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Impedii a me stessa di pensare a lui.
Impedii a me stessa di precipitarmi al telefono. Prima di premere quei tasti, volevo ripassare quel che avrei detto a Obeline.
Invece, mi concentrai sulla patologia ossea.
Benché l'osso del metatarso fosse sottile e innaturalmente appuntito all'estremità distale, la corticale non mostrava anomalie ai raggi X. Simili alterazioni si producono nei casi di artrite reumatoide allo stadio avanzato. Ma nell'artrite reumatoide sono colpite anche le articolazioni, che nella ragazza erano sane.
Il lupus può causare una deformazione delle ossa di mani e piedi. Può interessare anche la spina e l'apertura nasale e causare il riassorbimento del processo alveolare mascellare superiore. Ma il lupus è una malattia autoimmune, che attacca molti organi e tessuti interni. Il danno presentato dallo scheletro in esame non era così esteso.
La sifilide comporta un'atrofia della spina nasale e la distruzione del palato anteriore. Ma in questa patologia sono frequenti lesioni della volta cranica e la ragazza non ne presentava.
Sifilide congenita.
Framboesia.
Tubercolosi.
E via di questo passo. Nulla corrispondeva esattamente al mio caso.
Alle cinque mi arresi e mi avviai verso casa.
Mentre mi concentravo sul traffico, le mie cellule cerebrali vagavano in libertà.
Visita periodica di Birdie dal veterinario. Era già ora?
L'hai portato a marzo.
Era luglio.
Tira fuori il libretto delle vaccinazioni.
Taglio di capelli.
Drastico, stile Halle Berry.
Così poi sembri Demi Moore in Soldato Jane.
Brutto film.
Non è questo il punto.
Chi bello vuole apparire...
O Pee Wee Herman. Ryan.
Al diavolo, ero stanca.
Come sui temi precedenti, le cellule cerebrali erano divise.
Rottura, predisse un manipolo di neuroni pessimisti. Col cavolo, ribatté la fazione ottimista.
I pessimisti proiettarono un'immagine. Annie Hall. Alvie e Annie che separavano le loro cose.
Io e Ryan non avevamo mai vissuto insieme, ma avevo passato delle notti da lui, e lui da me. Qualche oggetto era migrato da un appartamento all'altro? Forse Ryan voleva indietro i suoi CD?
Cominciai a elencare mentalmente le sue cose che erano in casa mia. Cavatappi. Spazzolino da denti. Una boccetta di Boucheron aftershave.
Charlie?
Ryan è superiore a queste formalità coniugali.
Se n'è andato.
Perché, allora, l'abbraccio?
Era infoiato.
«Basta così.» Accesi la radio.
Garou cantava languidamente Seul. Senza accompagnamento musicale. La spensi.
Birdie mi salutò lasciandosi cadere morbidamente di lato, stirando tutte e quattro le zampe e ruotando sul dorso. Ryan chiamava quella manovra il casqué.
Gli grattai la pancia, ma dovette percepire la tensione nel mio tocco, perché scattò in piedi e mi guardò con occhi gialli e rotondi.
Un po' era per Ryan. Un po' per Obeline. E un po' perché ero imbottita di caffè.
«Scusami ma ho un sacco di cose per la testa.»
Sentendo la mia voce, Charlie si mise a gracchiare un verso di una canzone dei Black Eyed Peas. A Charlie piace il ritmo, non le parole.
Il mio allarme antincendio, quando finisce la batteria, emette un fischio fastidioso finché la pila non viene sostituita. Successe una volta durante un week-end in cui avevo lasciato Charlie da solo. Il pappagallo fischiò in quel modo snervante per i successivi tre mesi.
Inserii il CD per tentare di rieducare il linguaggio di Charlie, riempii la vaschetta dei semi e quella dell'acqua, diedi da mangiare al gatto. Poi passai da una stanza all'altra, dimenticando sistematicamente perché ci ero entrata.
Ci voleva un po' di moto.
Mi allacciai le scarpette da ginnastica e feci una corsa leggera su per la collina, poi svoltai in direzione ovest. Sul lato opposto di Sherbrooke si estendeva il terreno del Grand Seminaire, luogo del ritrovamento, anni addietro, di un corpo smembrato. Uno dei primi casi cui avevo lavorato con Ryan.
La pioggia non arrivava ancora, ma la pressione barometrica doveva toccare almeno il miliardo di atmosfere. Pochi isolati ed ero in un bagno di sudore, respirando affannosamente. Lo sforzo fisico dava una bella sensazione. Superai con passi pesanti Shriner's Temple, Dawson College, Westmount Park.
Dopo un paio di chilometri, feci dietrofront.
Niente Birdie ad accogliermi, questa volta. Nella fretta di uscire, avevo lasciato socchiusa la porta dello studio.
Felino e volatile stavano occhi negli occhi. Malgrado il pavimento cosparso di piume e gusci di semi, né l'uno né l'altro pareva particolarmente eccitato. Decisamente, però, c'era stata una certa attività durante la mia assenza.
