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Hermano è riuscito a sfuggire, per l’ennesima volta, alla cattura. Gli rimangono poche righe da leggere e poi, forse, sarà in grado di individuare il nascondiglio del tesoro. Ma non è facile, neppure per un delinquente incallito come lui, riuscire a scrollarsi di dosso chi cerca di assicurarlo alla giustizia.
Messico, luglio 2017
«Quella sapeva il fatto suo», pensò Hermano mentre riguadagnava la stanza nel motel texano di Odessa, dove aveva fatto ritorno dopo l’incursione di Toba Oshman. Non poteva trattarsi di un’agente governativa: non sarebbe stata sola. Men che meno di un’emissaria dei cartelli. Rimaneva una sola possibilità: doveva trattarsi di un membro del leggendario equipaggio del Williamsburg. Questo stava a significare che gli uomini che avevano raccolto l’eredità di quel nano maledetto avevano tutta l’intenzione di continuare a ficcare il naso nei loro affari. Bene, avrebbe pensato anche a loro. Per il momento Hermano si sdraiò sul letto e si abbandonò alla sola attività che riusciva a distoglierlo dai suoi desideri di vendetta.
4 luglio 1867
Ho fatto fatica per racimolare quello che Lee ha chiesto con un telegramma: candelotti di dinamite, rotoli di miccia, inneschi. Per fortuna i magazzini dell’hacienda sono assai forniti, altrimenti non ne sarei venuto a capo. La difficoltà maggiore è stata reperire le armi dei pellerossa: non è facile trovare frecce e tomahawk Comanche. Dunque, un ragazzo che lavora a Santa Isabel, un mezzosangue, le ha costruite una a una, in barba alla fretta del Demone che si era raccomandato la massima celerità. Sono riuscito però a recuperare tempo prezioso alla frontiera: i messicani erano tutti presi a guardare gli americanos che facevano festa. Oggi è l’Independence Day, la ricorrenza della loro indipendenza dal regno di Gran Bretagna. Il carro che conducevo ha valicato il confine senza essere fermato.
7 luglio
Giunto in Texas, mi sono attenuto alle istruzioni dirigendomi verso Horsehead Crossing: quella è l’unica sorgente d’acqua nel raggio di settanta miglia. Sosta obbligata per il convoglio.
10 luglio
Ho impiegato quasi quattro giorni per coprire le duecentocinquanta miglia che separano la città di El Paso dalla mia destinazione. Mancano solo dieci miglia all’abbeveratoio di Horsehead Crossing. Mi sono fermato dove Lee mi aveva indicato, poco distante da Castle Gap. Non è stato un viaggio facile. Ho seguito la via più breve, quella chiamata Sentiero dei Comanche, ma il terreno era dissestato e ho corso il rischio che la dinamite, pur imballata a dovere, esplodesse facendomi saltare in aria. Ho avuto l’accortezza di portare scorte d’acqua per me e per i cavalli del tiro. E la fortuna di non imbattermi in predoni pellerossa: i carri isolati figurano tra i loro bottini più frequenti.
12 luglio
Il Demone mi ha raggiunto a tarda sera. Mi ha offerto il suo cavallo, chiedendo in cambio il mio carro con tutto il materiale che contiene. Mi sono rifiutato e ne è nata un’aspra discussione.
«Chi mi garantirà di ricevere la mia parte del tesoro?» gli ho chiesto.
«Ti devi fidare di me», ha risposto, portando la mano verso la fondina.
Sono stato più veloce di lui. Lee si è trovato la canna della mia pistola davanti al naso.
«Voglio delle garanzie», ho ripetuto.
A quel punto il Demone mi ha chiesto il permesso di slacciarsi il cinturone. Lo ha fatto con movimenti lenti: sapeva che avrei premuto il grilletto alla prima mossa falsa. La cintura nascondeva una tasca segreta e da quella Lee ha estratto una pietra, un diamante giallo paglierino di enorme caratura.
Ignoro il modo infame con cui quell’assassino ne sia entrato in possesso.
