Avevano sistemato la vecchia Fiesta in un parcheggio a pagamento, sotterraneo, in maniera tale da non essere troppo in vista, nel caso qualcuno potesse riconoscere la vettura. Ora Luca camminava di fianco a Diana, sicura, silenziosa, abituata a mostrare quella parte di sé, senza lasciar intravedere la fragilità che sempre l’accompagnava.
Lui cercava di fare la stessa cosa, mostrando il suo lato difensivo, il Cieco, quello a cui il mondo non poteva fare nulla. Arrogante, scontroso. Ma quel lato non aiutava certo a mantenere il loro rapporto in un’atmosfera da film romantico.
Arrivarono di fronte a un vecchio palazzo liberty nel centro di Milano, in zona Porta Venezia. Un edificio ad angolo, mattoni a vista, finestre in ferro battuto, contornate da decorazioni in rilievo. Sembrava di fare un tuffo nel primo Novecento.
Nel fermarsi di fronte al palazzo, il Cieco ebbe l’impressione che fossero seguiti; ma appena si volse, vide che dall’altra parte della strada non c’era nessuno. Non era l’uomo col cane che avevano visto alla stazione Centrale, e non era la polizia, perché altrimenti avrebbero già avuto le manette ai polsi.
Poteva essersi sbagliato. Ma era altamente improbabile. Diana forse non si era accorta di nulla, e Luca preferì non dire niente. Per il momento.
Dovevano concentrarsi sull’incontro che si sarebbe svolto a breve. Erano lì solo per poter incontrare una persona che da decenni vedeva la gente morta. Claudia, compagna di accademia che era diventata patologa, conquistando i gradi che l’avevano portata a guidare la sezione milanese di medicina forense, nel laboratorio di medicina legale di Milano.
Quando suonarono il campanello, nessuno chiese chi fosse. «Quarto piano» disse semplicemente la voce della donna.
«Può essere una trappola?» chiese Diana, prima di varcare la soglia.
«Sì, ci mette sul tavolo della cucina e comincia a interrogarci aprendoci lo stomaco con un bisturi.»
«Sei proprio un cretino» gli rispose lei entrando nell’edificio.
Quando furono in ascensore, Luca cercò di rimediare: «La conosco da anni. Possiamo fidarci.»
«Vaffanculo» rispose semplicemente lei. Ma non aveva cattiveria nella voce.
Uscì e aspettò che Luca la guidasse.
Claudia era già sulla porta che li aspettava. Una bella donna, in carne, capelli corti e scuri, con un seno generoso che Luca aveva conosciuto bene in passato, prima di sposare Nicole. Forse la solitudine che stava vivendo era la punizione proprio per tutti gli errori commessi in quegli anni, come padre e come marito.
Stupidi sensi di colpa. Nicole e Martina non c’erano più, non per quello che aveva fatto in passato, ma per gli errori che aveva commesso con loro. Nessuna causa ed effetto. Nessuna punizione. Esistevano solo i propri errori.
«Ti aspettavo» gli disse Claudia senza nemmeno guardare Diana. «Anzi, pensavo arrivassi prima.»
«Quindi sai già tutto.»
«Certo. Quando ho saputo del Santo, ho voluto dirigere io l’autopsia.»
Li accompagnò in salotto. La casa era come la ricordava. Sul divano in quella stanza avevano scopato la notte che Luca fu costretto a sparare il suo primo colpo di pistola in una vera operazione. Non aveva ferito nessuno, ma sapeva di non essere un operativo, un uomo di azione. Per quello c’era il suo collega Bono, un perfetto poliziotto d’assalto. Il Cieco era un agente di indagini.
Sparare contro qualcuno lo aveva scosso. E quell’operazione era solo parte del loro addestramento. Claudia si era comportata alla perfezione, lui aveva avuto le gambe che gli tremavano per tutta la giornata. Era stata lei a dirgli che sarebbe stato meglio non andare a casa in quelle condizioni.
