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«E adesso?»

Eravamo sull'auto di Hippo, lanciata a tutto gas verso il Passage Noir. Mezzanotte passata: avevo meno di cinque ore di sonno al mio attivo, ma ero sveglissima.

«Verifico Claire Brideau» disse Ryan. «E rintraccio un porco di nome Pierre.»

«Cormier aveva spinto la Sicard tra le braccia di Pierre per i suoi luridi film. Pierre l'aveva ceduta a Bastarache per spogliarsi nei suoi bar. Dovrebbe bastare per incriminare Bastarache.»

«La Sicard non era minorenne quando è andata a lavorare allo Chat Rouge.»

«È passata da Cormier a Bastarache attraverso questo Pierre. Cormier ha fotografato anche Phoebe Quincy. E questo collega Bastarache alla Quincy, almeno indirettamente.»

«Concorso di colpa.» Le succinte risposte di Ryan suggerivano un marcato disinteresse per la conversazione.

Nel piccolo spazio intorno a noi, calò il silenzio. Per tenere occupata la mente, ripensai all'interrogatorio di David Bastarache. Aveva detto qualcosa che mi disturbava.

A un tratto, ci arrivai.

«Ryan, ricordi il commento di Bastarache, quando gli hai mostrato la foto della ragazza sulla panchetta?»

«Disse che era alle prese con l'algebra quando "quella lì" faceva la principessa indiana.»

«Cosa c'è che non ti torna in questa affermazione?»

«Mostra Bastarache per lo spietato bastardo che è.»

«Ho stampato quel fotogramma dal computer. Questa mattina. Stampante moderna, carta moderna. Non c'è alcun particolare nell'immagine che dia un'indicazione temporale.»

Mi lanciò un'occhiata. «E allora che cosa gli ha fatto pensare che fosse vecchia di decenni?»

«Sa di chi si tratta. Conosce quella ragazza.»

Notai le dita serrarsi sul volante, le nocche tendersi.

«Se non verrà incriminato, Bastarache uscirà domani.»

«Per incriminare qualcuno ci vogliono le prove.»

Mi abbandonai sullo schienale, frustrata, sapendo che aveva ragione. L'indagine non aveva prodotto nulla che collegasse quell'uomo ad alcuna delle ragazze morte o scomparse. Che lo collegasse a un qualsiasi reato, a dire il vero. Un pubblico ministero avrebbe chiesto prove fisiche, o prove circostanziali più solide. Ciò nonostante, l'apparente sconforto di Ryan mi sorprendeva.

«Dovresti essere contento. La Sicard è viva e l'abbiamo trovata.»

«Oh sì, un amore di ragazza.»

«Pensi di avvertire i suoi genitori?»

«Per ora no.»

«Ho la sensazione che Kelly si metterà in contatto con loro di sua iniziativa.»

«Karin.»

«Kelly, Kitty, Karin. Credi che non ci abbia detto tutto ciò che sa?»

Ryan produsse un rumore che, nel buio, non riuscii a interpretare.

«Se vuoi la mia impressione, è una che si apre se interrogata, ma dice poco di sua spontanea volontà.»

Silenzio.

«Ha fatto un commento interessante quando sei andato a pagare.»

«Grazie per la cioccolata?»

«È convinta che la Brideau sia stata uccisa.»

«Da chi?»

«Non l'ha detto.»

«Io scommetto su Pierre il Valoroso.»

«Lui la minacciava, ma Bastarache parlava spesso con lei.»

Guardai Ryan, una sagoma scura, poi un volto progressivamente illuminato da fari in avvicinamento. E il volto era di pietra.

«Hai risolto due casi, Ryan. Casi che erano ibernati da anni. Anne Giardin e Kelly Sicard. Se la Sicard ha ragione, anche il corpo della Rivière des Milles-Îles sarà identificato come Claire Brideau. Stai facendo progressi.»

«Una viva, quattro morte, due ancora disperse. Vai con i fuochi d'artificio, diamo il via ai festeggiamenti!»

