19

Avevo in mano un libricino con un delicato nastrino verde tra le pagine. La copertina era rossa. I caratteri neri.

Ossa in cenere. Un tripudio di poesie.

«Sembra uno di quei libretti degli anni Sessanta con citazioni di Mao» disse Harry.

«L'hai rubato?»

«Gli ho ridato la libertà.» Costernata. «Mao approverebbe.»

Aprii il volumetto. Le pagine erano gialle, a grana grossa: la stessa carta economica che si usa per i giornaletti. La stampa era sbiadita, priva di nitidezza.

Niente autore. Niente data. Niente ISBN. Oltre al titolo, c'era solo il nome dell'editore: O'Connor House.

Guardai l'ultima pagina, la 68. Vuota.

Aprendo in corrispondenza del segnalibro, trovai dei versi intitolati come la raccolta.

«È poesia, Tempe.» Il linguaggio del corpo di Harry mi comunicò la sua eccitazione.

«Mai sentita, questa O'Connor House. Forse è una casa editrice che pubblica a pagamento.»

«Cioè?»

«Una di quelle che addebitano stampa e rilegatura all'autore.»

Harry sembrava confusa.

«Il mercato di una normale impresa editoriale è il grande pubblico. Il mercato dell'editrice a pagamento è l'autore stesso.»

Due occhi con troppo mascara si spalancarono.

«Okay. I conti tornano. Evangeline voleva fare la poetessa, giusto?»

«Giusto.»

«E se fosse lei l'autrice?»

Guardai il volto eccitato di Harry.

«Non c'è nulla che ci autorizzi a crederlo» dissi, prevedendo che mia sorella si apprestasse a formulare una delle sue ipotesi fantasiose, ma del tutto prive di fondamento.

«Indovini perché ho soffiato proprio questo volumetto?»

Scossi la testa.

«Hai notato i libri nel salotto?» Non attese la risposta. «Ovviamente no. Eri troppo intenta a parlare. Ma io sì. Ce n'erano a decine, tutti in francese, fino all'ultimo. Lo stesso in camera da letto. Che, non spremerti troppo le meningi, ho dovuto attraversare per arrivare al bagno. Questo è l'unico libro in inglese dell'intera casa. E Obeline lo tiene proprio accanto al letto.»

«Dove vuoi arrivare?»

«Un unico libretto solitario in inglese? Proprio lì sul comodino?»

«Questo non significa necessariamente...»

«Forse Obeline ha riunito le poesie di Evangeline e le ha fatte stampare. Come un monumento funebre, sai? Il sogno di sua sorella diventato realtà!»

«Suppongo che sia una possibilità. In tal caso è stato molto scorretto da parte nostra portarglielo via.»

Harry si sporse in avanti, impaziente: «Lo restituiremo. È un indizio. Se spremiamo un po' questo editore, forse scopriremo qualcosa su Evangeline. O forse siamo del tutto fuori strada. E allora? Mica glielo rovino, il libro».

Non ero d'accordo con il suo ragionamento.

«Secondo me, vale la pena dare un'occhiata.»

«Domani vado ad aiutare Ryan. E devo assolutamente riesaminare lo scheletro.»

Harry saltò giù, si buttò i capelli dietro le spalle.

«Lascia fare alla tua sorellina.»

Ryan arrivò alle sette e quaranta. Sospettavo che l'anticipo fosse calcolato per consentirgli di incrociare Harry.

Spiacente, cowboy. La bella addormentata non si alzerà per almeno altre quattro ore.

Lo indirizzai verso il caffè e terminai la mia toilette mattutina, chiedendomi se lui e Harriet Lee avessero davvero «legato» durante l'ultima visita di lei. L'espressione era di Katy. La curiosità morbosa era mia.

Quando uscii dal bagno, Ryan era impegnato in un tête-à-tête con Charlie. Birdie osservava da dietro il divano.

Il volatile si mise a gracchiare Cheaper to keep her, zampettando di lato sul suo trespolo, avanti e indietro.

«Buddy Guy.» Gli occhi fiordaliso si spostarono su di me. «Charlie è un bluesman.»

