20
Due vite così distanti l’una dall’altra, quella di un principe e quella di uno spregiudicato allevatore centroamericano, paiono invece unite da un misterioso e inossidabile filo. Quel legame si chiama Messico e il collante sono due diamanti di grande caratura, uno dei quali è di un raro colore giallo paglierino.
Trieste, Castello di Miramare, ottobre 1863
L’Arciduca Massimiliano d’Asburgo e Lorena camminava pensoso nei viali dell’orto botanico della sua residenza. Sembrava voler placare i dubbi che lo tormentavano osservando le piante rare che popolavano il giardino del castello. Al suo fianco, il fido giardiniere Anton Jelinek non mancava di attardarsi a descrivere le meraviglie botaniche che il principe si fermava ad ammirare.
«La sequoia, Vostra Altezza», lo informò Jelinek, «ha sofferto un poco durante il viaggio dalle Americhe. Ma sono certo che si riprenderà. Storia diversa sarà quando, ripresasi del tutto, si ricorderà di essere la specie arborea più grande in natura...»
Il nobiluomo aveva proseguito, dirigendosi verso un’aiuola in cui era stato ricreato l’habitat desertico con cactus e piante spinose.
«Credete che io possa convivere con queste piante originarie del lontano Messico, mio fedele Anton?» chiese l’Arciduca.
«Voi, Altezza, potete convivere con qualsiasi forma vivente. Siete un sovrano illuminato e liberale. Sotto la vostra guida anche i cactus più ostinati perderanno le spine.»
«Questa è piaggeria!» sorrise Massimiliano.
«Dico la verità, Altezza. E mi avvalgo del privilegio di cui godo nel trascorrere buona parte del mio tempo in vostra compagnia. Una persona come voi riesce a superare ogni distanza e meritare il rispetto di sudditi e potenti. Persino in un paese lontano e sconosciuto come il Messico. Si vocifera da più parti che laggiù stiano aspettando solo voi per rimettere ordine nella loro travagliata storia.»
«Non so quanto risponda a verità che i messicani reclamino un europeo alla guida della loro nazione», disse Massimiliano, dando voce finalmente al suo dubbio.
«Perdonatemi, Vostra Altezza», ribatté ancora Jelinek, che non era solo un giardiniere, ma un consigliere saggio, con un forte ascendente sul sovrano. «Il Messico è attraversato da moti sanguinari e da un profondo malcontento. Sono certo che la vostra esperienza e la vostra indole liberale riusciranno a sedare ogni insoddisfazione in breve tempo. Poi potrete valutare con calma se quanto affermano i notabili messicani sia vero e decidere di conseguenza.»
La delegazione messicana giunse al castello di Miramare il 3 ottobre. La sala in cui fu ricevuta era illuminata da un gigantesco lampadario a gocce. I ritratti degli appartenenti alla Casa Reale d’Asburgo adornavano le pareti in una sfilata di sguardi severi. Massimiliano rimase in piedi dinanzi al portavoce della delegazione. E parlò solo quando José Maria Gutierrez Estrada ebbe terminato di leggere il proclama. In quelle righe, la richiesta cui Massimiliano era preparato da qualche mese: la totalità del popolo reclamava il nobile Asburgo alla guida del Messico.
«Iddio, la Storia, la mia Nazione e il mio popolo vi chiedono di accettare, Vostra Altezza», concluse in crescendo Gutierrez Estrada.
La risposta di Massimiliano fu decisa: «Sono pronto», disse l’Arciduca, «a condurre il Messico e la sua gente verso la libertà e il mondo moderno. Evviva il Messico!»
Dall’alto della collina di Santa Isabel, nelle giornate terse, si scorgeva il confine settentrionale del Messico, distante appena qualche decina di miglia. La villa, un elegante edificio di tre piani in stile coloniale, si trovava all’estremità settentrionale della proprietà: un appezzamento di quasi venticinquemila acri che un certo Carlos Ruiz, un facoltoso emigrante rientrato in patria, aveva pagato in contanti, dopo aver fatto fortuna all’estero.
L’unica cosa che l’uomo si rimproverava era la risposta d’impulso data all’ufficiale dell’immigrazione, quando gli aveva chiesto le generalità. «Carlos Ruiz», aveva risposto lui di getto, declinando il suo vero nome dopo averne utilizzati tanti fittizi. Ma aveva poco o nulla da temere: la vecchia storia dell’omicidio di un poliziotto messicano era ormai un caso archiviato. E i conti con il Demone potevano considerarsi chiusi, vista la distanza che li separava.