Un camion ci superò con un sibilo. Intrappolata nella sua scia, l'Impala cominciò a sbandare, poi ritrovò stabilità.

Dando le spalle a Ryan, tirai fuori il cellulare dalla borsa e controllai i messaggi.

Ancora nessuna notizia da parte di Harry.

Rob Potter aveva chiamato alle dieci e quarantadue. Dopo avere analizzato le poesie, era giunto a una conclusione. Ero curiosa, ma era decisamente troppo tardi per telefonargli.

Abbandonai il capo sul poggiatesta, chiusi gli occhi. Mentre sfrecciavamo nella notte, il mio cervello era tutto un andirivieni di pensieri.

Perché Harry non chiamava? Un avvicendarsi di flash sconvolgenti. Lo scimmione nello studio di Cormier. L'email con la citazione dei Death e la telefonata anonima. La coppia che ficcava il naso nel mio palazzo.

Mulally e Babin.

E se Harry non avesse liberamente scelto di andarsene?

Non trarre conclusioni affrettate, Brennan. Non ancora. È sparita solo da ieri. Se non si fa sentire entro domani, chiederai a Hippo o a Ryan di tenere d'occhio Mulally e Babin.

Oberine era viva? Perché, allora, simulare il suicidio? Era regolarmente in contatto con Bastarache? Perché? Quell'uomo le aveva rotto un braccio e persino dato fuoco.

A che conclusione era giunto Rob? Le poesie erano state scritte tutte dalla stessa persona? L'autrice era Evangeline? Obeline aveva pagato per far pubblicare la raccolta dalla O'Connor House? Perché in forma anonima? Bastarache l'aveva tormentata a tal punto, che sentiva un bisogno di segretezza in ogni cosa?

Davvero Obeline aveva assistito all'omicidio di Evangeline? Chi l'aveva uccisa? Bastarache era giovane a quell'epoca. Poteva essere coinvolto? E come?

Che ne era stato del corpo di Evangeline? Era finita in una tomba senza nome come la ragazza di Hippo, lo scheletro di Sheldrake Island? E chi era quella ragazza? L'avremmo mai scoperto?

Bastarache aveva eliminato Cormier? O era stato Pierre? Uno dei due aveva ucciso Claire Brideau? Perché? E Claudine Cloquet? Phoebe Quincy? La ragazza sulla spiaggia di Dorval? La ragazza del Lac des Deux Montagnes?

Queste ultime due erano state uccise? Anche la Cloquet e la Quincy erano morte? Altrimenti, dov'erano?

Troppi se e troppi perché.

E dove diavolo era Harry?

 

Hippo stava fumando una Player's sul marciapiede quando parcheggiammo di fronte al Passage Noir. Ryan scroccò un fiammifero e si accese una sigaretta, mentre io riferivo la nostra conversazione con Kelly Sicard/Karin Pitre.

Gallant ascoltò, alzando e abbassando il mento come un pupazzo a molla.

«Mi sono fatto un altro round con lo staff» disse poi. «Li ho lasciati andare circa un'ora fa. Ho detto loro di non programmare viaggi.»

«Chiamate da Orsainville?» domandò Ryan.

Hippo annuì. «L'avvocato di Bastarache gridava come un'ossessa. Se non troviamo qualcosa per incriminare quel cazzone, lo rimettono fuori all'alba.»

Ryan buttò la sigaretta e la schiacciò con il tacco della scarpa. «E allora troviamo qualcosa.» Spalancando la porta, entrò a grandi passi nel locale.

Mentre si addentrava con Hippo negli archivi di Bastarache, recuperai il mio computer portatile dall'Impala e lo avviai. La connessione fu insopportabilmente lenta. Aprendo il mio browser, presi ad aggirarmi tra «produttori porno», «registi porno», «società di produzione porno», «industria del cinema porno» e via digitando.

Scoprii l'Alleanza religiosa contro la pornografia. Lessi articoli su procuratori locali e federali impegnati in cause legali. Vidi lap-dance virtuali, orgasmi esagerati e vagonate di silicone. Memorizzai produttori, attori, siti web e società.

Non trovai nessuno che rispondeva al nome di Pierre.

