Al diavolo le sicurezze. L’odore del legno era decisamente più appagante di una protezione che avrebbe dovuto preservare… che cosa? Le dita? Un braccio? A Luca non importava più nulla del rischio di quello che avrebbe potuto fargli una stupida lama circolare. Voleva solo assaporare l’odore di un ciliegio appena tagliato, un tronco che ancora piange resina e che cerca di curare le proprie ferite come può.
Senza successo. Come lui.
Era rimasto solo nella falegnameria, come ormai accadeva tutte le sere da due anni. Il titolare lo lasciava fare. Anche perché era sottopagato e, in quei momenti dopo la chiusura, poteva fare qualcosa per sé, come la sua libreria, che stava costruendo da troppo tempo. Un oggetto che ormai pochissimi richiedevano, se non come pezzo di arredamento antico. Nessuno comprava più libri, nessuno leggeva più.
«Cazzo, Cieco, potresti rifarmi il bancone del Rimorchio!»
La voce giunse appena smise di far roteare la lama. Luca non indossava nemmeno le cuffie acustiche di protezione. Non gli interessava preservare proprio nulla di sé.
Quella voce la conosceva benissimo. Una voce ideale per il cinema, calda e avvolgente. Perfetta per le storie sul grande schermo. Ma in un’altra vita.
«Come hai fatto a trovarmi?» chiese Luca senza voltarsi, facendo ripartire la sega.
«Sei proprio arrugginito. Non è una domanda da te!» urlò l’altro.
Luca spense la macchina e abbandonò sul tavolo il proprio pezzo di ciliegio. Un legno duro, forte, resistente. Ma soprattutto profumato.
Non aveva un cazzo di voglia di parlare col Santo.
Non sapeva perché fosse venuto.
Non capiva come lo avesse trovato.
Non gli interessava confrontarsi.
Ma glielo doveva.
«Cosa vuoi?» gli chiese mentre la sega circolare stava rallentando la propria corsa.
Lui rimase in silenzio, non gli era mai piaciuto urlare. Attese che il rumore cessasse.
Non era cambiato per nulla, il Santo. Alto, robusto, con quella cicatrice sul naso che proprio Luca aveva contribuito a creargli anni prima. Uomo di poche parole, solo quelle necessarie.
Faceva freddo. Era metà del mese di novembre. L’umidità entrava fin nelle ossa, sottopelle, quella che nemmeno utilizzando un piumone spesso venti centimetri avresti sentito un po’ di tepore. Quell’umidità che non ti abbandona mai, che ti avvolge fino a raffreddare qualsiasi sentimento. E quel posto piaceva tanto a Luca, sul lago di Lugano, fuori dalla città, in campagna, in quel capannone prefabbricato, situato proprio sulla riva dello specchio d’acqua. Intorno vi erano solo mucche e, poco lontano, le montagne.
Ora, però, non si vedeva nulla. La nebbia era l’unico muro che lo proteggeva.
Ma l’amico lo aveva trovato.
«Ho bisogno di aiuto» disse il Santo, che con quel posto, lui, milanese nell’animo nonostante le origini meridionali, non c’entrava nulla.
«No» rispose Luca.
«Una persona a cui tengo ha bisogno del tuo aiuto.»
«No» ribatté, cercando di riprendere ad azionare la sega circolare. Ma il pulsante di accensione sembrava fosse sparito.
«Sei solo uno stronzo egoista che caga merda senza alcun odore» aggiunse il Santo.
Aveva ragione. A Luca non importava nulla. Aveva perso tutto quello che aveva costruito. Non aveva niente per cui lottare.
«La donna chi è?» chiese, diviso tra il voler sapere cosa spingesse l’amico a ricontattarlo e voler riaccendere la macchina per non sentirlo.
Il Santo non rispose e lo fissò. Poi si girò e fece un cenno affermativo con la testa.
Una giovane donna spuntò dal fondo del capannone. Indossava un lungo cappotto nero, sciancrato. Capelli lisci, biondi, raccolti in una castigata coda. Colletto alto e sguardo tra il triste e il severo. Aveva qualcosa in mano, un oggetto che Luca conosceva molto bene.
La guardò avvicinarsi. Capì subito che stava soffrendo. Pensò subito che non si sarebbe dovuto far coinvolgere. Luca non voleva più essere coinvolto. Non doveva essere coinvolto. Non da una donna.
Ma, cazzo, era bellissima. E stava pure male.
«Luca» aggiunse il Santo, mentre lei si avvicinava. L’amico usò il suo vero nome, non il fottuto soprannome che manteneva una distanza tra loro. Merda.
La donna era ormai a pochi passi da lui, non aveva ancora detto nulla. Arrivò al piano della sega circolare e appoggiò l’oggetto che teneva tra le mani.
«Ho bisogno di lei» disse semplicemente.