Cacciai fuori Birdie dalla stanza e andai dritta a farmi una doccia.
Mentre mi asciugavo i capelli, i neuroni si intromisero ancora.
Mascara e fard.
Perché truccarsi per una storia finita?
Per rispetto verso me stessa.
Balle!
Una spruzzata di Issey Miyake.
Sgualdrina.
La Maison du Cari si trova in un seminterrato sulla Bishop, di fronte alla biblioteca della Concordia University. Ben, il proprietario, ricorda il piatto preferito di ogni cliente abituale. Sul mio non ci sono dubbi. Il suo korma è così ricco da conquistare anche il palato più esigente.
Scendendo i gradini, scorsi i capelli di Ryan attraverso la finestrella sul davanti, al di là di una patina di sporco. Curry eccellente, tandoori fenomenale, ma poca dimestichezza con i prodotti per lavare i vetri.
Ryan stava bevendo Newcastle ale e sgranocchiando papadum. Appena mi sedetti, una Diet Coke atterrò sul tavolo. Molto ghiaccio. Fettina di lime. Perfetto.
Sentite le ultime sulla figlia di Ben in Svezia, ordinammo pollo vindaloo, agnello korma, channa masala, raita di cetrioli e nan.
All'inizio la conversazione si mantenne su un terreno neutrale: Phoebe Jane Quincy.
«Forse abbiamo una pista. La ragazza non possedeva un cellulare, ma la sua migliore amica sì. Questa, alla fine, ha ammesso di averlo lasciato usare a Phoebe per le chiamate che non poteva fare da casa. I tabulati telefonici mostrano un numero sconosciuto, composto otto volte negli ultimi tre mesi.»
«Un fidanzato?»
«Studio fotografico. Low end, nel Plateau. Affittato a un tizio di nome Stanislas Cormier.» Di nuovo quella breve contrattura dei muscoli mascellari. «Le aveva promesso di farla diventare una top model.»
«Te l'ha detto l'amica?»
Annuì. «La Quincy si vedeva già accanto a Tyra Banks.»
«Avete fermato Cormier?»
«Ho passato un incantevole pomeriggio a interrogare quell'idiota. È più innocente di Bambi.»
«Come spiega le telefonate?»
«Sostiene che Phoebe lo aveva trovato sulle Pagine Gialle. Voleva un servizio fotografico. Lui, che è un cittadino irreprensibile, le aveva domandato l'età e, sentendo che aveva solo tredici anni, aveva richiesto l'autorizzazione di un genitore.»
«Ma l'ha chiamato otto volte.»
«Cormier dice che era insistente.»
«Gli credi?»
«Tu che ne pensi?»
«È sua la foto alla Marilyn?»
«Dice di non saperne niente.»
«Potete trattenerlo?»
«Troveremo un'accusa.»
«E adesso?»
«Aspettiamo un mandato. Appena lo emettono, perquisiamo lo studio.»
«Che mi dici della vittima del Lac des Deux Montagnes? Trovato qualcosa con le nuove informazioni che ti ho dato su età e razza?»
«Non è nel CPIC, né nell'NCIC.»
Arrivarono le portate. Ryan ordinò un'altra Newcastle. Mentre ci servivamo, ricordai un particolare della nostra precedente conversazione sull'argomento.
«Non mi avevi detto che anche Kelly Sicard voleva fare la modella?»
«Già.» Cacciò in bocca una forchettata di curry. «Pensa un po'.»
Cenammo in silenzio. Accanto a noi, due ragazzi si tenevano per mano, occhi negli occhi, il cibo che si raffreddava nei piatti. Amore? Desiderio? Li invidiavo in ogni caso.
Alla fine, Ryan, arrivò al punto.
Dopo aver pulito la bocca, piegò accuratamente il tovagliolo e lo posò sul tavolo, lisciandolo con il palmo.
«C'è qualcosa che devo dirti. Non è facile, ma è giusto che tu lo sappia.»
Una mano mi afferrò le budella.
«I problemi di Lily sono più gravi di quanto io abbia voluto ammettere finora.»
La mano allentò appena un poco la presa.
«Tre settimane fa, l'hanno beccata a sgraffignare dei DVD in un Blockbuster. Mi hanno fatto la cortesia di chiamarmi perché sono un collega. Ho parlato con il gestore e sono riuscito a calmarlo, restituendo tutto. Lily si è risparmiata la trafila. Per questa volta.»
Il suo sguardo vagò fino alla finestra, oltre i vetri, e si perse nel buio, fuori, sulla Bishop.
«Lily si fa di eroina. Ruba per potersi permettere la droga.»
Non battei ciglio, né lanciai occhiate imbarazzate ai nostri vicini di tavolo.
«Buona parte della responsabilità è mia. Non ci sono mai stato.»
Lutetia ti aveva nascosto la sua esistenza. Questo non lo dissi.
