Tijuana, Messico, luglio 2017
«Questi sono gli effetti personali di suo marito, signora», disse il responsabile dell’obitorio consegnandole una busta sigillata. «Le chiederei di verificare il contenuto e firmare la ricevuta.»
La donna teneva gli occhi bassi, il volto trasfigurato dalla sofferenza. Prese la busta e la infilò in una borsa. Firmò in silenzio, disorientata. Per un istante pensò a quante volte quel medico messicano si fosse trovato a riconsegnare ciò che restava di una vita: così tante da non provare quasi più alcuna emozione. «Accade a tutti, prima o poi, di morire», sembrava dire la sua espressione professionalmente accorata.
Lei, invece, pareva covare un dolore dirompente, pronto a esplodere non appena fosse tornata alla realtà. Era come se il suo corpo fosse gravato dal peso di un male che guadagnava sempre più spazio e invadeva quel limbo irrazionale che, in presenza di un lutto, prende possesso di chi sopravvive.
«Se la sente, signora?»
La donna annuì, senza alzare lo sguardo.
«Non sarà una cosa facile, la devo avvertire. Purtroppo, lei è l’unica che può eseguire il riconoscimento: suo marito non aveva parenti stretti e quindi non possiamo effettuare i campionamenti per i test genetici. Il corpo è stato ricomposto nel miglior modo possibile.»
Nel corridoio delle celle faceva freddo, ma lei sembrava non accorgersene. Seguì l’uomo passo dopo passo, senza parlare.
Il cassetto frigorifero scivolò lungo le guide. Il medico attese un ulteriore cenno di assenso, prima di aprire la cerniera del sacco scuro.
La donna si sentì mancare, ma si fece forza e si costrinse a restare lucida. L’uomo aveva ragione: era rimasto ben poco di quel corpo, quello di una grande persona. Un uomo che si era sempre sacrificato per il bene degli altri. Sino all’ultimo, fatale momento.
Non pianse, lui non avrebbe voluto. Ma fu a quel punto che le forze le vennero a mancare. La sua mente incominciò a vorticare, fino a spegnersi nell’incoscienza.
Quando riprese i sensi, era adagiata su una brandina nello studio del medico.
«Va meglio, signora?»
La donna fece un cenno col capo. Il dottore la aiutò a rimettersi in piedi, sorreggendola per un braccio, e la accompagnò fino in fondo al corridoio che portava a un’uscita secondaria dell’obitorio. Quella principale era presidiata da fotografi e giornalisti: la morte violenta e improvvisa di suo marito aveva fatto, in pochi istanti, il giro del mondo.
L’uomo era appostato all’esterno. Quando la vide uscire cominciò a riprenderla con una microcamera nascosta in una borsa che teneva a tracolla. Le immagini, trasmesse in diretta a una stazione ricevente non troppo lontana, si soffermarono impietose sul dolore della donna che traspariva da ogni suo movimento, dal passo incerto, dall’aria smarrita, dagli occhi velati di pianto. Le riprese non s’interruppero neppure quando, a bordo di un’auto civetta della polizia federale messicana, la donna partì alla volta dell’aeroporto. Divennero solamente più traballanti e sfocate: l’uomo con la borsa a tracolla era salito su una berlina chiara e la stava seguendo.
Seduto davanti allo schermo in un appartamento elegante a poca distanza dall’aeroporto, qualcuno visionava con attenzione ciò che la telecamera nascosta stava trasmettendo. Damacio Ruiz distolse lo sguardo dal monitor non appena le immagini si soffermarono su Sara Terracini, ai piedi della scaletta del volo di Stato che avrebbe rimpatriato lei e il feretro. A quel punto, l’espressione dura del boss tradì un moto di soddisfazione: «Oswald Breil ha avuto quel che si meritava», disse rivolto ai suoi. «Adesso siamo più tranquilli.»
Quindi Ruiz, il più potente narcotrafficante al mondo, si lasciò sprofondare nella poltrona di pelle e aspirò una calda boccata dal sigaro cubano che stringeva tra le labbra.