I
DELLA FEDE NEI GIUDICI
PRIMO REQUISITO DELL'AVVOCATO
Chi fu l'inventore del motto comodo e vile habent sua sidera lites, col quale, sotto decoroso manto latino, si vuol dire in sostanza che la giustizia è un giuoco da non prendersi sul serio? Lo inventò certamente un causidico senza scrupoli e senza passione, che voleva con esso giustificare tutte le negligenze, addormentare tutti i rimorsi, scansare tutte le fatiche. Ma tu, o giovine avvocato, non affezionarti a questo motto di rassegnazione imbelle, snervante come un narcotico: brucia il foglio su cui lo trovi scritto; e quando hai accettato una causa che ti par buona, mettiti fervidamente al lavoro colla sicurezza che chi ha fede nella giustizia riesce in ogni caso, anche a dispetto degli astrologi, a far cambiare il corso delle stelle.
Per trovar la giustizia, bisogna esserle fedeli: essa, come tutte le divinità, si manifesta soltanto a chi ci crede.
Chi entra in Tribunale, portando nel suo fascicolo, in luogo di buone e oneste ragioni, secrete inframmettenze, occulte sollecitazioni, sospetti sulla corruttibilità dei giudici e speranze sulla loro parzialità, non si meravigli se, invece che nel severo tempio della giustizia, si accorgerà di trovarsi in un allucinante baraccone da fiera, in cui da ogni parete uno specchio gli restituirà, moltiplicati e deformati, i suoi intrighi. Per trovar la purezza in tribunale, bisogna entrarci con animo puro; anche qui ammonisce padre Cristoforo: omnia munda mundis.
Ti trovi a difendere una causa grave, una di quelle cause, non rare anche nel civile, in cui dalla decisione dipende la vita di un uomo, la felicità di una famiglia. Sei convinto che il tuo cliente ha ragione: non solo secondo la legge, ma anche secondo la coscienza morale, che val più della legge; sai che dovresti vincere, se al mondo ci fosse giustizia….. Ma sei pieno di timori e di sospetti: il tuo avversario è più dotto, più eloquente, più autorevole di te. Le sue comparse sono scritte con un'arte raffinata che tu non possiedi. Sai che è amico personale del presidente, che i giudici lo considerano un maestro; sai che la parte avversaria vanta protezioni irresistibili. E poi, nel giorno in cui la causa si discute, hai la netta sensazione di aver parlato male, di aver dimenticato i migliori argomenti, di aver annoiato i giudici, che invece annuivano sorridenti alla brillante arringa del tuo contraddittore.
Sei affranto e avvilito; presenti inevitabile la sconfitta; ti ripeti, colla bocca amara, che non c'è nulla da sperare dai giudici…. E invece ecco che, quando esce la sentenza, hai la inaspettata notizia che la vittoria è tua: nonostante la tua inferiorità, e l'eloquenza dell'avversario, e le temute amicizie e le vantate protezioni. Questi sono i giorni di festa dell'avvocato: quando si accorge che, contro ogni espediente dell'arte o dell'intrigo, più vale, modestamente e oscuramente, l'aver ragione.
Non tema l'avvocato modesto, magari appena principiante, di trovarsi di fronte come avversario un di quei professionisti, che per la loro dottrina, o per la loro eloquenza, o per la loro autorità di uomini politici, o anche per l'aria che si danno, si sogliono chiamare « principi del foro ». L'avvocato modesto, pur che sia convinto di difendere una causa giusta e sappia con semplicità e chiarezza esporre le sue ragioni, si accorgerà quasi sempre che i giudici, quanto più evidente è la sproporzione di forze tra i due contraddittori, tanto più sono disposti, pur dando la loro ammirazione al più valente, a dare la loro protezione al meno dotato.
Assai spesso i giudici, per la tendenza che ogni uomo sente a proteggere i deboli contro i forti, sono tratti senza accorgersene a favorire quella parte che è difesa peggio: un difensore inesperto può fare talvolta, se trova un giudice di cuore generoso, la fortuna del suo cliente.
Se hai per avversario un di quegli avvocati che sono temuti come maestri di furberie, guardati dal tentar di competere con lui in ingegnosi tranelli; meglio che dissimulare la propria inferiorità in questo genere di espedienti, vale francamente ostentarla, e limitarsi a far intendere al giudice che contro le astuzie dell'avversario tu non hai altra arma che la fiducia nella giustizia.