«Ecco», ha detto il Demone, «questa è la cosa alla quale più tengo di tutto il tesoro degli Asburgo. Te la consegno in pegno, a patto che mi lasci il carro con la dinamite e tutto il resto. Tornerò a prendere la Luce di Dio quando avrò sistemato la faccenda.»
Mi è parso uno scambio sensato, ma ho continuato a tenerlo sotto tiro fino a che non l’ho visto allontanarsi con il mio carro.
5 agosto 1867
Lee non è tornato e non tornerà mai più. Non credo se la sia svignata con il bottino: sarei venuto a saperlo. Quello che penso è che sia accaduto qualcosa e che adesso, da qualche parte in Texas, sia nascosto uno dei più ricchi tesori di ogni tempo.
A quel punto il diario perdeva la sua cronaca pressoché quotidiana e segnava un salto nel tempo.
20 marzo 1884
In tutti questi anni non ho mai smesso di cercarlo. Ne sono certo: il tesoro di Massimiliano è là, da qualche parte nel deserto texano. Ma io ormai sono troppo vecchio. Oggi Esteban compie vent’anni. Gli farò dono del diamante giallo che mi diede in pegno il Demone, con la speranza che i bagliori di quella pietra magnifica lo invoglino a proseguire nella ricerca. Anche se Esteban, lo scrivo con rammarico, sembra solo interessato alle donne di facili costumi. Forse non è avido come Carlos Ruiz solo perché non ne ha bisogno: Santa Isabel, che ho amministrato negli anni in maniera più che oculata, è una fonte di reddito inesauribile. Sono stato incerto a chi consegnare il diamante, se a mio figlio Benito o a Esteban. Ma, alla fine, mi è parso giusto che lo abbia Esteban, che è il mio primogenito. Sua madre Estela e io ci amavamo e abbiamo continuato ad amarci nonostante Carlos Ruiz. Solo la morte è riuscita ad allontanarla da me.
Hermano richiuse il libriccino. Il deserto texano di cui scriveva il suo avo era a poche miglia da Odessa. Per la prima volta nella sua vita il gigante tremò, come percorso da un brivido di febbre. Ed era quella che gli scorreva ormai nelle vene: febbre dell’oro. Solo una cosa doveva fare prima di avventurarsi a cercare quello che, in fondo, gli apparteneva: comunicare al capo del cartello Unitario la sua momentanea indisponibilità.
«Ricapitoliamo», disse Sara scorrendo i suoi appunti mentre, a bordo del Williamsburg, Oswald e Bernstein la ascoltavano attenti. «Questo apparecchio è stato rinvenuto in un cestino dei rifiuti da Toba poco prima che fosse ferita da Hermano. Sul telefono, che ho appena finito di esaminare, le impronte digitali di Benito Domodo Junior proliferano come in una coltura batterica. Questo apparecchio ha avuto, però, vita più breve di quella di una farfalla: ha inviato un solo messaggio. Abbiamo scoperto che era indirizzato a un telefono in dotazione alla sezione penale del tribunale di Tijuana. Ma quel cellulare non risulta assegnato. Probabilmente è stato fatto sparire da qualcuno che opera con disinvoltura all’interno del Palacio de Juzgados Penales. A questo punto vi faccio una domanda: avete dei sospetti?»
Breil e Bernstein pronunciarono il medesimo nome nello stesso istante: «Pedrera...»
Nelle loro voci si avvertiva tuttavia l’incertezza di chi non vuole ancora accusare un servitore della legge, un uomo che si era mostrato, fino a quel momento, prezioso.
Terminata la riunione, Bernstein si presentò nuovamente nello studio di Breil.
«È stato attivato un altro dei cellulari acquistati negli Stati Uniti, maggiore. Ha avuto uno scambio di messaggi, ma non ho fatto in tempo ad avviare la procedura per intercettarli. Pochi minuti dopo, però, ne è partito un altro. Questo: ’Il succhiasangue è un infame. Provvedere subito. H’. Così ha scritto Hermano a un utente di cui non conosciamo l’identità.»