Così il señor Carlos Ruiz si era stabilito a un migliaio di chilometri dalla natia Tijuana: agli occhi della gente doveva apparire come uno dei tanti che erano partiti in cerca di fortuna e uno dei pochi ritornati dopo averla trovata.
Appena acquistato l’appezzamento e averlo battezzato El Rancho de Santa Isabel, Ruiz iniziò una serie di lavori radicali: dapprima edificò le stalle, i granai, le rimesse per le macchine agricole e, infine, la villa. Nel rancho lavoravano quasi duecento persone nei periodi di raccolto e Ruiz era considerato alla stregua di un benefattore.
Ma le notti di Ruiz trascorrevano solitarie in quella casa troppo grande per lui. L’uomo mise gli occhi su Estella, la più avvenente delle ragazze impiegate nell’hacienda. Cominciò a blandirla con regali e promesse. Poi la tolse dalla cura delle bestie nelle stalle e la prese in casa come domestica. Una notte entrò nella sua stanza. La ragazza non si oppose, conosceva ormai la generosità con cui Ruiz l’avrebbe ricompensata. Quando infine rimase incinta, Estella si insediò nella villa padronale come una regina, moglie del señor senza esserlo davvero.
Paride Domodo de la Croix, braccio destro di Ruiz, si aggirava nervoso nel maestoso ingresso della villa padronale di Santa Isabel. Appena Carlos Ruiz si affacciò al ballatoio dello scalone d’accesso ai piani superiori, l’uomo cominciò ad agitare il giornale che stringeva in mano.
«Avete letto le ultime notizie, don Carlos?» chiese, mentre Ruiz scendeva le scale.
«Le ultime notizie della capitale arrivano qui con giorni di ritardo. Che cosa è successo, Domodo?»
«Un austriaco!» L’uomo alzò la voce. «Vogliono mettere un austriaco sul trono dell’impero messicano!»
«Non credo cambierà molto...» commentò Ruiz, mentre una cameriera gli allacciava i bottoni del colletto della camicia e uno stalliere gli calzava i lucenti stivali da cavallerizzo.
«E chi sarebbe questo straniero che violerà i deserti messicani con le sue orme?» continuò Ruiz, facendo segno ai domestici di levarsi di torno.
«L’Arciduca Massimiliano di Asburgo e Lorena!»
«Massimiliano!» esclamò Carlos non riuscendo a nascondere il suo stupore.
«Lo conoscete?»
«Mai avuto l’onore», mentì Ruiz.
«Un nemico dei francesi!» affermò de la Croix in un impeto di patriottismo.
Paride Domodo si vantava spesso di avere sangue francese nelle vene. In realtà la madre di Paride, donna di vita in un bordello messicano, era rimasta incinta di un assiduo frequentatore del casino, un ufficiale francese spedito in avanscoperta per conto del suo esercito nel Nord del paese. Il bambino era cresciuto senza un padre, ma la donna aveva aggiunto al suo cognome quello del capitano, lasciando intendere, in maniera nemmeno troppo velata, chi fosse il genitore di quella creatura.
Domodo de la Croix era un ometto tutto nervi, capace, tuttavia, di intrattenere ottimi rapporti con i potenti. Carlos Ruiz si serviva di lui per aprire quelle porte che sembravano inaccessibili.
«State tranquillo, señor Domodo», proseguì Ruiz. «Chiunque posi piede su questa terra lo fa con il beneplacito di Napoleone III.»
«Non posso darvi torto, señor Ruiz», argomentò Domodo dopo un istante di riflessione. «Il Messico interessa molto a Napoleone, soprattutto dopo che il nostro paese ha deciso di sospendere il pagamento del colossale debito che ha sottoscritto con alcune nazioni europee, Francia in testa.»
«Vedete che i nostri ragionamenti conducono alla stessa conclusione? Napoleone non rinuncerebbe mai al Messico, e favorire un sovrano fantoccio altro non fa che tirare acqua al suo mulino. State tranquillo, Domodo: saranno necessari secoli prima che l’occupazione dei francesi abbia termine. Quelli se ne andranno da qui solo dopo aver spremuto dal Messico fino all’ultima stilla di ricchezza.»