Un bicchiere di vodka di troppo ed erano finiti a unirsi su quel divano, ancora con i vestiti addosso. Successe altre volte, ma poi smisero, cercandosi sempre meno. Quel rapporto non serviva a nulla, solo a scaricare la tensione dell’accademia. Una tensione che Nicole non poteva capire, o della quale lui non poteva investirla.
Smisero di vedersi, il Cieco e Claudia, ma rimasero in contatto per le questioni lavorative. Con quella fiducia reciproca che hanno solo due anime che si sono confortate per tanto tempo. Nessun pentimento, solo rammarico.
Si sedettero proprio sul divano che Luca conosceva bene.
«Lei è…» iniziò Luca cercando di rompere il ghiaccio.
«Diana Garbelli, lo so. Conoscevo suo padre» concluse Claudia, ma non aggiunse altro.
«Quindi…» cercò di dire Diana.
Ma la donna la interruppe: «Ti dico subito che non feci io l’autopsia sul suo corpo. Non ero ancora a capo dell’ufficio e non ho seguito quel caso.»
Luca ebbe il dubbio che l’amica stesse mentendo. Ma non era il momento di approfondire.
Anche Diana ebbe gli stessi pensieri, ma il Cieco la anticipò.
«Dimmi cosa pensi del Santo» chiese lui cambiando discorso.
«Credo che qualcuno lo abbia ucciso e abbia inscenato il suicidio in maniera volutamente goffa» disse lei.
«Fin qui c’ero arrivato anch’io senza tutti i tuoi studi» la interruppe il Cieco. Diana gli tirò un calcio sotto il tavolo.
Claudia lo guardò severa. «Mi fai finire? Altrimenti puoi anche tornare da dove sei venuto. Non mi interessa.»
«Okay, sto zitto.» Non era il momento di fare il coglione. Claudia aveva bisogno di portare avanti il suo discorso.
Lei proseguì: «Il Santo era mancino, e il foro di entrata della pallottola nella testa era sulla tempia destra. Inoltre, chi ha una certa conoscenza delle armi e vuole spararsi non lo fa alla tempia, che a seconda dell’inclinazione della canna della pistola potrebbe non uccidere sul colpo. Chi vuole spararsi lo fa con il colpo in bocca. Il Santo presumo lo sapesse benissimo. E anche il suo assassino.»
Luca acconsentì, ma non disse nulla per non innervosirla.
«Inoltre, la canna della pistola non era appoggiata alla tempia. Non vi era alcun segno. Il colpo è stato esploso a circa cinquanta centimetri dalla testa del Santo. Soltanto in seguito, prima che agisse il rigor mortis, gli è stata messa la pistola nella mano sbagliata.»
«Okay. Scusa, Claudia» disse il Cieco pacatamente, ma nervoso, «mi fa tutto molto piacere, ma di queste cose non me ne faccio un cazzo. Lo so che non sono stato io a ucciderlo. Non devi dirmelo tu. Io voglio trovare chi lo ha fatto.»
Lei sorrise, forse sapendo già dove voleva andare a parare la sua esposizione.
Diana osservava quel gioco tra due vecchi amici. Aveva capito che c’era stato qualcosa tra loro, c’era l’intesa che nasce solo tra due persone che si sono unite, nel bene e nel male, anche solo per un piccolo periodo.
Non li interruppe e si limitò ad ascoltare.
La patologa si alzò e andò verso il muro. Tolse dalla parete un quadro astratto di dubbio gusto che stonava totalmente con la struttura liberty in cui si trovavano.
«Una vodka liscia, grazie» disse il Cieco arrogante.
«Sai dove si trova» rispose lei, e aprì la cassaforte incassata nel muro digitando un codice su un tastierino numerico.
Il Cieco prese da un armadietto vicino al tavolo una bottiglia di qualcosa che Diana non riconobbe. Era un liquido scuro, in un contenitore di vetro senza etichette.
