Aveva preso l’auto della psicologa, una Yaris Hybrid super accessoriata. Non aveva nessuna potenza nel motore e la ripresa era inesistente. Era l’antitesi della vecchia Fiesta, che era stato costretto ad abbandonare perché troppo rintracciabile ormai. Si sentiva a disagio in quella vettura piena di luci. La Molteni gli aveva indicato in lacrime dove fossero le chiavi e lui le aveva prese, deciso a trovare Diana e a capire cosa fosse realmente accaduto quella notte.
Non poteva andare da Bono perché l’avrebbero arrestato e, a quel punto, in prigione non ci sarebbe mai arrivato. Oppure sarebbe stato consegnato anche lui al Giostraio. Aveva bisogno di aiuto, ma aveva anche bisogno di comprendere lo schema degli avvenimenti.
Lasciò l’auto fuori dalla villa di Melis, in una cittadina della periferia di Milano. Non un posto degradato come ci si potrebbe immaginare, ma una ridente e nota cittadina immersa nel verde. Quelle che passano inosservate persino alla cronaca. Quelle dov’era facile poter far nascere un’azienda grazie allo sfruttamento emotivo degli operai, far credere loro di essere parte di una famiglia, dare come compenso qualche briciola-premio ogni tanto e convincerli di comporre un ingranaggio complesso.
Questo aveva fatto Melis, diventando schifosamente ricco, facendo finta di interessarsi dei suoi dipendenti, facendo accordi con un mondo economico che stava affondando, con un’azienda che reggeva solo grazie al nome che portava.
Luca lasciò l’auto di fronte all’alta siepe della recinzione, quasi in mezzo alla strada: non gliene importava. Faceva freddo, era giorno, la nebbia aveva avvolto tutto intorno a lui e l’umidità si faceva sentire nelle articolazioni.
Suonò a ripetizione il campanello, guardando la telecamera chiusa in una grata di ferro. Se ci fosse stato il Santo, avrebbe tirato qualche battuta per alleggerire la tensione. Ma il Santo era morto, doveva farsene una ragione. E se lui, Luca, avesse proseguito a farsi i cazzi propri, l’amico sarebbe stato ancora vivo.
Anche Diana sarebbe stata ancora a casa sua, senza risposte sul padre, libera di essere triste, infelice o autodistruttiva. In fondo, a essere soli si sopravvive, a farsi gli affari propri non si distruggono le vite degli altri.
Nessuno chiese nulla, ma il cancello si aprì con un suono elettrico secco e continuo. Entrò attraversò il giardino curato fin nei dettagli. Con le varie aree sistemate tutte in maniera diversa, dal labirinto all’italiana al laghetto giapponese. Un’accozzaglia di gusti che non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro.
Melis lo attendeva sulla porta scorrevole del salotto. Una vetrata che dava su quei giardini che nessuno calpestava da tempo. Che senso ha avere degli spazi aperti e tenerli in prigione?
Melis era vestito solo con le mutande. In attesa, proprio sull’uscio, come se una barriera invisibile gli impedisse di fare un passo in più. Era pieno di cicatrici sulle gambe, mostrava il grasso del corpo che non aveva alcuna forma muscolare. I capelli neri e unti facevano da cornice a un volto sporco, su cui era cresciuta una barba senza alcuna cura.
«L’aspettavo» gli disse Melis.
Il Cieco entrò nel salotto e chiuse la porta a vetri scorrevole. Notò che vi erano telecamere in ogni angolo del grande open space.
«So perché è qui» proseguì l’uomo.
«Ne dubito» rispose il Cieco.
Melis si mosse per la stanza come se fosse a un summit tra imprenditori, con tanto di completo firmato e cravatta. Andò dietro un bancone e iniziò a tirare fuori delle bottiglie.
