New York City, 1883
Jacob Hekert sorrise, cercando di nascondere a sua moglie Amy quanto fosse commosso.
«Tuo nonno il rabbino, Dio lo abbia in gloria, ci avrebbe prenotato un posto all’inferno per molto meno», disse indicando quelli che continuava a chiamare «i ragazzi».
«I tempi sono cambiati, Hekert. Forse anche mio nonno approverebbe la felicità di quei due, anche se è un sindaco, e non un rabbino, a unirli in matrimonio.»
Franklin Edison, sindaco di New York, si accarezzò la folta barba e si schiarì la voce. «Siamo oggi qui convenuti», disse, «per il rito civile che unirà il mio amico Gad Hekert, che dà lustro alla città con lo splendore dei gioielli che produce, e la sua giovane promessa sposa Matilde Correia, che illumina con la sua bellezza l’intero Stato.»
Matilde era davvero bellissima, gli occhi verdi della madre, un volto perfetto, la carnagione ambrata, l’altezza e l’agilità di Mateus.
Si era innamorata di Gad, malgrado la differenza d’età, fin da quando era arrivata a New York dal Messico. E non avrebbe smesso di amarlo per tutta la vita.
El Paso, Texas, 1901
Esteban Ruiz aveva ereditato dal suo presunto padre due doti: la propensione per le puttane e l’aggressività.
Mentre Benito, figlio legittimo di Paride Domodo, si dava da fare tra bestiame e raccolti, Esteban pensava bene di regalare ai bordelli messicani buona parte del suo patrimonio.
Il mondo si era appena affacciato nel nuovo secolo, quando intervenne una crisi tale da sconfiggere anche l’abilità di Benito. L’azienda languiva, riarsa da una brutale siccità. Due sole possibilità avrebbero potuto superare l’impasse: un miracolo che facesse arrivare l’agognata pioggia e salvasse animali e raccolti, oppure una consistente iniezione di denaro fresco.
Seduto sulla poltrona appartenuta a Carlos, Esteban sorseggiava l’ennesima tequila: «Porta sfortuna», disse, «una maledetta sfortuna.»
«È un periodo di siccità, come ce ne sono stati altri. Dobbiamo solo trovare il modo di resistere a questa crisi», commentò Benito Domodo, mentre Ruiz si alzava, apriva la cassaforte e prendeva qualcosa all’interno.
«Tu non ci credi, ma questo diamante è foriero di sfortuna», ripeté Esteban. La Luce di Dio brillò nella sua mano. «Da quando tuo padre me lo ha consegnato, il giorno del mio ventesimo compleanno, niente più è andato bene... Solo disgrazie.»
«Che cosa vorresti fare?»
«Venderlo.»
«Non credo che in Messico troverai persone tanto ricche da poterselo permettere. Mio padre diceva che la pietra era appartenuta all’imperatore Massimiliano. Dovresti trovare un imperatore», obiettò Domodo.
«Gli imperatori li hanno fucilati. Ma l’alta finanza americana è piena di ricconi pronti a sborsare decine di migliaia di dollari per questo gingillo.»
Una settimana più tardi, Esteban Ruiz fu arrestato dalla polizia di frontiera statunitense mentre cercava di contrabbandare una pietra di grandi dimensioni. Il diamante giallo, di trentatré carati, venne requisito e il governo americano lo propose in asta assieme ad altri oggetti confiscati ai contrabbandieri.
Quando Gad Hekert vide sul catalogo d’asta il disegno della pietra, andò a scartabellare tra gli appunti di Jacob. Il diamante che sarebbe andato all’incanto era assai simile a quello per il quale suo padre aveva speso buona parte della sua esistenza. Acquistarlo avrebbe rappresentato un tributo postumo al grande uomo che era stato Jacob Hekert.
Gad non amava sedersi nelle prime file. Quando partecipava a un’asta restava in un angolo, fra le mani il catalogo, sul quale aveva preventivamente appuntato cosa comprare e quanto spendere per ciascun oggetto.
La battaglia per accaparrarsi la Luce dell’Impero durò più di mezz’ora. Alla fine fu Gad Hekert a spuntarla sul concorrente Charles Lewis Tiffany, offrendo una cifra che fino a quel momento nessuno aveva mai osato pronunciare: centocinquantamila dollari.
«Complimenti, ragazzo», gli disse l’ottantanovenne Tiffany. «Se ci fosse stato il vecchio Samuelson si sarebbe ritirato prima!»
«Permettetemi, signore. Non potevo perdere la sfida. L’avevo promesso al signor Samuelson.»
«Voi giovani manderete questo mondo in rovina...» commentò Tiffany con un sorriso bonario in volto.
Matilde era la sola a conoscere la storia di quel diamante, sacro al dio Ogun, gravato da una maledizione tanto potente da oscurare anche la luce di un impero.