«Siete voi adesso, don Carlos», rispose l’ometto, «a sposare le mie convinzioni: se le cose stanno come voi dite, tanto vale dichiarare la nostra cieca fedeltà all’esercito d’occupazione francese mentre aspettiamo che questo sovrano raggiunga il Messico e cominci a governare. Ma adesso andiamo: il contratto è pronto alla firma. E sarà l’accordo commerciale più importante da quando avete fondato Santa Isabel.»
Il sedicente proprietario terriero e il suo factotum salirono sul calesse e raggiunsero il centro della città di El Paso del Norte. Lì, in municipio, Carlos Ruiz siglò un favoloso accordo per la fornitura di carne bovina all’esercito d’occupazione.
«Bien», disse il generale Huguet, posando la penna ancora inchiostrata sul foglio di carta assorbente. «Da questo momento voi, signor Ruiz, e la Francia siete uniti da un vincolo indissolubile. Se presterete fede agli accordi che abbiamo testé sottoscritto, diventerete ricco. Ma vi avverto: se doveste ritardare una sola consegna, potreste causare problemi all’esercito più temuto al mondo. E con la Madre Francia non si scherza.»
«Si tratta di una fornitura colossale, generale Huguet...»
«Ma avete assicurato...»
«Che avrei fatto fronte ai quantitativi contrattuali. E così sarà. Lasciate però che vi domandi una cosa: viste le bestie macellate in ordinativo, avete intenzione d’incrementare la vostra presenza in Messico?»
«Si tratta di segreto militare, signore. Ma un’indiscrezione posso farvela: il nuovo corso che inaugurerà l’imperatore del Messico, Massimiliano d’Asburgo e Lorena, avrà certamente bisogno di un supporto adeguato. Ogni angolo nasconde un rinnegato e quel nanerottolo di Benito Juárez sembra attirarli come una calamita.»
«Ci farete l’onore di essere nostro ospite a cena, eccellenza?» chiese Domodo con il tono untuoso che usava con i potenti. «Un paio d’ore di calesse e saremo a Santa Isabel. Potrete così assaggiare le prelibatezze locali... e anche qualche ’bellezza’, se farà piacere a voi e ai vostri uomini.»
«Vi sono grato per l’offerta, signori. Ma il viaggio che mi attende è ancora lungo. Dovrò chiudere il giro dei contrattisti e rientrare a Città del Messico quanto prima per organizzare le cerimonie di accoglienza per il nuovo imperatore.»
Il velato accento d’ironia con cui Huguet pronunciò il titolo di Massimiliano non sfuggì a Ruiz e avvalorò la sua tesi: i francesi avrebbero continuato a comandare e l’imperatore avrebbe rappresentato il parafulmine sul quale far ricadere le furie dei messicani per le angherie compiute da chi comandava davvero.
«Avete trovato un alloggio confacente alla vostra persona, eccellenza?» chiese ancora Domodo.
«Mah... alloggiamo al Baja California, una bettola che si fa passare per albergo. Comunque, come immaginerete, noi militari siamo avvezzi alle scomodità.»
Il generale Huguet era accompagnato dal suo aiutante di campo, il capitano Balive, e da una scorta composta da un sottufficiale e cinque uomini. Viaggiavano in borghese per non attirare attenzioni: in giro scorrazzavano bande di ribelli pronti a far la pelle a chiunque indossasse la divisa dell’usurpatore.
Il viaggio era stato estenuante: per molti giorni il mare era montato in tempesta, sballottando il veliero come un fuscello. Poi, ringraziando il cielo, Mateus e Leticia erano approdati a Veracruz. Si erano uniti a una carovana di minatori e avevano attraversato l’istmo di Tehuantepec per raggiungere il porto di Salina Cruz sulla costa pacifica messicana. Lì si erano riposati per alcune settimane e Mateus era riuscito a trovare lavoro come scaricatore al porto.
Per la prima volta il ragazzo aveva sentito parlare dai suoi compagni di fatica del grande presidente Juárez, dell’odio dei messicani verso gli oppressori francesi, della volontà del popolo di riconquistare la libertà. E quei discorsi avevano alimentato i sogni della sua anima giovane e ribelle.
Raggranellata una somma sufficiente a pagare le spese di viaggio, lui e Leticia avevano di nuovo preso il mare verso Ensenada. Poi avevano affrontato un percorso via terra.
Ancora qualche miglio e avrebbero raggiunto la loro meta, El Paso, la città nella quale, così aveva confidato loro il marinaio, si era rifugiato il misterioso messicano con la borsa zeppa d’oro e di banconote.
