CAPITOLO X

 

Pazzie di un perverso

 

 

“Chi berrà il siero dell’agonia? Chi sorbirà le sette gocce del calice dell’ira?” – Domandano, in coro, i ventiquattro anziani che attorniano il Gran Trono.

Nell’istante, appare una nube colorata, molto gradevole a vedersi, come per attenuare l’amaro del contenuto che veniva portato in una tazza d’oro che sorgeva nel mezzo al fumo colorato. Era il calice dell’ira divina. Da quella tazza avrebbero bevuto in molti dei sopravvissuti della Terra. Tutti gli ingiusti, gli oppressori, gli imbroglioni, i terroristi e tutti quanti riducono la vita degli innocenti a straccio umano, in rifugiati di guerra. Quando questo siero fosse stato sparso sulla Terra, distribuito in sette gocce, questi infelici avrebbero provato sulla propria pelle, il terrore e la sofferenza che ogni goccia rappresenta.

Nel momento in cui ognuna di queste gocce cadeva sulla terra, svegliava il furore di Apoliom, colui che è il distruttore e l’implacabile nemico del genere umano, colui che si manifesta lanciando le sue frecce mortali nella distruzione dell’uomo.

Ah! Potesse non presenziare più alle sofferenze dell’umanità! Potessi tu o Grand’Ammiraglio, mutare la tua dura sentenza contro i mortali!

Avesse un antidoto da lanciare contro l'azione dannosa di Apoliom, che lancia ora le sue piaghe, coprendo i corpi dei mortali con ferite marce, esalando cattivo odore, producendo dolori allucinanti!

Uomini che si contorcono dal dolore, ululando come animali feroci, con ulcere che divorano il loro organismo.

Sono, ora, esseri totalmente indifesi; non può far uso dalla loro arroganza, la vita si fa nulla. E quando la vita è una nullità, le differenze scompaiono; adesso, tutti possiedono una sofferenza in comune, tutti erigono le mani al cielo e chiedono clemenza, chiedono quell’aiuto divino che prima disprezzavano e a volte deridevano.

Era come se io fossi li, soffrendo con loro gli stessi dolori, patendo sulla mia stessa pelle la stessa agonia.

Anche il sole prima era il nostro amico, scaldandoci quando sentivamo freddo, che tramontava solo quando non necessitavamo più del suo calore e quando era certo che la notte sarebbe calata con il suo mistero, portandoci il fresco!

Come se fosse deviata l’orbita della terra, egli sorge con tutto il suo furore, liquefacendo le nostre pelli, aprendo ferite nella nostra carne; le acque dei fiumi e degli oceani, bollono come calderoni sul fuoco.

La sete corrode la nostra lingua, non abbiamo con che bagnare le nostre labbra, arse dalla calura!

All’improvviso, è come se il nostro sole, da sempre nostro amico, ci guardasse con furia, liberandosi poi in uno stordente ghigno, mostrando denti enormi e schifosi, cominciasse, di proposito, a farci appassire.

Adesso non proietta nulla che ricordi la sua vera luce, ma una specie di offuscato chiarore, senza riflessi, come se i suoi raggi arrivassero polarizzati. Le sue fiamme centrali si spensero come se questo fosse avvenuto in tutta fretta, per mano di qualcuno con poteri inesplicabili.

Divenne pallido e al posto del calore, i suoi raggi lanciano neve su di noi, paralizzando la nostra attività metabolica.

Il freddo brucia le nostre ferite, non meno che i raggi infuocati. Fiumi e ruscelli divennero rossi come se dalle loro sorgenti si generasse sangue al posto dell’acqua.

Tutta la flora e la fauna sono scomparse, lasciandoci soli con i nostri dolori…

Il sole disgraziato. Ora si nasconde totalmente, lasciando posto nell’oscurità a grandinate torrenziali, ghiaccio, tuoni e lampi, facendoci tremare dalla paura, lasciandoci in uno stato di totale catalessi.

Questo spettacolo di dolori e angustie, mi paralizzava e spaventava, formando un amalgama di sentimenti stravaganti ed eterogeneo.