Ho quasi sempre vinto le cause in cui avevo come avversarî avvocati più furbi di me; ma, se non le ho vinte, son stato fiero di non trovarmi al posto del vincitore.
Osserva crudamente il Guicciardini nei suoi Ricordi che le sentenze dei nostri tribunali, con tutte le cautele processuali che i giuristi hanno escogitato per renderle meno fallaci, riescono ad esser giuste soltanto cinquanta volte su cento, proprio come quelle dei giudici turchi, passate in proverbio per esser rese alla cieca: e par che voglia fare intendere con questo che tutte le cure dedicate dai popoli civili a perfezionare i riti giudiziarî sono gettate al vento, e che meglio varrebbe, invece di illuderci nello sperare che la nostra povera logica di creature imperfette riesca mai a trovar la giustizia, seguir l'esempio del buon giudice di Rabelais, che, per esser imparziale, decideva le cause coi dadi.
È chiaro che il Guicciardini, con questa sconsolata convinzione, non era fatto per l'avvocatura, che non ama i cuori freddi: e fece bene a cambiar professione da giovane. Ma chi abbia calda vocazione per il patrocinio, vi dirà invece che, se tutte le dispendiose cure che le civiltà moderne dedicano a perfezionare le istituzioni giudiziarie servissero ad aumentare soltanto di una la percentuale statistica delle sentenze giuste, quelle cure non sarebbero sprecate: ed anche se tutto il lavoro di noi giudici ed avvocati per scorger tra la caligine il lume del giusto, fosse illusorio, anche in tal caso questa fatica prodigata senza frutto tangibile verso la giustizia, sarebbe sempre una santa prodigalità, e forse la più alta espressione di quello spirito per cui l'uomo si distingue dai bruti. Lo sforzo disperato di chi cerca la giustizia non è mai infruttuoso, anche se la sua sete rimane insodisfatta: Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia.
Ogni avvocato vive nel suo patrocinio certi momenti, in cui, dimenticando le sottigliezze dei codici, gli artificî della eloquenza, le accortezze del dibattimento, non sente più la toga che ha indosso, non vede più le toghe di cui sono ammantati i giudici: e si rivolge a loro, guardandoli negli occhi da pari a pari, con quelle parole semplici con cui la coscienza dell'uomo si rivolge fraternamente alla coscienza del suo simile per convincerlo della verità. In questi momenti la parola « giustizia » torna ad essere fresca e nuova, come se si dicesse allora per la prima volta: e chi la pronuncia si sente passar nella voce un tremito discreto e supplichevole, come quello che passa nelle parole del credente che prega.
Bastano questi momenti di umile e solenne sincerità umana a riscattare l'avvocatura da tutte le sue miserie.
L'aforisma, caro ai vecchi dottori, secondo il quale res iudicata facit de albo nigrum et de quadrato rotundum, fa oggi sorridere: eppure, a pensarci bene, dovrebbe far tremare. Il giudice ha infatti, come il mago della favola, il sovrumano potere di operare nel mondo del diritto le più mostruose metamorfosi, e di dare alle ombre parvenze eterne di verità: e poiché nel suo mondo sentenza e verità debbono alla fine coincidere, egli può, se la sentenza non si adegua alla verità, ridurre la verità alla misura della sua sentenza.
Socrate nel carcere spiega serenamente ai discepoli, con una eloquenza che mai nessun giurista ha saputo uguagliare, qual è la suprema ragione sociale che impone, fino all'estremo sacrificio, di prestare ossequio alla sentenza anche se ingiusta: il passaggio in giudicato della sentenza importa che essa si distacchi dai suoi motivi, come la farfalla che esce dal bozzolo, e diventi da quel momento inidonea ad esser qualificata giusta o ingiusta, posto che essa è destinata a costituire d'ora in poi l'unico e immutabile termine di paragone, cui gli uomini dovranno riferirsi per conoscere qual era in quel caso la parola ufficiale della giustizia.
Per questo lo Stato sente come essenziale il problema della scelta dei giudici: perché sa di affidare ad essi un potere micidiale, che, male adoprato, può far diventare giusta la ingiustizia, costringer la maestà della legge a farsi paladina del torto, e imprimere indelebilmente sulla candida innocenza il marchio sanguigno che la renderà per sempre irriconoscibile dal delitto.
