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La breve vita dell’impero messicano si avvia verso il tramonto. Massimiliano, però, rifiuta di rendersene conto o, forse, ne è perfettamente consapevole e si comporta con l’onore che dovrebbe mostrare ogni governante dinanzi al pericolo.

Messico, 1867

La partenza dell’imperatore per Querétaro, una cittadina fortificata del Messico centrale, era stata decisa per la mattina del 13 marzo 1867. La scorta era composta da soli soldati messicani. A questi, raggiunta la destinazione, si sarebbero aggregati gli ussari e i volontari austro-belgi per un totale di circa novemila uomini. Attestati lì, erano convinti i membri dello Stato Maggiore, avrebbero potuto rispondere più agevolmente alle manovre del nemico, ormai in evidente superiorità numerica.

Il viaggio non era stato privo di rischi: la scorta imperiale era stata più volte attaccata dalle milizie repubblicane. Quando accadeva, Massimiliano si poneva alla testa dei suoi comportandosi con onore e sprezzo del pericolo. Agli occhi dei sudditi egli agiva come si addiceva al suo ruolo di regnante. E così la popolarità dell’Asburgo cresceva di villaggio in villaggio: espressioni di giubilo salutavano il passaggio della milizia imperiale ovunque. Parimenti si rinsaldava la stima della truppa nei confronti del suo comandante supremo.

Al contrario, alcuni disertori catturati dai soldati di Massimiliano avevano riferito che l’esercito repubblicano era malnutrito, peggio armato e pagato una miseria.

Querétaro, era convinto l’imperatore, avrebbe rappresentato la scacchiera ove combattere l’ultima battaglia.

 

Benito Juárez convocò Mateus nel palazzo del Governo.

«Abbiamo bisogno di te, ragazzo. Dobbiamo rifornirci di armi e di cannoni moderni. La missione sarà simile alle precedenti. Te ne ricordi, vero?»

«Credo di sì, signor presidente: gli americani trasporteranno una partita d’armi in un fortino abbandonato e noi le preleveremo dopo aver finto azioni di disturbo.»

«Temo che stavolta non basteranno. C’è il rischio che una banda di rinnegati sudisti sia pronta a portarsi via il carico. In questa maniera ne abbiamo già persi alcuni.»

Fort Quitman, costruito per il Nono reggimento Fanteria unionista, sorgeva a ridosso della Sierra Blanca, non lontano dal Rio Bravo. Il sito era ventilato e il clima gradevole persino in piena estate. L’opera militare era invece più simile a un ovile male in arnese che non a un baluardo in grado di respingere gli attacchi di confederati e bande di Apaches.

I sette carri telonati erano giunti al forte già da qualche giorno.

La consegna era prevista per quella sera.

Mateus aveva dato ordine ai suoi di caricare a salve soltanto alcune pistole, sufficienti per la messinscena. In caso d’imprevisto, se si fosse trattato cioè di una trappola, avrebbero venduto cara la pelle con proiettili veri.

Il giovane aveva preferito lasciare i cavalli in un bosco presso la riva del fiume. Lui e i suoi trenta compagni avrebbero attraversato la pianura a piedi. La vegetazione era bassa, ma sufficiente per coprire la loro avanzata. Soprattutto se chi avrebbe dovuto vederli era stato istruito a chiudere gli occhi.

Alle prime ombre della sera gli uomini di Juárez si erano avvicinati a piedi al forte. Qualche sentinella percorreva i camminamenti. Quando risuonarono i primi colpi, gli americani risposero con alcune raffiche poco convinte. Quindi, spalancato il portone e, lanciati i cavalli al galoppo, se la diedero a gambe.

I sette carri erano allineati nella piazza d’armi. Cinque recavano a traino altrettanti affusti sui quali erano collocati dei pezzi Parrot a canna rigata: cannoni leggeri, precisi e indistruttibili. Gli altri due rimorchiavano, invece, un cassone di polvere e munizioni ciascuno. Protetto dai teloni, un vero e proprio arsenale di fucili e pistole, armi utilizzate dagli unionisti o requisite ai confederati nel corso della guerra civile.

«Facciamo presto!» ordinò Mateus. «Imbrigliate le pariglie e andiamocene da qui. Questo posto non mi piace.»

Aveva pronunciato quella frase da qualche minuto quando uno sparo lacerò l’aria e uno dei suoi cadde ferito. Sui camminamenti della palizzata, stagliate contro il cielo schiarito dai riflessi lunari, apparvero delle figure. Quasi contemporaneamente qualcuno chiuse il portone del forte: la trappola era scattata.

Gli uomini di Mateus si rifugiarono nelle baracche che avevano ospitato le furerie e gli ufficiali, trascinandosi dietro il ferito.

«Non so quanto potremo resistere con le munizioni che abbiamo. Sono ben più numerosi di noi», disse Mateus mentre ricaricava la sua pistola.

«Ci accopperanno come cani, mentre lì davanti ci sono armi per un esercito», rispose uno dei suoi, seduto a terra per riprendere fiato. Tra le labbra teneva un mozzicone di sigaro spento.