La città era un agglomerato di case basse e squadrate, attraversata da strade di terra battuta. I carri che le percorrevano sollevavano nuvole di polvere rossastra che il vento si affrettava a disperdere.
Mateus entrò in un edificio piuttosto malmesso sulla cui facciata era dipinta un’insegna: HOTEL BAJA CALIFORNIA. Contrattò con l’uomo al bancone il prezzo di una stanza e uscì di nuovo in strada. Contò rapidamente quanto aveva in tasca e annuì: almeno per quella notte avrebbero riposato in un letto vero e mangiato cibo caldo. La Provvidenza avrebbe pensato ai loro bisogni per i giorni a venire.
Leticia tirò un sospiro di sollievo: si sentiva stremata. Salirono in una stanza d’angolo malconcia e disadorna, ma vi trovarono una tinozza di rame colma d’acqua calda. Si lavarono a turno, poi si sdraiarono finalmente rinfrancati.
Quando Mateus le si fece vicino, Leticia lo fermò.
«Aspetta. Prima mettiamo qualcosa sotto i denti. Svengo dalla fame», disse.
In sala da pranzo c’erano solo due altri tavoli occupati: in un angolo un uomo cenava solo, in un altro un gruppo di francesi finiva il pasto. Quando, dopo aver bevuto l’ultimo sorso di vino dal suo bicchiere, il più anziano si alzò da tavola, gli altri balzarono in piedi per salutarlo e uno lo seguì su per la scala che conduceva alle camere. «Militari», pensò Mateus.
Il generale Huguet si fermò sulla porta della sua stanza.
«Capitano Balive, appena rientriamo provvederete a sostituire gli uomini della scorta», comandò.
«Sarà fatto, signor generale», rispose solerte il capitano.
«Nelle alte sfere pensano che gli ufficiali della logistica non siano uomini in guerra: il meglio tocca al fronte e gli altri si dividono le mezze tacche che restano. Ma, se non ci fossimo noi, neppure mangerebbero. Quelli che ci hanno affibbiato come scorta sono avanzi di galera! Speriamo di non averne mai bisogno, altrimenti non scommetterei un soldo sulla nostra pelle. Mi raccomando, capitano. Domattina sveglia all’alba e partenza immediata. Non abbiamo tempo da perdere e, per fortuna, abbandoneremo questa città puzzolente.»
Mateus e Leticia mangiarono con voracità. Solo quando ebbe lustrato il piatto con un pezzo di pane il ragazzo alzò gli occhi.
«Mi sono meritato il premio che mi hai promesso?» chiese alla sua compagna.
«Ancora non ho deciso», rispose Leticia ridendo e intanto, sotto al tavolo, accarezzò la gamba di lui con il piede nudo. Era perfino più bella con i capelli sciolti, ancora umidi dopo il bagno.
I militari francesi, alle loro spalle, li guardavano da un pezzo. Uno si alzò e, barcollando, si avvicinò al loro tavolo. Gli altri, ubriachi e scomposti, si apprestarono a godersi la scena.
«Voi due state offendendo la pubblica morale», disse in un pessimo spagnolo.
«Perdonatemi, signore. Noi non stavamo offendendo nessuno...»
«... e se lo abbiamo fatto, siamo pronti a scusarci», intervenne Leticia.
«Chiede scusa, la sgualdrina!»
Mateus fu più veloce di un lampo. Si alzò e affibbiò al francese una testata in pieno naso. L’uomo fece un passo indietro, si portò le mani al volto e si accasciò a terra.
I commilitoni scattarono in piedi, ma quello che sembrava il più alto in grado smorzò le loro mire belligeranti: «Fermi! Non ho nessuna intenzione di finire nei guai per aver scatenato una rissa in una bettola messicana. Il primo che alza un dito, lo arresto io stesso. Pierre era ubriaco e se l’è cercata».
Mateus fece un cenno alla ragazza ed entrambi lasciarono la sala. Tre dei francesi seguirono con lo sguardo la coppia mentre saliva le scale.
Il giovane rimase qualche tempo in silenzio, aspettando che la rabbia sbollisse. Fu Leticia a cercarlo. «Sdraiati sulla pancia, caballero. Un massaggio è quello che ti ci vuole per allentare la tensione.»
Furono sufficienti pochi passaggi delle mani della ragazza sulla schiena. Mateus si voltò e, afferrata Leticia saldamente tra le braccia, tentò di baciarla. Maliziosa, lei si ritrasse, si allontanò e poi cedette. Il bacio fu lungo e intenso, preludio di un piacere che, da lì a poco, li avrebbe travolti. Dopo mesi di viaggio, stenti, notti all’addiaccio e sacrifici.