Il diritto, fino a che nessuno lo turba e lo contrasta, ci attornia invisibile e impalpabile come l'aria che respiriamo: inavvertito come la salute, di cui si intende il pregio solo quando ci accorgiamo di averla perduta. Ma quando il diritto è minacciato e manomesso, allora esso, scendendo nel mondo dei sensi dal mondo astrale in cui riposava in forma di ipotesi, si incarna nel giudice e diventa espressione concreta di volontà operativa attraverso la sua parola.
Il giudice è il diritto fatto uomo; solo da questo uomo io posso attendermi nella vita pratica quella tutela che in astratto la legge mi promette: solo se questo uomo saprà pronunciare a mio favore la parola della giustizia, potrò accorgermi che il diritto non è un'ombra vana. Per questo si indica nella iustitia, non semplicemente nel ius, il vero fundamentum regnorum: perché se il giudice non è desto, la voce del diritto rimane evanescente e lontana come le irraggiungibili voci dei sogni.
Non mi è dato incontrare nella strada che io percorro, uomo tra uomini nella realtà sociale, il diritto astratto, che vive solo nelle regioni sideree della quarta dimensione: ma ben mi è dato incontrarvi te, o giudice, testimonianza corporea della legge, dalla quale dipende la sorte dei miei beni terreni.
Come non amarti, quando so che quella assistenza continua ad ogni mio atto, che il diritto mi promette, può attuarsi nella realtà solo attraverso l'opera tua? Quando ti trovo sul mio cammino e mi inchino a te con reverenza, c'è nel mio saluto una dolcezza di riconoscenza fraterna. Io so che di tutto quello che mi è intimamente più caro, tu sei custode e garante: in te saluto la pace del mio focolare, il mio onore e la mia libertà.
Da mio padre avvocato, ho udito, negli ultimi giorni della sua vita, queste parole rasserenanti:
— Le sentenze dei giudici son sempre giuste. In cinquantadue anni di esercizio professionale non una volta ho avuto da lamentarmi della giustizia. Quando ho vinto una causa, è stato perché il mio cliente aveva ragione: quando l'ho perduta, è stato perché aveva ragione il mio avversario. — Ingenuità? Forse; ma solo con questa santa ingenuità l'avvocatura, da scaltro giuoco istigator di livori, può inalzarsi fino ad essere fede operante per la pace umana.
*A distanza di quasi vent'anni, l'età mi ammonisce che, quando supposi che l'inventore del motto habent sua sidera lites sia stato « un causidico senza scrupoli e senza passione », forse mi ingannai: è più probabile che l'inventore sia stato un vecchio saggio avvocato, esperto del mondo giudiziario, il quale abbia voluto suggerire con questa massima il farmaco per calmare amarezze e delusioni, che altrimenti parrebbero insopportabili.
La rassegnazione pacificatrice, che è racchiusa in questo aforisma, può infatti servire ad evitare che in certi momenti di più grave delusione il difensore appassionato perda le staffe e prorompa in improperi non solo contro l'ingiustizia, ma ancor peggio (anche questo potrebbe accadere) contro il giudice che l'ha commessa: quando sa che l'ingiustizia non è mai effetto della incomprensione o della cattiva volontà del giudicante, ma del maligno influsso delle costellazioni, l'avvocato può sfogarsi a lanciar maledizioni contro gli astri, senza mancar di rispetto al magistrato.
Il motto ha dunque una sua utile funzione, non preventiva, ma curativa. Finché il giudizio è in corso, il difensore dev'essere convinto che l'esito della causa dipende soltanto da lui, dalla sua bravura, dal calore della sua parola: le stelle non c'entrano, e affidarsi alle stelle sarebbe un tradimento, la fuga di uno sfiduciato poltrone che non si sente capace di conquistar la vittoria colle sue forze. Ma quando la sentenza è stata pronunciata e l'innocente è stato condannato ingiustamente (come accade), allora l'avvocato, che sa di aver fatto quanto era in lui per salvarlo, non può far altro, per non lasciarsi divorare il cuore dalla disperazione, che cercare tranquillità in questo motto: le stelle; la colpa è tutta delle fatali e inesorabili stelle.
