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Céline e io seguimmo Ryan attraverso la Sortie, in una sala buia sul retro. Dechesne ci guardò avvicinare, annoiato, con le palpebre pesanti. Alla sua destra c'era un piccolo camerino, la porta socchiusa. Attraverso una nebbia di fumo, vidi il barman e le ragazze in kimono tra specchi, parrucche e costumi di scena.
Sulla sinistra c'era una stanza rivestita in finto legno. Dentro c'era Gallant, intento a smistare carte su una scrivania.
Céline raggiunse le sue colleghe. Ryan e io ci unimmo a Hippo.
«Niente?» domandò Ryan.
«Pare che non stia usando questo ufficio da un po'. Conti e ricevute arrivano solo fino a due anni fa.»
«Io ho qualcosa» dissi.
I due uomini mi guardarono.
«La ballerina bionda, Céline, ha detto che Kelly Sicard lavorava nel locale di Bastarache a Moncton con il nome di Kitty Stanley. Sul palco si esibiva come Kitty Chaton. Sposò un fiorista di Sainte-Anne-de-Beaupré.»
«In che anno?»
«Céline è un po' vaga sulle date.»
«Non dovrebbe essere difficile rintracciare il tizio» disse Ryan.
Hippo Gallant stava già tirando fuori il suo portatile. «Ci penso io.»
Una porta laterale dell'ufficio conduceva a una scala. Ryan e io salimmo, ritrovandoci in una specie di loft.
Era un ampio locale quadrato con zona notte, zona pranzo e zona giorno delimitate semplicemente dalla disposizione dei mobili. La cucina era demarcata da un'isola con sgabelli tipo bar. Il salotto era un insieme divano-poltrona-chaise longue di pelle nera di fronte a un televisore ultrapiatto posto su un carrello in vetro e acciaio. La zona notte era costituita da un letto oversize, un tavolo molto grande di legno, un tavolino e un guardaroba. L'area era circoscritta da una L di schedari in metallo nero. In un angolo era ritagliato un bagno, dietro una parete con una porta.
Due tecnici della Scientifica erano impegnati nel loro lavoro. Spennellare in cerca di impronte. Svuotare armadi. Cercare qualunque cosa sospetta o illegale. Apparentemente, non avevano trovato molto.
«Voglio che ascolti questo.»
Ryan mi guidò al tavolo e premette un tasto sul telefono. Una voce meccanica riferì che non c'erano nuovi messaggi e ne restavano trentatré vecchi. Segnalò che la memoria era piena. Ryan premette il tasto 1, come da istruzioni, per ascoltare i messaggi registrati.
Ventinove persone avevano chiamato in risposta a un annuncio relativo a una Lexus. Una donna aveva telefonato due volte per spostare il giorno delle pulizie. Un uomo di nome Léon voleva che Bastarache andasse a pesca.
L'ultima voce era femminile, un francese chiaramente chiac.
«Non è una buona giornata. Ho bisogno della medicina. Ob...»
Il nastro si interruppe.
«Stava dicendo Obeline?» chiese Ryan.
«Credo di sì.» Ero sovreccitata. «Fammelo ascoltare di nuovo.»
Lo fece. Due volte.
«Sembra Obeline, ma non posso esserne sicura. Perché lo stronzo non cancella i messaggi della segreteria?»
«Guarda qua» disse Ryan. «Il telefono è provvisto del dispositivo che riconosce il numero di chi chiama e registra la data e l'ora in cui la telefonata è avvenuta. Se la chiamata è riservata, appare la dicitura "Numero privato".» Ryan cominciò a scorrere la lista, fermandosi sulle chiamate non identificate. «Osserva orari e date.»
«Un "Numero privato" chiama circa alle sette tutte le sere» dissi.
«Il messaggio troncato è stato l'ultimo a entrare in memoria. Aveva la scritta "privato" ed è stato lasciato ieri sera alle sette e zero otto.»
«Obeline potrebbe essere viva» dissi, rendendomi conto di ciò che il suo discorso implicava. «E si fa sentire tutte le sere.»
«Esatto, ma perché?»
«Se è Obeline, perché simulare il suicidio?» domandai. «E dov'è adesso?»
«Domande acute, dottoressa Brennan. Scoveremo una traccia.»
