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VESCOVI

 

 

 

Rhyme-royal’s difficult enough to play.

But if no classics as in Chaucer’s day,

At least my modem pieces shall be cheery

Like English bishops on the Quantum Theory.

w.h. auden, Letter to Lord Byron, 19361

 

Ah, caro Lord Birmingham, entri pure, si sieda presso il fuoco e pregusti il giudizio della Chiesa Universale.

REV. HERBERT HENSLEY2

 

Amo la compagnia degli uomini di scienza: non sono eccessivamente intellettuali nel tempo libero, e danno ottime cene.

E.W. BARNES, VESCOVO DI BIRMINGHAM3

 

 

 

Nell’autunno del 1957 iniziai quella che sarebbe stata una permanenza di due anni come ricercatore post-doc all’Institute for Advanced Study di Princeton. Era un periodo eccezionale per la fisica. Nel 1956 i fisici americani di origine cinese T.D. Lee e C.N. Yang avevano fatto notare in diversi articoli che la cosiddetta «simmetria di parità» - la simmetria tra descrizione destrorsa e sinistrorsa, fino ad allora un punto fermo della fisica - non era mai stata sondata nelle interazioni deboli, responsabili dell’instabilità di molte particelle elementari e di molti nuclei atomici. I due proposero diversi esperimenti che, una volta realizzati, mostrarono come in queste interazioni la simmetria in questione sia in effetti violata. La scoperta era sensazionale, e tutti noi fummo affascinati dalle sue implicazioni. Nell’autunno del 1957 Lee e Yang (che erano entrambi a Princeton) vinsero il premio Nobel per la Fisica. Poco dopo il mio arrivo, studiai il registro dei membri del corpo accademico; c’erano i nomi di molti fisici di cui avevo studiato e ammirato il lavoro, ma uno di questi mi sorprese particolarmente: quello di Reinhold Niebuhr.

Niebuhr, che non avevo mai incontrato di persona, era un mio eroe. Durante i dieci anni che avevo trascorso alla Harvard, dal 1947 al 1957, lo avevo sentito predicare e discutere più di una volta. Era un grande oratore, dal linguaggio semplice ma dalle idee profonde e complesse. Aveva anche un aspetto imponente, e dava l’impressione di guardarti direttamente. Quando parlava dei pericoli di un egocentrismo nevrotico, io ero sicuro che si stesse rivolgendo proprio a me. Caso volle che mio padre, che era rabbino, fosse stato in vari comitati liberal con Niebuhr - quindi pensai che alla prima occasione mi sarei presentato. L’occasione arrivò quasi subito: alla mensa dell’istituto, dove pranzavamo tutti, notai Niebuhr e la moglie che mangiavano da soli. Passai accanto al loro tavolo e salutai, ricevendo in cambio un invito a sedermi con loro. La signora Niebuhr - Ursula - appena rimase sola con me per qualche minuto mi spiegò che il marito era reduce da una serie di ictus - uno dei motivi per cui aveva scelto la relativa tranquillità di Princeton. Aggiunse che si sentiva un po’ depresso, e che se qualche volta fossi passato da loro avrei forse potuto tirarlo un po’ su di morale. Io approfittai dell’invito. Niebuhr si era accorto dell’eccitazione dei fisici e voleva che gli spiegassi a cosa era dovuta; io cercai di accontentarlo come meglio potevo.

Durante una delle visite notai un libro di W.H. Auden, ora non ricordo quale. Auden era un altro dei miei eroi che, per coincidenza, in quel periodo stava tenendo all’Università di Princeton i Christian Gauss Seminars in Criticism, un ciclo di conferenze sulla critica letteraria, ad alcune delle quali avevo assistito. Lo dissi ai Niebuhr, che ne furono piacevolmente sorpresi. Non dimenticherò mai il modo in cui Ursula pronunciava il nome di battesimo di Auden, Wystan, sibilando la «s» senza far sentire la «t». All’epoca non sapevo che i Niebuhr fossero molto amici di Auden. Wystan e Ursula erano stati a Oxford nello stesso periodo (alla fine degli anni Venti), ma si erano incontrati solo nel 1940. Niebuhr era diventato una specie di consigliere spirituale di Auden, che alla coppia aveva dedicato la sua raccolta Nones. Quella volta pensai di aver dato loro un’informazione utile, e me ne dimenticai.

