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«Doc Brennan?» La voce era piacevole come il suono di unghie sulla lavagna. «C'est moé, Hippo.»

«Comment ça va?» Tono formale, come in ascensore. Se avessi dimostrato un sincero interesse, il mio interlocutore avrebbe risposto con dovizia di particolari e, benché mi fosse simpatico, non avevo proprio il tempo per fare conversazione.

«Ben. J'vas parker mon châr. Chu...»

«Hippo?» lo interruppi.

Il sergent-enquêteur Hippolyte Gallant faceva parte dell'Unité «Cold cases» du Service des enquêtes sur les crimes contre la personne de la Sûreté du Québec. Definizione lunga, traduzione facile: polizia provinciale, crimini contro la persona, sezione casi irrisolti.

Hippo e io avevamo lavorato insieme un paio di volte dalla creazione dell'Unità casi irrisolti, nel 2004, ma non ero mai riuscita a decifrare il suo accento. Non era il joual del proletariato francofono del Québec. E decisamente non aveva nulla di parigino, di belga, di nordafricano o di svizzero. Quale che fosse la sua origine, il francese di Hippo era un mistero per il mio orecchio americano.

Per fortuna, parlava anche inglese... con un forte accento e infarcito di espressioni gergali, ma comprensibile.

«Scusa, doc» disse, cambiando lingua. «Sto parcheggiando. Volevo buttarti lì una questione.»

«LaManche mi ha appena assegnato un caso urgente. Stavo andando all'obitorio.»

«Dieci minuti?»

Il mio orologio diceva già nove e quarantacinque.

«Vieni su.» Risposi rassegnata. Tanto mi avrebbe trovata comunque.

Comparve dieci minuti dopo. Attraverso i vetri del mio laboratorio, lo guardai percorrere il corridoio, fermandosi a scambiare saluti con i patologi rimasti negli uffici. In mano aveva un sacchetto di Dunkin Donuts.

Come descrivere Hippo? Corpulento, gli occhiali dalla montatura di plastica e i capelli dal taglio a spazzola ormai esageratamente fuori moda, somigliava più a un programmatore informatico che a un poliziotto.

Attraversò la stanza e parcheggiò il sacchetto sopra la mia scrivania. Ci guardai dentro: ciambelle.

Dire che non era un fanatico della sana alimentazione sarebbe come dire che gli amish non sono appassionati di auto sportive. Alcuni suoi colleghi dell'Unità casi irrisolti lo chiamavano «Tritatutto», anche se in realtà aveva lo stomaco perennemente in disordine.

Si servì una ciambella con glassa di sciroppo d'acero. Io scelsi quella al cioccolato.

«Ho pensato che non avessi ancora fatto colazione.»

«Mmm.» Avevo mangiato un bagel con crema di formaggio e due etti di lamponi.

«È quello il caso urgente?» Hippo accennò con il mento alle costolette d'agnello e alle ossa di pollo del cantiere edile.

«No.» Evitai ulteriori delucidazioni: erano quasi le dieci, ormai, e io ero lì con la bocca piena di ciambella al cioccolato.

«Voglio il tuo parere su una cosa.»

«Devo proprio andare giù, adesso.»

Hippo trascinò una sedia al mio tavolo. «Dieci minuti e sono fuori di qui.» Accomodandosi, si leccò lo zucchero dalle dita. Gli porsi un fazzolettino di carta.

«Si tratta di ossa, ma io non le ho ancora viste» iniziò Hippo. «La questione riguarda un collega della SQ. È nella polizia provinciale da diciotto anni e l'hanno appena trasferito da Rimouski a Gatineau. Ci siamo fatti una birra mentre era di passaggio a Montréal.»

Feci di sì con la testa, pensando in realtà alle ciambelle. Chissà se ne era rimasta una con la glassa allo sciroppo d'acero in quel sacchetto.

«Io e Gaston, così si chiama, siamo amici da quando eravamo ragazzi. Siamo entrambi di una cittadina delle Maritimes.» Ecco svelato il mistero del suo accento: chiac, un dialetto francese simile al joual, ma tipico di alcune province atlantiche.