Era fregato. Da quella donna. Dalla voce. Dagli occhi. Dalla bottiglia.
Vodka. Liscia. Bianca. Trasparente come acqua. Apparentemente innocua, ma capace di infuocarti l’anima. Quell’anima che aveva già perso, bruciato, venduto anni prima.
«Non posso» rispose Luca, riuscendo a distogliere lo sguardo.
Per ridurre la tentazione che lo attirava verso quella presenza, riuscì ad accendere nuovamente la lama circolare.
Il rumore si fece sempre più forte.
Diede le spalle al Santo e alla donna. Mise le mani sul pezzo di ciliegio: era ancora caldo, piangeva, sentì la resina attaccarsi sulle mani. Lo spinse subito verso la sega, anche se questa non aveva ancora raggiunto la potenza necessaria. Voleva solo che se ne andassero.
Quel posto era stato il suo limbo, il suo purgatorio, per due anni.
Non voleva vedere nessuno.
Tutti ambiscono al paradiso, ma il Cieco pensava che fosse meglio rivivere la stessa giornata all’infinito che essere cullati per l’eternità in qualcosa che sai di aver perso per colpa tua. Luca sapeva di non meritarsi nulla.
Sperò, pregò, che se ne andassero subito.
Il legno si incastrò nella sega circolare. Un maledetto nodo nel ciliegio. Cercò di spingere più forte, ma non riuscì a liberarlo: si fermò anche la lama, senza poter andare avanti nella propria corsa.
Sapeva che ora avrebbe dovuto ascoltare ancora il Santo e le sue insistenze. Ma soprattutto avrebbe dovuto guardare nuovamente quella donna.
Un fottuto nodo. Colpa di una merdosa resistenza.
Ma quando si voltò, non c’era più nessuno dei due, né il Santo, né la donna. Solo la bottiglia di vodka liscia era rimasta dove lei l’aveva lasciata. E vicino a essa vide qualcosa muoversi, forse un ragno. Strizzò gli occhi, ma era sparito.
Il Cieco afferrò la bottiglia e uscì subito dalla fabbrica. In giro non c’era anima viva, ormai il buio aveva preso il sopravvento e intorno si vedevano solo alcune luci sbiadite.
Sul lago si stava intensificando la coltre di bassa nebbia che sanciva definitivamente l’arrivo imminente dell’inverno. Sentì l’umidità che prendeva possesso delle sue ossa. Sull’altra sponda le luci della città più vicina, Lugano, diminuivano velocemente.
Alle sue spalle c’era il bosco e la fabbrica dove si era nascosto negli ultimi due anni. Tutto per costruire qualcosa che forse non sarebbe mai stato completato.
In mano aveva solo una cazzo di bottiglia di vodka. Una tentazione troppo forte per resistere: voleva sentire ancora bruciare lo stomaco.
E quella donna. Decisa e impaurita allo stesso tempo. Chi era? Perché lo aveva cercato? Perché il Santo era persino uscito dalla sua Milano per trovarlo?
Tolse il tappo facilmente. Era già stata aperta. Probabilmente il Santo non aveva resistito senza toccarla fino a Lugano. Oppure voleva solo che il suo profumo potesse sprigionarsi leggermente, quanto bastava per aumentare la sua tentazione.
Diavolo di un Santo.
Annusò il piacevole odore dell’alcol. I sensi cominciarono a risvegliarsi. Il cuore ricominciò a scaldarsi, a battere, a farsi sentire fin nelle tempie.
Troppe domande.
Ancora lo sguardo fiero di quella donna. Non l’aveva pregato, non aveva cercato di impietosirlo.
Ma lo aveva piegato.
Assaporò ancora l’odore della vodka, senza berla. Poi inspirò il profumo del lago, dell’umidità che stava salendo, del legno che cercava riposo. Ma non bastava.
Vinceva il malefico profumo della vodka.
Doveva farlo per il Santo. Sapeva che se lei fosse venuta sola, Luca non le avrebbe nemmeno parlato. Sapeva che l’avrebbe messa alla porta. Sapeva che non avrebbe ascoltato nessuno.
Ma se il Santo chiedeva qualcosa, era perché quel qualcosa era fottutamente importante. Non solo per una donna con un bel viso. Era importante anche per il Santo. E lui stava chiedendo il suo aiuto. Un aiuto che avrebbe dovuto dare: se oggi si poteva permettere di starsene chiuso in una falegnameria a rimettere insieme i pezzi, lo doveva solo al Santo. L’unico che non lo aveva mai abbandonato.
Luca sapeva anche che quella donna lo avrebbe fatto tornare nuovamente all’inferno. E, forse, era quello che Luca voleva, per sentirsi ancora vivo. Per provare ancora qualcosa per qualcuno.
Doveva tornare a Milano.