Gli occhi di Ryan tornarono a fissare i miei. Vi scorsi dolore e senso di colpa. E qualcos'altro: la tristezza di un commiato.
Di nuovo la stretta.
«Mia figlia ha bisogno di assistenza medica, di consulenza psicologica, e li avrà. Ma ha bisogno anche di stabilità, di una casa, della convinzione che qualcuno creda in lei.»
Ryan mi prese entrambe le mani tra le sue.
«Lutetia è stata a Montréal nelle ultime due settimane.»
Mi sentii gelare.
«Abbiamo passato ore a discutere di tutto questo.» Esitò un momento. «Vogliamo fornire a Lily la rete di sicurezza di cui ha bisogno.»
Attesi.
«Abbiamo deciso di provare a tenere in piedi un rapporto.»
«Torni con Lutetia?» Totalmente calma fuori, tumulto interiore.
«È la decisione più dolorosa che abbia mai dovuto prendere. A mala pena ho chiuso occhio la notte. Non pensavo ad altro.» Ryan abbassò la voce. «Continuavo a vederti con Pete a Charleston.»
«Gli avevano sparato.» Appena un sussurro.
«Voglio dire prima. Eri tra le sue braccia.»
«Ero esausta, agitata per il troppo lavoro. Pete mi stava semplicemente calmando.»
«Lo so. Ammetto, quando vi ho visti insieme, di essermi sentito tradito. Umiliato. "Come ha potuto?" continuavo a ripetermi. Ti avrei bruciata viva. Quella prima sera, ho comprato una bottiglia di scotch, me la sono portata in camera e mi sono ubriacato. Ero così infuriato che ho scaraventato il telefono dell'albergo contro lo schermo della TV.»
Le mie sopracciglia migrarono verso l'alto.
«L'hotel mi ha fatto pagare seicento dollari di danni.» Un sorriso forzato. «Guarda, non ti sto criticando o rimproverando. Ma sono arrivato a persuadermi che non romperai mai del tutto con Pete.» Carezzando il dorso delle mie mani con i pollici. «Questa consapevolezza mi ha spinto a vedere le cose in modo diverso. Forse cantautori e poeti si sbagliano. Forse non ci viene concessa una seconda possibilità di far andar bene le cose.»
«Andrew e Lutetia. Come eravamo.» Vile e meschino, ma non riuscii a trattenermi.
«Questo, naturalmente, non influirà sulla sfera professionale.» Altro sorriso spento. «Saremo ancora Molder e Scully.»
X Files. Ex amanti.
«Voglio il tuo aiuto con queste persone scomparse e questi cadaveri non identificati.»
Ricacciai in gola una rispostaccia di cui poi mi sarei pentita.
«Sei sicuro di questo passo?» domandai.
«Mai stato meno sicuro di qualcosa in vita mia. Ma una cosa so con certezza. Devo a mia figlia un tentativo. Non posso stare a guardare mentre si distrugge.»
Avevo bisogno di una boccata d'aria fresca.
Non offrii rassicurazioni. Né un abbraccio.
Plasmando il mio volto in un sorriso, mi alzai e lasciai il ristorante.
Mi sentivo di piombo, indifferente ai gaudenti del sabato sera che mi passavano accanto sul marciapiede. I miei piedi si misero in moto meccanicamente, portandomi con loro senza che me ne accorgessi. Poi si fermarono.
Alzai gli occhi.
Hurley's.
Non era d'aria che avevo un disperato bisogno. Ero tornata di corsa al caro vecchio nido. Il rosso vivo nel calice dal lungo stelo, la sensazione bruciante in gola, il calore nel ventre. Un direttissimo in partenza per una felicità e un benessere momentanei.
Non dovevo far altro che entrare e chiedere.
Ma mi conosco. Sono un'alcolista. Una concessione di quel genere si protrarrebbe all'infinito. E, inevitabilmente, l'euforia lascerebbe il posto al disprezzo di me stessa. Ore, forse giorni di vita buttati al vento.
Invertii la rotta e tornai a casa.
Sdraiata sul mio letto, mi sentii completamente sola nell'universo.
I miei pensieri eseguirono una sorta di danza macabra. Dorothée e Geneviève Doucet, dimenticate in una
stanza al piano di sopra.
Kelly Sicard. Claudine Clouquet. Anne Giardin. Phoebe Jane Quincy. Svanite, forse violentate e uccise.
Tre giovani corpi, due dei quali gonfi e grotteschi.
Laurette, abbandonata, morta a trentaquattro anni.
La mia stessa madre, vedova, nevrotica, morta a cinquantasette.
Il piccolo Kevin, che se ne andò a tre.
Lo scheletro di una ragazzina, strappato alla tomba.
Obeline, picchiata e sfigurata.
Evangeline, svanita.
Ryan, perduto.
In quel momento, odiavo il mio lavoro. Odiavo la mia vita.
Il mondo era orribile.
Non ci furono lacrime, solo un'opprimente sensazione di stordimento.