Adoprato prima della sentenza, questo dettato è deprimente, perché indebolisce la tua fede nella giustizia, il sacro fuoco che può trasformarti da difensore in eroe; ma dopo la sentenza ingiusta, è un provvidenziale calmante, che ti aiuta a ritrovare il sonno.
*Sento una voce ironica che mi commisera:
— Oh, uomo semplice, che dopo quarant'anni di avvocatura non hai cessato di creder nella giustizia: e non ti sei accorto ancora che nella sorte dei viventi, sui quali pende senza discernimento il dolore e la morte, è fatale che tutto sia ingiusto! Ti par giusto che nel passare per il sentiero il mio piede schiacci questo formicaio, e lasci intatto quello che s'apre nella zolla accanto? E ti par giusto che questo vegliardo scheletrito continui a trascinarsi al sole, e che il buio inghiotta questo fanciullo, falciato in boccio da una nottata di febbre? Sia opera cieca del caso o misterioso disegno della Provvidenza, nessun guardasigilli potrà mai garantire che da queste aule, solo perché si intitolano ufficialmente alla giustizia, sia bandita la universale ingiustizia, che è regola eterna di tutta la vita.
— Chi osa distrarmi con simili querimonie mentre vesto la toga? Queste tristi parole di scoramento le ripeterò forse tra me questa sera, solo nel mio studio, se non mi sarà riuscito di strappare alla galera l'innocente che oggi difendo. Ma ora che egli è nella gabbia e mi guarda, ora che mi alzo per parlare ai suoi giudici…. via via, questi pensieri di viltà! La giustizia c'è, bisogna che ci sia, voglio che ci sia. Voi, giudici, dovete ascoltarmi. Lasciamo gli astri nel loro cielo: aiutiamoci tra noi, qui in terra, a raddolcire da vicino, con un po' di giustizia umana, la ingiustizia lontana ed impassibile delle stelle.
*Un grande chimico mio amico, che passa la sua giornata chiuso nel suo laboratorio, mi spiegava che lo stimolo che guida lo scienziato nelle sue ricerche non è, come la gente crede, l'« amore dell'umanità », ma piuttosto il gusto tutto personale di arrischiare una ipotesi e di verificare poi, attraverso l'esperimento, se sia fondata: e la massima ricompensa per lo scienziato è il poter riscontrare che colla verità immaginata coincide la verità sperimentata.
Ma come potrebbe aspirare a questa stessa gioia il giurista? Può accadere al giurista teorico, che studia una questione in vitro, di immaginare, lasciandosi guidare da quella specie di intuito professionale che si chiama il « senso giuridico », che essa debba esser risolta in un certo modo: e di rallegrarsi poi, quando scopre nelle leggi un articolo, di cui non si rammentava, che la risolve proprio in quello stesso modo, o quando verifica, nelle successive ricerche, che in quel modo l'ha risolta prima di lui la giurisprudenza. In questi casi fortunati può accadere che anche il giurista trovi una conferma della sua previsione, che somiglia a quella ricompensa di cui va in cerca lo scienziato.
Ma quando il giurista dal campo della teoria scende in quello della pratica giudiziaria, le cose vanno in tutt'altro modo. Lo scienziato, nelle sue ricerche, ha dinanzi a sé la natura che è sempre la stessa, e si serve per interrogarla di strumenti di precisione che non cambiano di umore: tra la sua intelligenza e il fatto non c'è altro intermediario che il suo microscopio. Ma tra la previsione dell'avvocato e la verità ufficiale, che alla fine sarà scritta nella sentenza, si interpone tutta una serie di schermi, attraverso i quali il filo della previsione si ingarbuglia e spesso si spezza: misteriosi interruttori psichici, che deviano o addirittura impediscono il passaggio della corrente.
Si insegna a scuola che la verità scritta nella sentenza non è che il fatto filtrato attraverso la mente del giudice. Ma in realtà le cose sono assai più complicate: prima di arrivare alla mente del giudice, il fatto deve passare attraverso la narrazione che ciascun litigante ne fa al proprio difensore, e poi, nella fase istruttoria, attraverso le dimenticanze o le reticenze dei testimoni, e poi ancora, nel dibattimento, attraverso le ricostruzioni non imparziali dei difensori. E finalmente arriva al giudice: non da una sola strada che corra alla luce del sole, ma da due diverse strade tortuose, che in gran parte si svolgono in galleria, perché devono attraversare gli oscuri meandri dello spirito umano.