«Vodka liscia, giusto? Solo quella a quarantotto gradi, vero?» disse mettendo sul tavolo una bottiglia ghiacciata, ma con il liquido bianco che si muoveva leggero come una nuvola. «Importata direttamente dalla Russia, per le occasioni speciali. Ogni anno un mio cliente soddisfatto me ne manda una cassa. Le confesso…»
Luca aveva smesso di ascoltarlo. «La finisca con le stronzate. Sono stato a casa dello Svelto. Lo chiamava così, vero?»
L’uomo rimase in silenzio.
Luca proseguì: «Non c’è voluto molto a collegarlo a lei, credo che tra poco arriverà anche la polizia.»
«È morto?»
«Tanto bene non stava» rispose sprezzante.
«I cani?»
Luca si spazientì. Si avvicinò al bancone che li separava. Gli faceva schifo l’odore di pesce marcio che quell’uomo emanava, ma resistette.
«Cosa è successo il giorno della sua liberazione? Per una volta, dica la verità.»
«I cani?!» urlò Melis.
«Cosa cazzo me ne frega dei cani. Sono morti, stesi per terra con la bava alla bocca. Li aveva avvelenati prima di fare la stessa fine. Contento?»
Melis abbassò lo sguardo e abbandonò le bottiglie.
Andò a sedersi sul divano e il Cieco lo guardò paziente mentre compiva quel percorso.
«Abbiamo ucciso Inzaghi. L’abbiamo fatto divorare da quei cani.»
«L’avevo immaginato. Voleva fargliela pagare per quello che le aveva fatto?»
«Una morte inutile.»
Il Cieco si sedette vicino a lui, sopportando l’odore.
«Fino a quando non lo abbiamo ucciso, non ricordavo nulla. Ho vissuto in prigione, qui dentro, per tutti questi anni» disse toccandosi la testa. «Da allora non dormo più, non esco da queste mura, rivedo costantemente quei giorni in cui sono stato sequestrato.»
«E allora si è vendicato» aggiunse il Cieco per tagliare corto.
«Inzaghi era sul libro paga del Giostraio.»
«Lo so.»
«Il mio rapimento non era per fare soldi. Altrimenti avrebbero potuto chiedere anche una cifra più alta. I miei figli nemmeno volevano pagare. Non so più nemmeno cosa facciano oggi, mi avevano abbandonato prima di quel rapimento e mi hanno abbandonato dopo. Tanto sanno di avere un’eredità consistente. Non li biasimo. Li ho cresciuti io così.»
«Non sono il suo psicologo. Io voglio solo sapere cosa ha visto quel giorno.»
Melis lo guardò, ma era come se non lo vedesse. Proseguì nel suo discorso, doveva togliersi un peso. «Ho rivissuto tutto solo quando abbiamo ucciso quel poveraccio. Il Giostraio doveva dare una lezione a tutti gli imprenditori del Milanese, tutti quelli che si stavano ribellando, che non pagavano con la scusa della crisi. La fantomatica crisi. Ma lui non è come lo Stato, per cui basta aprire una finta cassa integrazione e fregarsi i soldi. Lui voleva di più. E la gente aveva iniziato a non pagare. Non poteva fare una strage. Allora ha fatto tornare lo spettro del rapimento. Non mi avrebbe mai ucciso, io sarei stata la lezione vivente per tutti gli altri.»
«E per essere reale, in questa lezione non doveva nemmeno essere coinvolta la polizia.»
«Giusto.»
«E la polizia, per non trovare l’imprenditore Melis, doveva anche sapere tutto ciò che stava accadendo.»
«Giusto.»
«Quindi la polizia era sul libro paga del Giostraio.»
Melis fece un cenno di assenso con la testa.
«Non mi dice nulla di nuovo. Cosa è accaduto durante la sua liberazione?»
«Adesso ricordo tutto.»
Il Cieco alzò gli occhi al cielo. “E che cazzo, non siamo mica in un film degli anni Quaranta”, avrebbe detto il Santo se fosse stato lì. Luca sorrise al pensiero, ma non disse nulla. Lasciò che l’uomo di fronte a lui proseguisse.
