La comunità
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Secondo una parte influente della società laica moderna non c’è destino più disonorevole di quello che ci condanna a essere «persone qualunque», perché questa categoria comprende il mediocre e il conformista, il pedante e il provinciale. Ogni persona assennata dovrebbe volersi distinguere dalla massa ed «eccellere» comunque, a seconda del proprio talento.
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Ma, per la dottrina cristiana, essere una persona qualunque non è una calamità perché secondo uno dei principali insegnamenti di Gesù tutti gli esseri umani, per quanto ottusi, poco dotati e ignoti, sono creature di Dio, e pertanto degne del rispetto che dobbiamo a ogni Sua opera. Per san Pietro, ciascuno di noi partecipa della «natura divina», e questo sfida coraggiosamente l’idea che alcuni siano destinati alla mediocrità e altri alla gloria. Nessuno è escluso dall’amore di Dio, ribadisce il cristianesimo, conferendo autorità divina alla necessità di rispettarsi reciprocamente. Ad accomunarci agli altri è ciò che di più amabile serbiamo in noi.
Il cristianesimo ci invita ad andare al di là delle differenze superficiali esistenti fra gli individui e a guardare alle verità universali, sulle quali costruire un senso di comunità e di affinità. Alcuni di noi possono essere crudeli o intolleranti, tardi o insensibili, ma ciò che dovrebbe trattenerci dal formulare giudizi affrettati e contribuire a unirci è il riconoscimento della nostra comune debolezza. Alla radice dei nostri difetti ci sono sempre due fattori: paura e desiderio d’amore.
Per incoraggiare il senso di fratellanza universale, Gesù ci esorta a guardare gli adulti come se fossero bambini. Non esiste un mezzo più efficace nel trasformare il nostro atteggiamento verso il prossimo, perché in questo modo ci sentiamo più propensi a esprimere la comprensione e la generosità che dimostriamo naturalmente nei confronti dei più piccoli. Così, per esempio, saremo più propensi a far passare per birichinata una cattiveria e per eccessiva vivacità l’arroganza. Odiare un bambino può essere difficile quanto odiare una persona che dorme: con gli occhi chiusi e i lineamenti rilassati, una persona addormentata suscita in noi sentimenti d’amore e protezione, tanto che ci sentiamo imbarazzati se, in aereo o in treno, ci capita di sedere accanto a un passeggero immerso nel sonno. L’espressione del suo volto tradisce un’intimità che ci fa dubitare dell’idea che le normali relazioni sociali si fondino sulle regole della cosiddetta indifferenza «civile». Secondo il cristianesimo, nessuno può esserci estraneo se siamo disposti a riconoscere che gli altri condividono i nostri stessi bisogni e le nostre stesse debolezze. Nulla è più nobile e più umano del percepire che, nelle cose che contano, siamo sostanzialmente uguali al prossimo.
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L’idea che gli altri non siano così indecifrabili o sgradevoli come può sembrare ha risvolti importanti anche in merito all’ossessione per lo status poiché il desiderio di distinguersi socialmente è in gran parte alimentato dalla repulsione per tutto ciò che comporta l’essere persone qualunque. Quanto più consideriamo umiliante, piatta, vile o ignobile una vita qualunque, tanto più forte sarà il desiderio di cambiarla. Quanto più la comunità è corrotta, tanto più intense saranno le attrattive del successo e dell’affermazione personale.
Fin dagli albori, il cristianesimo ha puntato a rafforzare, sia dal punto di vista pratico sia da quello teorico, il senso di appartenenza a una comunità, per esempio con i rituali del servizio liturgico o la musica sacra, che sanciscono i momenti in cui, grazie a un intermediario trascendente, gruppi di estranei dimenticano i pregiudizi nei confronti degli altri.