«Insomma, questo scheletro da un paio d'anni sta levando il sonno al povero Gaston. Lui è mezzo micmac, sai. Prime Nazioni?»

Annuii di nuovo.

«È fissato con questa storia che i morti devono essere sepolti con tutti i crismi. Che il loro spirito non trova pace finché non li ficchi due metri sotto terra. Comunque, un qualche cazzone della SQ, nella sede in cui stava Gaston prima del trasferimento, tiene un teschio sulla scrivania e il resto dello scheletro in una scatola.»

«E il detective come le ha avute queste ossa?» Presi il sacchetto, glielo porsi. Hippo scosse la testa. Ci guardai dentro con noncuranza. Sì! Sciroppo d'acero glassato. Lo rimisi giù.

«Gaston non lo sa. Ma gli rimorde la coscienza per non essere riuscito a convincere il tizio a sotterrarle.»

«Niente sepoltura, niente Aldilà.»

«Esatto!»

«Ed è qui che entro in scena io.»

«Gaston mi ha chiesto se conoscevo qualche spolpaossa qui a Montréal. Io ho detto: "Stai scherzando? Doc Brennan e io siamo così"», sollevò due dita incrociate, chiazzate di nicotina.

«È sicuro che quelle ossa siano umane?»

Hippo annuì. «Già, e pensa che appartengano a un ragazzino.»

«Perché?»

«Sono piccole.»

«Dovrebbe contattare il coroner locale.» Allungai la mano con aria vaga e presi la ciambella glassata.

«L'ha fatto, ma quello l'ha liquidato in malo modo.»

«Perché?»

«Le ossa non sono proprio recenti.»

«Sono reperti archeologici?» Lo sciroppo d'acero non era male, ma il cioccolato rimaneva imbattibile.

«A quanto ho capito, sono essiccate e i buchi degli occhi sono incrostati di ragnatele.»

«Le ragnatele farebbero pensare a un'esposizione del cranio all'aria aperta.»

«Il coroner ha detto che quella roba era in giro da troppo tempo.»

Smisi di masticare. Non era giusto. Se le ossa erano umane, tecnicamente erano resti non identificati e dunque il coroner era tenuto a requisirle. Non era compito suo, ma dell'antropologo forense, stabilire se il decesso fosse abbastanza recente da rivestire un interesse medico-legale.

«Chi è il coroner?» Allungai la mano in cerca di carta e penna.

Hippo si batté un colpetto sulla tasca della giacca, che merita una menzione: era di una stoffa a righe gialle e arancioni, sovrapposte in orizzontale e in verticale, su uno sfondo bruno ferruginoso. Il tutto corredato da una pochette dorata in poliestere. Un capo che sarebbe stato haute couture nella Romania rurale.

Hippo tolse dalla tasca un blocchetto a spirale e scorse varie pagine.

«Dottor Yves Bradette. Vuoi il numero?»

Annuii, presi nota.

«Guarda, Gaston non vuole inguaiare nessuno.»

Alzai gli occhi.

«Okay, okay.» Hippo sollevò i palmi nella mia direzione. «Solo, sii discreta. Quel coso si trova al quartier generale della SQ, a Rimouski.» Diede uno sguardo ai suoi appunti. «È il distretto del Bas-Saint-Laurent/Gaspésie-Îles-de-la-Madeleine.» Tipico di Hippo: troppe informazioni.

«Non posso occuparmene subito.»

«Certo, certo, certo. Pas d'urgence. Quando puoi.»

 

Quando un corpo raggiunge il capolinea della sua vita, può subire uno di questi processi: putrefazione, mummificazione o saponificazione. Nessuna di queste opzioni offre un bello spettacolo.

In un ambiente caldo e umido, con batteri, insetti e/o vertebrati necrofagi in cerca di cibo, si ha la putrefazione. Questa comporta desquamazione cutanea, alterazione cromatica, gonfiamento, emissione dei gas addominali, infossamento del ventre, e molto più tardi i tessuti marciscono e le ossa si disintegrano.