Hermano aveva attivato le solite procedure di sicurezza e inviato un messaggio al capo del cartello Unitario: «Lascio che il clima si raffreddi un po’ e rimango negli Usa. Sarò al Fairfield di Crane, in Texas, per controllare alcuni affari di famiglia. Per qualche giorno potrei non essere reperibile. Se ha necessità, mi lasci qui un messaggio e risponderò appena possibile».
Non trascorse molto tempo che, sul telefono di Hermano, comparve la risposta: «Ti ho detto di non utilizzare mai questa linea! In questo preciso istante il Succhiasangue è nel confessionale con il nostro sbirro preferito. Bisogna provvedere».
Hermano non credeva ai suoi occhi: Francisco Castrero, il Succhiasangue, era uno dei loro migliori venditori, puntuale nei pagamenti, immacolato con la giustizia... ecco, sì, forse troppo immacolato.
«Nessun problema per la linea: neppure il padreterno potrebbe leggere i messaggi che ci scambiamo. Faccio provvedere per entrambi?» digitò Hermano.
«Solo il nostro. L’altro ci può essere ancora utile», rispose il capo.
Un paio di minuti dopo Hermano inviò ai suoi l’ordine di eliminare il traditore.
«Il succhiasangue è un infame. Provvedere subito. H.», scrisse al suo gruppo di fuoco di Agua Caliente.
Il commissario Pedrera lo ripeteva spesso: la lotta ai cartelli del narcotraffico è come una partita a scacchi. Movimenti studiati, attenzione costante alle mosse dell’avversario, ipotesi sulle intenzioni di chi ti sta di fronte.
Quello che tutti vedono e che il mondo teme sono i narcos che si ammazzano nelle strade, i pusher che spacciano davanti alle scuole, i ragazzi uccisi da una siringa piantata nel braccio. Ma non sono solo le conseguenze a dover essere combattute. Se si vogliono scardinare le radici di quell’universo marcio, si deve essere abili nel giocare a scacchi e nel raccogliere anche i sussurri portati dal vento.
Pedrera si era allontanato dal Williamsburg con calma. A un vecchio segugio come lui non erano sfuggiti i due uomini che, fingendosi altrimenti impegnati, tenevano d’occhio la nave e i suoi occupanti.
«Sarò costretto», si disse il commissario, «a chiedere a Breil il permesso di utilizzare le sue vie di fuga per sbarcare senza essere visto. Per questa volta mi servirò dei vecchi, buoni metodi di un tempo.»
Entrò nello spaccio di alcolici appena fuori dal porto. Girò tra gli scaffali senza perdere di vista per un solo istante l’uomo che si era piazzato davanti alle vetrine. Quindi esibì il tesserino a un commesso stralunato e si fece indicare l’uscita secondaria. Indossò il soprabito che teneva appallottolato nello zainetto e uscì non appena vide arrivare il taxi che, nel frattempo, aveva chiamato. Salito in auto, contrattò con l’autista il prezzo della corsa fino a Tijuana. Durante il tragitto si assicurò più volte che nessuno li seguisse e costrinse il taxista a compiere delle manovre diversive antipedinamento.
Quando scese dal taxi nel centro di Tijuana, l’autista si segnò.
Pedrera riprese a entrare e uscire da negozi e portoni, si mischiò tra la folla di un mercato, varcò la porta principale di una chiesa tornando all’aperto dall’uscio della sagrestia. Infine imboccò risoluto l’ingresso dell’Hospital de Prado nel quartiere di Agua Caliente.
Francisco Castrero lavorava da sempre come infermiere addetto ai prelievi. La facciata insospettabile gli aveva consentito di incrementare una seconda occupazione, meno utile socialmente, ma assai più redditizia. Castrero era uno tra i più attivi capizona del cartello. Aveva iniziato come spacciatore e poi, via via, si era guadagnato alcune posizioni nella scala gerarchica della malavita. Dalle sue mani, ogni settimana, passavano decine di chili di droga purissima, che venivano poi immessi nel mercato. Il cartello di Tijuana riponeva in lui la massima fiducia.
