto sperduto in Svizzera non le era per nulla piaciuta. Chi cazzo si credeva di essere per farsi pregare tanto? Lei voleva solo trovare l’assassino di suo padre, non leccare il culo a un ex poliziotto.

Eppure lui non l’aveva guardata come facevano sempre tutti gli altri uomini. Aveva avuto uno sguardo più dimesso, più impaurito, più triste. Più da “e adesso che cazzo vuoi?”.

Diana era divisa, tra curiosità e ribrezzo.

Erano arrivati. Senza dirsi una parola.

Nel mezzo della piazza. Mezzogiorno circa.

Intorno, altre migliaia di persone che andavano e venivano.

Qualcuno col maglione. Qualcuno con la giacca. Davanti alla stazione Centrale non si capiva mai quale cazzo di stagione fosse realmente.

Uno spazio aperto, troppo aperto. Troppa gente. Troppo tutto. Non doveva pensarci. Non voleva le venisse un altro attacco.

«Okay, ci siamo» disse il Santo, fermandosi al centro della piazza e distraendola dai suoi pensieri.

Diana si guardò in giro.

Non vide il Cieco.

Una voce maschile proveniente da dietro di lei attirò la sua attenzione. «Come cecchino, non è che riesci molto a centrare il bersaglio.»

Giacca di pelle nera, jeans, barba corta e poco curata, leggermente più alto di lei, il Cieco la stava fissando in attesa di una reazione. Lei non raccolse la provocazione e gli tese una mano. Le avevano insegnato a non rispondere subito alle provocazioni, a respirare prima di mirare e concentrarsi sull’obiettivo.

«Piacere, Diana» disse semplicemente.

«Piacere, Apollo» rispose lui stringendo la mano.

Lo fissò giusto il tempo di un respiro. «Mi avevano detto che avresti fatto di tutto per risultare uno stronzo.»

A Luca non interessava essere simpatico. Voleva aiutarla, ma sapeva che avrebbe dovuto tenerla a distanza. Per se stesso. Per lei.

Okay, aveva fatto una battuta del cazzo, ma era lei che si chiamava Diana, come la dea della caccia, ed era anche un tiratore scelto. Il resto lo aveva fatto il meccanismo di autodifesa del Cieco.

Complimenti, aveva funzionato benissimo.

Lei se ne stava andando.

Un uomo con un cane al guinzaglio li stava osservando da lontano. “Si faccia i cazzi suoi”, pensò il Cieco. Lo fissò e questi distolse subito lo sguardo.

Il Santo la stava andando a riprendere, non senza che lei gli rivolgesse un’occhiataccia.

Luca si difese mentre cercava qualcosa nelle tasche, alzando la voce per farsi sentire: «La prossima volta ti dico che mi chiamo Zeus, il padre di tutti gli dei, non il semplice e sfigato Apollo. Hai ragione ad arrabbiarti.»

A quelle parole lei si voltò, lo sguardo carico d’odio tornò verso di lui.

Il Santo non sapeva più cosa fare.

Luca non l’aveva mai visto tanto attento ai sentimenti di una persona. Non così apertamente.

Diana tornò davanti al Cieco e gli puntò il dito sul petto.

«Tu non devi nemmeno nominarla la parola “padre”.»

Già. Aveva ragione lei.

Diana, una figlia senza più padre.

Luca, un padre senza più una figlia.

Era proprio uno stronzo.

Non sarebbe bastato dire “mi dispiace”, avrebbe solo peggiorato le cose.

La guardò negli occhi. Bastò quello per farle abbassare il dito.

Il Santo, nel frattempo, li raggiunse. «Possiamo darci una calmata?»

Luca e Diana si fissarono. Lei resse lo sguardo, come nessun’altra donna aveva mai fatto con lui. Una così o la odi o la scopi. Ma il Cieco sapeva che non avrebbe potuto fare nessuna delle due cose.

Luca trovò finalmente quello che era sicuro di aver messo in una delle tasche. Un foglio di carta, una fotocopia.

«E quello che cazzo è?» chiese lei.