Notai il tecnico della Scientifica che lavorava in cucina. «Hanno trovato niente che leghi Bastarache alla Quincy o alla Sicard? O a Cormier?»
«Non sembra che Bastarache passasse molto tempo in questo posto.»
«Corrisponde. Céline ha detto che non lo vedeva praticamente mai. Perciò dove vive?»
«L'acume non ha fine.» Sorrise.
Mi annichilì. Il sorriso di Ryan mi fa sempre questo effetto.
Cominciai a vagare, aprendo gli armadietti, le credenze e i cassetti su cui erano già state rilevate le impronte. Ryan aveva ragione: a parte dei gamberetti surgelati e una vaschetta di gelato Ben and Jerry's malamente cristallizzato, il frigo conteneva olive, succo di pomodoro, un vasetto già aperto di aringhe in salamoia, un limone essiccato e alcuni avanzi verdi e lanuginosi che erano probabilmente formaggi ammuffiti. A parte aspirina, schiuma da barba e un rasoio usa e getta, l'armadietto dei medicinali era vuoto.
Eravamo nell'appartamento da una ventina di minuti, quando Hippo chiamò da metà scala.
«Ho la Sicard. Ora si fa chiamare Karin Pitre. Il marito vende ancora gigli e tulipani in Sainte-Anne-de-Beaupré. Abbiamo appuntamento con lei sulla Route 138 alle undici.»
Ryan e io dovemmo apparire sorpresi.
«La signora ora ha dei figli e preferisce parlare dei suoi anni ruggenti lontano dalla pareti domestiche.»
Le Café Sainte-Anne era un tipico ritrovo per camionisti del Québec: bancone, séparé in vinile, tendine sbiadite dal sole, cameriera stanca. A quell'ora era praticamente deserto.
Malgrado l'età e il diverso taglio di capelli, Kelly somigliava ancora alla ragazza delle fotografie. Stessi occhi azzurri e sopracciglia alla Brooke Shields. Sedeva in uno degli ultimi séparé, mezza tazza di cioccolata calda sul tavolo davanti a lei. Non sorrideva.
Ryan mostrò il distintivo. Annuì senza disturbarsi a guardarlo.
Ci sedemmo e Ryan esordì in francese.
«Molte persone ti cercano, Kelly.»
«Il mio nome è Karin adesso. Karin Pitre.» Rispose in inglese, poco più di un sussurro.
«Non vogliamo metterti nei guai.»
«Sì? Se viene fuori il mio passato, avrò qualche difficoltà a organizzare i turni ai giardinetti con le mamme.»
«Sai quel che si dice del raccogliere e del seminare.»
«Ero giovane e stupida. Sono uscita da quella vita quasi otto anni fa. Le mie figlie non ne sanno niente.» Parlando, i suoi occhi perlustravano il caffè. Era evidentemente nervosa. E irritabile.
Apparve una cameriera al nostro tavolo. Il suo nome era Johanne. Ryan e io chiedemmo del caffè. Karin ordinò un'altra cioccolata.
«Farò di tutto per tenere la faccenda riservata» disse Ryan non appena Johanne se ne fu andata. «Non è te che vogliamo.»
Si rilassò un poco. «E allora chi?»
«David Bastarache.»
«Che c'entra lui?»
Ryan la trafisse con due fari azzurro butano. «Diccelo tu.»
«Bastarache possiede dei bar.» Di nuovo, Karin scandagliò il locale con lo sguardo. «Io ballavo in uno di quelli, Le Chat Rouge, a Moncton. È lì che ho conosciuto mio marito.»
«Quando hai visto Bastarache per l'ultima volta?»
«Poco prima di andarmene. Fu un addio tranquillo: ci lasciammo senza rancore.»
«Dunque è tutto qui, Karin? Solo balletti sexy?»
Johanne tornò, distribuendo tazze e cucchiaini. Karin attese che se ne andasse.
«So dove vuole arrivare, ma girare filmetti non era cosa per me. Facevo solo spogliarelli.»
«Non hai mai fatto vedere un po' di tette in un video?»
Karin sollevò la tazza, la posò senza bere. Notai che le tremava la mano.
«Raccontaci di Stanislas Cormier» riprese Ryan.