Una natura sottosopra; come un atto culminante di una sceneggiata farsesca, in cui gli attori cambiano di personaggio e confondono gli spettatori presi alla sprovvista.

Questo era il sapore della bevanda contenuta nella tazza d’oro, il calice dell’ira divina.

- E’ così che succede, figlio, con tutti coloro che persistono nell’errore. I perversi, ribelli, dissoluti, anche quelli che pensano di aver incontrato l’elisir della vita ideale; anche se per arrivare a questo, è necessario praticare la perversione, la sopraffazione, in un'attitudine egoistica della propria soddisfazione, a costo e danno per gli altri. Se trova che certa cosa è buona e dà piacere, forza e dominio, la fai a qualunque prezzo. Così pensa l’egoista, adoratore di se stesso.

Anche costoro avranno la loro parte nel partecipare all’ira del Grand’Ammiraglio. L’atteggiamento egocentrico dell'autosoddisfazione, è tanto antica quanto l’umanità.    

Nel 701 a.C., il profeta Isaia aveva già una definizione per questa tendenza di certi individui: ”Tali cani sono golosi, non sono mai sazi; sono pastori che non comprendono nulla e tutti vanno per il loro cammino, ognuno per il suo tornaconto, tutti senza eccezione. Venite, dicono essi, porterò il vino e noi ci riempiremo di bevanda forte; il giorno di domani sarà come questo o ancora più famoso… ma i perversi sono come il mare agitato che non si può calmare, le cui acque lanciano fango e sporcizia. I perversi, dice il mio Dio, non avranno pace”.

Come una pianta che trova una pietra nella sua crescita, e allora la copre con le sue radici, così il perverso, l’ipocrita, pensa che il suo futuro è al sicuro per aver fatto grandi conquiste in poco tempo, giudicandosi imbattibile.

Domanda adesso, figlio, alle generazioni passate, e considera attentamente l’esperienza dei tuoi genitori; può il papiro crescere senza fango? O può crescere il giunco senza acqua? Ancora nella sua rigogliosità, e non ancora colto, e, prima ancora di qualunque altra erba, si secca.

E’ così il sistema di vita di tutti quanti si dimenticano Dio.

L’esorbitanza nell’uso del potere, la voglia di guadagno e lo spirito perverso, vengono da tempi molto lontani…

Fu così dal tempo di re Assuero al quale i greci diedero il nome di Serse I, regnante tra il 486 e il 465 a.C., su 127 province.

A quei tempi era abbastanza comune fare feste, alcuni periodi arrivavano fino a 180 giorni. (Da notare che non vi è epoca, né evoluzione e tecnologia avanzata che modifichino il cuore umano. Esso è intrinsecamente cattivo.

Nelle feste per gli uomini, per abitudine persiana, le donne non potevano entrare. In quei giorni, re Assuero diede un banchetto per tutti i suoi principi e servi, al quale parteciparono tutti i principi e nobili della Persia e il Medio Oriente, per sette giorni. Al settimo giorno, Assuero, rompendo la tradizione, essendo preda dell’alcool, mandò a chiamare sua moglie Amestris – di rara bellezza e cattiva fama, dovuto alla crudeltà e alla sensualità esagerata – per esibire ai convitati la sua bellezza. Evidentemente, egli voleva che ella danzasse una danza sensuale per i nobili di quelle terre. Amestris si rifiutò di essere trattata come un giocattolo da un re ubriaco, desideroso di vantarsi della bellezza della moglie.

Il re s'infuriò per la presa di posizione della moglie. Avrebbe dovuto fare qualcosa contro Amestris, poiché non era ammesso che alcuno potesse contrariare la volontà del re.

Per prima cosa, consultò i savi – hakhamim – considerati scienziati, la cui opinione doveva essere presa in considerazione in tutti i problemi importanti del regno.

Questi savi fecero presente al re che, qualsiasi atto che denunciasse debolezza nei confronti della regina, avrebbe potuto generare un’alluvione di atti di mancanza di rispetto da parte delle altre donne, nei confronti dei propri mariti. Quest’argomento servì anche agli altri nobili di sentirsi liberi da una regina despota.