«Sei contenta, moglie mia?» chiese Gad rivolto a Matilde che gli sedeva accanto. «L’ho fatto solo per te.»
«No, Gad, non solo per me. Quella pietra doveva ritornare a essere nostra perché la maledizione avesse fine», disse. Gli occhi di Matilde emisero bagliori di felicità: l’antico anatema di cui spesso le aveva parlato sua madre era finalmente sciolto.
Adesso la Luce di Dio avrebbe brillato per il Bene.
Luglio 2017
Il caldo era soffocante. Fuentes cercava riparo all’ombra dei rari massi che spuntavano in quel deserto infuocato.
«Faccia attenzione, Fuentes», disse Hermano. «Anche i serpenti a sonagli amano starsene all’ombra.»
«Sono assai più velenoso di loro. Hai trovato qualcosa?»
«Nulla di nulla.» Domodo si appoggiò con la mano al masso dietro al quale si era riparato Fuentes.
D’un tratto fece qualche passo allontanandosi, osservò i contorni della roccia, tornò a esaminarli da vicino.
«Guardi qui. Questa pietra è stata scalzata da un’esplosione», disse, indicando le parti ancora annerite dallo scoppio. «Anche quella... e quell’altra...» proseguì, osservando i detriti che giacevano sparsi intorno.
«E dove sarebbe avvenuta questa esplosione?» chiese Fuentes.
Hermano alzò gli occhi verso il costone della collina.
«Lì!» rispose con assoluta certezza, indicando il punto dove un tempo si trovava l’ingresso della galleria. I segni della frana erano ancora visibili a un occhio attento. E Hermano di esplosioni se ne intendeva.
Bernstein rimandò tutti i festeggiamenti per la sua scarcerazione e, appena tornato a bordo, si mise subito al lavoro. Poche ore più tardi, si presentò nello studio di Oswald Breil con il solito sorriso stampato in volto.
«Sono riuscito a recuperare tutti i messaggi tra Hermano e Fuentes, quelli inviati prima dell’ordine di accoppare l’infermiere.»
«Che cosa si sono scritti?» chiese Oswald.
«Questo», disse Bernstein e mostrò a Oswald lo schermo del suo portatile.
«Lascio che il clima si raffreddi un po’ e rimango in Usa. Sarò al Fairfield di Crane, in Texas, per controllare alcuni affari di famiglia...»
Alle prime luci del giorno una coppia si imbarcò dalla zona voli privati dell’aeroporto di Tijuana. Il loro figlio, un ragazzino con il viso bendato, era stato colpito da una rara infezione batterica. La madre, una bella signora dalla carnagione scura, non mancò di sottolineare che la malattia era contagiosa.
Pochi istanti più tardi Sara, Bernstein e Oswald sedevano a bordo del Learjet che avevano noleggiato. Novanta minuti più tardi atterravano all’El Paso International Airport in Texas. Un elicottero era già lì ad attenderli. Alle dieci del mattino presero terra a Crane.
Quando Sara si rivolse al receptionist del Fairfield Inn & Suites descrivendo la persona che stava cercando, la risposta che ricevette la sorprese: «Intende il dottor Murial? Il geologo?»
«Certo, proprio lui!» rispose la donna.
«Sembra un personaggio famoso: lei è la seconda a chiedermi notizie del dottor Murial.»
Sara sfoderò il suo sorriso più seducente e in cambio ottenne una dettagliata descrizione dell’altra persona sulle tracce di Hermano, ragguagli sulle abitudini di Murial e persino sull’auto che il geologo aveva noleggiato.
«Il dottor Murial sta effettuando prospezioni petrolifere nei pressi di Castle Gap.» Con queste parole il loquace portiere dell’hotel concluse l’incontro.
Mentre l’elicottero si alzava di nuovo in volo, Breil si tolse il bendaggio che gli copriva buona parte del viso. «Sono stanco di questa roba!» disse.
Il pilota rimase a guardarlo, come inebetito.
«Sarà meglio che si concentri sui comandi», gli consigliò Breil.
«Ma lei... mi scusi... lei è...»
«Sì, sono io.»
«Ma non era... scusi, dottor Breil, ma lei non era morto?»
«Come vede, no.»
«Dio sia lodato! Io la conosco da sempre. Lei è il mio mito, dottor Breil.»
«La ringrazio per questa attestazione di stima. Conosce anche la zona denominata Castle Gap?»
«Come le mie tasche, signore.»
«Allora deve depositarci in un anfratto senza che nessuno se ne accorga.»
«È questo che vuole, signore? Controllare la zona senza dare nell’occhio?»
«Lei è sveglio, giovanotto», disse Oswald.