La ragazza ridacchiò quando si accorse che il vecchio letto cigolava. Lui la baciò ancora, slacciandole i bottoni del vestito. In un attimo furono nudi. La candela sul comodino riempiva di ombre la stanza e i loro giovani corpi.
«Dio, come sei bella!» esclamò Mateus.
«Stavamo proprio pensando la stessa cosa. Alzati e tieni le mani sopra la testa, campesino!» Il militare francese era in piedi vicino alla porta, un revolver in mano. Altri due gli erano alle spalle.
Mateus si affrettò a coprire con il lenzuolo la sua compagna.
Il francese sorrise: «Gesto inutile, campesino. Ma aumenterà il piacere della scoperta. E non vi preoccupate, vi pagheremo il servizio. Spero solo che siate meno esosi del proprietario di questa stamberga: ha preteso una fortuna per consegnarci la chiave di questa camera e andarsene fuori dai piedi».
«Signore, vi invito a uscire subito dalla stanza mia e di mia moglie», disse Mateus alzando volutamente il tono della voce.
«È inutile che gridi, fringuellino.» Il francese spinse la canna del revolver sin dentro la narice del ragazzo. «Questa stanza è lontana da tutte le altre. Ma adesso vediamo la bella muchacha...»
Era il momento di distrazione che Mateus aspettava. Quando il militare spostò gli occhi su Leticia, il giovane scattò come una molla e con il piede colpì prima l’arma, che volò in un angolo della stanza, e poi la bocca dell’uomo. Quando provò a imprecare, il soldato riuscì soltanto a sputare sangue e una manciata di denti. Poi un secondo colpo, alla base del collo, lo spedì all’altro mondo.
Gli altri due erano rimasti immobili a un passo dalla porta, intontiti dalla tequila ingurgitata. In una frazione di secondo Mateus valutò quale sarebbe stato il più reattivo e puntò verso di lui tenendo sotto controllo l’altro con la coda dell’occhio. La colluttazione durò pochi istanti, i due francesi non ebbero quasi il tempo per reagire.
«Vestiamoci! Questi non ci metteranno molto a risvegliarsi», disse Mateus alla ragazza.
«E l’altro?»
«Non credo si risveglierà più su questa terra. Andiamo.»
Percorsero il corridoio e scesero in silenzio la scala. L’albergo, a malapena illuminato da qualche lanterna, sembrava deserto.
«Voi due, seguitemi!» sussurrò una voce dal buio.
«Stai fermo o ammazzo anche te!» rispose impaurito Mateus.
«Mantieni la calma. Sono qui per aiutarvi. Ho visto la scena in sala da pranzo e ho tenuto d’occhio i francesi. Ma hai fatto tutto da solo. Adesso però dobbiamo tagliare la corda: quei maiali non perdonano chi malmena i loro scagnozzi.»
«Credo... credo che uno sia morto», disse Mateus.
«Allora sei proprio nei guai, ragazzo. Svelti, fuori di qui e seguitemi.»
«Perché state facendo questo, signore?» chiese poco dopo Mateus, mentre, protetti dal buio, fuggivano nelle vie polverose e deserte di Tijuana.
«Sono un ufficiale dell’esercito repubblicano del presidente Benito Juárez. Avremo abbastanza tempo per stare assieme nei prossimi giorni e raccontarci le nostre storie», disse l’uomo dirigendosi sicuro verso il deserto, dove lo attendeva una decina dei suoi uomini.
«Bentornato, colonnello!» disse uno di questi portando la mano al sombrero in segno di saluto. «Vedo che avete fatto proseliti», aggiunse, indicando Mateus e Leticia.
«Questo giovane ha coraggio da vendere e mani pericolose come armi: ha appena fatto fuori un francese. Starà con noi fino a che le acque si saranno calmate.» Quindi il colonnello si rivolse a Mateus: «Sai stare in sella, ragazzo?»
«Sì, señor.»
«Bene, lui e la ragazza monteranno il cavallo di scorta. E adesso andiamocene, prima di trovarci addosso tutto l’esercito francese.»
Il viaggio fu lungo e faticoso.
Raggiunto l’oceano, dopo una dozzina di giorni di marcia, trovarono riparo tra i ruderi dell’antica missione gesuita di El Descanso. Ogni notte, avrebbero acceso un fuoco sulla spiaggia deserta, in attesa che un’imbarcazione li venisse a prelevare.