Come conseguenza dei consigli dei hakhamim, il re promulgò un edito, irrevocabile, che impediva ad Amestris di tornare alla presenza del re Assuero e ordinava che il suo regno fosse dato ad un'altra donna.

Subito dopo, il re comandò che in tutte le sue province si riunissero le ragazze vergini, di bellezza indiscussa, perché potessero essere apprezzate dal re. Colei che avesse goduto delle sue grazie, avrebbe regnato al posto di Amestris.

Le prescelte sarebbero rimaste per dodici mesi nei migliori appartamenti riservati alle donne, nel palazzo reale, per essere trattate e alimentate. Sei mesi di cure di bellezza con olio di mirra e sei mesi di trattamento a base di specialità, unguenti e profumi comuni, in quell’epoca, alle donne.

Tra le prescelte c’era Hadassa, una bella giovane, orfana e allevata da suo zio Mardoqueu, una delle guardie del re.

Ogni giorno una giovane era presentata al re, che passava varie ore in sua compagnia, per poterla analizzare a fondo.

Hadassa arrivò alla presenza del re, vestendo un lino finissimo, con una sopravveste svolazzante che le dava un aspetto di dea greca. Sulla testa, una tiara dorata con smeraldi – che meglio si combinava con il colore degli occhi – modellava il suo viso di pelle morbida e vellutata; gli orecchini, il bracciale e la collana, erano dello stesso stilo e completava la sua già rara bellezza. Immediatamente, la tiara fu sostituita dalla corona reale ed Hadassa fu regina, in luogo di Amestris.

Suo zio Mardoqueu, era impaziente alla porta del re, in attesa di notizie di Hadassa. Non aveva rivelato a nessuno il suo grado di parentela con lei, ed ora era difficile e decisamente sgradevole procurare qualsiasi informazione sulla nuova regina.

Un giorno, alla porta reale, scopre che due guardie tramano un attentato contro il re. Fu l’opportunità che stava aspettando: subito fu introdotto alla presenza della regina alla quale passa la notizia, al fine che questa facesse da tramite con il re.

Hadassa disse al re, a nome di Mardoqueu, ciò che quelle guardie stavano tramando. Il fatto fu scrupolosamente investigato. Constatata la verità delle accuse, i due furono impiccati e il fatto entrò nelle cronache reali.

C’era nel palazzo, un uomo di nome Haman – l’agagita – che aveva una grande forza davanti al re; era chiamato “l’amico del re” o ”il secondo nel regno”. Tutti i servi del re avevano l’ordine di inchinarsi davanti all’agagita. Mardoqueu, però, si rifiutò di fargli riverenze, e lui si infuriò quando lo seppe, progettando una grande vendetta.

Sapendo che Mardoqueu era di discendenza giudea, un popolo le cui legge sono differenti dalle legge di tutti gli altri popoli e che non obbedisce alle leggi del re, chiese il parere di re Assuero affinché questi promulgasse un decreto in base al quale, tutti i giudei sarebbero stati uccisi e spogliati di tutto. Il lucro di questa manovra avrebbe raggiunto i diecimila talenti d’argento, che sarebbero entrati nei forzieri regali; ogni talento equivaleva a trenta chili.

Il re, saggiamente rifiutò l’offerta, ma consegnò l’avversario, con l'argento saccheggiato, nelle mani dell’agagita perché questi ne facesse ciò che più gli aggradasse.

Dunque, essendo le entrate dell’impero di 17.000 talenti e i forzieri del re vuoti a causa delle guerre contro i greci, sembrerebbe strano il rifiuto del re. Però, la grandezza dell’offerta e il cortese rifiuto del re, erano un modo orientale di dire: “spogliamo i giudei e dividiamo tra noi il lucro”. Tanto era la perversione dell’agagita e la sete di guadagno del re, che nemmeno veniva preso in considerazione il terribile clima di terrore e di sofferenza che poi sarebbe rimasto nell’impero.

Furono inviate lettere sigillate dall’anello del re ai satrapi, ai governatori di tutte le province e a tutti i principi, ordinando che fossero eliminati i giudei e fossero saccheggiati i loro beni, nella data previamente segnata.