Pedrera era arrivato a Castrero anni prima, seguendo una partita di cocaina. Quando aveva raccolto prove sufficienti per incastrarlo, si era presentato in ospedale. Aveva scoperto il braccio sinistro e, prima che l’infermiere gli infilasse l’ago per il prelievo, aveva detto: «Vedi quanto mi fido di te, Castrero? Ti offro anche le mie vene. Quelli del cartello non farebbero altrettanto: se ti sbattessi al fresco per una decina d’anni, saresti sostituito in poche ore. Ti lascerò libero di muovere tutta la maledetta droga che vuoi. A patto che tu mi dica ciò che voglio sapere».
Da allora Castrero aveva aggiunto una terza attività alle due che già svolgeva: era diventato anche il confidente del commissario Pedrera.
Il commissario sedette e appoggiò il braccio sul sostegno. «Sei davvero un maestro, Francisco», disse quando l’ago gli penetrò la vena. «Non ho sentito che un pizzico.»
«Che cosa vuoi sapere?» chiese Castrero, spiccio.
«Almeno due parole di cortesia, amico mio. Non essere così rude», scherzò il commissario.
«Ho paura, Pedrera. I tempi sono difficili...»
«Immagino. Per un onest’uomo come te...» disse Pedrera sarcastico.
«C’è poco da scherzare, commissario. È in corso una rivoluzione. La Flashdream sta per arrivare anche in Messico. I capi ci hanno convocato e ci hanno imposto di sostituire le vecchie sostanze con quella. Il nuovo cartello ci ha investito molto: dicono che, prima che i nostri concorrenti riescano a sintetizzare una sostanza analoga, saranno necessari mesi. Sa che cosa significa, in questo mercato, avere mesi di vantaggio sulla concorrenza?»
«Chi è il capo del nuovo cartello?»
«Nessuno lo conosce. Dicono che soltanto Hermano sappia chi sia», rispose Castrero.
«Per quando è programmata la consegna della prima partita di Flashdream?»
«Aspetto la comunicazione nelle prossime ore», disse Castrero, estraendo l’ago e sciogliendo il laccio emostatico.
«Voglio essere informato subito», ordinò Pedrera.
«Sarà fatto, commissario, appena...»
Francisco Castrero, detto Succhiasangue, non finì la frase. Due uomini a volto coperto abbatterono la porta con un calcio. Uno imbracciava un fucile a pompa con la canna mozza. L’altro impugnava una pistola e copriva le spalle al collega. Castrero si girò proprio nell’istante in cui il fucile vomitava la sua carica di pallettoni d’acciaio. La testa dell’infermiere esplose in un’infinità di frammenti. Il corpo, decapitato, compì una mezza capriola all’indietro per la forza d’urto e quindi cadde sul pavimento in preda a convulsioni.
Pedrera d’istinto si lanciò dietro la scrivania in un angolo della stanza ed estrasse la pistola d’ordinanza. Riuscì a esplodere un solo colpo prima che gli assassini si dileguassero nei corridoi dell’ospedale. «Inutile inseguirli, meglio sparire subito», pensò il commissario.
Pedrera rinfoderò l’arma e prese zainetto e impermeabile, mentre lo assillava il dubbio di esserseli tirati dietro lui stesso, quei maledetti killer. Fu allora, mentre guadagnava un’uscita secondaria e si sistemava alla meglio il soprabito infilato di fretta, che la sua mano avvertì, nella tasca interna dell’indumento, lo spessore di un oggetto poco più grande di un bottone. Pedrera capì che si trattava di un geolocalizzatore miniaturizzato ancor prima di vederlo. Ripensò a quando avesse usato quel soprabito: nel giorno di pioggia in cui lo avevano rimosso dall’incarico.
Appena riuscì a riprendere fiato, il commissario contattò Bernstein.
«Hanno ucciso un mio informatore», disse.