Gli occhi di Karin si spostarono su di me. «Lei chi è?»
«La mia collega. Stanislas Cormier?»
«Siete bravi, voialtri.»
«Non quanto potremmo esserlo.»
«Avevo quindici anni. Volevo essere una delle Spice Girls.» Mescolò la sua cioccolata. «Volevo vivere a Hollywood e comparire sulla copertina di "People magazine".»
«Va' avanti.»
«Andai da Cormier per farmi fare un composit. Sapete, foto glamour o cose così. Avevo letto, in un articolo, che è il modo giusto per cominciare come attrice e modella. Che ne sapevo? Durante le riprese iniziammo a parlare. Cormier si offrì di mettermi in contatto con un agente.»
«Se avessi accettato qualche posa discutibile?»
«Sembrava una cosa innocua.»
«Lo era?»
Scosse la testa.
«Continua.»
«È dura parlarne.»
«Provaci.»
Gli occhi di Karin si fissarono sulla sua tazza. «Circa una settimana dopo la seduta fotografica, mi chiamò un uomo. Disse che aveva una particina per me in un film intitolato Porcahontas. Ero così eccitata! Pensai di aver trovato un biglietto per la libertà da quei nazi dei miei genitori.»
Scosse tristemente la testa. Rimpiangendo che cosa?, mi domandai. I genitori perduti? L'adolescenza perduta? O i perduti sogni da star?
«L'uomo mi portò in un motel di quart'ordine. Scopata da un tale in perizoma con dei mocassini indiani infilati ai piedi. Mi diedero cinquanta dollari.»
«Bastarache.»
Karin alzò gli occhi, sorpresa. «No. Pierre.»
«Cognome?»
«Non me l'ha mai detto e io non l'ho mai chiesto.» Deglutì. «Disse che avevo talento. Disse che se gli concedevo l'esclusiva, avrebbe dato il via alla mia carriera di attrice.»
«Credevi davvero che questo tale avrebbe fatto di te una stella?» Cercai di non lasciar trasparire la mia incredulità.
«Cormier mi convinse che Pierre era molto influente. Che ne sapevo io? Parlava il gergo dell'ambiente. Diceva di conoscere le persone giuste. Mi fidai di lui.»
Dietro di noi, Johanne impilava rumorosamente delle stoviglie.
«Poi che cosa accadde?» chiese Ryan.
«Dopo qualche settimana, Pierre mi comunicò che dovevo andarmene di casa. Una sera dissi ai miei che sarei rimasta a studiare da alcuni amici. Invece passai la serata al bar. Quando lasciai la compagnia, lui passò a prendermi e mi portò in quella grande, vecchia casa, in un posto sperduto. Era un po' cadente, ma sempre meglio di quello cui ero abituata a Rosemère. C'era anche un altro paio di ragazze, perciò mi sembrò tutto regolare. Pierre mi aiutò a tagliare e tingere i capelli. Disse che così sarei sembrata più grande. Questione di immagine, sapete.»
Mantenni lo sguardo e le mani immobili.
«Impiegai sei, forse sette mesi a capire che ero stata ingannata. Quando cercai di andarmene, quella testa di cazzo mi minacciò. Disse che se lo mollavo o se parlavo con qualcuno avrebbe mandato i suoi scagnozzi a farmi del male. Minacciò che mi avrebbe fatto sfregiare.»
«E come ne sei uscita?»
«Ogni film di Pierre era ambientato in un luogo differente. Suore maiale, La fica monaca, Succhiami il totem. Era convinto che una cornice narrativa desse alla sua roba un tocco di classe. Così la chiamava, cornice narrativa. Quei film erano una vera merda.
«Eravamo a Moncton a girarne uno intitolato Acadia profonda. Io e quest'altra ragazza cominciammo a bazzicare un bar sulla 106 dopo le riprese. Le Chat Rouge. Il proprietario era il signor Bastarache e ogni tanto scambiava quattro chiacchiere con noi. Una sera mi ubriacai e cominciai a piagnucolare di quant'ero infelice. La mattina dopo, Pierre mi disse che non lavoravo più per lui, ma per Bastarache. Non credevo alle mie orecchie.»
