Introduzione

Non ricordo quando ho cominciato a pensare di scrivere un libro sul mio lavoro per la missione Rosetta. Sicuramente, però, ricordo il momento in cui mi resi conto che Rosetta era molto più di una missione che aveva occupato la maggior parte della mia vita professionale, dal giorno della mia nomina a responsabile delle operazioni, nel novembre 1996, fino alla sua fine gloriosa, il 30 settembre 2016. Fu il lunedì 17 novembre 2014, l’inizio della settimana lavorativa che seguiva quei tre giorni incredibili in cui il modulo di atterraggio Philae, dopo aver raggiunto la superficie del nucleo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, era rimasto attivo e aveva svolto ininterrottamente il suo lavoro scientifico, raccogliendo foto e misure dirette di questo mondo straordinario e alieno, fino a spegnersi per l’esaurimento della carica della sua batteria principale, il venerdì sera precedente.

Era un giorno di novembre come tanti a Darmstadt, nella Germania centro-meridionale, con quel clima continentale che produceva una coltre di nubi, o meglio di nebbia alta, che rendeva tutto grigio e cupo ininterrottamente, per mesi e mesi. Come tutti i giorni, arrivato poco prima delle otto e lasciata la mia auto al parcheggio coperto dell’ESOC, il centro di controllo dei satelliti dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea, dove lavoravo da trent’anni, avevo percorso a passo normale il breve tratto all’aperto che mi separava dall’edificio F, dove, al primo piano, si trovava il mio ufficio. Non faceva troppo freddo, ma l’umidità dell’aria e il buio non lasciavano dubbi sulla stagione autunnale avanzata. Entrando nel mio ufficio feci i soliti gesti per arrivare alla scrivania di legno. I mobili dell’ufficio erano antiquati, di un legno chiaro, non molto elegante e piuttosto usurato. Ma vi eravamo tutti affezionati: avevano servito tutti i capi dipartimento delle operazioni di missione – il mio ruolo attuale – da sempre, o almeno da quando potevo ricordarmene io. Mi sedetti al mio posto e feci per accendere il computer, ma mi fermai subito. In quel preciso momento venni assalito da una specie di depressione improvvisa. Mi domandavo: ma adesso dove la trovo la forza, la motivazione per ritornare al lavoro di tutti i giorni? Quale progetto futuro, quale missione spaziale tra quelle in corso o in preparazione mi potrebbe portare a sfide tecnologiche e scientifiche paragonabili a quelle appena raggiunte con Rosetta? Chiaramente la risposta era: niente che potesse avvenire nel corso dei miei ultimi anni di carriera.

Fu solo un attimo, subito superato una volta acceso il computer, che mi trascinò immediatamente, quasi senza accorgermene, nella routine. Bastò però quel momento per farmi pensare di raccontare al più presto questa avventura, prima di dimenticarne i dettagli e le emozioni. Un diario sulla storia incredibile di Rosetta, che per diciotto anni aveva occupato gran parte della mia vita professionale e anche privata. E da quel diario gradualmente nacque l’idea di raccontare quegli anni e le esperienze umane uniche che avevo vissuto con il mio team, con i colleghi, con gli amici e con la mia famiglia.

Nei due anni seguenti passai la maggior parte del mio tempo libero – poco, a dire il vero – scavando nella memoria, riscoprendo vecchi documenti, per ricostruire i momenti della missione che nella mia mente erano stati i più significativi. Cominciai dalle fasi iniziali di preparazione, per poi raccontare i momenti più esaltanti e quelli più difficili del lungo volo nello spazio all’inseguimento della cometa. Era un racconto di vent’anni. Un periodo in cui il mondo era cambiato molto, mentre noi costruivamo e vivevamo da vicino, e in prima persona, l’avventura di Rosetta. Quando cominciammo a lavorare su Rosetta, nel 1996, Bill Clinton era appena stato rieletto per il suo secondo mandato come presidente degli Stati Uniti. I Talebani controllavano gran parte dell’Afghanistan. Poco più tardi Kofi Annan sarebbe stato eletto segretario generale delle Nazioni Unite. La Francia, con Chirac presidente, effettuava un ennesimo test atomico nell’atollo di Mururoa, mentre il governo tedesco, ancora guidato dal cancelliere Helmut Kohl, era immerso nello sforzo immane di portare avanti la riunificazione delle due Germanie che solo pochi anni prima, nel 1990, si era improvvisamente realizzata. La mattina del 12 settembre 2001, poche ore dopo l’attacco terroristico alle torri del World Trade Center a New York, noi eravamo sempre lì, in sala controllo, a eseguire i test di validazione del nostro sistema di controllo collegato in remoto a Rosetta, che si trovava in una camera bianca1 dell’Alenia di Torino. Poi, nel giugno 2005, con Rosetta già in volo, ricevemmo la visita all’ESOC del cancelliere federale tedesco Gerhard Schröder, pochi giorni dopo la sua decisione di indire elezioni anticipate nella speranza di rafforzare il supporto al suo governo vacillante – una decisione che mise fine pochi mesi dopo all’era Schröder e segnò l’avvento di Angela Merkel alla Cancelleria.

Alla fine della missione, vent’anni più tardi, il mondo occidentale era passato attraverso almeno due lancinanti crisi finanziarie. Donald Trump era appena stato eletto presidente degli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Europa era immersa in una crisi esistenziale, provocata prima dall’indebolimento dell’euro a seguito della crisi finanziaria mondiale, poi dall’improvviso aumento del flusso di rifugiati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, e infine dal referendum sulla Brexit e dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il mondo, insomma, era cambiato. Era più instabile e complesso. Anche lo spazio era cambiato, con la rapida espansione delle imprese commerciali, l’intenzione della Russia di ritornare a essere la potenza spaziale di un tempo e, fattore da non sottovalutare, la crescita costante del programma cinese. E con una specie di crisi di identità delle agenzie spaziali tradizionali, come la NASA e l’ESA, che adesso riflettevano su come riformare le loro strutture e su quale sarebbe stato il loro ruolo nel futuro delle attività spaziali.