In un ambiente caldo e asciutto, ove non intervengano insetti e altri animali, si ha la mummificazione. Essa è caratterizzata dalla distruzione degli organi interni, per autolisi e per l'azione dei batteri enterici, e dalla disidratazione e indurimento di muscoli e cute per effetto dell'evaporazione.

Nessuno lo sa con certezza, ma la saponificazione sembra richiedere un ambiente freddo e l'immersione in acqua scarsamente ossigenata, quantunque il liquido possa provenire anche dal cadavere stesso. Si tratta della conversione di grasso corporeo e degli acidi grassi in «adipocera», un composto caseoso e maleodorante. Dapprima bianca e saponosa, l'adipocera può indurirsi con il passar del tempo. E, una volta formata, quella roba dura davvero a lungo.

Busta numero uno, numero due o numero tre? In realtà le cose non sono così semplici. Putrefazione, mummificazione e saponificazione possono verificarsi separatamente, o in diverse combinazioni.

Il corpo di Geneviève Doucet si era trovato in un microambiente unico. L'aria calda che fuoriusciva dalla griglia del climatizzatore era stata catturata da lenzuola e vestiti, creando un miniforno a convezione intorno al suo corpo. Et voilà! Busta numero due!

Aveva ancora i capelli, ma i tratti del viso erano completamente scomparsi, lasciando solo tessuto essiccato nelle orbite, sovrapposto alle ossa facciali. Arti e tronco erano rinchiusi in una guaina dura e spessa.

Sollevando delicatamente il cadavere per le spalle, esaminai il dorso. Muscoli e legamenti come di cuoio si aggrappavano a colonna, bacino e scapole. Le ossa erano visibili nei punti in cui il corpo era stato appoggiato al materasso.

Scattai una serie di Polaroid per l'archivio, poi andai ai visori fissati alla parete. Lentamente, passai in rassegna le radiografie: lo scheletro di Geneviève spiccava candido tra il grigio dei tessuti e il nero della lastra.

LaManche aveva ragione. Non c'erano segni evidenti di violenza. Niente proiettili interi, né frammenti, niente bossoli o residui metallici. Le ossa non mostravano né infrazioni né fratture lineari, a stampo o radiali. Nessuna lussazione. Nessun corpo estraneo. Per un esame completo dello scheletro, il cadavere avrebbe dovuto essere ripulito.

Tornando al tavolo anatomico, esaminai il corpo dalla testa ai piedi in cerca di indicatori di malattia, lesioni traumatiche o attività di insetti. Non trovai nulla che potesse chiarire l'ora e/o la modalità del decesso.

Come con le radiografie: nada de nada.

Passai, quindi, a incidere il ventre di Geneviève. Non fu un'operazione molto agevole perché i muscoli e la cute si erano induriti. Alla fine, il mio scalpello fece breccia. Allargai l'incisione: ne fuoriuscì un fetore che permeò l'intera stanza.

Con qualche sforzo, praticai un'apertura di circa venti centimetri di lato. Usando una pila elettrica, e trattenendo il respiro, mi chinai a ispezionare l'addome.

Gli organi interni erano ridotti a una pasta scura e vischiosa. Non vidi l'ombra di una larva, di un uovo, di un pupario.

Mi raddrizzai, tolsi gli occhiali di protezione e iniziai a trarre qualche considerazione: disidratazione dei tessuti esterni, esposizione dello scheletro, disfacimento dei visceri, assenza di attività di mosche e coleotteri.

Deduzione: la morte era avvenuta l'inverno precedente, un intervallo sufficiente a giustificare la distruzione dei tessuti, in un periodo dell'anno in cui l'attività degli insetti era pressoché nulla. Geneviève Doucet era morta mesi prima di sua madre.

Niente data, ora e minuto del decesso. Le condizioni di questo corpo non consentivano una precisione maggiore.

Non mi soffermai sulle implicazioni. Geneviève che si andava prosciugando nel suo letto. Dorothée che la seguiva mesi dopo. E, nel frattempo, Teodor che comandava sommergibili dal suo computer.