Non molto tempo dopo, tuttavia, mi trovavo sul «dinky» - la navetta ferroviaria che collega Princeton a Princeton Junction - quando vidi Auden salire a bordo. Era impossibile non notarlo: a quell’epoca la sua faccia, segnata dagli anni, sembrava, nelle sue stesse parole, «una torta nuziale dimenticata all’aperto sotto la pioggia». Il treno era affollato, ma c’era un posto libero accanto al mio, e Auden vi si accomodò. Gli dissi che i Niebuhr erano a Princeton; non lo sapeva, e apparentemente la notizia gli fece piacere. Di nuovo, per me la cosa finì lì. Ma una mattina di qualche giorno dopo fui chiamato al telefono che stava nel corridoio del nostro edificio. Non avevamo telefoni privati negli uffici perché Robert Oppenheimer, il direttore, aveva deciso che avrebbero potuto distrarci dal lavoro. Il telefono del corridoio invece distraeva tutti quanti, dal lavoro. Quel giorno a chiamarmi era la segretaria di Oppenheimer: mi disse che ero invitato a pranzo e che avrei dovuto presentarmi all’ufficio del direttore all’ora opportuna. Risposi che ci doveva essere senz’altro un errore, dal momento che non c’era ragione al mondo perché Oppenheimer volesse pranzare con me. La risposta fu che non c’era nessun errore, e che mi aspettavano.

Ancora oggi, a più di mezzo secolo di distanza, ho come davanti agli occhi la scena nello studio di Oppenheimer. Con lui, vestito impeccabilmente come al solito, c’era sua moglie Kitty. C’era anche Sir Llewellyn Woodward, un illustre storico britannico approdato a Princeton da Oxford, con la moglie. C’erano i Niebuhr, c’era Auden, e c’ero io, un irrilevante post-doc. Di qualunque cosa si trattasse, sono certo che sotto sotto ci fosse la raffinata astuzia di Ursula Niebuhr, che voleva far incontrare Oppenheimer e Auden. Dopo qualche presentazione ci dirigemmo verso la mensa.

Per noi al centro della zona pranzo era stata preparata una tavola speciale. Sono certo che fummo serviti al tavolo, senza dover fare la fila come gli altri. Probabilmente c’era anche del vino. Ricordo gli sguardi increduli che mi arrivavano dai miei colleghi seduti al nostro solito tavolo. Freeman Dyson, che all’epoca era professore all’istituto e mio amico, aveva l’aria particolarmente divertita. Non avevo modo di dare spiegazioni.

Purtroppo la conversazione non fu quel che si dice memorabile. Oppenheimer, che sedeva di fronte a Auden, sembrava piuttosto a disagio. A un certo punto gli raccontò di aver studiato sanscrito, a Berkeley, negli anni Trenta. La notizia non suscitò reazioni di sorta, e Auden intraprese una vivace conversazione con Ursula, dalla quale fu praticamente escluso il resto degli astanti. I Woodward non dissero una parola. Niebuhr incrociò il mio sguardo, e dalla sua espressione direi che stesse pensando: «Anche questa passerà». Dopo il pranzo portai Auden a conoscere Dyson. I due si dilettarono con qualche gioco di parole alla lavagna, dopodiché Auden se ne andò e io non lo rividi mai più.

Più volte nel corso degli anni ho ripensato a questa straordinaria occasione, quasi sempre con un senso di rammarico. Se solo potessi tornare indietro, chiederei a Auden a chi si riferisse con «vescovi inglesi sulla teoria dei quanti» nella poesia dedicata a Byron. Che conversazione appassionante sarebbe potuta diventare! Ma, a parte me, tutti quelli che erano a quel tavolo non ci sono più. «Vescovi inglesi» che discettano sulla meccanica quantistica… quanti mai ce ne saranno stati? Alla fine decisi di scoprirlo. La prima persona a cui chiesi fu Dyson, che rispose a bruciapelo: Ernest William Barnes, vescovo di Birmingham. Questa indicazione fu ulteriormente confermata da Edward Mendelson e Arthur Kirsch, due studiosi di Auden. Ma devo confessare che, quando Dyson lo menzionò, non avevo la più pallida idea di chi fosse il reverendo Barnes, né di che cosa avesse da spartire con la teoria dei quanti. Ecco quel che ho appreso da allora.