«Una pizza» le rispose Luca sarcastico, e giurò di aver visto un angolo della bocca di lei accennare un sorriso.

Il Santo non intervenne. Forse aveva visto anche lui.

Luca non poteva odiarla. Era rimasto fregato.

Quell’accenno di sorriso sparì subito. Avrebbe voluto vederlo ancora, più grande, più a lungo. Si era accesa una nuova speranza, un nuovo obiettivo. Qualcosa per cui lottare, ancora. Nessuna giustizia, nessuna ragione.

Solo l’egoismo di vedere un sorriso.

Spiegò il foglio che aveva tra le mani e si guardò in giro. «Possiamo andare a sederci da qualche parte?»

«Vi lascio soli» disse il Santo appena si furono seduti al tavolino al centro del McDonald’s di fronte alla stazione Centrale.

«No, resta» replicarono Luca e Diana all’unisono, senza confrontarsi.

Il Santo aveva fatto quello che poteva per far incontrare i due. Aveva pagato il proprio debito con il padre di Diana aiutando la figlia e aveva spinto il Cieco a uscire dal suo buco di autodistruzione. Cosa volevano ancora da lui? Non voleva essere coinvolto in nient’altro che non fosse il Rimorchio. Per colpa del Cieco aveva già perso tutto una volta: gli aveva fatto ottenere la licenza per diventare “regolare”, ma con quelle regole aveva perso tutto ciò che aveva costruito in anni di lavoro sommerso. Adesso la sua clientela era tornata, si era creato quel rapporto equilibrato con la polizia per cui nessuno gli rompeva i coglioni.

Non voleva smuovere nulla.

Eppure, non poteva andarsene. Quelle due persone erano le uniche a cui era legato da un rapporto che non fosse dettato dall’opportunismo.

Merda.

Doveva molto a entrambi. E il suo codice, il suo istinto, non gli permetteva di lasciarli soli.

Da una parte la figlia del suo amico d’infanzia. La figlia dell’uomo che aveva abbandonato e che forse, se fosse stato attento, avrebbe potuto salvare. Se non lo avesse lasciato solo in quegli anni, pensò.

Dall’altra parte, lui, il suo amico, l’unico che quando c’era stato da scegliere se difendere il gestore di un locale clandestino o far carriera nel proprio lavoro, aveva scelto il balordo, per un semplice bicchiere di vodka. In verità lo aveva fatto per autodistruzione, certo. Ma quell’uomo aveva messo in gioco la propria carriera per un cazzo di codice della strada. Il codice con cui il Santo era cresciuto.

Ricordò tutto toccandosi quella ferita, quella cicatrice che ancora aveva sul naso. Meno evidente di un tempo, ma ancora presente. Sul viso. E nei propri ricordi.

Il Santo si era procurato quella ferita dopo la prima bevuta che aveva fatto insieme al Cieco, nel locale in centro a Milano dov’era nato il loro rapporto. Quella notte si era talmente sbronzato che era caduto sulla tazza del cesso, sbeccandola e provocandosi un grosso squarcio sul viso. Aveva appena conosciuto quel poliziotto, quasi per caso. Ma sapeva che non era così. Quell’uomo voleva solo infiltrarsi nei suoi giri. E non sembrava nemmeno tanto bravo a fingere.

Ma per il Santo quello era un periodo pessimo, il più brutto della sua vita. Aveva appena perso la donna che amava, sua moglie, un’ex prostituta che non era nel giro del Rimorchio e che lui aveva tolto dalla strada utilizzando tutti i suoi risparmi. Una leucemia fulminante gliel’aveva portava via in poche settimane, subito dopo che si erano sposati nel sottoscala di una chiesa con un prete ubriaco. Non gli importava più nulla di niente e di nessuno. Continuava ad andare al Rimorchio solo perché era l’unico posto dove i suoi avventori non facevano domande, dove le puttane facevano il loro lavoro e basta. Non avevano bisogno di lui, ma solo della sua presenza.