In questi vent’anni di cambiamento Rosetta aveva occupato le nostre vite, quelle professionali ma anche in gran parte quelle private, perché le sfide che presentava erano uniche, le emozioni legate a questa storica missione enormi, e la passione del piccolo team che era stato chiamato a guidare questa missione nello spazio profondo era senza limiti. Ci eravamo messi al lavoro senza davvero renderci conto della dimensione storica della missione, ma allo stesso tempo consci delle sfide tecniche e ingegneristiche che dovevamo affrontare. Eravamo come una ciurma, solidale, attenta, presente. Che avrebbe dovuto solcare un universo di difficoltà che tanti ritenevano praticamente invalicabile. C’era molto lavoro da fare, e non avevamo idea di come farlo. Avevamo qualche anno davanti a noi prima del lancio, e in totale una quindicina d’anni prima di arrivare all’obiettivo: il nucleo di una cometa. Non c’era tempo da perdere, ma nemmeno motivo di disperare. Non ancora. Poi ci eravamo tuffati in questa avventura unica, e ne eravamo usciti dopo due decenni. Le nostre famiglie erano cresciute, noi eravamo cambiati, così come erano cambiati nel frattempo molti dei compagni di viaggio, gli uomini e le donne della ciurma. E quando la missione finì eravamo ancora tutti lì, nelle profondità dello spazio interplanetario, a più di settecento milioni di chilometri di distanza dalla Terra. La fine di Rosetta, la nostra compagna silenziosa che aveva attraversato l’universo verso una prospettiva inimmaginabile appena qualche decennio prima, ci fece ritornare di colpo – e stavolta per sempre – sul nostro pianeta, anch’esso profondamente cambiato.

Il mio racconto di Rosetta è ovviamente tutto personale. Intimo e singolare. Anche i compagni di avventura che vi appaiono sono pochissimi rispetto alle migliaia di persone che, in periodi più o meno lunghi durante i vent’anni in cui si snoda il racconto, hanno contribuito con il loro lavoro al successo di questa missione. Anche se li conoscessi tutti – cosa ovviamente impossibile – non potrei citarli uno per uno. La scelta di chi appare nel racconto può dunque sembrare arbitraria, ma sicuramente non è dettata da una mia personale classifica di importanza. Molti sono semplicemente persone che mi sono state vicine negli anni di Rosetta, che si sono succedute nei vari ruoli chiave. Altri appaiono perché hanno giocato un ruolo in particolari momenti. Altri ancora non appaiono per niente, nonostante abbiano anch’essi condiviso con me tante vicissitudini, tanti giorni e notti di intenso lavoro, tante emozioni. Tutti, citati o no, sono stati importanti, ciascuno ha dato un suo contributo unico alla missione.

Ringraziamenti

Prima di tutto voglio ringraziare l’Agenzia spaziale europea, che ha dato fiducia e supporto a quel gruppo di scienziati visionari che negli anni Ottanta del secolo scorso, prima ancora che la sonda Giotto incontrasse e ci mostrasse per la prima volta il nucleo di una cometa, avevano proposto una missione futuristica e ambiziosa come Rosetta. Anche negli anni difficili l’ESA ha continuato a puntare molto su questa missione, anche quando la NASA la giudicava troppo rischiosa, anche quando un problema con il lanciatore Ariane ha rischiato di farla fallire ancora prima della partenza.

Ringrazio l’industria aerospaziale europea, l’Astrium (oggi Airbus Defence and Space), l’Alenia (oggi Thales Alenia Space) e la miriade di piccole e medie aziende che hanno progettato e costruito ogni parte di questa meravigliosa sonda, dai sistemi più sofisticati fino all’ultimo bullone. Ci hanno messo magari qualche anno, ma prima o poi tutti hanno capito che con Rosetta forse non si facevano molti soldi, ma si faceva piuttosto – e non era poco – la storia del volo spaziale.

Naturalmente ringrazio tutti coloro che hanno lavorato alla missione, dagli scienziati ai tecnici dell’industria ai membri del mio team, che erano più vicini a me, e che hanno fatto volare Rosetta per dodici anni nel profondo dello spazio interplanetario. Tutti hanno contribuito a questa missione storica con il loro lavoro, la loro esperienza, le loro idee e sacrifici, ma soprattutto con la passione, senza la quale certe imprese non sarebbero realizzabili, e nemmeno pensabili.

Ringrazio mia moglie Lucilla e i miei figli Bianca e Marco, che hanno accolto Rosetta come un membro della famiglia e l’hanno seguita e sostenuta per vent’anni, sopportando senza lamentarsi che in certi momenti, e forse in troppe occasioni, si accaparrasse tutta la mia attenzione, lasciando a loro solo quel poco che restava del mio tempo.

Infine voglio ringraziare coloro che mi hanno spinto a scrivere e pubblicare la mia avventura. Da Michele Santoriello, del Consolato generale d’Italia di Francoforte sul Meno, che mi ha incoraggiato e messo in contatto con il mondo dell’editoria, ad Amedeo Feniello, che con il suo entusiasmo, la sua esperienza e il suo supporto mi ha convinto a tirare fuori dal cassetto le note di vent’anni e a farle diventare una storia da raccontare.

1 Una camera bianca è una sala speciale dove la polvere dell’aria viene filtrata ed eliminata, per proteggere le parti delicate della sonda.