Luca la guardò. «Questa donna non ha mai voluto tenere vodka nella propria casa. Diceva che altrimenti sarebbe finita subito. Usa questo schifo di liquore che si fa da sola. Liquirizia, la chiama.»
Claudia non raccolse la provocazione di Luca.
Diana non bevve nulla. Luca si versò un primo bicchiere, lo svuotò e se ne versò subito un secondo. Come se dovesse trovare il coraggio di affrontare ciò che stava per accadere.
Il medico legale appoggiò una cartelletta sul tavolo e l’aprì, iniziando a spiegare con calma.
«Le ginocchia del Santo avevano dei lividi. Durante l’esecuzione, perché secondo me è stata un’esecuzione, lo hanno costretto a inginocchiarsi. A meno che non stesse pregando, prima di spararsi.»
Il Cieco iniziò a osservare le foto che ritraevano varie parti del corpo del Santo, il viso non c’era quasi più, distrutto dall’esplosione del proiettile. «Non credo nemmeno che sapesse come pregare. O chi pregare.»
«Probabilmente non sai molte cose del tuo amico» aggiunse Claudia.
«Spiegati meglio.» Il Cieco si scolò un altro bicchiere di liquore, tutto d’un sorso.
«Sapeva quello che stava per accadere. Non ci sono segni di violenza sul corpo. Nessuna colluttazione, nessuna resistenza fisica che abbia portato alla produzione di adrenalina rimasta nel sangue.»
«Per quelli che vogliono credere all’ipotesi del suicidio, è un’ottima prova per dimostrare che sapeva quello che stava facendo.»
«Invece?»
Diana si intromise nel discorso. Aveva capito subito cosa intendesse il medico. «Per chi ti accusa, è la prova che conosceva il suo assassino.»
Entrambe osservarono Luca che svuotò altri due bicchieri di liquirizia. Lui continuava a osservare le foto del corpo sul tavolo dell’obitorio.
«Ma…» riprese Diana cercando un’immagine proprio tra quelle foto. Fino ad arrivare a mettere sopra a tutti quegli scatti un primo piano delle mani del Santo. «Ma questi segni non mi quadrano.»
Sui polsi del Santo vi erano due strisce rosse, con del sangue raggrumato.
«Lo hanno legato» disse il Cieco. «Ma potrei essere stato io a farlo, no?»
«Certo, ma questi segni non sono stati fatti da manette di metallo o da una semplice corda» rispose Claudia.
Diana vide che i due si guardarono con uno scambio di intesa. Si erano appena detti qualcosa senza usare parole. E lei non aveva capito nulla.
«Oh cazzo!» disse Luca versando un altro bicchiere.
«Già» rispose lei.
«Cosa succede?» chiese Diana.
«Sono segni di fascette da elettricista» iniziò a spiegarle con calma Claudia, lasciando che Luca digerisse la notizia. «Fascette ben strette intorno ai polsi, fino a far lacerare la pelle quando era ancora in vita. Un brandello di queste fascette è anche stato trovato in una mano del Santo. Come se lui avesse voluto tenerlo stretto, per dirci qualcosa.»
«Che cosa?» chiese Diana.
A risponderle fu direttamente il Cieco: «Ancora lui, cazzo. Solo lui usava queste schifose fascette quando doveva impaurire qualcuno, farlo parlare, o soltanto punirlo senza usare i mezzi convenzionali della polizia.»
Diana sapeva che stava per dire di chi si trattasse. Anche se temeva di aver capito. Ma perché? Cosa c’entrava l’amico di suo padre con tutto questo? Perché arrivare a uccidere?
«Non può essere una coincidenza» aggiunse Claudia.
Luca chiuse ogni discorso: «Con Bono non esistono mai le coincidenze. Quella fascetta è un chiaro messaggio per noi. Dobbiamo smettere o qualcun altro si farà male.»