«Il Succhiasangue?»
«Come fa lei a saperlo?» rispose il commissario. «Penso di sapere chi sia il nuovo capo del cartello.»
«Ci siamo arrivati anche noi. Incontriamoci davanti al Palacio de Juzgados Penales.»
«Il tempo di arrivare.»
I corridoi del Palacio de Juzgados erano uguali a tutti quelli dei palazzi istituzionali. Porte un po’ scrostate che si aprivano sugli uffici di magistrati, cancellieri e impiegati. Ma lì, fra tutte le altre, spiccava quella blindata del procuratore capo del pool antinarcos.
Fuentes era seduto alla sua scrivania.
«Signore, ci sono qui il commissario Pedrera e il signor Bernstein. Chiedono di parlare con lei», gracchiò la voce del piantone nell’interfono.
«Li faccia passare», rispose il magistrato.
Fuentes indicò due poltroncine ai nuovi venuti e continuò per una manciata di secondi a leggere alcune carte che aveva sulla scrivania. Poi alzò gli occhi e li guardò.
«Chiedo scusa, ma ho del lavoro urgente da sbrigare», disse. «La lotta al narcotraffico non conosce pause.»
«Appunto per questo siamo qui, Fuentes.»
«Mi sembrava, commissario, che il suo nuovo ufficio prevedesse un altro genere di incarichi...» disse il giudice.
«Io non mi adatto a incarichi di altro genere», ribatté Pedrera.
«Se ritiene di essere vittima di mobbing, potrà sempre far ricorso, commissario», lo incalzò il procuratore.
«Non sarà questo il mio caso. Posso vedere il suo telefono, o meglio, tutti i telefoni di cui dispone, Fuentes?» chiese schietto il poliziotto.
«Non capisco i toni e la domanda, commissario. Sembra quasi che...»
«Sembra quasi che io sia qui per arrestarla, dottor Fuentes. In flagranza di reato. Poi penserò a formalizzare il mandato.» Pedrera allentò il fermo della fondina, senza impugnare ancora l’arma.
«Commissario, ma è impazzito?» esclamò il procuratore.
«La accuso formalmente di essere il capo del nuovo cartello Unitario, nato dalla fusione di quello di Tijuana con quello di Sinaloa», disse Pedrera, appropriandosi del cellulare appoggiato sulla scrivania del magistrato. «Tenga le mani in vista, dottor Fuentes.» Solo a quel punto il commissario estrasse la pistola.
Ma il procuratore, mentre portava le mani sul piano della scrivania, premette il pulsante dell’allarme sotto al mobile.
Gli uomini di guardia fecero irruzione nell’ufficio del magistrato qualche secondo più tardi, le armi spianate. La scena che si trovarono davanti non lasciava dubbi: il giudice Fuentes, stimato procuratore generale antidroga, era minacciato da un commissario appena rimosso dall’incarico.
I poliziotti non esitarono: spararono un primo, poi un secondo colpo. Entrambi andarono a segno e Pedrera cadde a terra; un foro preciso all’altezza del cuore e l’altro alla base del collo. Il commissario era morto.
Bernstein obbedì quando gli fu ordinato di alzare le mani. In un istante venne ammanettato e trascinato fuori dalla stanza.
Fuentes sembrava spaventato: «Mi stavano minacciando. Avevo scoperto che Pedrera era il nuovo capo dei cartelli».
Dopo aver rilasciato una dettagliata deposizione a un collega, il giudice abbandonò il Palacio. E fece perdere le sue tracce.
Hermano osservava l’aspro territorio che lo circondava. Quei luoghi brulli e desertici erano rimasti inviolati da sempre. Poco era cambiato da quando erano attraversati dalle piste che conducevano a nord. Restavano ancora le tracce in terra battuta dei sentieri che portavano verso le montagne e si perdevano nel cuore del Texas: Comanches Trial, Horsehead Crossing, Butterfield Trial, Pecos River, Castle Gap.