«Ho visto tutti contro tutti. Ho visto i cattivi non essere cattivi, i buoni non essere buoni. Ho visto il mondo rovesciarsi. Ho visto mio figlio che faceva sparire i soldi durante la sparatoria, nascondendo la valigetta in un fosso. Ho visto i miei rapitori venire uccisi a sangue freddo, perché il Giostraio non voleva testimoni. Ho visto Inzaghi poter sparare al capo dei poliziotti, e non farlo. Ho visto quel poliziotto morire davanti ai miei occhi, cadere a terra senza vita.»
«Ha visto chi gli ha sparato?»
Melis si alzò e andò verso la vetrata, la spalancò ed entrò un’aria gelida. Poi tornò a osservare il Cieco.
«Credevo di poter tornare a vivere. Di poter uscire finalmente di casa, di poter avere un futuro al di fuori di queste mura» proseguì l’uomo in mutande di fronte a Luca; solo in quel momento notò quanto fossero profonde le ferite sulle gambe, alcune ancora aperte.
Melis tentò di mettere un piede fuori dalla portafinestra. «Credevo di essermi costruito una prigione perfetta. E lo è stato. È stata talmente perfetta che non riesco più a…»
«Cazzo, Melis, ha visto chi ha sparato quella notte al poliziotto?»
L’uomo in mutande tornò a guardare il Cieco in quella posa buffa, con un piede a mezz’aria.
Lui ricordava.
«Dov’è la ragazza?» chiese invece Melis.
Luca si alzò dal divano. Doveva riprendere il controllo della situazione, ma quell’uomo era fuori di testa, e lui aveva bisogno dei suoi ricordi.
«Non lo so dove sia» rispose il Cieco con sincerità.
Melis appoggiò il piede fuori dalla portafinestra.
In una mano, l’uomo teneva un sasso appuntito. Luca non l’aveva notato fino a quel momento. Come se si volesse fare forza, Melis utilizzò il sasso per provocarsi un taglio sulla gamba. Uno scatto veloce, preciso, che aprì un altro squarcio che fece zampillare molto sangue.
Luca sperò che non avesse reciso la safena, la grande vena che scorre poco sotto la pelle su tutta la gamba. Il Cieco si alzò per fermarlo.
«Non farlo» gli disse Melis, costringendolo a restare immobile. «Io devo uscire, io devo fare qualcosa, non posso più vivere prigioniero di tutto questo.»
«Cosa vuoi?» gli chiese Luca.
«Nemmeno a te frega un cazzo di me.»
«Vero. Per me puoi tagliarti anche a pezzi, qui di fronte a me. Ma voglio sapere cos’hai visto quella notte.»
«Poi te ne andrai, come hanno fatto tutti.»
Luca decise di non mentire. Se voleva salvarsi, quell’uomo in mutande avrebbe dovuto farlo da solo. Questo era l’unico modo che aveva per aiutarlo. «Sì.»
Tra i due calò il silenzio.
Luca si avvicinò e gli prese il sasso appuntito dalla mano. Cazzo se faceva freddo.
I due si osservarono da vicino, come se si stessero studiando.
Melis lo guardò negli occhi. «Fallo» gli disse, come se fosse una preghiera.
Il Cieco appoggiò il sasso sulla gamba più sana di Melis, quella ancora dentro la casa, e cominciò a premere forte.
«Mi dirai quello che hai visto?»
L’uomo disse di sì con lo sguardo. «Voglio solo che gli incubi finiscano.»
Il Cieco provocò un altro squarcio nella gamba. «Anche io.»
Il sangue zampillò sul pavimento.
Melis urlò, poi si guardò le gambe. Erano entrambe fuori dalla porta.
All’aperto, all’aria.
In una pozza di sangue.