«Mi chiamo Brad. Tenente pilota Brad Mallory. Ho prestato servizio nei Marines, signore.»
La strada in terra battuta che conduceva al passo di Castle Gap si inerpicava tra Castle Mountain a destra e King Mountain a sinistra. Il pilota atterrò sull’altopiano di Castle Mountain, il punto di osservazione migliore che si potesse immaginare. Prima di ripartire il marine lasciò un walkie-talkie ai tre passeggeri. «Spero che nessuno si sia accorto di noi. Ma ricordatevi: un fischio e Brad arriva», disse indicando la ricetrasmittente.
Hermano arrestò la vettura poco distante dalla frana: chiusi nell’abitacolo non potevano rendersi conto delle manovre dell’elicottero poco distante. Prese dalla Jeep Cherokee che aveva noleggiato una voluminosa valigia antiurto.
«Qui dentro c’è il mio armamentario pirotecnico, Fuentes», spiegò. «Detonatori ed esplosivo a base di nitroglicerina: sul mercato esiste di meglio, ma anche questo può bastare al nostro scopo.»
Il messicano si inerpicò quindi lungo il fronte della frana. Raggiunse un masso alla sommità, lo esaminò, collocò una carica e innescò il timer.
Il boato ruppe la quiete del deserto. Oswald e i suoi si diressero verso il lato dell’altopiano da cui era provenuto lo scoppio e si affacciarono. La nuvola di polvere era ancora in sospensione sotto di loro. Due uomini si trovavano poco distante. Oswald impugnò l’Uzi e imboccò un sentiero che, dalla sommità, scendeva ai piedi della collina.
Hermano s’inerpicò di nuovo sulla frana e valutò l’ampiezza del varco: sufficiente per farlo passare. Inserì la torcia nell’apertura e, per la prima volta dopo centocinquant’anni, la luce penetrò l’oscurità della caverna.
«Mi calo all’interno, Fuentes. Voglio ispezionare la grotta», disse Domodo.
Hermano riemerse un’ora più tardi: quello che aveva visto superava la sua immaginazione, ogni sua aspettativa, perfino ogni suo desiderio.
Abbagliato dal sole, non si accorse però di chi lo aspettava fuori, tenendolo sotto tiro.
«Hermano», lo chiamò Breil, «la tua carriera è finita.»
Domodo si guardò attorno e vide che la stessa sorte era toccata a Fuentes, tenuto sotto tiro da Sara e da Bernstein. Allora si scagliò contro Oswald.
La mente del piccolo uomo analizzò la situazione in una frazione di secondo: se avesse premuto il grilletto, Hermano gli sarebbe comunque precipitato addosso. Preferì scartare di lato. Fu il suo stesso impeto a far volare il gigante, che rotolò sulle pietre aguzze mancando il bersaglio. Si rimise in piedi e caricò di nuovo. Ancora Oswald scartò di lato e vanificò l’assalto.
Ma a quel punto Hermano si infilò una mano nella tasca dei pantaloni e ne estrasse un panetto di esplosivo a base di nitroglicerina e si preparò a lanciarlo verso il suo avversario.
Oswald lo vide, si gettò di lato, riuscì a infilarsi in uno stretto riparo tra due massi. Il vento dell’esplosione gli passò sopra la testa e lo spostamento d’aria gli provocò un dolore lacerante ai timpani. Rimase stordito per qualche secondo, poi guardò nella direzione di Sara. Anche lei e Bernstein erano a terra, vivi, ringraziando il cielo.
In quello stesso istante la Jeep Cherokee si allontanava sgommando, con Hermano e Fuentes a bordo.
Oswald mise mano alla ricetrasmittente. Brad non aspettava altro. Due minuti dopo posò i pattini dell’elicottero a meno di dieci metri dal terzetto.
Seguire dall’alto una vettura lanciata a folle velocità in quel deserto solcato da strade in terra battuta non era difficile: dietro alla Jeep si levava una nube densa di polvere.
L’elicottero raggiunse l’auto in poco tempo e cominciò a volteggiare sopra il tetto.
Fuentes si sporse dal finestrino ed esplose una raffica.
Brad fu lesto nel cabrare a sinistra e mettere il velivolo fuori tiro. Ancora una planata intimidatoria e ancora una raffica esplosa dal capo del cartello Unitario.
Il pilota superò l’auto e sfiorò il tetto con i pattini. Hermano, impaurito, sterzò. La jeep prese a sbandare, a destra, poi a sinistra, ancora a destra. Poi uscì di strada ribaltandosi.
L’esplosivo all’interno della valigia presentò allora il conto di tutto il male che, con quello, Domodo aveva provocato. L’auto saltò in aria in una nuvola di fuoco. Di Hermano e del giudice Fuentes non rimase nulla.