Mateus guardò i due carri, a poca distanza da dove avevano trovato rifugio, e disse: «Passami quel sigaro».

L’uomo capì al volo le intenzioni del suo comandante: accese il sigaro e glielo porse.

«Coprite il capitano!» ordinò il veterano, mentre Mateus usciva di slancio dalla baracca protetto da un fitto fuoco di copertura.

Il giovane riuscì a raggiungere il carro delle munizioni senza essere visto. Salì a bordo, aprì la cassetta che conteneva i candelotti di dinamite avvolti nel cotone. Ne estrasse uno. Premette il sigaro contro la miccia e abbandonò il candelotto innescato all’interno del carro. Quindi scese e incitò i cavalli con delle sonore pacche sul fondoschiena.

La pariglia si mosse, il carro dondolò e finalmente avanzò verso il portone.

Mateus rimase per un attimo allo scoperto e, mentre il fuoco nemico si concentrava su di lui, che zigzagando riguadagnava il rifugio della baracca, una voce dalla palizzata gridò: «Il carro! Fermate il carro, razza di idioti!»

Troppo tardi. Il boato fu terribile. La terra tremò come scossa da un terremoto. La palla di fuoco che si sprigionò dall’esplosione si alzò per una trentina di metri e aprì una breccia dove fino a poco prima c’era il portone del fortilizio, esattamente nel punto in cui erano disposti gli assalitori.

Mateus e i suoi si lanciarono fuori dalla baracca, sparando all’impazzata. I pochi sopravvissuti tra gli assalitori non opposero resistenza, si dileguarono nella notte senza più tirare un solo colpo. Probabilmente anche loro avevano lasciato i cavalli nascosti da qualche parte lungo il fiume.

 

«Il carro! Fermate il carro, razza di idioti!»

«Il carro! Fermate il carro, razza di idioti!»

La frase continuava a risonare nella mente di Mateus, ossessiva. Conosceva quella voce. L’aveva già sentita. Ma dove? Quando? L’angoscia che lo aveva assalito sembrava venire da lontano, da un passato troppo lontano, che lui non era più in grado di ricordare.

 

Appena scorse la nuvola di polvere all’orizzonte, il generale Shelby fu preso dal dubbio che la missione fosse fallita. Ne ebbe certezza poco dopo.

«Dei quarantotto uomini partiti», disse il sergente Donier appena fu a rapporto, «ne sono rimasti ventidue, sei dei quali feriti, due in maniera grave. Il tenente Lersey è stato colpito a una spalla, ma se la caverà.»

«Che cosa è successo?» chiese Shelby.

«Hanno fatto saltare in aria un carro pieno d’esplosivo proprio sotto al nostro appostamento», rispose Lee Cole.

«Sapevano che eravate ad aspettarli?»

«Non credo, signore», rispose il Demone. «Erano ormai in trappola, quando uno di loro è riuscito a innescare il carro e a farlo muovere. L’ho riconosciuto. È una maledetta spia di Juárez. Pensavo fosse già fuori gioco. Ma posso porvi rimedio.»

«Non ora. Abbiamo altri compiti più importanti da svolgere. Il tenente Lersey si era offerto volontario per una missione di carattere riservato. Aveva fatto anche il vostro nome. Siete sempre dell’avviso?»

«Sì, signore.»

«Aspettiamo solo l’ordine», concluse il generale.

«Prima della partenza, signore», disse il Demone con un sorriso malizioso, «vorrei chiedere qualche giornata di permesso, per salutare come si deve una signora...»

Per il Demone oltrepassare le linee nemiche non fu difficile.

Cavalcò giorno e notte, incurante della fatica, e quando raggiunse il Rancho de Santa Isabel non si perse in convenevoli.

«Il convoglio che tu sai dovrebbe partire entro breve», disse Lee al suo antico complice. «Io farò parte della scorta che accompagnerà i carri oltre il confine messicano e ne garantirà la sicurezza fino all’imbarco. Mi raccomando, Ruiz: ripeti al tuo scagnozzo Domodo a Città del Messico di seguire la famiglia Hekert in ogni suo spostamento e di riferire il più in fretta possibile attraverso messaggi telegrafici.»

 

Massimiliano I, imperatore del Messico, percorse con lo sguardo la radura che circondava la città. Nell’oscurità di quella notte d’aprile i fuochi delle truppe repubblicane si stendevano a perdita d’occhio. Querétaro viveva l’assedio da quasi un mese. In verità non vi erano mai stati scontri tanto aspri da determinare l’esito della guerra. I contendenti si erano limitati a scaramucce, prese di postazioni, sortite di disturbo e, ogni tanto, cannoneggiamenti di pezzi pesanti. Più che dei disagi della guerra, le condizioni degli imperiali risentivano delle ristrettezze dovute all’assedio: viveri e beni di prima necessità cominciavano a scarseggiare, l’acqua era razionata.