«Charlie è un pappagallo sboccato.» Cercai di fare la voce severa. «Lo usi il CD di rieducazione linguistica?»

«Scrupolosamente.» L'innocenza fatta persona. «Non è vero, amico?»

Da bravo complice, Charlie si mise a fischiare un passaggio di O quante belle figlie madama Doré.

«Adesso recita anche i testi dei Korn» continuai.

«Te l'ho detto. Io non li ascolto, i Korn.»

«Be', qualcuno li ascolta.»

Imbarazzante folgorazione. Tirando su col naso, Ryan distolse lo sguardo.

Qualcosa fece click nella mia testa.

Nuovi CD. Nuovi gusti musicali... Lutetia si era già trasferita da lui. Mi chiesi da quanto tempo.

«Andiamo» dissi, l'infelicità che si depositava nel mio stomaco come piombo.

 

Lo studio di Cormier si trovava in un edificio di tre appartamenti, una palazzina di mattoni rossi all'incrocio tra Saint-Laurent e Rachel. Il primo piano era affittato a un dentista di nome Brigault e l'inquilino del terzo offriva un servizio comprensibile solo a chi capiva il cinese.

Ryan notò che esaminavo la sua targa.

«Agopuntura e Tui Na.»

«Che cos'è il Tui Na?»

«Speravo me lo dicessi tu.»

Ci avviammo per le scale. Quando arrivammo, scarpinando, al pianerottolo del secondo piano, Hippo stava aprendo la porta dello studio fotografico. Ai suoi piedi, un vassoio di cartone con un sacchetto di carta bianco e tre bicchierini di plastica con il coperchio.

Durante la mia puntatina nel New Brunswick, l'ondata di caldo, a Montréal, non si era placata e anche quel giorno non accennava a diminuire. La piccola anticamera era un forno, l'aria puzzava di polvere e muffa.

Aprendo la porta, Hippo si tolse di tasca un fazzoletto e si asciugò il sudore sul viso. Poi mi guardò.

«Jet lag?» domandò, non molto gentilmente.

Senza attendere una risposta, si chinò a raccogliere il vassoio dal tappetino logoro e scomparve nell'appartamento.

«Di che sta parlando?» domandò Ryan.

Scossi la testa.

Avevo telefonato a Hippo dall'aereoporto di Moncton. Quando stavo per rientrare, però, non prima di partire. Non aveva nascosto il suo disappunto. Si era fatto fornire una descrizione dettagliata di Cheech e Chong e aveva riagganciato bruscamente.

Lo studio di Cormier era quello che gli agenti immobiliari di Montréal definiscono un «quattro e mezzo». Il fotografo usava la grande zona giorno sul davanti per gli scatti. Contro le pareti c'erano vari tipi di attrezzature fotografiche: luci, fondali, strumenti di misurazione, fogli di plastica colorata.

Una camera da letto fungeva da ufficio, l'altra era usata esclusivamente come deposito. Calcolai che le due stanze insieme contenevano forse quaranta schedari.

Il bagno più grande era stato riconvertito in camera oscura, fonte, presumevo, dell'odore vagamente acre che permeava l'appartamento. Il bagno più piccolo doveva invece fungere da camerino e sala trucco, come suggeriva la presenza di arricciacapelli, phon e specchi illuminati.

Il minuscolo cucinino manteneva la sua funzione originale. Lì consumammo focaccine dolci e caffè, discutendo della strategia da adottare.

«Come sono organizzati gli archivi?» domandai.

«Hanno tanti cassetti, ognuno pieno di cartelline.»

Ryan sollevò un sopracciglio per il sarcasmo di Hippo, ma non proferì parola.

«Queste cartelline sono sistemate in ordine alfabetico con il nome del cliente? Per data? Per categoria?» Tono paziente del genitore che si rivolge a un giovanotto insolente.

«Da quello che ho capito, il sistema di Cormier funzionava più o meno così: fatto, pagato, buttato nel cassetto.» La voce roca era fredda.

«Allora separava i conti saldati da quelli non saldati?»

«Complicato, eh?» Hippo allungò la mano verso la terza focaccina. «Probabilmente bisognerebbe farsi un viaggio in aereo per riuscire a decifrarlo.»