Il set era stato approntato nel salone della nave. Oswald era seduto davanti alle telecamere. Dietro alle macchine da presa, Sara, Bernstein, Grandi e tutto l’equipaggio osservavano un rigoroso silenzio.
«Ci sono necessità che prescindono dagli affetti», esordì Breil. «Io ho avuto la necessità di inscenare la mia stessa scomparsa. Chiedo perdono a chi ha sofferto quando ha appreso la falsa notizia. Adesso che tutto è finito e che il Male è sconfitto, vi posso dire che ne è valsa la pena. Molti avrebbero presto conosciuto una nuova droga devastante. Molte sarebbero state le vite rovinate. Il cartello Unitario, nato dalla fusione tra quelli di Sinaloa e di Tijuana, è stato sgominato dalle forze dell’ordine. Mi auguro che questo sia il primo di una lunga serie di successi contro i mercanti di morte. Ma questa vittoria, che oggi ci rallegra, non sarebbe stata possibile senza l’operato di tre uomini: Dan Passepartout Steiner, il cui sacrificio ha salvato la mia vita. Tomaso Moreno, un giudice che ha sempre creduto nella sua missione, anche quando l’infamia ha sporcato la sua reputazione. Il commissario Mario Pedrera, che per primo ha riconosciuto il Male là dove nessuno avrebbe mai sospettato fosse. Che le loro anime riposino in pace.»
Tijuana, 5 agosto 2017
Sulla banchina, a poppa del Williamsburg, si era radunata una piccola folla. La nave, in procinto di salpare, aveva inalberato il Gran Pavese in segno di festa.
Oswald e Sara furono più volte acclamati e, alla fine, si affacciarono al giardinetto di poppa.
«Questi commiati da regnante in pensione non fanno per me», disse Oswald sfoderando tuttavia un sorriso e rispondendo al saluto di chi era arrivato a portare un omaggio sincero.
«Mi dispiace lasciare il Messico. È un paese meraviglioso», disse Sara mentre riguadagnava il salone al fianco di Oswald.
«Hai cambiato idea? Dicevi che non vedevi l’ora di andartene, che eri stanca di guai...»
«Oh, quelli li attiri tu, Breil, come una calamita un pezzo di ferro!»
In quello stesso istante si udì riecheggiare il suono di una sirena.
«A proposito di guai...» disse Sara.
L’uomo che scese dall’auto arrivata sulla banchina a sirene spiegate indossava un abito elegante e si rivolse al membro dell’equipaggio di guardia con modi educati.
«Sono il dottor Ramos, della segreteria della Presidenza della Repubblica degli Stati Uniti del Messico. Ho un’ambasciata per i signori Breil da parte del signor presidente.»
Pochi istanti più tardi, il dottor Ramos consegnò a Sara un pacchetto grande quanto una scatola di cioccolatini.
«Da parte del mio presidente, signori Breil.»
La carta avvolgeva un prezioso astuccio antico in pelle di coccodrillo su cui troneggiava il marchio di una famosa gioielleria di Vienna. Il dono era accompagnato da un biglietto scritto di pugno dal presidente della Repubblica:
«So che fa parte della tradizione che, a bordo della Vostra nave, siano esposti i ricordi delle avventure vissute. Vi prego di accettare questo pensiero a nome mio e di tutto il popolo messicano. Grazie per quello che avete fatto per noi. Viva el Mexico!»
Sara aprì l’astuccio divorata dalla curiosità. Il diadema appartenuto all’imperatrice Carlotta era adagiato sulla pelle scura che foderava l’interno dello scrigno: due montanti di oro bianco sovrapposti sui quali erano incastonati una serie di diamanti purissimi di grande caratura.
«Si tratta di un dono di enorme valore, dottor Ramos. Ringrazi il presidente da parte nostra e gli assicuri che il diadema troverà posto tra gli altri oggetti a noi più cari», disse Breil.
«Il valore di questo gioiello», disse Ramos, «è insignificante se paragonato a quello del tesoro che avete contribuito a riportare alla luce. Ma diventa nullo davanti a ciò che avete fatto per il nostro paese.»
Il segretario del presidente scese a terra nel momento in cui venivano mollate le cime.
«Secondo te mi starà bene?» chiese Sara, sfoderando il suo meraviglioso sorriso, mentre prendeva il diadema dall’astuccio.
«Come alla più bella delle imperatrici!» rispose il piccolo uomo accarezzandole teneramente il viso.
«Sei un adulatore, Oswald Breil», disse la donna ridendo e si sistemò il prezioso gioiello tra i capelli lisci come seta.
Lo indossava ancora quando il Williamsbug, ultimata la manovra, doppiò l’imboccatura del porto.
La sirena di bordo emise tre fischi in segno di commiato, mentre la nave allineava la prora al mare alla ricerca di una nuova avventura...