Dopo aver dato istruzioni per la pulitura dei resti di Geneviève, mi tolsi il camice, mi lavai e tornai al dodicesimo piano.

 

LaManche era ancora in ufficio. Mi ascoltò con la sua solita espressione in volto. Sapeva esattamente cosa attendeva Teodor Doucet. E, di conseguenza, Michelle Asselin.

Dopo avergli riferito le mie osservazioni, scese un silenzio impacciato. Dissi che mi dispiaceva. Con un tono fiacco, lo so, ma la commiserazione non è il mio forte. Si potrebbe pensare che, con il lavoro che faccio, io abbia acquisito una certa abilità e invece non è così.

LaManche si alzò e scrollò le spalle.

Tornai al mio laboratorio. Il sacchetto del sergente Gallant era ancora sulla scrivania. Restava una solitaria ciambella rosa. Rosa? Qui c'è qualcosa che non va.

Guardai l'orologio. Tredici e quarantasei.

La mia attenzione fu attratta dal foglietto di Hippo con il numero di telefono del coroner. Lo presi e mi diressi verso il mio ufficio.

La montagna di carte non era diminuita. Il cestino e le piante non avevano ancora riguadagnato il pavimento. Le tute della Scientifica non si erano sistemate, ben piegate, in un armadio.

Come massaia lascio parecchio a desiderare. Sprofondai nella mia poltroncina e composi il numero di Yves Bradette.

Rispose il suo servizio di segreteria. Lasciai nome e recapito telefonico.

Un brontolio del mio stomaco segnalò che le ciambelle non erano bastate.

Pranzo veloce. Insalata di pollo al self-service del primo piano.

Quando tornai, la luce rossa dei messaggi lampeggiava. Yves Bradette mi aveva contattata.

Composi di nuovo il suo numero, a Rimouski. Questa volta rispose.

«Che cosa posso fare per lei, dottoressa Brennan?» Voce nasale, un poco lagnosa.

«Grazie per avermi richiamata così in fretta.»

«Ci mancherebbe.»

Riferii la storia di Hippo, senza fare nomi.

«Posso chiederle come è giunta a conoscenza del fatto?» Un vous gelido e molto formale.

«Un agente di polizia ha sottoposto il caso alla mia attenzione.»

Bradette non disse nulla. Mi domandai se stesse cercando di ricordare la segnalazione di Gaston o formulando una scusa per la mancata requisizione delle ossa.

«Credo valga la pena dare un'occhiata» aggiunsi.

«Ho già verificato personalmente.» Sempre più freddo.

«Lei ha esaminato lo scheletro?»

«Sommariamente.»

«Vale a dire?»

«Sono andato al quartier generale della SQ. Ho concluso che quelle ossa sono vecchie, forse antiche.»

«Tutto qui?»

«A mio giudizio, i resti appartengono a un'adolescente di sesso femminile.»

Un coroner o un patologo fa un breve corso per corrispondenza e, abracadabra, si trasforma in un antropologo forense. Come se bastasse sfogliare una copia di Cardiochirurgia operativa per piazzare una targa di chirurgo sulla porta e operare a cuore aperto. Non accade molto spesso che una persona non qualificata tenti di fare il mio lavoro, ma quando succede nella mia zona sono tutt'altro che compiaciuta.

«Interrogato, l'agente ha ammesso di avere quelle ossa da anni. Inoltre ha dichiarato che provenivano dal New Brunswick. Il New Brunswick è al di fuori della mia giurisdizione.»

Erano trascorsi mesi, forse anni, senza che io rivolgessi il pensiero a Evangeline Landry, poi, inaspettatamente, una sinapsi si mise a lampeggiare. Non possiamo mai prevedere quali eventi accidentali vadano a svegliare ricordi sopiti nella nostra mente: una foto dimenticata sul fondo di una scatola; parole pronunciate con una certa intonazione; una canzone; il verso di una poesia.

L'accento chiac di Hippo. Il New Brunswick. Lo scheletro di una ragazza, morta molti anni fa.

I miei neuroni si eccitarono.

Istintivamente, serrai le dita intorno al ricevitore.