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I tagliatori di Amsterdam paiono essere unici nello sfaccettare i diamanti più preziosi senza danneggiarli. Il barone Von Gerd ha ricevuto l’incarico di individuare un esperto per il taglio delle pietre nei Paesi Bassi.
Amsterdam, 1861
La carrozza svoltò in una traversa della piazza e il cavallo si avviò al passo lungo Beurssteeg. La nebbia era calata nelle prime ore del pomeriggio e si era fatta impenetrabile con l’oscurità.
Era così che Amsterdam custodiva i suoi segreti.
La vettura si fermò con uno scossone. Il passeggero scese e poco mancò che precipitasse nel canale Rokin.
«Siamo arrivati, signore!» disse il vetturino.
«Questo l’avevo capito anch’io», rispose l’altro, protestando non troppo velatamente per il trattamento patito durante il tragitto.
«Fanno due fiorini, signore. E altrettanto per il ritorno, quando verrò a prendervi. Ma il pagamento è anticipato», disse ancora l’uomo a cassetta.
L’austriaco mise mano alla borsa che portava alla cintura, estrasse quanto gli era richiesto e aggiunse: «Avrei voluto vedere se fossi caduto nel canale a chi avreste chiesto il dovuto...»
«Guardate che il canale Rokin è lì da secoli, signore.»
«Peccato che il sottoscritto, negli ultimi secoli, non abbia mai messo piede in questa città. E, credetemi, non vedo l’ora di andarmene. Dove avete detto che si trova la casa di Hekert?»
«È quella, signore.»
«Quella dove? Non si vede a un palmo dal naso!»
«Dal lato opposto della carrozza. Camminate perpendicolare alla strada e ci andrete a sbattere contro.»
«Tornate a prendermi tra due ore», tagliò corto il passeggero.
Jacob Hekert, tagliatore di pietre preziose di origine ebraica, s’avvicinò alla finestra: lo scalpiccio di un cavallo che si fermava davanti al laboratorio l’aveva distratto. Si era alzato dal banco di lavoro e stava cercando di scrutare attraverso l’oscurità lattiginosa. Colse delle voci, il rumore di una carrozza che si allontanava, i passi di qualcuno che entrava nella portineria, presidiata giorno e notte da guardie armate.
L’ufficio di Jacob Hekert era arredato in maniera sobria: una scrivania sotto la grande vetrata che dava sul canale, davanti a questa una coppia di poltrone. Il tavolo da lavoro si trovava nell’angolo destro, poco distante da un tornio e, accanto alla porta, un banco sul quale erano disposti i disegni per il taglio di alcune pietre di particolare pregio.
La fabbrica Hekert era specializzata nel taglio e commercio di diamanti e godeva ovunque della migliore reputazione.
«Avanti!» esclamò Jacob quando bussarono alla porta del suo studio.
«Chiedo scusa, signore», disse la guardia – un gigante dalla carnagione scura – ferma sulla soglia. «C’è un uomo che chiede di parlare con voi.»
«A quest’ora?» Hekert diede un’occhiata all’orologio a pendolo davanti a lui. «Fissagli un appuntamento per domani, Augustus.»
«Perdonatemi, signore. L’uomo ha detto di consegnarvi questa.»
La guardia avanzò nella stanza e posò una busta sulla scrivania.
Hekert osservò il sigillo in ceralacca sul retro: uno scudo crociato con dei simboli negli spicchi della croce. Uno stemma araldico. Aprì la busta e non riuscì a trattenere la propria meraviglia.
Egregio signore,
sono a chiederVi di voler dedicare al mio emissario, il barone Von Gerd, l’attenzione che la sua ambasciata merita. Spero di poterVi presto conoscere personalmente e, certo del Vostro gentile riscontro, Vi porgo i miei migliori saluti.
A Trieste, il 25 febbraio 1861.
Ferdinando Massimiliano
d’Asburgo e Lorena,
Arciduca d’Austria
«Conducilo pure da me», disse Hekert ad Augustus.