Intervenne Ryan. «Cormier teneva una vaschetta sulla sua scrivania per i conti aperti. A parte questo, l'archiviazione non sembra rispettare alcun criterio.»

«Ma rifletterà almeno una parvenza di cronologia, no?»

«L'archivio non è così vecchio» disse Ryan. «A un certo punto, Cormier deve aver trasferito dei materiali da una sede precedente. Sembra proprio che si sia limitato ad ammassare cartacce nei cassetti.»

Decidemmo per una strategia così concepita: prendere uno schedario, tirar fuori qualunque documento con un soggetto giovane e di sesso femminile procedendo dall'alto in basso, dal davanti verso il fondo.

Chi dice che fare l'investigatore non è un lavoro complesso?

Anche se Ryan aveva aperto le finestre in soggiorno e in cucina, ben poca aria arrivava alle camere cieche nella parte posteriore dell'appartamento. Dopo quattro ore a spulciare documenti, mi bruciavano gli occhi e la mia camicia era completamente fradicia.

Cormier aveva archiviato molti documenti in grandi buste marroni o blu. Il resto l'aveva inserito nelle classiche cartelline di cartone che si comprano in cartoleria.

E Ryan aveva ragione: quel tizio era pigro. In alcuni cassetti non si era neanche preso il disturbo di disporre le cartelle in verticale, limitandosi a impilarle una sull'altra.

Le buste erano per lo più contrassegnate con il nome del cliente scritto con il pennarello nero e le cartelline erano quasi tutte etichettate. Le une e le altre contenevano provini e negativi inseriti nelle apposite tasche di carta lucida. Alcuni provini riportavano la data, ma non tutti. I dossier contenevano spesso la fotocopia di un assegno, ma non sempre.

Nel primo pomeriggio avevo già visto sfilare davanti ai miei occhi centinaia di volti, congelati in diverse varianti di «Sono troppo felice» o «Sono troppo sexy». Alcuni mi avevano indotto a fermarmi e a riflettere sul momento in cui Cormier aveva scattato.

Questa donna si era arricciata i capelli e aveva applicato un rossetto sgargiante sulle labbra per riconquistare un marito indifferente? Nutriva la segreta speranza di riaccenderne la passione?

Questa bambina stava pensando a Harry Potter? Al suo cucciolo? Al gelato che le era stato promesso in cambio di un po' di sorridente collaborazione?

Le cartelle che avevo messo da parte, chiedendo anche il parere di Hippo o di Ryan, alla fine erano tornate tutte sulla pigna degli scarti. Qualche somiglianza, ma nessuna reale corrispondenza. Quelle ragazze non erano tra le persone scomparse o i cadaveri non identificati di cui ero a conoscenza.

Hippo stava sfogliando delle carte all'altro capo della stanza. Ogni tanto si fermava per spruzzarsi del Dristan in una narice o ingoiare una pasticca antiacido. Ryan era nell'ufficio di Cormier. Da almeno un'ora nessuno dei due aveva più chiesto la mia opinione su una possibile somiglianza.

Mi faceva male la zona lombare a furia di sollevare bracciate di cartelle ed essere stata curva con una postura scorretta. Alzandomi dallo sgabellino su cui ero appollaiata, mi stiracchiai, poi mi toccai le punte dei piedi, flettendo il busto.

Il rumore di fogli in fondo alla stanza si interruppe. «Vuoi che vada a prendere una pizza?»

Era una buona idea, ma non feci in tempo a dirlo.

«O magari vuoi fare una chiamatina a Tracadie?»

«Dacci un taglio, Hippo.»

Sentii il rumore del fascio di carte che piombava sul pavimento, poi la faccia di Gallant emerse dall'ultima fila di schedari. Pareva morto di sete e di pessimo umore.

«Ti avevo detto che questo Bastarache è un gran figlio di buona donna. Forse sarebbe stato utile avere qualcuno che ti tenesse d'occhio a distanza, nel caso le cose prendessero una brutta piega.»