Ernest Barnes nacque il primo aprile - il giorno degli scherzi - del 1874 ad Altrincham, una cittadina del Cheshire. Il padre John (detto Starkie) era maestro di scuola; la madre Jane Kerry era la figlia del calzolaio del paese a Charlbury, nell’Oxfordshire. La famiglia si trasferì a Birmingham nel 1876. Mi affascinerebbe sapere a che età Barnes cominciò a mostrare abilità particolari nel campo della matematica. Dyson, tanto per fare un esempio, mi raccontò una volta che, quando era ancora abbastanza piccolo da «essere messo a nanna», scoprì da solo il concetto di serie convergente: si era accorto che facendo 1 + 1/2 + 1/4 + 1/8 + … il risultato si avvicinava sempre di più a 2.

Barnes a che livello si collocava, nella scala che va dai comuni mortali ai geni? Non lo so. Nel 1886 fu ammesso con una borsa di studio alla scuola media King Edward VI. L’istruzione secondaria all’epoca non era né gratuita né obbligatoria. Tutta la formazione scolastica di Ernest fu resa possibile da borse di studio; la famiglia non avrebbe potuto permettersi le rette. Al King Edward il ragazzo ebbe la fortuna di imbattersi in un insegnante di matematica davvero eccezionale, Rawdon Levett, il quale riconobbe le capacità di Ernest e lo indirizzò allo studio di cose come la geometria non euclidea. Barnes rimase grato a Levett per tutta la vita. Fu Levett a incoraggiarlo a fare domanda per una borsa di studio - che ottenne - al Trinity College di Cambridge.

Per ottenere una honours degree a Cambridge gli studenti dovevano sostenere un esame detto tripos. Il tripos di matematica consisteva in problemi complicati che bisognava risolvere in un tempo limitato. Lo studente primo classificato veniva chiamato Senior Wrangler (da dove venga il termine, sembra nessuno lo sappia). Quello con la votazione più bassa, soprannominato Wooden Spoon, «Cucchiaio di legno», riceveva per l’appunto una posata di legno, oltre a honours di terza classe. Come ci si può immaginare, l’elenco dei Senior Wrangler di quel periodo fa una certa impressione, con nomi come quelli del fisico Lord Rayleigh e l’astronomo Arthur Eddington. Ancora più notevole, cosa che può risultare sorprendente, è l’elenco dei secondi classificati, dove troviamo, fra gli altri, James Clerk Maxwell, il più grande fisico del diciannovesimo secolo, e William Thomson (Lord Kelvin), che non era molto da meno. Il caso di Kelvin è istruttivo: in uno dei corsi, aveva proposto un teorema, e l’aveva dimostrato. Il teorema fu riproposto nel tripos, ma Kelvin a quel punto aveva dimenticato la propria dimostrazione, e impiegò una buona parte del tempo a disposizione per ricostruirla. Il Senior Wrangler di quell’anno l’aveva invece imparata a memoria. Viene da chiedersi come si sarebbe piazzato Einstein, al tripos.

Nel 1896 Barnes arrivò secondo. Il primo fu un fisico di origine neozelandese di nome Richard C. Maclaurin - nome non certo noto ai più, sebbene sia stato presidente dell’MIT. Ma due anni più tardi Barnes con la sua tesi di dottorato vinse il Premio Smith, un riconoscimento ancora maggiore che gli valse la nomina a Fellow del Trinity. Per circa un decennio Barnes si occupò di ricerca in matematica pura, producendo risultati molto significativi: i suoi studi sulla teoria delle funzioni vengono ripresi a grandi linee ancor oggi. Cercando l’argomento in rete, ho notato che uno degli articoli citati è a firma di Dyson. Nel 1909, all’età di trentacinque anni, Barnes fu eletto membro della Royal Society. Poco dopo abbandonò la ricerca attiva in matematica. Stando al racconto di Dyson, G.H. Hardy, uno dei maggiori matematici del ventesimo secolo, disse allo stesso Dyson che Barnes, una volta eletto nella Royal Society, lasciò la matematica come una «patata bollente». In effetti l’impressione è proprio quella. Forse Barnes si era reso conto che non sarebbe mai diventato un matematico del calibro di Hardy e, men che meno, di Ramanujan. Nessuno era del calibro di Srinivasa Ramanujan, scoperto e invitato a Cambridge da Hardy nel 1913. Poiché gli serviva formalmente un tutore, la responsabilità fu affidata a Barnes, che era più anziano. Barnes aveva la reputazione di essere un bravissimo docente con un grande interesse per l’insegnamento della matematica. Ma forse non era abbastanza.