Il barone entrò nello studio. Ricambiò il saluto, mentre malediceva il tragitto a bordo di una carrozza così male in arnese, senza mai smettere di tamponarsi il volto con un fazzoletto intriso di profumo. I convenevoli furono veloci e fu lo stesso barone a entrare in argomento: «Ho avuto la fortuna di accompagnare Sua Altezza l’Arciduca Massimiliano nel suo recente viaggio esplorativo in terra brasiliana».
«Da sempre desidero recarmi in quella lontana nazione. Spero che, dopo avermi rivelato il motivo della vostra visita, mi racconterete i particolari del viaggio.»
«Non credo ne avremo il tempo. Ma confido in altre occasioni, se accetterete l’incarico che sto per proporvi. Vi anticipo, per correttezza, che rivolgerò medesima istanza ad altri vostri colleghi. Ho qui altre lettere di presentazione simili a quella che avete appena letto...»
«Dite, dunque, barone.»
«Nel corso del viaggio in Brasile, appunto, Sua Altezza ha avuto modo di acquistare queste due pietre.»
Il nobile austriaco sfilò un revolver dal cinturone che portava in vita e allentò la fibbia. La cintura era dotata di una tasca interna, dalla quale l’uomo estrasse due involti.
Dopo averli scartati con accuratezza, Hekert posò i diamanti grezzi su un panno di velluto nero e li illuminò con una speciale lampada dotata di un sistema di specchi che ne concentrava la luce, amplificandola.
«Sono due belle pietre, signore. Paiono di ottima purezza e colore ma, fino al taglio, nessuno potrà certificarne il valore», disse il commerciante ponendo i diamanti su una bilancia di precisione. «Una raggiunge i sessanta carati, l’altra supera i quarantacinque.»
«Che cosa pensate si possa ottenere una volta tagliate?»
Hekert inforcò la lente monoculare e sentenziò: «Non è facile dirlo, eccellenza, senza prima averle misurate e studiate con precisione. Ma a giudicare dalle proporzioni delle facce e dalle geometrie già presenti nelle pietre grezze, non credo si perderà molto. Che cosa volete farne? Siete forse interessato a venderle?»
«Venderle? Non è questo il desiderio di Sua Altezza. Mi sono rivolto a voi per primo, data la vostra reputazione nel settore, per avere un’idea del taglio che vorreste praticare.»
«Devo prima effettuare alcune misurazioni...»
«Fate pure, signor Hekert. Resterò qui per le prossime due ore», disse il barone estraendo l’orologio dal taschino del panciotto.
«Perdonate, barone, ma sarebbero necessarie giornate di studi approfonditi...»
«Due ore, signore. E io vi resterò accanto. La mia consegna è di non abbandonare mai i diamanti e difenderli a costo della mia stessa vita.»
Quando il barone uscì dal palazzo del tagliatore, portava con sé, oltre alle pietre riposte nella tasca segreta della cintura, una cartella di cuoio con i disegni di possibili tagli dei preziosi. La carrozza lo aspettava di fronte al portone. I fanali baluginavano timidi, due cerchi di luce giallastra nella coltre nebbiosa sempre più fitta.
«Dove siete?» chiese il barone Von Gerd aguzzando la vista più che poteva.
«Qui, signore, proprio davanti al laboratorio», rispose una voce proveniente dal nulla.
Il cigolio della portiera indirizzò il barone.
«Avete paura di consumare olio, vetturino? Potevate almeno accendere le lampade nell’abitaco...»
Le parole gli morirono in gola quando, nella semioscurità che regnava in cabina, Von Gerd si trovò davanti agli occhi la canna brunita di una pistola. Il cavallo partì al trotto, incitato dal cocchiere.
«Sedete e non fate scherzi, barone. Dove le avete messe?» disse lo sconosciuto tenendolo sotto tiro.
«Non so di che cosa stiate parlando», disse il nobile austriaco.
«Le pietre.»
«Pietre? Quali pietre?»
«Vi conviene smettere di giocare. La vostra vita, barone, vale poco o nulla per me.»