«Speriamo che i nostri compagni arrivino presto: non siamo al sicuro qui», disse il colonnello, appena i suoi ebbero finito di montare l’accampamento. Finalmente ebbe tempo di spiegare a Leticia e Mateus chi fosse. «Mi chiamo Arturo de Preitas. Mi trovavo in quella stamberga per seguire il generale Huguet: è il responsabile degli approvvigionamenti e del servizio informazioni dell’esercito francese. Riuscire a tagliare i rifornimenti di vettovaglie, vestiario e armi ai diecimila uomini di stanza in Messico sarebbe la più importante delle nostre vittorie. E invece che cosa ha spinto voi due, dal lontano Brasile, fino al mio paese?»
«Siamo sulle tracce di un uomo, colonnello. Un malvagio che ha distrutto la nostra vita, un assassino. Con i suoi misfatti quest’uomo è diventato infinitamente ricco, si porta dietro l’odore del denaro.»
«Conoscete il suo nome?»
«Poco conta quello che mi ha riferito un marinaio: si trattava sicuramente di un nome falso. Ignoro come si faccia chiamare qui in Messico, non so neppure che faccia abbia. Ho in mente solo una voce e un’ombra, quella che ha ammazzato mia madre. Eppure sono convinto che lo troverò.»
Il Rough Stone navigava sicuro. La solida struttura dello schooner sembrava non sentire i mari che aveva solcato da quando Jacob Hekert l’aveva acquistato. Da allora, il veliero non aveva conosciuto soste.
I ragazzi Hekert, la pelle scurita dal sole, erano appostati a mezzanave. In navigazione, Rachel aveva compiuto dodici anni, Gad diciassette. Il Rough Stone era diventato la loro casa.
«Adesso!» disse Gad puntando il sestante verso il sole.
Rachel rispose pronta: osservò il cronometro declinando ora, minuti e secondi.
Rapidamente il loro padre riportò i calcoli appena fatti sulla carta e sentenziò: «Mancano ancora un paio di miglia, tenetevi pronti!»
Amy, la moglie di Hekert, corse sottocoperta e ritornò con una bottiglia di Champagne Deutz del 1838.
«Eccomi, famiglia Hekert», sorrise la donna. Augustus la seguiva reggendo dei calici. «È più prezioso il ghiaccio nel quale abbiamo raffreddato questo nettare del vino stesso: per trovarlo sono impazzita, qui in Messico.»
«Tieniti pronta, Amy», ammonì Jacob abbandonando in mare il contaleghe, una cima di canapa con alcuni nodi a distanze regolari che serviva a misurare la velocità delle navi in navigazione. «Meno tre, due, uno... Auguri, Rough Stone!»
Lo schooner aveva appena «compiuto» trentamila miglia a battere i mari sotto il comando di Jacob Hekert.
Molte cose erano cambiate dall’incendio che aveva devastato la fabbrica di preziosi. Jacob aveva imbarcato la sua famiglia e ogni bene rimasto sul suo veliero e si era diretto risoluto verso il Nuovo Mondo, certo che soltanto lì sarebbe riuscito a ricostruire la vita che una mano assassina aveva distrutto.
«Cento di questi giorni a te, vecchio legno!» esclamò Jacob battendo il bordo del bicchiere contro la base dell’albero di mezzana del Rough Stone. «Abbiamo trascorso qui sopra i nostri ultimi due anni. E sono stati meravigliosi.»
Amy Hekert sorrise unendosi al brindisi: quando il fuoco aveva distrutto la loro solidità economica, l’intuizione di suo marito era stata geniale.
«In fondo», aveva detto Jacob, «noi rappresentiamo l’ultimo anello di una catena. Senza presunzione, credo di conoscere le pietre come nessun altro. So tagliarle, e conosco bene anche il mercato. Offrire la mia esperienza potrebbe essere la carta vincente per ricostruire le nostre finanze.»
Il Rough Stone era stato trasformato in un trasporto di preziosi e in un laboratorio galleggiante che faceva la spola lungo le coste brasiliane, raccogliendo pietre grezze e riconsegnando, nel porto di Rio, diamanti e smeraldi perfettamente tagliati, pronti per essere spediti verso la lontana – e ricca – Europa.