La tradizione religiosa della famiglia di Barnes era battista e wesleyana, mentre la King Edward Church era rigorosamente anglicana. Barnes non ebbe difficoltà ad adattarsi, e i suoi genitori non obiettarono. Nel 1902 fu ordinato diacono e iniziò a pronunciare sermoni in diverse chiese nei dintorni di Cambridge e altrove. Fin dall’inizio essi avevano contenuti scientifici. Di fronte all’evidenza dell’evoluzione, per esempio, non poteva prendere alla lettera la versione biblica della Creazione, e fu così che le sue prediche sull’argomento furono soprannominate i «sermoni dei gorilla». Un altro tema costante nelle sue omelie era il pacifismo. Barnes era un pacifista convinto dai tempi della giovinezza, e passò per due guerre mondiali senza cambiare idea. All’epoca della Grande Guerra questo gli causò qualche attrito con i suoi colleghi più conservatori - nulla però in confronto alle grane a cui andò incontro Bertrand Russell. Questi si trovava a Cambridge e, a causa delle sue appassionate denunce della guerra, finì in galera. Barnes era disposto a garantire per lui, anche se non era in rapporti stretti con Russell e non approvava molto il suo stile di vita. Nel 1915 Barnes ricevette un’offerta che non poteva rifiutare. La Tempie Church di Londra cercava un nuovo Maestro. La chiesa, edificata dai Templari nel dodicesimo secolo come loro luogo di preghiera, nel ventesimo era frequentata da personalità illustri. Barnes aveva solo quarantatré anni, era quindi molto giovane per essere Maestro del Tempio. Accettare avrebbe significato lasciare Cambridge e trasferirsi a Londra, e c’erano di mezzo anche questioni personali: si era innamorato di Adelaide Ward, figlia unica di una famiglia molto in vista. Adelaide era molto esitante riguardo al matrimonio, ma quando Ernest le disse che avrebbe rinunciato al posto se lei non lo avesse seguito, cedette. Fu un matrimonio molto felice.

 

 

Barnes rimase alla Tempie Church fino al 1924, quando una lettera del primo ministro Ramsay MacDonald lo informò che il suo nome era stato sottoposto all’attenzione del re per la nomina a vescovo di Birmingham. La Chiesa d’Inghilterra era la religione di Stato e queste nomine richiedevano l’approvazione reale, che Barnes ottenne. La nomina implicava automaticamente l’ingresso nella Camera dei Lord, il che permise a Barnes di partecipare al dibattito parlamentare del 1927-28 sulla revisione del Book of Common Prayer - che poteva essere attuata solo con il consenso del Parlamento. Barnes era contrario alle revisioni, che furono bocciate per pochi voti. In tema di liturgia, era noto per essere estremamente rigido nel non permettere che qualche traccia di rito cattolico si infiltrasse nella pratica anglicana. E sulla questione della transustanziazione era tagliente. In un sermone dichiarò: «Sarò senz’altro disposto a credere alla transustanziazione quando troverò una persona che venga nella cappella di casa mia e mi sappia dire se un pezzo di pane che gli mostrerò ha subito il cambiamento di cui parlano i sostenitori della transustanziazione».4 Come si può immaginare, questo genere di cose faceva infuriare i cattolici inglesi, tra i quali la madre di Auden. Il fatto che Auden abbia inserito nella sua poesia un riferimento a Barnes - pur se nascosto - forse ci dice qualcosa sui suoi rapporti con la madre. In realtà questa non era la prima volta che Auden nominava Barnes nei suoi versi. Il caso precedente è molto più esplicito e curioso.