Come può l'avvocato prevedere, al momento in cui il processo si inizia, in qual modo uscirà trasformata o deformata la verità, attraverso questi itinerari segreti nei sotterranei psichici delle coscienze che partecipano al giudizio? Ciascun uomo reagisce in modo diverso e imprevedibile ai fatti esterni: ciascuno li vede, o li travede, a suo modo.
La sentenza è il resultato dialettico di questo susseguirsi di reazioni individuali, ognuna delle quali è in se misteriosa e imprevedibile. Nella sentenza non c'è soltanto il mistero finale della coscienza del giudice, ma c'è il concorso intermedio di tutta una serie di coscienze individuali, ciascuna delle quali è un'alea, di fronte a cui la previsione scientifica si arresta impotente.
L'avvocato, il quale fino dal primo colloquio garantisce al cliente l'esito vittorioso della causa, può darsi che sia un abile mestierante, ma non certo un grande scienziato. Somiglia piuttosto al giocoliere che garantisce di saper indovinare la carta che uscirà dal mazzo; qui la scienza non c'entra: è solo destrezza di mano.
*Si crede che basti leggere e coordinare le regole scritte nel codice di procedura civile o in quello di procedura pende, per avere una immagine fedele del funzionamento pratico della giustizia.
È un'illusione: i codici regolano soltanto quello che si vede, cioè la mimica formale che, nella rappresentazione giudiziaria, si presenta alla luce del proscenio. Ma il codice ignora tutta la preparazione che si compie dietro le quinte prima che lo spettacolo cominci; e soprattutto non può regolare i procedimenti psicologici che si svolgono nel segreto delle coscienze.
Per capire come il processo veramente funzioni, non basta neanche assistere alle udienze, o legger le sentenze, o studiare le statistiche giudiziarie: i riti essenziali della giustizia sono quelli che si celebrano senza spettatori nelle camere di consiglio ove si decidono le sorti delle cause, o nei consigli giudiziarî ove si decidono le sorti dei magistrati.
Da questi misteri orfici, non dalle formalità esteriori, dipende il buon funzionamento della giustizia. Anche nella procedura, come nella liturgia, esistono cerimonie esoteriche, alle quali possono partecipare solo gli iniziati: noi profani, che studiamo la procedura sui codici, ne siamo all'oscuro.
*Da quali insospettate e remote vicende personali o familiari derivano spesso le opinioni dei giudici e la sorte dei giudicabili!
Una volta in cassazione difendevo una causa relativa a un preteso vizio redibitorio di un cavallo mordace. Il compratore sosteneva di essersi accorto che il cavallo da lui comprato aveva il vizio di mordere, e chiedeva per questo la risoluzione della vendita; ma la corte d'appello aveva escluso in fatto che il cavallo fosse mordace e aveva quindi respinto la domanda. Il compratore soccombente aveva ricorso in cassazione; io difendevo il venditore; ma ero talmente sicuro che il ricorso sarebbe stato rigettato (proprio perché in cassazione non si può rimettere in discussione il fatto), che quando venne il mio turno nella discussione, rinunciai alla parola.
Si alzò allora il procuratore generale; il quale, contrariamente alla mia aspettazione, dichiarò che il ricorso era fondatissimo e che doveva essere accolto.
Il mio stupore fu tale, che, finita la discussione, non potei trattenermi dall'avvicinarmi al suo banco per dirgli:
— Eccellenza, come è difficile per gli avvocati far previsioni sull'esito dei ricorsi! In questa causa io avrei giurato che anche lei avrebbe concluso per il rigetto. — Mi rispose:
— Caro avvocato, contro i cavalli mordaci non si è mai abbastanza severi. Molti anni fa, andavo a piedi per la città, con il mio bambino per mano; e ci avvenne di passar vicino a una carrozzella ferma lungo il marciapiede. Lei non ci crederà: quel cavallaccio dall'aria innocente si voltò di scatto e addentò il braccio del mio bambino. Gli fece una ferita profonda così: per guarire gli ci volle più di un mese di cure. Da allora, quando io sento parlare di cavalli mordaci, sono inesorabile. —
*I clienti che si ostinano a voler conoscere in anticipo dal loro avvocato quale sarà l'esito della lite, non riescono a capacitarsi come tra gli imponderabili elementi dai quali questo può dipendere, entri talvolta anche la magia.