Jacob si era risollevato dalla dura perdita subita e, soprattutto, aveva scoperto il gusto dell’avventura: le Americhe offrivano opportunità sconfinate a chiunque avesse il coraggio e le capacità di sfruttarle. Così, un giorno, aveva riempito la stiva di viveri e puntato a sud. Il viaggio non era stato facile. Doppiare Cabo de Hornos si era rivelato più impegnativo del previsto, anche se Jacob aveva calcolato la rotta per transitare nella zona delle tempeste con la buona stagione.
Avevano poi risalito la costa pacifica verso il Messico. Lì, Hekert aveva rilevato i diritti di sfruttamento di una miniera d’argento sui rilievi di Ahualulco, nei pressi di San Luis Potosí. La concessione era stata firmata con grande solennità nel municipio della cittadina. E nessuno l’aveva mai messa in discussione, neppure quando San Luis Potosí era diventata la roccaforte dell’esercito ribelle repubblicano fedele al presidente Benito Juárez.
Da quel momento il Rough Stone, carico di barre d’argento, aveva cominciato a fare la spola tra le coste pacifiche messicane e la città di San Diego. In seguito, confidando sulle sue indubbie capacità, Hekert aveva ampliato i suoi commerci estendendoli, oltre all’argento estratto nella sua miniera, anche all’oro e alle pietre dure.
Per sicurezza, Hekert aveva fatto piazzare a bordo due pezzi d’artiglieria leggera, nascondendoli sotto il paiolato del ponte. Uno a prua, alloggiato in un vano del pozzetto dell’àncora. L’altro invece a poppa, all’interno di un gavone accanto al posto del timoniere. Entrambi erano mossi da un meccanismo a contrappesi: un comando a leva li sollevava in coperta, caricati a ferraglia e pronti all’uso.
Nello scalo di Mazatlán, lungo la costa pacifica messicana, era imbarcata buona parte dell’oro e dell’argento estratti dalle miniere dell’interno sin dai tempi dei conquistadores spagnoli.
Non appena il Rough Stone ebbe dato fondo dirimpetto al centro abitato, si avvicinò una scialuppa con due uomini a bordo.
«Avete bisogno di facchini, señor? Possiamo offrire il servizio più a buon mercato dell’intera costa pacifica», disse uno.
«Forse nei prossimi giorni. Per adesso vorremmo solamente posare i piedi sulla terraferma.»
«Siate i benvenuti», rispose l’uomo con un inchino.
La famiglia scese dallo scalandrone accostato al fianco di dritta, Augustus rimase invece a guardia del Rough Stone: il vento era capace di alzarsi all’improvviso e, in pochi minuti, far spiaggiare un’imbarcazione incustodita. Sarebbe sbarcato più tardi, con la scialuppa in dotazione allo schooner, per riportare i signori e i ragazzi a bordo.
«È la vostra prima volta, a Mazatlán, señor?» chiese il facchino mentre dirigevano a terra.
«È il nostro terzo viaggio da qui agli Stati Uniti», rispose Hekert.
«Los Estados Unidos», mormorò il messicano con aria sognante. «Chissà quali paradisi ci sono al di là della frontiera. Per conto di chi trasportate?» incalzò l’uomo.
«Per me stesso», rispose Hekert. «Sono titolare di una piccola concessione a San Luis. Trasporto il poco che riusciamo a estrarre.»
«Una concessione... una famiglia che viaggia su una nave olandese... Ma siete forse voi il signor Hekert?» domandò l’uomo.
«Mi chiamo Jacob Hekert, infatti.»
«Il vostro fiuto è una leggenda qui in città e si dice che la vostra concessione sia tra le più attive dell’intero Messico.»
Hekert tagliò corto, anche perché l’imbarcazione a remi stava posando la chiglia sulla sabbia soffice e bianca. Jacob cercò di allungare qualche moneta al facchino, ma questi rifiutò, asserendo che per lui era stato un onore averli trasportati a riva.
Scesi a terra, gli Hekert si diressero verso il Palazzo della Borsa, un nome altisonante per una casetta recintata guardata da uomini armati, nella quale compratori e venditori erano soliti concludere le loro trattative prima che la merce venisse imbarcata.
Samuel Sagrado era stato raccomandato agli Hekert dalla comunità ebraica residente in Messico. Era un contabile scrupoloso e, soprattutto, una persona onesta: quello che ci voleva per dirigere degli scavi minerari a centinaia di miglia dalla costa mentre il titolare della concessione era lontano sui mari.