Nel settembre 1931 la British Association for the Advancement of Science indisse un convegno per celebrare il suo centenario. Fu un’adunata stellare, con eventi come le conferenze del generale Jan Christiaan Smuts sull’«olismo» (termine suo). Vi parteciparono gli scienziati famosi dell’epoca, tra cui James Jeans. Jeans era stato un fisico di prim’ordine, ma negli anni Trenta scriveva ormai solo libri divulgativi infarciti di misticismo cristiano. Barnes, anch’egli presente, trovava probabilmente tutto ciò stimolante. Il convegno deve aver catturato l’attenzione di Auden, perché sembrano essercene echi nel poema The Orators: An English Study, da lui scritto poco dopo il raduno.5 Si tratta di un’opera notevole e strana, parte in prosa e parte in versi rimati. Verso la fine si legge:

 

Their day is over, they shall decorate the Zoo,

With Professor Jeans and Bishop Barnes at 2d a view,

Or be ducked in a gletcher, as they ought to be,

With the Simonites, the Mosleyites and the I.L.P.

 

[Il loro tempo è scaduto, finiranno al giardino zoologico / col professor Jeans e il vescovo Barnes, esposti per 2 penny alla vista, / o ibernati in fondo a un ghiacciaio, il loro posto più logico, / con i Simoniti, i Mosleyiti e il partito laburista].

 

«Loro» si riferisce a diverse persone che Auden conosceva. Ma che strana associazione: Jeans e Barnes assieme ai Simoniti, ai Mosleyiti e al Partito Laburista Indipendente.

 

 

Le Gifford Lectures, molto note ai teologi e tenute ogni anno in una università scozzese grazie a un lascito di Lord Adam Gifford (morto nel 1887), furono istituite con lo scopo di «promuovere e diffondere lo studio della Teologia Naturale nel senso più vasto del termine … in altre parole, la conoscenza di Dio». «Teologia Naturale» significava teologia compatibile con i princìpi consolidati della scienza. Scorrendo l’elenco dei conferenzieri delle Gifford Lectures troviamo i nomi di persone fuori del comune: tra gli scienziati, ad esempio, Niels Bohr e Werner Heisenberg, tra i filosofi, Henri Bergson e Albert Schweitzer. Niebuhr compare negli anni 1938-40. Dyson mi disse che quando tenne le lezioni ad Aberdeen, nel 1984-85, a nessuno era permesso fare domande. A quanto pare era però permesso ridere: il figlio di Ernest, John, nella sua biografia del padre racconta che, quando questi teneva le sue conferenze (nel 1927-28), suscitava l’ilarità del pubblico riempiendo la lavagna di equazioni di relatività generale. Immagino che si trattasse di riso nervoso. Ai conferenzieri delle Gifford Lectures si richiedeva di scrivere una sintesi delle loro lezioni, da pubblicare in un volumetto poco dopo il loro svolgimento. Il libro di Barnes, Scientific Theory and Religion, il suo opus magnum di 685 pagine, non fu pubblicato che nel 1933;6 in tutti quegli anni Barnes aveva dedicato ogni istante di tempo libero alla sua stesura.

Il libro copre tutte le scienze naturali. C’è però poco sulla matematica: forse Barnes non la considerava una scienza naturale. Di tanto in tanto, l’autore non resiste alla tentazione del sarcasmo. Scrive, per esempio: «Personalmente, non ho dubbi che la ricerca biologica prima o poi dimostrerà che nella specie umana è possibile il concepimento verginale».7 Aggiunge:

 

Alcuni potrebbero rifuggire da indagini come quella che ho indicato sulla Verginità di Maria. Da parte mia sono convinto che si debba abbandonare la prassi di disquisire per così dire in vacuo, perché questa era la modalità di discussione tipicamente consigliata dalla scolastica medioevale. Dobbiamo affrontare tutti i problemi che ci si presentano sulla base dei fatti osservati in Natura e di argomentazioni fondate su analogie alla portata delle nostre osservazioni. Aggiungerei che è sempre possibile mettere assieme devozione e verità, a meno che l’oggetto della nostra devozione non si riveli falso.8

 

Con buona pace della madre di Auden.