«Non gli hai chiesto perché ti licenziava?» intervenne Ryan.
«Pierre era fatto così. Un giorno una ragazza era la sua cocca, il giorno dopo era sparita. E poi non me ne importava. Ero felice di avere chiuso con il porno.»
«Sapevi che la polizia ti stava cercando a Montréal?»
«All'inizio no. Quando lo scoprii, pensai che fosse ormai troppo tardi. Pierre mi convinse che mi avrebbero multato e poi sbattuto in galera perché non avevo i soldi per pagarla. Ben presto i media smisero di interessarsi a me. Non vedevo alcun motivo per andarmi a cacciare in altri guai.»
«Eccoci al punto.»
Ryan mi fece un cenno con la mano perché gli passassi la busta delle foto. Dispose sul tavolo alcune immagini di Claudine Cloquet e della ragazza di Dorval.
Karin diede uno sguardo ai volti. «Non le conosco.»
Phoebe Jane Quincy andò ad aggiungersi alla fila.
«Dio, è poco più grande di mia sorella.»
Ryan ci mise anche la ricostruzione facciale della ragazza della Rivière des Milles-Îles.
La mano di Karin corse alla bocca. «Oh, no. No!»
Non respirai. Non mossi nemmeno un muscolo.
«È Claire Brideau.»
«La conoscevi?»
«Era una delle ragazze che vivevano in casa di Pierre, quella con cui andavo allo Chat Rouge.» Il naso diventò rosso e il mento cominciò a tremare. «Era con me quell'ultima sera prima che mi cacciassero.»
«Claire conosceva Bastarache?»
«Era proprio con lei che attaccava discorso normalmente. Chissà perché, quella sera cominciò a parlare con me.» Balbettò: «È morta?».
«Fu trovata a faccia in giù in un fiume nel 1999.»
«Dio benedetto!» Il suo petto si sollevò, lottò per trattenere le lacrime. «Perché questo disegno? Il corpo era messo tanto male?»
La trovai una domanda strana. Se anche Ryan condivideva la mia reazione, non lo diede a vedere.
«Era rimasta un bel po' in acqua.»
Cercò a tentoni la chiusura della sua borsa.
«Di dov'era Claire?» domandò Ryan.
«Non me l'ha mai detto.» Tirò fuori un fazzolettino, lo premette sugli occhi.
«Faceva anche lei filmetti per Pierre?»
Karin annuì, soffiandosi il naso col fazzolettino stretto nel pugno.
«Sai dov'è Pierre adesso?»
«Non l'ho più visto né sentito dal 1999.»
«Saresti in grado, all'occorrenza, di ritrovare la sua casa?»
Scosse la testa: «È passato troppo tempo. Io non guidavo mai. Non ci ho mai fatto attenzione».
Abbandonando la fronte sul pugno, trasse un lungo respiro stremato. Posai delicatamente la mia mano sulla sua. Le spalle furono scosse da un tremito, lacrime le rigarono le guance.
Ryan intercettò il mio sguardo e accennò alla porta con un movimento del capo. Annuii. Avevamo ottenuto il massimo per ora e, in caso di necessità, sapevamo dove ritrovare Karin Pitre.
Ryan si alzò e andò alla cassa.
«Non era mia intenzione creare tanto scompiglio.» Inghiottì, mentre un singhiozzo le saliva in gola. «Volevo solo andarmene. Credevo che non sarei mancata a nessuno.»
«I tuoi?» domandai.
Alzando la mano, si premette il fazzolettino appallottolato su un occhio e poi sull'altro. «Non siamo mai andati d'accordo.»
«Magari vorrebbero avere la possibilità di andare d'accordo con le loro nipotine.» Feci per scivolare fuori dal séparé.
Karin allungò la mano e mi afferrò il polso. «Mio marito non sa dei film porno.»
La guardai, incapace di immaginare che cosa era stata la sua vita. Che cos'era adesso.
«Forse dovresti dirglielo» suggerii a bassa voce.
Un lampo nei suoi occhi. Paura? Sfida. La stretta si serrò.
«Tu sai chi ha ucciso Claire?» mi chiese.
«Credi che sia stata uccisa?»
Annuì, le dita serrate così forte, che il fazzoletto era ormai una minuscola pallina bianca.