«Se cercate i diamanti – e vedo che siete bene informato – li ho lasciati a Hekert.»
«Spiegatemi allora il motivo per cui avete concordato tre appuntamenti, domani, con altrettanti tagliatori. Fuori i diamanti, Von Gerd!»
Hekert aprì la finestra e respirò la nebbia, riempiendosi i polmoni di quell’aria umida. Riuscì a sentire lo scambio di battute tra il barone e il vetturino e si stupì che la carrozza fosse partita di gran carriera nonostante la scarsa visibilità. Poi sentì uno sparo.
La ruota anteriore sinistra annunciò l’ostacolo con un primo sobbalzo, quindi la posteriore urtò violentemente contro il paracarro in pietra che delimitava il ciglio del canale. L’intera carrozza sussultò, sollevandosi di una ventina di centimetri e, quando ricadde, i raggi rinforzati della ruota posteriore si spezzarono come fuscelli. La vettura si piegò di lato e il fondo strisciò sul terreno.
Von Gerd approfittò del momento e, rapido, si avventò contro il suo assalitore. Ma questi non ebbe alcuna esitazione nel premere il grilletto mirando al volto del nobile austriaco da distanza ravvicinata.
La vettura continuava a strusciare sul mozzo privo di ruota e stava per adagiarsi sul lato mentre il cavallo, impaurito, non rispondeva più agli ordini e continuava a trainare.
L’acqua del canale Rokin ristagnava fredda e immobile. Si aprì per pochi istanti, giusto il tempo di accogliere la carrozza che precipitava. Il cavallo riuscì a strappare i finimenti e prese a nuotare, cercando la salvezza. Nel silenzio rotto solo dall’ansimare dell’animale, l’abitacolo affondò, scomparendo.
Jacob Hekert non aveva perso tempo: appena udito lo sparo provenire dalla strada, si era precipitato lungo le scale ed era uscito dal palazzo mentre i rumori gli giungevano inequivocabili. Dapprima il clangore delle parti metalliche della carrozza che strisciavano sulla sede stradale, quindi il tonfo nell’acqua.
Si piantò sul ciglio del canale mentre la carrozza si inabissava. Non vi era traccia del vetturino o di Von Gerd. L’ebreo non ebbe esitazione, si sfilò la giacca e si gettò nelle acque gelide.
Alla prima immersione individuò un corpo che fluttuava, impigliato nelle briglie e nei finimenti del cavallo: si trattava del vetturino, impiccato dalle cinghie di cuoio. Per lui non c’era più nulla da fare. Jacob risalì. Riprese fiato e s’immerse una seconda volta.
La luce di alcuni lampioni a gas si rifletteva sulla superficie e filtrava nel canale, illuminando lo scenario subacqueo. La carrozza giaceva sul fondo, adagiata su un fianco a circa quattro metri di profondità. La portiera dell’altro lato era invece socchiusa. Hekert s’infilò nell’abitacolo. Il barone Von Gerd si trovava in un angolo, la testa reclinata. Jacob lo cinse alle spalle e lo trascinò fuori.
Augustus si era tuffato per dar manforte al suo datore di lavoro. Stava per immergersi quando Hekert, ansimando, spuntò in superficie poco distante. Spossato, esortò Augustus a occuparsi del nobile austriaco.
Von Gerd venne tratto in salvo e adagiato sulla sponda del canale. Era ferito alla fronte, ma era vivo. Il barone tossì e sputacchiò un po’ d’acqua mentre i polmoni tornavano a riempirsi d’aria.
«Hekert?» mormorò aprendo gli occhi. «Devo a voi la mia salvezza? Quell’assassino mi ha sparato in faccia», aggiunse. «Ditemi che non è riuscito a rubare i diamanti...»
Hekert verificò la tenuta della fibbia e l’integrità della cintura: «Se non glieli avete consegnati personalmente, ritengo sia difficile».
«Quelle pietre sono maledette», sussurrò Von Gerd.
«Adesso vi porteremo in casa e chiameremo un medico. Ma mi pare che la vostra ora sia lontana da venire.»