I capitoli di Barnes sulla teoria della relatività sono davvero eccellenti; non penso che siano molti i fisici di professione in grado di far meglio. Mi interessava in particolare ciò che aveva da dire riguardo alla cosmologia. L’èra moderna della cosmologia iniziò quando, nel 1917, Einstein pubblicò un articolo sull’argomento; questo accadeva l’anno successivo alla pubblicazione del suo capolavoro sulla relatività generale e la gravitazione. All’epoca il «cosmo» consisteva solo nella nostra galassia, e una delle predizioni della teoria della relatività generale era che l’attrazione gravitazionale ne avrebbe provocato il collasso. Einstein ne era disturbato e nell’articolo del 1917 aggiunse alle sue equazioni originali una specie di termine anti-gravitazionale, per mantenere stazionario l’universo. Ciò nonostante, qualche anno dopo un fisico russo di nome Aleksandr Aleksandrovič Fridman, completamente sconosciuto a Einstein, gli inviò una copia di un articolo che stava per pubblicare e nel quale dimostrava che, a seconda di com’è distribuita la materia nel cosmo, ci sono soluzioni delle equazioni originali di Einstein in cui l’universo si espande o si contrae. La prima reazione di Einstein fu negativa: Fridman aveva commesso un errore. Ma l’errore l’aveva commesso Einstein, il quale allora dichiarò che le soluzioni di Fridman erano corrette ma irrilevanti, dato che l’universo era stazionario. La questione non ebbe altri sviluppi fino al 1927.

In quell’anno un sacerdote cattolico belga di nome Georges Édouard Lemaître pubblicò un articolo nel quale riscopriva le soluzioni di Fridman. Ma faceva anche un cruciale passo ulteriore. Se l’universo si espande secondo queste equazioni, allora ogni galassia si sta allomando da ogni altra a una velocità che cresce al crescere della distanza di separazione. Possiamo pensare alle galassie come puntini disegnati sulla superficie di un palloncino che si gonfia: ciascun puntino si allontana da tutti gli altri. Ma Lemaître concludeva che questo aveva delle conseguenze osservabili. I colori spettrali della luce proveniente da queste galassie avrebbero dovuto essere sempre più spostati verso il rosso (effetto Doppler) al crescere della distanza e quindi della velocità di recessione. Nel 1929 l’astronomo americano Edwin Hubble pubblicò i risultati delle sue osservazioni che, come lui stesso sostiene nell’articolo, confermavano le previsioni di Lemaître. Einstein si arrese e ritirò le sue obiezioni. Ma, per ironia della sorte, oggi sembra che l’universo si stia espandendo troppo rapidamente per essere spiegato dalle sole equazioni di Fridman, e che sia necessaria un’«anti-gravità» di qualche tipo.

Barnes discute il modello di Lemaître in dettaglio, e conclude che c’è qualcosa di sbagliato. La scala dei tempi non torna. Se l’universo avesse qualche milione di anni, le distanze osservate dovrebbero crescere troppo rapidamente. Ma in effetti oggi i cosmologi pensano che l’età dell’universo sia 13,7 miliardi di anni, e dunque le scale dei tempi tornano. Lemaître discute dell’origine di tutto ciò: si raffigura l’esplosione di un «uovo cosmico», et voilà - il primo modello del big bang. Ma dove entra Dio in tutto questo? Ecco che cosa scrive Barnes:

 

Dobbiamo postulare l’intervento divino? Dobbiamo tirare in ballo Dio per creare la prima corrente della nebulosa di Laplace o per far esplodere il fuoco d’artificio immaginato da Lemaître? Confesso di essere poco propenso a portare in scena Dio in questo modo. Le circostanze che sembrano richiedere la sua presenza in questo contesto sono troppo remote e troppo oscure per darmi autentica soddisfazione. Gli uomini hanno pensato di trovare Dio all’atto della creazione della loro specie, o nel momento in cui sulla Terra è apparsa la mente, o la vita. Lo hanno reso il Dio delle lacune nella conoscenza umana. Per me il Dio della detonazione è altrettanto insoddisfacente del Dio delle lacune. È perché nell’Universo fisico vedo un pensiero, un progetto e una potenza che dietro di esso vedo Dio come creatore.9

 

Non è molto diverso dal «Vecchio» di cui parla Einstein, il suo Dio.