Il 10 aprile del 1867 cadeva il terzo anniversario dell’assunzione al trono dell’imperatore. In quel giorno, tre anni prima, Massimiliano aveva accettato la corona del Messico nella sua residenza di Miramare a Trieste. A Querétaro la ricorrenza fu celebrata in tono dimesso. Persino la cerimonia nel corso della quale fu tributata la Legion d’onore a Massimiliano si svolse senza enfasi. Non erano i tempi né i luoghi. L’imperatore per primo si rendeva conto che sarebbe stato necessario un miracolo per aver ragione degli assedianti.

«Meglio, a questo punto, salvare il salvabile», si disse prima di convocare uno dei suoi ufficiali.

«Fate trasmettere immediatamente questo messaggio al capitano di vascello Shaffer a Città del Messico.»

La diffusione del telegrafo aveva ridotto le distanze anche in un paese sconfinato come il Messico. Grazie a questa stupefacente novità le notizie non impiegavano più giorni e giorni per raggiungere chi doveva essere messo a conoscenza di un accadimento.

Il capitano di vascello Shaffer era colui che l’imperatore aveva designato a presiedere le faccende di corte in sua assenza.

L’ufficiale prese il biglietto dalle mani dell’imperatore e non fece una piega quando, nel dettare il testo al telegrafista, lesse: Capitano Shaffer, il momento è giunto. Vi chiedo di affrancare il mio cameriere personale, il signor Lani, nelle modalità stabilite. Ribadisco la mia volontà che il signor Jacob Hekert si occupi dell’intera faccenda con la speranza che il signor Lani giunga sano e salvo alla meta. Massimiliano

Poco più tardi, a Città del Messico, il capitano rilesse più volte il testo: sapeva che il «signor Lani» altri non era che il nome in codice del tesoro degli Asburgo. Senza esitazione convocò l’olandese e gli trasmise l’ordine dell’imperatore di lasciare i sotterranei di Chapultepec col tesoro.

 

Rimasto solo, l’imperatore meditò su quello che sarebbe accaduto: appena ricevuto l’ordine da Shaffer, Hekert sarebbe partito con i tre carri contenenti la parte più preziosa del tesoro della corona. Avrebbe dovuto raggiungere gli Stati Uniti e, da lì, imbarcare il carico per l’Europa. Un viaggio lungo e difficile, con i ribelli alle calcagna prima, gli unionisti americani poi, e, per finire, le insidie di uno sconfinato oceano. Ma conosceva la tenacia e le capacità di Jacob Hekert. Non solo, aveva stretto accordi perché il generale confederato Jo Shelby fornisse una scorta al convoglio. Shelby, esule e rifugiato in terra messicana, era di fatto un bandito, ma conosceva il suolo americano ed era desideroso di rendersi utile alla causa dell’impero: in cambio di questo favore lui e la sua banda avrebbero ricevuto un nuovo e più vasto appezzamento di terra in Messico, dove ricominciare una nuova vita.

«Non c’è altro da fare», pensò Massimiliano. E per la prima volta, dopo giorni e giorni, si sentì sollevato.

 

L’ordine di muovere non colse Hekert impreparato. In meno di settantadue ore, il prezioso convoglio era pronto a partire. Jacob si sarebbe preso cura dei tre carri contenenti valuta corrente – prevalentemente europea e dollari statunitensi –, lingotti d’oro e d’argento, pietre preziose e gioielli. Gli altri carri, una dozzina in tutto, avrebbero proceduto più lenti e, raggiunti gli Stati Uniti, avrebbero atteso un nuovo imbarco per l’Europa. Questi erano gli ordini che Massimiliano aveva impartito a Hekert in gran segreto. E a quegli ordini l’olandese si sarebbe attenuto anche a costo della propria vita.

 

Ancora una volta Amy aveva dovuto affrontare disagi e paure: la diligenza sulla quale lei e i ragazzi viaggiavano aveva incontrato diversi posti di blocco repubblicani. I tre europei destavano sempre la diffidenza dei ribelli, che temevano di avere a che fare con spie imperiali. A salvarli, più che le credenziali false di cui erano forniti e che li identificavano come famigliari di un diplomatico olandese, erano stati i danari generosamente elargiti dopo ogni ispezione.

Raggiunsero Veracruz dopo sei giorni di viaggio. Si imbarcarono con destinazione New York dopo tre giorni e tre notti da incubo trascorsi in una città allo sbando, che aspettava l’assalto dei repubblicani da un momento all’altro.

Il piroscafo a ruote statunitense era affiancato alla banchina. Un pennacchio di fumo chiaro usciva dai due fumaioli paralleli. A bordo, Amy sospirò di sollievo, ma quel precario senso di libertà e salvezza si spense subito. Mentre osservava le banchine brulicanti di gente e di merci, la donna si trovò a pensare all’incerto destino del suo sposo. Gli occhi colmi di lacrime non le consentirono di notare un messicano, un uomo di bassa statura, elegante e dall’espressione vivace, che la osservava poco distante sul ponte. Accanto a lui un ragazzino, che l’uomo teneva per mano.

La luce dell'impero
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