Alle quattro e mezza sentivo ormai l'estremo bisogno di una doccia. E di antibiotici.

Chiuso il PC, mi spostai sulla chaise longue con l'intenzione di riposare gli occhi per cinque minuti. Dall'altra parte della stanza, sentivo Ryan e Hippo sbattere cassetti, sfogliare ricevute e fatture.

Un attimo dopo stavo discutendo con Harry. Insisteva che mi infilassi dei mocassini indiani e io non volevo.

«Facciamo Pocahontas» disse.

«Mascherarsi è una cosa da bambini» dissi io.

«Dobbiamo farlo prima di ammalarci.»

«Nessuno si sta ammalando.»

«Io dovrò andarmene.»

«Puoi restare tutto il tempo che vuoi.»

«Dici sempre così. Ma io ho il libro.»

Notai che stringeva tra le mani il suo album dei ricordi.

«Non hai visto la parte su Evangeline.»

«L'ho vista» replicai.

Mentre tendevo una mano verso l'album, Harry si girò. Oltre la sua spalla vidi una bambina dai lunghi capelli biondi. Harry le parlava, ma io non riuscivo a distinguere le parole.

Con il libro ancora in mano, Harry si incamminò verso la bambina. Cercai di seguirla, ma i mocassini continuavano a scivolarmi dai piedi, facendomi inciampare.

Poi mi ritrovai a guardare la luce del sole, strizzando gli occhi, da una finestra con sbarre di ferro. Tutto intorno era buio. Harry e la bambina mi fissavano di là dai vetri. Ma non era più una bambina, era diventata una vecchia, le guance cadenti e i capelli un nembo argenteo intorno alla testa.

Vidi apparire degli squarci nella pelle rugosa che le circondava gli occhi e le labbra. Il naso si aprì in un buco nero frastagliato.

Un volto cominciò a materializzarsi sotto quello della vecchia. Lentamente prese forma: era il volto di mia madre. Le sue labbra tremavano e lacrime brillavano sulle sue guance.

Tesi una mano tra le sbarre. Mia madre allungò la sua. Dentro c'era un fazzolettino di carta appallottolato.

«Esci dall'ospedale» disse.

«Non so come» ribattei io.

«Devi andare a scuola.»

«Bastarache non ci è andato a scuola» protestai.

Mamma gettò il fazzolettino verso di me. Mi colpì la spalla. Ne lanciò un altro, e un altro ancora.

Aprii gli occhi. Ryan mi stava tirando per la manica.

Mi alzai così in fretta che lo schienale reclinabile scattò in posizione verticale.

«Bastarache sarà libero tra un'ora» disse Ryan. «Voglio pedinarlo, vedere dove va.»

Guardai l'orologio. Erano quasi le sette.

«Potresti rimanere qui con Hippo. Oppure ti lascio in un motel e torno a pren...»

«Niente da fare.» Scattai in piedi. «Andiamo.»

Durante il tragitto, analizzai ciò che riuscivo a ricordare del sogno. Il contenuto era normale amministrazione: il mio cervello stava rivisitando eventi recenti. Mi chiedo spesso che cosa potrebbero scrivere degli esperti delle mie peregrinazioni notturne. Immaginario surreale senza alcuna chiara demarcazione tra fantasia e realtà.

Il programma di questa notte era una tipica retrospettiva espressa dal mio subconscio. Harry e il suo album. Il riferimento fatto da Kelly Sicard ai mocassini indiani. Il suo fazzolettino appallottolato. Bastarache. L'immagine delle sbarre alle finestre, sicuramente buttata lì dal mio Es per rappresentare la frustrazione.

Ma l'apparizione di mia madre mi lasciava perplessa. E perché il riferimento a un ospedale? E alla malattia? E chi era la vecchia?

Guardai le altre macchine che passavano, chiedendomi come potessero essercene così tante sulla strada già di prima mattina. Quegli automobilisti andavano al lavoro? A portare il bambino a lezione di nuoto prima dell'orario scolastico? Tornavano a casa dopo una lunga nottata trascorsa a servire hamburger e patatine?