Il capitolo di Barnes sulla meccanica quantistica, diversamente da quello sulla relatività, mi sembra un po’ antiquato. Per fare un esempio: il fisico di origine neozelandese Ernest Rutherford, dopo aver scoperto il nucleo atomico con la collaborazione dei giovani Hans Geiger e Ernest Marsden, propose un modello della materia. Il nucleo aveva una carica elettrica positiva che bilanciasse le cariche negative degli elettroni circostanti rendendo l’atomo elettricamente neutro. Ma ci dovevano essere anche oggetti neutri con massa pressappoco uguale a quella del protone, per far tornare le masse dei nuclei. Rutherford fece la naturale ipotesi che questi oggetti neutri fossero costituiti da elettroni e protoni legati assieme. In effetti quando James Chadwick, uno degli studenti di Rutherford, osservò direttamente uno di questi oggetti neutri nel 1932, annunciò di aver scoperto proprio questo. Naturalmente ci furono subito i bastian contrari, come Wolfgang Pauli, che dichiararono che si sbagliava, ma Chadwick li ignorò. Si sbagliava, e nel 1933, anno della pubblicazione del libro di Barnes, non c’erano ormai più dubbi che questi oggetti neutri - o «neutroni», come erano stati chiamati - fossero particelle elementari a tutti gli effetti. Barnes descrive gli esperimenti di Chadwick, ma presenta il vecchio modello di Rutherford come se fosse ancora valido. Forse è un riflesso del fatto che Barnes non era molto in contatto con i fisici contemporanei, come è evidente dal resto del capitolo.

Per quanto potessi vedere, non c’era nulla di sbagliato in ciò che aveva scritto. Era quello che non aveva scritto a colpirmi. Nomina quasi di passaggio il lavoro di Erwin Schrödinger - ma non ne mostra l’equazione, che è il nucleo di tutto. La matematica è molto più semplice di quella della relatività generale, in cui invece si addentra in dettaglio. Barnes accenna anche agli studi di Paul Dirac, ma non nomina mai la scoperta che questi fece nel 1928 dell’equazione che porta il suo nome, la quale conciliava relatività e teoria dei quanti, prevedendo tra l’altro l’esistenza delle antiparticelle. La prima di queste, il positrone, fu scoperta nel 1932, un anno prima della pubblicazione del libro di Barnes. C’è anche una breve e chiara discussione del principio di indeterminazione, introdotto da Heisenberg nel 1927. Ma non c’è alcun cenno del dibattito che si instaurò, grosso modo in quegli stessi anni, tra Einstein e Bohr sul significato della teoria. Il capitolo è molto strano. Mi chiedevo continuamente: Auden l’avrà letto? Era questo a cui si riferiva con «vescovi inglesi sulla teoria dei quanti»? Forse Auden aveva letto uno dei paragrafi conclusivi:

 

Antiche tradizioni inglobate nel pensiero cristiano descrivono un’epoca in cui «la Terra era vuota e senza forma», e probabilmente la maggior parte dei filosofi cristiani del passato credevano in un processo di creazione da parte di Dio, avvenuto nel tempo e «dal nulla». Nell’analisi della materia a cui conduce la relatività generale di Einstein ci sembra di vedere «all’inizio» un processo attraverso il quale è stata data forma, o struttura, al vuoto dello spazio-tempo. Con l’aumentare della complessità delle molte strutture complesse allora originatesi, prendeva forma il mondo materiale. È naturale chiedersi se, in uno sviluppo siffatto, ci sia stata un’attività creativa, l’emergere di qualcosa di nuovo. Mi sento obbligato a rispondere affermativamente. Le cose erano altre e più diversificate alla fine che all’inizio. Il processo di aumento della complessità, sebbene possa essere presentato come una sequenza meccanica, può non di meno nascondere o incarnare un’autentica attività creativa … Questa complessità non ha forse implicato, nella sua realizzazione, una serie di atti che si possono legittimamente definire creativi, o perlomeno una serie di cambiamenti che hanno condotto alla creazione di qualcosa che non esisteva prima?10

 

Quanto a Barnes, nel 1947 pubblicò un libro assai controverso, The Rise of Christianity, nel quale esponeva pienamente le sue idee razionalistiche. Il libro fece molto scalpore e provocò diversi tentativi - vani - di farlo dimettere. Alla fine, nel febbraio del 1953, si dimise, e morì nel novembre dello stesso anno.

Nel 1940 il magnate della cioccolata Edward Cadbury istituì una cattedra di teologia all’Università di Birmingham. In quel periodo Niebuhr stava tenendo le sue Gifford Lectures, e Barnes propose lui come primo titolare della cattedra. La proposta non fu accolta. In caso contrario, i Niebuhr non avrebbero mai conosciuto di persona Auden e io non avrei conosciuto né l’uno né gli altri. L’incontro che mi ha ispirato questa indagine non sarebbe mai avvenuto.