Ne ho avuta una volta una prova allucinante.
Era venuto al mio studio un benestante meridionale, che aveva vinto una causa in corte d'appello, e che ora voleva esser difeso da me in cassazione, contro il ricorso proposto dal suo avversario. Era una brutta causa e una brutta sentenza: il benestante, dopo aver venduto un podere a un contadino, si era pentito della vendita e aveva escogitato cento cavilli per ripigliarglielo: e la corte d'appello, purtroppo, gli aveva dato ragione. Lessi la sentenza, lessi il ricorso che era stato redatto in maniera molto persuasiva da uno dei primi cassazionisti di Roma, e mi convinsi che, secondo giustizia, avrebbe dovuto essere accolto: glielo dissi francamente, e mi rifiutai di accettare la sua difesa. Andò via impermalito: ma dopo più di un anno, alla vigilia della discussione, me lo vidi ricomparire dinanzi accompagnato da un altro difensore, il quale insisté perché almeno andassi io, in udienza, a dir due parole in sostegno del controricorso redatto da lui. Tanto insisté, che alla fine mi arresi; ma di nuovo gli cantai a chiare note la mia convinzione: — È una causa perduta, cento volte perduta! — Si va in udienza: ricordo con gran precisione tutti i particolari. L'avvocato del ricorrente era di solito un brillante argomentatore, un oratore piacevole, un avversario temibilissimo. Si alza per parlare, e, contrariamente ad ogni attesa, comincia a divagare, a incespicare, a perdere il filo del discorso, a contraddirsi. Non lo riconoscevo più: pensai perfino che si sentisse male. Alla fine si sedè, senza esser riuscito a far capire chiaramente le sue ragioni, che pure avevo lette esposte così nitidamente nel ricorso scritto.
Allora mi alzai io: in contrasto con questa sua sconclusionata perplessità, ebbi buon giuoco, nell'improvvisare una confutazione che convinse gli ascoltatori.
Questa fu anche l'impressione del procuratore generale: il quale si limitò a poche parole: — Leggendo il ricorso, mi ero convinto che il ricorrente avesse ragione; ma ora che ho udito parlare il suo avvocato, mi sono convinto che ha torto. Chiedo che il ricorso sia rigettato. — La situazione pareva capovolta. Il mio cliente che aveva assistito all'udienza, era esultante: uscendo dall'aula mi stringeva il braccio: — Ha visto, avvocato? Lei, che era tanto pessimista…. — Io crollavo la testa: — Non si faccia illusioni: quando ci ripenseranno in camera di consiglio, le daranno torto. — Invece gli dettero ragione: il ricorso fu rigettato. Ne avemmo la conferma la sera stessa, attraverso le informazioni ufficiose date dall'usciere.
Habent sua sidera lites.… La mattina dopo viene al mio studio il cliente, ancora eccitato per il trionfo.
— Avvocato, prima di ripartire per le mie terre, sono venuto a ringraziarla della bella vittoria. —
— Ringraziarmi? Lei non deve ringraziare me, che non ho fatto nulla per vincere questa causa; deve ringraziare l'avvocato avversario, che l'ha perduta. —
A questo punto egli mi si avvicinò, si guardò intorno, e con aria misteriosa, mi susurrò:
— Avvocato, giacchè ella mi parla con tanta confidenza, voglio essere sincero con lei. Senta: io sono credente; ieri mattina, prima dell'udienza, sono stato per due ore in chiesa a pregare il mio santo protettore (mi disse anche il nome, ma non lo ricordo), perché togliesse la parola all'avvocato avversario. Il mio santo mi ha fatto la grazia. — Nell'accompagnarlo alla porta: gli dissi:
— Spero di non rivederla mai più. —
*Una non inutile postilla.
Questa storia la raccontai una volta, insieme con tanti altri ricordi tratti dalla mia esperienza professionale, in una conferenza sul tema L'avvocato e i clienti. La raccontai così come ora l'ho scritta: assolutamente vera in tutti i suoi particolari. Ma nel raccontarla mi sfuggì di bocca, senza volere, il nome di una città.