Immaginiamo di unirci a un gruppo di estranei, radunati fra le mura di una cattedrale per ascoltare la Messa in si minore di Bach («la più grande composizione musicale di tutti i tempi e di tutti i popoli», Hans-Georg Nägeli, 1817). In questo caso, sono moltissimi gli elementi che ci differenziano: età, reddito, abiti e background sociale e culturale. Magari non abbiamo mai scambiato una parola con chi ci sta vicino e siamo imbarazzati all’idea di incrociare il nostro sguardo con il suo, ma l’esecuzione musicale avvia un processo che è anche di alchimia sociale. La musica dà espressione a sentimenti che fino a poco prima apparivano confusi e assolutamente privati, e i nostri occhi potrebbero riempirsi di lacrime di sollievo e di gratitudine per il compositore e gli orchestrali, che hanno reso percettibili, e perciò accessibili a noi e agli altri, i moti della nostra anima. Violini, voci, flauti, contrabbassi, oboi, fagotti e trombe producono un suono che porta in luce le zone più intime e sfuggenti della nostra psiche. Inoltre, la natura pubblica dell’esecuzione ci consente di renderci conto del fatto che, se gli altri rispondono come noi alla musica, allora forse non sono tanto indecifrabili come credevamo. Le loro emozioni corrono su binari paralleli ai nostri e sono suscitate dai medesimi suoni; perciò, a prescindere dalle differenze nell’aspetto e nel comportamento, abbiamo tutti qualcosa in comune, e da qui può nascere un legame che va molto al di là dell’ascolto di un concerto. Grazie al potere della musica corale, in un gruppo di estranei, all’apparenza tanto diversi fra loro, potrebbe nascere col tempo un’intimità simile a quella dell’amicizia; è in queste occasioni, infatti, che rinunciamo più facilmente alle convenzioni sociali e, anche se per poco, ci sentiamo disposti ad accogliere un’immagine più piacevole dei nostri simili.
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Ma, com’è naturale, l’immagine che abbiamo del prossimo non può essere bella quanto quella di una cattedrale. La sfera pubblica è di solito molto meno suggestiva e rassicurante, e per questo cerchiamo in tutti i modi di rendercene indipendenti, sia fisicamente sia psicologicamente.
Esistono paesi in cui la disponibilità di alloggi, trasporti, istruzione e assistenza sanitaria è tale che i cittadini cercano naturalmente di sottrarsi alla collettività e preferiscono barricarsi dietro solide mura. Il desiderio di raggiungere uno status elevato è più sentito proprio quando la normalità equivale a condurre una vita che non soddisfa un’esigenza, per quanto modesta, di dignità e di benessere.
Esistono comunità cristiane (sono soprattutto protestanti, ma non è molto facile trovarle) in cui si avverte tangibilmente, persino nell’architettura degli edifici, il pubblico rispetto per alcuni princìpi e valori, e nelle quali la necessità di rifugiarsi nel privato è meno avvertita. Quando le strutture e gli spazi pubblici di una città suggeriscono un aspetto di magnificenza, è raro che chi vi abita coltivi ambizioni di gloria personale. In questo caso, essere un cittadino comune può anche essere un destino sopportabile. Nella più grande città svizzera il desiderio di possedere un’automobile per non dover condividere l’autobus o il treno con estranei è molto meno sentito che a Los Angeles o a Londra, grazie alla rete tranviaria eccellente, pulita, sicura, calda e edificante per la puntualità e per l’impiego delle tecnologie più avanzate. Non c’è ragione di viaggiare soli quando, per pochi franchi, un mezzo pubblico vi porta da un capo all’altro della città con un livello di efficienza e di comfort che farebbe invidia a un imperatore.
Tra gli insegnamenti del cristianesimo che possiamo prendere a modello e applicare all’etica quotidiana c’è quello che ci spinge a scoprire il valore di ogni essere umano e, cosa ancor più importante, a ripensare gli spazi e i modi di questa scoperta. Essere persone normali, allora, non sarà più considerato un triste destino, e nello stesso tempo il desiderio di primeggiare sugli altri o di isolarsi dietro solide mura si attenuerà a vantaggio del benessere psicologico di tutti.
In una comunità cristiana ideale il timore di vivere accanto ai vincenti sarà mitigato da una fondamentale eguaglianza nella distribuzione della dignità e delle risorse. La forbice che separa coloro che hanno successo e prosperano da coloro che falliscono e colano a picco risulterà meno tagliente.
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