«Ecco, signor Hekert!» disse fiero Sagrado indicando due scrigni. «Questa è la produzione degli ultimi tre mesi. Abbiamo estratto una quantità inaspettata di minerale. Come da vostre istruzioni, ne ho convertito una parte in oro. Dieci libbre d’oro», proseguì Sagrado, «e quasi duecento d’argento. Se procederemo con questi ritmi, in breve tempo potrete costruirvi un castello d’oro massiccio, signore.»
«I castelli non fanno per noi, mio buon amico», rispose l’olandese siglando un sostanzioso pagherò a saldo della fedeltà di Sagrado. «Noi amiamo il mare aperto e la libertà.»
«Volete che organizzi il trasporto a bordo, signori?» chiese il contabile.
«Non ancora. Lasceremo qui i forzieri almeno fino al momento della nostra partenza. Staranno certo più al sicuro che sul Rough Stone alla fonda. Poi vedremo.»
«Potresti chiedere ai facchini che ci hanno condotto a riva», intervenne Amy.
«Quei due non mi piacevano affatto. Piuttosto ce la caveremo da soli», disse Jacob.
«E come?»
«Posso fare più viaggi: il porto non è lontano. Valuteremo quanti carichi fare con la nostra scialuppa.»
Il mercato della cittadina era un ribollire di colori: bancarelle ricolme di frutti tropicali si alternavano a quelle con stoffe variopinte, e ceramiche, e cesti di paglia, utensili per la cucina in legno, spezie... Ma a Rachel non importava nulla di quel ben di dio. In piedi accanto a un asinello nano lo rimirava estasiata. Il proprietario dell’animale le porse una manciata di fieno e l’asinello lo ruminò in un baleno, strusciando poi la testa contro il fianco esile della bambina.
«Com’è bello, papà», disse Rachel.
Jacob lo guardò con un sorriso distratto, fece per allontanarsi, ma si trattenne. Scambiò qualche parola con il proprietario dell’animale e l’affare fu subito concluso: non avrebbero avuto bisogno di facchini per portare il loro carico, ci avrebbe pensato l’asino appena preso a noleggio. All’ora convenuta Augustus sarebbe arrivato alla spiaggia con la scialuppa e con quella avrebbero trasportato barre e lingotti a bordo.
I metalli preziosi furono suddivisi in quattro sacchi di iuta che vennero infilati nelle bisacce, insieme ai viveri e alle stoffe che Amy non aveva potuto fare a meno di comprare. Quindi la compagnia – l’asino, il suo padrone, i coniugi Hekert e i due ragazzi – si mise in marcia verso l’arenile.
«Siamo pronti per l’imbarco, signori Hekert», disse Augustus dopo aver terminato le operazioni di trasbordo. Ma quando Rachel si allontanò dall’animale, dopo averlo a lungo accarezzato, quello prese a ragliare e a strattonare il suo padrone con indicibile foga.
Rachel fissò allora i suoi occhioni nello sguardo del padre: «Potremmo adattare il deposito delle attrezzature di prua a stalla. Nei momenti tranquilli Toby potrà stare sul ponte...»
«Toby?» chiese Hekert.
«Si chiama così. Portiamolo con noi, te ne prego, papà...»
L’espressione implorante della ragazzina sarebbe riuscita da sola a scalfire la resistenza del padre. Ma subentrò Gad a dare il colpo di grazia.
«Rachel e io penseremo a tenere pulito l’animale e la barca. Pensa, padre, quanto risparmio nelle operazioni di carico se avremo Toby con noi quando arriveremo nei porti.»
La trattativa con il proprietario si concluse in fretta: per pochi pesos l’asinello passò di mano.
Non appena la scialuppa prese il largo, due individui uscirono da dietro le rocce che chiudevano la spiaggia a nord. Lì nascosti avevano seguito il trasbordo del prezioso carico. Prima ancora avevano veduto Jacob assoldare il proprietario dell’asino e riempire le bisacce dell’animale. In verità, seguivano gli Hekert da quando avevano messo piede a terra, erano anzi stati loro a traghettare la famiglia dallo schooner alla spiaggia. Mentre scendeva la sera, i due loschi facchini risalirono l’arenile e si persero nelle strade della cittadina.
Il Rough Stone salpò la mattina seguente all’alba. Ancora una sosta per caricare metalli e pietre preziose a Puerto Vallarta, uno scalo circa duecento miglia a sud di Mazatlán, quindi via, verso il Nord America, per trarre profitto da quanto trasportato.