Ryan si fermò in un posteggio fuori dall'ingresso principale della prigione, parcheggiò e si appoggiò di lato alla portiera. Era chiaro che voleva silenzio, perciò tornai a immergermi nei miei pensieri.

Passarono i minuti. Dieci. Quindici.

Eravamo lì da circa mezz'ora quando una sinapsi, ispirata dal sogno, si eccitò.

Madre. Ospedale. Malattia. 1965.

Il sussurro indecifrabile che avevo sentito mentre leggevo del lazzaretto di Tracadie mi eruppe nel proencefalo con la forza di un geyser. Si collegò ad altre immagini e ricordi disparati.

Mi raddrizzai di scatto sul sedile. Santa Madre di Dio, poteva davvero essere per quello?

Sentivo nelle viscere che ero incappata nella risposta. Erano passati trentacinque anni e, finalmente, avevo capito.

Anziché trionfo, però, provai solo tristezza.

«So perché Evangeline e Obeline sparirono da Pawley's Island» dissi, l'eccitazione che mi faceva vibrare la voce.

«Davvero?» Ryan sembrava esausto.

«Laurette Landry cominciò a portare le figlie a Pawley's Island quando perse l'impiego in un ospedale e dovette iniziare un doppio lavoro, in un conservificio e in un motel. Evangeline e Obeline vennero riportate a Tracadie quando Laurette si ammalò.»

«Questo l'hai sempre saputo.»

«Le ragazze avevano cominciato a venire sull'isola nel 1965, lo stesso anno in cui chiuse il lazzaretto di Tracadie.»

«Magari c'era un altro ospedale in città.»

«Non credo. Controllerò i vecchi registri del personale, naturalmente, ma sono pronta a scommettere che lavorava proprio nel lebbrosario.»

Mi lanciò un'occhiata di traverso, poi i suoi occhi tornarono rapidamente a fissarsi sull'ingresso della prigione.

«Evangeline mi disse che sua madre era stata una dipendente di quell'ospedale per molti anni. Se lavorava effettivamente al lazzaretto, si sarebbe trovata a stretto contatto con la lebbra. È appurato che la malattia da lei contratta richiedeva l'assistenza quotidiana da parte della figlia.»

«Anche se Laurette avesse contratto la lebbra, stiamo parlando degli anni Sessanta. La cura era disponibile fin dai Quaranta.»

«Pensa al marchio d'infamia, Ryan. Intere famiglie furono ostracizzate. Era proibito dare lavoro ai lebbrosi, o ai loro parenti, se il malato viveva a casa. E non furono rovinate soltanto singole esistenze. La presenza del lazzaretto ebbe un effetto devastante sull'economia di Tracadie. Per anni, nessun prodotto indicò mai il nome della città sull'etichetta. Spesso, l'associarsi pubblicamente a Tracadie significava la fine per un'impresa.»

«Questo è stato decenni fa.»

«Come dice Hippo, gli acadiani hanno la memoria molto lunga. I Landry non avevano istruzione. Forse scelsero di nascondere Laurette. Forse non si fidavano dello Stato, come Bastarache.»

Ryan emise uno dei suoi versi indefiniti.

«Forse Laurette aveva paura di essere messa in quarantena.»

In quel momento, il cellulare di Ryan squillò.

«Sì» rispose.

I miei pensieri balzarono da Laurette alla ragazza di Hippo. Dunque le due erano morte della stessa malattia?

«Arriva.»

La voce di Ryan mi riportò bruscamente al presente. Seguii il suo sguardo fino all'entrata della prigione.

Bastarache stava camminando verso di noi. Accanto a lui c'era una donna dai capelli scuri con un dimesso completo grigio. Aveva una ventiquattrore e, parlando, gesticolava con la mano. Immaginai che fosse il consulente legale.

Isabelle Francoeur e Bastarache attraversarono il parcheggio e salirono su una Mercedes nera. Continuando a parlare, la donna ingranò la marcia e partì.

Ryan attese che la Mercedes si fosse immessa nel traffico, poi la seguì.