Comanche e cercatori d’oro li avevano percorsi e adesso toccava a lui. Quel tesoro antico gli apparteneva: i suoi avi avevano contribuito a sottrarlo ai legittimi proprietari. Era suo e con quello avrebbe vissuto come un re per il resto dei suoi giorni, senza paura di finire appeso sotto un ponte.
Un rumore: qualcuno stava risalendo la pista a piedi. E ansimava.
Hermano estrasse l’arma e si nascose dietro una roccia. Un uomo avanzava nel paesaggio desertico, tra i cactus che spingevano le loro lunghe braccia verso il cielo infuocato dal sole. Ci volle un po’ prima che il gigante lo riconoscesse. Ma quando l’altro giunse a tiro, Hermano esclamò: «Giudice Fuentes?»
«Quel maledetto di Pedrera», disse Fuentes cercando di riprendere fiato, «ha scoperto tutto. Credo abbiano intercettato alcuni nostri messaggi. Sono riuscito ad allontanarmi. Ma tra qualche giorno saranno sulle mie tracce.»
«Come è riuscito a trovarmi?»
«Avevi scritto che saresti andato al Fairfield di Crane. Non sapevo con che nome ti saresti registrato, ma uno con la tua corporatura non passa inosservato. Hai detto al portiere di essere un geologo in missione, sono venuto a cercarti qui: mi sembra che di pietre ce ne siano a profusione...»
Fuentes era l’uomo più astuto che Hermano avesse mai conosciuto. Tacergli la verità non sarebbe servito e lui aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse. «Quelle montagne», disse Hermano indicando i rilievi, «nascondono un tesoro.»
«Nascondono cosa?» chiese il giudice allibito.
«Mi ascolti, Fuentes. Visti gli ultimi sviluppi, ci servono soldi per sparire per sempre dalla circolazione. C’è un tesoro nascosto da qualche parte qui intorno...»
Dopo cinque giorni in cella di isolamento, Bernstein comparve davanti a un magistrato del pool antinarcos, anche grazie alle pressioni dell’ambasciata israeliana in Messico.
«Il suo superiore, il giudice Fuentes, è l’insospettabile capo del cartello Unitario ed è pronto a invadere i mercati della droga con una nuova sostanza pericolosissima», disse Bernstein d’un fiato.
«Certo», rispose sarcastico il magistrato. «E io sono Batman... Non dica sciocchezze!»
«Ripeto quello che ho detto, signore. Mi metta a confronto con Fuentes.»
«Impossibile.»
«Perché impossibile?»
«Il giudice Fuentes è in missione. Nessuno conosce destinazione e motivo della trasferta. Il nostro lavoro è esposto a costanti rischi: meno i cartelli sanno delle nostre indagini, meglio è.»
«Io penso, invece, che si sia dato alla fuga.»
«Signor Bernstein, mi dispiace per il suo ambasciatore a Città del Messico, che ha perorato la sua innocenza con foga, ma sono costretto a rimetterla al fresco, dato che non mi ha fornito ragioni valide per giustificare la sua presenza nella stanza di un alto magistrato messicano minacciato da un poliziotto corrotto.» Così dicendo, il giudice premette sul pulsante per farsi aprire la cella degli interrogatori.
«Il telefono!» esclamò d’un tratto Bernstein.
«Quale telefono?» chiese il magistrato.
«Quando il commissario Pedrera è stato ucciso, si era appena messo in tasca il cellulare di Fuentes. Provate a guardare tra i messaggi. Ci sono buone probabilità che troviate delle sorprese.»
Sul telefono personale del procuratore venne rinvenuta traccia di uno scambio di messaggi con un apparecchio in uso al latitante Benito Domodo, conosciuto anche come Hermano. I messaggi erano stati cancellati, ma la loro stessa esistenza fu sufficiente per accendere una serie di dubbi negli inquirenti.
Bernstein venne rilasciato con l’obbligo di non abbandonare il paese e comunicare al giudice i suoi spostamenti.
A una settimana dalla morte del commissario Pedrera, non si avevano notizie del giudice Fuentes.