Eppure, andava in altri locali, come quella sera, perché era stufo di sguardi compassionevoli. In quel posto pochi sapevano chi fosse, nessuno gli rompeva le palle. Come invece aveva fatto quel poliziotto che si era avvicinato e che gli aveva offerto da bere. Il Santo aveva accettato, come faceva con tutti, ma non aveva alcuna voglia di fare conversazione. Quella sera, poi, era un mese esatto che sua moglie era morta. Aveva accettato ben più di un bicchiere.

Ancora oggi il Santo non ricordava bene cosa fosse accaduto, cosa avesse detto nel dettaglio. Ricordava solo un’immagine: in bagno, avvolto dalla puzza di merda, per terra con di fronte il volto sanguinante di Luca che gli puntava una pistola contro.

Sentiva di aver toccato il fondo: si era sbronzato fino a perdere il controllo di sé, e questo non accadeva mai al Santo. Nel cesso del bagno era caduto e si era ferito, provocandosi uno squarcio sul viso di cui ancora oggi portava i segni. Non poteva uscire da lì in quelle condizioni, avrebbe perso ogni credibilità in quel mondo fatto di immagine e reputazione. Ma se l’era cercata: fu la prima volta che sentì di aver toccato il fondo.

Luca l’aveva trovato, non vedendolo tornare. L’aveva visto in quelle condizioni e aveva cercato di aiutarlo a rialzarsi, ma lui non ne voleva sapere. Quel poliziotto non aveva detto nulla: gli aveva dato un pugno, ben assestato sul viso, che lo aveva decisamente risvegliato. Il Santo aveva reagito, come faceva d’istinto una persona cresciuta in strada, in modo anche sproporzionato, riempiendo di pugni il poliziotto. Tanto che il Cieco aveva dovuto fermarlo, puntandogli la pistola contro.

«Adesso puoi uscire» gli aveva semplicemente detto, anche lui con un labbro sanguinante.

Gli aveva evitato di perdere la reputazione.

Era stato il primo a fare qualcosa per lui. Senza stupide e inutili parole consolatorie.

Ufficialmente il Santo le aveva suonate a un poliziotto che giocava a fare l’infiltrato.

Nella realtà era nata la loro amicizia. Senza troppe parole o richieste. Senza domande. Il Santo gli aveva così permesso di entrare al Rimorchio, ma non avrebbe dovuto rompere troppo le palle. Mentre il Santo aveva smesso di scappare in altri stupidi locali. Niente era come il suo Rimorchio.

Anche il Cieco aveva iniziato a usare quel locale come una seconda casa, finendo col dormire sempre più spesso sul divano del suo nuovo compagno di sventure.

Ma non solo. In seguito il Santo aveva aiutato l’amico a cercare sua figlia e in quella indagine aveva conosciuto Katia, un’altra ex prostituta che gli aveva fatto scoprire nuovamente di potersi innamorare. Quella storia durò poco: venne uccisa proprio perché il Cieco e il Santo erano andati troppo oltre. Lei era la moglie del boss su cui stavano indagando e, nonostante il Santo avesse cercato di salvarla, aveva fallito. Anche con lei. Aveva perso un’altra volta l’amore della sua vita. Non ci sarebbe stata una terza occasione e il Santo lo sapeva benissimo.

Ora, nel centro di quel McDonald’s, il Santo sapeva di non poter abbandonare nessuno dei due, Luca e Diana. Erano le uniche persone a lui care che gli fossero rimaste. Aggiunse una sedia e vi posò sopra il proprio pesante culo.

«Cos’hai trovato, Cieco?» gli chiese finalmente.

Lui accennò un sorriso, ma si spense subito dopo, appena vide qualcosa fuori dalla finestra. Il Santo si voltò ma non notò nulla di strano. Tornò a guardare il Cieco. «Beh?» chiese. «Abbiamo le visioni?»

«No, niente. Mi sembrava che un uomo col cane ci seguisse» rispose Luca.

«Cazzo, Luca, nemmeno abbiamo capito perché ci troviamo qui e inizi già con le paranoie!»

Diana sapeva chi fosse l’uomo col cane. Ma non disse nulla. Non ancora. Non c’entrava nulla con il motivo per cui si trovavano lì. Sperò che il discorso cambiasse immediatamente.