Alla fine della conferenza, mentre ero attorniato da un cerchio di gentili amici venuti a salutarmi, si aprì il passo fino a me una giovine signora molto risoluta, che, lanciando fiamme dagli occhi, mi investì con questa invettiva:
— Lei ha vilipeso la mia regione e la religione! Mi meraviglio! —
(Anch'io, ripensando a quella storia, non ho cessato di meravigliarmi).
*Dopo la morte di un vecchio avvocato, venti anni fa, i suoi eredi, quando portarono via per venderla la mobilia del suo studio, si accorsero che la pedana di legno sotto il suo banco, sulla quale per cinquant'anni si era appoggiata la sua poltrona, era vuota e congegnata in modo da servire come ripostiglio segreto: la scassinarono, e trovarono pigiate in quel nascondiglio una quantità di carte gelose, lettere d'amore, testamenti, documenti compromettenti e vecchie fotografie impudiche. Ma soprattutto li incuriosì un calepino ingiallito, che si iniziava con un indice alfabetico, in cui erano registrati tutti i giudici della città, divisi per magistrature, ciascuno con un numero, che rimandava a una pagina.
Ogni pagina conteneva una specie di scheda biografica: nome, cognome, paternità, domicilio del magistrato; lo stesso per la moglie e per i figli. Seguivano notizie molto più precise e minuziose: l'indirizzo del barbiere e del sarto; la sarta della signora; il nome e cognome della donna di servizio; le scuole frequentate dai figli e i loro professori. Se appartiene a un partito, se è religioso (e qui il nome del suo confessore); se frequenta un circolo o un caffè; se ha qualche malattia (e qui il nome del suo medico); se è appassionato del giuoco degli scacchi o del calcio; quali giornali legge, quali libri compra; dove va in villeggiatura; chi sono i suoi amici e i suoi compaesani; se ha un fratello deputato o un cugino vescovo.
Un lavoro diligentissimo, che il vecchio avvocato, come si vedeva dalle aggiunge via via fatte con diversi inchiostri, si era dato cura di tenere aggiornatissimo fino all'ultimo giorno.
Sulla copertina di quel registro si leggeva un curioso titolo: « Le vie».
*Colla tua romantica fede nella giustizia, mandi i clienti in perdizione. Fervore, argomentazioni eleganti, belle frasi generiche commoventi ed argute, e ogni tanto un inno all'onestà: precisione, dottrina, eloquenza, letteratura, moralismo. Verba generalia: tutto resta lì. Ma il tuo avversario, che non soffre di queste debolezze, conosce un'altra arte. Invece di studiar la causa, sa che bisogna studiare gli uomini che devon deciderla; invece di cercar la soluzione nei codici, dove non ci sono che formule astratte, bisogna cercarla nei giudici, analizzandoli amorevolmente ad uno ad uno, nella loro vita, nei loro dolori, nelle loro speranze: esaminarli contro luce, per scoprire in ognuno di essi il varco segreto: amicizie, ambizioni, malattie, anche manie: il bigliettino innocente dell'uomo politico, il ricordo dell'amico d'infanzia, le quattro chiacchiere scambiate al tavolino di un caffè, la partita a carte, il salotto della moglie, una poltrona per il teatro, talora il consiglio autorevole di un alto prelato: e via dicendo. E la causa è vinta; senza bisogno di perder le nottate a sfogliare i repertorî di giurisprudenza.
— Non credo che questo sistema dia frutti migliori del mio; in ogni modo, ognuno ha il suo metodo. Io sono uno di quelli che continuano a credere che per farsi dar ragione dal giudice non ci sia altro da fare che rispettare le regole della procedura: indossare la toga e rivolgersi a lui a voce alta, in udienza, in modo che tutti sentano; e non andare a trovarlo a casa per parlargli a quattr'occhi, o attenderlo nel corridoio per bisbigliargli quattro parolette nell'orecchio.
Questo è il metodo dell'avvocato come io lo intendo: i clienti sono avvertiti. Io me ne trovo bene; se poi essi preferiscono prestazioni d'altra natura, allora non cerchino un avvocato: è meglio che si rivolgano a un venditore di fumo. —