Naturalmente era vero. Hippo aveva schiere di informatori. Avrebbe potuto seguire i nostri spostamenti, e magari scoprire chi altro si era messo a farlo.

«Chi è la bionda?»

«Mia sorella.» Allora aveva preso informazioni. Probabilmente dopo la mia chiamata. «Abbiamo parlato con Obeline. Tutto qui. Non ci siamo aggirate furtivamente o cose simili.»

Hippo si passò il solito fazzoletto sulla fronte e sul collo.

«Vuoi sapere che cosa abbiamo scoperto?» dissi.

«Lo scheletro è di quella ragazza che conoscevi?»

«Sto ancora aspettando una pizza.»

Hippo fece il giro della sua fila di schedari. Aveva la camicia così fradicia che era diventata quasi trasparente. Non era un bello spettacolo.

«Qualche preferenza per la pizza?»

«Improvvisa.»

Appena se ne fu andato, mi venne in mente che Ryan detesta il formaggio di capra.

Comunque c'erano scarse probabilità che Hippo si discostasse dalle opzioni più tradizionali.

Feci in tempo a completare un altro ripiano prima del suo ritorno. Come prevedevo: Toute garnie, una capricciosa. Pomodoro, peperoni, pepe verde, funghi, cipolle.

Mangiando, descrissi la mia visita a Tracadie, compreso l'incontro con i due brutti ceffi fuori dalla brasserie. Hippo chiese se ero riuscita a cogliere un nome. Scossi la testa.

«Scagnozzi di Bastarache?» domandò Ryan.

«Per lo più i tipi come quelli sono troppo stupidi per essere davvero pericolosi.» Hippo buttò la crosta nella scatola e prese un'altra fetta di pizza. «Il che non significa che Bastarache non possa farti a pezzettini.»

«Sono solo andata a trovare sua moglie.»

«La moglie che ha picchiato e a cui ha dato fuoco.»

Ero decisa a ignorare il malumore di Gallant. «Manderò i campioni ad analizzare domani.»

«Pensi che il coroner si accollerà le spese?»

«In caso contrario, pagherò di tasca mia.»

«Tu, però, hai stimato un'età scheletrica di tredici o quattordici anni» disse Ryan.

«Questa ragazza era malata. Se la malattia ha rallentato lo sviluppo, potrei avere sbagliato la mia stima per difetto.»

«Ma Obeline ha detto che sua sorella era sana.»

«Sì.»

Alle cinque e un quarto sollevai l'ultima pila di documenti dal fondo del cassetto più basso dell'ottavo schedario.

Il primo era un servizio glamour. Claire Welsh. Labbra leggermente imbronciate. Capelli vaporosi. Seno strizzato in un push-up.

Il secondo ritraeva un bimbetto di un paio d'anni, Christophe Routier. Sul triciclo. Su una sedia a dondolo. Abbracciato a un Ih-Oh imbottito.

Il terzo riprendeva una coppia. Alain Tourniquette e Pamela Rayner. Mano nella mano. Mano nella mano. Mano nella mano. Il provino era datato 24 luglio 1984.

Dov'ero io nell'estate dell'84? Chicago. Sposata con Pete, neomamma di Katy. Tesi di dottorato alla Northwestern. L'anno dopo, Pete cambiò studio legale e ci trasferimmo a Charlotte. Casa. Entrai in facoltà alla University of North Carolina.

I miei occhi si posarono sulla doppia fila di schedari metallici grigi. Mi sentii annientata. Non solo al pensiero di dovermi addentrare in quell'immenso ricettacolo di storie umane, ma da tutto ciò che mi accadeva intorno. Le ragazze morte o scomparse. Lo scheletro nel mio laboratorio. Evangeline e Obeline. Pete e Summer. Ryan e Lutetia.

Soprattutto Ryan e Lutetia.

Devi ingoiare il rospo, Brennan. Eravate colleghi prima di diventare amanti e ora siete di nuovo solo colleghi. In questo momento lui ha bisogno della tua perizia e, se qualcuno ha fatto del male a queste ragazzine, il tuo compito è dare una mano a inchiodare quel bastardo. A nessuno interessa la tua vita privata.

Aprii un'altra cartella.