Non sapeva ancora perché il Santo credesse di aver tanto bisogno di quell’ometto di fronte a lei. Un ex poliziotto stronzo. L’aveva irritata da subito. Eppure, c’era qualcosa in lui che le faceva nascere il beneficio del dubbio. Una sorta di filo invisibile legava il Santo e il Cieco, lo stesso che da piccola aveva visto, sentito, apprezzato, tra il Santo e suo padre. Con quei due uomini si sentiva a casa. E sapeva che solo loro potevano darle delle risposte.

Come aveva imparato da suo padre, attese che fosse il proprio interlocutore a svelare le proprie carte. Proprio perché era lei ad avere bisogno.

Ricordava perfettamente cosa le diceva papà: “Mai mostrarsi per primi quando devi ottenere delle informazioni, mai dire subito quello che vuoi, altrimenti saranno gli altri a raccontarti stronzate.”

Il Cieco tirò fuori nuovamente l’articolo di giornale. Lo conosceva benissimo. Era l’articolo che annunciava l’arresto di Silvio Inzaghi, il latitante che aveva guidato il sequestro dell’imprenditore Enrico Melis.

«Qui dice che Inzaghi è stato arrestato un mese fa, dopo quattro anni di latitanza» disse il Cieco. «Ora, non sono un genio di Scotland Yard, ma cosa ha portato all’arresto di Inzaghi oggi?»

Diana lo guardò senza capire la domanda. Fu il Santo a spiegare la situazione: «Se un latitante non si vuole far trovare, non ci sono investigazioni che tengano. Se Inzaghi è stato arrestato, è perché qualcuno ha voluto che finisse in carcere.»

«Perché sei venuta da noi?» chiese il Cieco direttamente. «Perché dopo quattro anni?»

Lei abbassò lo sguardo. «Ho sempre creduto che mio padre fosse stato ucciso da questo bastardo. L’unico in fuga dopo i fatti di quella notte. Gli altri membri della banda sono morti durante la liberazione.»

«Invece?» la sollecitò il Cieco. «Cosa non dice questo articolo?»

«Negli articoli non c’è scritto, non è mai stato detto, ma Inzaghi ha dichiarato di essere innocente per l’omicidio di Giorgio.»

«Tuo padre.»

«Sì.»

Luca sorrise. «E tu ti fidi di quello che dice un latitante quando viene arrestato? Un conto è la pena per un sequestro di persona, un altro è la pena per un sequestro con omicidio volontario.»

Il Santo intervenne: «Luca, aspetta…»

Diana prese coraggio e proseguì: «Questa dichiarazione non è finita sui giornali e non è stata adottata come linea difensiva dall’avvocato.»

«E allora?» insistette il Cieco. «Sarà talmente assurda che nessuno l’ha presa in considerazione, no?»

Nessuno aggiunse nulla. Luca voleva vederci chiaro. Diana non riusciva a parlare. Il Santo non conosceva nemmeno lui tutta la storia.

Diana insistette: «L’hai vista la foto di Inzaghi?»

Il Cieco osservò con attenzione l’immagine. Vedeva solo un uomo di mezza età, piccolo, impaurito, smagrito, con gli occhiali e con un vestito di velluto anni Settanta.

«Inzaghi è quasi cieco. Ha delle lenti come fondi di bottiglia che lo aiutano a vedere a pochi metri di distanza.»

Il Cieco e il Santo aspettarono che lei proseguisse.

«Secondo il rapporto della scientifica di quattro anni fa, Giorgio fu ucciso da un proiettile sparato da qualche decina di metri di distanza.»

Sul tavolo calò il silenzio. Diana guardò il Cieco. «Tu credi che questo omuncolo quasi non vedente abbia avuto così tanta fortuna? E se fosse così, perché avrebbe dovuto ucciderlo?»

Il Cieco le rispose subito: «Allora ci sono altre domande: perché l’avvocato difensore non assume questa linea? Perché questa informazione contenuta nel rapporto non diventa pubblica?»

Diana abbassò lo sguardo e prese un respiro. «Perché questa informazione, nel rapporto ufficiale, è sparita.»