La città era perplessa. Mardoqueu, in segno della massima afflizione, straccio le sue vesti, si coprì con una tela di sacco e di cenere, come era costume per i giudei nei momenti d'angustia. Ci fu tra i giudei, un grande lutto con digiuno, pianti e lamenti. Mardoqueu rimase alla porta del palazzo reale poiché non era permesso entrarci, vestiti con tele di sacco. Gli si avvicinarono, allora, le serve di Hadassa, le quali spiegarono il motivo, per cui la regina era molto rattristata, e diedero a Mardoqueu vestiti migliori. Lui rifiutò, certo che, mutando l’aspetto esteriore della sua tristezza, non ne avrebbe comunque tratto né vantaggio né beneficio.

Hadassa chiamò il suo servo e gli ordinò che andasse da Mardoqueu per essere messa al corrente di ciò che stava succedendo. Poco dopo era informata di tutto, perfino della quantità di argento che l’agagita aveva promesso al re per l’annichilamento della comunità giudea.

Mardoqueu voleva che Hadassa intercedesse presso il re a favore del suo popolo, che era, pure, quello della regina; ciò, però, non era a conoscenza del re e la regina temeva la sua reazione.

Ma, si sapeva che ogni persona, uomo o danna, che entrasse nel patio privato del re, per parlare con lui senza esserne invitato, sarebbe andato incontro a una sola sentenza, quella di morte, salvo che il re stendesse a questa, lo scettro d’oro, perché vivesse; e questo valeva anche per la regina.

Però, durante il periodo di trenta giorni di regno, che erano quelli del regno di Hadassa, essa non era ancora stata chiamata alla presenza del re, nemmeno una volta. Questo fece sapere a Mardoqueu.

Egli rispose: “Non pensare che, per abitare nella casa del re, solo tu scamperai tra tutti i giudei”.

Fu questa frase dello zio che fece capire a Hadassa la drammaticità reale della situazione, e decise: “Vai, riunisci tutte le province, e digiuna per me, non mangerò né berrò per i prossimi tre giorni; assieme alle mie serve, digiunerò. Dopo di questo, raggiungerò il re, anche se contro la legge, se dovrò perire per questo, perirò”.

Il terzo giorno, Hadassa raccolse tutto il coraggio di cui aveva bisogno, si preparò, vesti gli abiti reali e si mise nel patio interiore della casa del re, situata sul fronte alla residenza reale. Il re stava assiso sul trono, in modo confortevole.

Quando la vide ferma nel patio in tutta la sua bellezza, egli porse lo scettro d’oro alla regina.

Hadassa gli si avvicinò e toccò la punta dello scettro con un modo giocoso, per mascherare così il timore.

-         Allora, - chiese il re – che c’è, Hadassa? Qual è la tua petizione? Sai che alla sola tua richiesta ti darei anche la metà del regno.

-         Se sei disposto, vieni, o mio re, con l’agagita, oggi, al banchetto che ho preparato per il re.

Al banchetto, erano presenti tutti e tre. Il re chiese di nuovo quale fosse la petizione, avanzando il desiderio di poter assolvere alla richiesta della regina qualunque fosse, fino alla metà del regno. Hadassa però, non si sentiva sicura di essere effettivamente la favorita nei pensieri del re, in contrapposizione all'agagita, il favorito del re. Essa trovò più prudente rimandare ad un nuovo incontro, un altro banchetto, il giorno seguente, per poter fare la sua richiesta con sicurezza.

-         Se godo dei favori del re, e questi vuole ascoltare la mia petizione e soddisfare il mio desiderio, vieni o re, con Haman, al banchetto che preparerò per domattina e allora saprai.

L'agagita uscì dal convitto, raggiante dalla felicità. All’uscita del palazzo incontrò Mardoqueu che non si mosse né si alzò davanti a lui. Questo lo riempì di rinnovato furore, ma si trattenne. Una volta a casa, mandò a riunire tutti i suoi amici e la famiglia per raccontare a tutti del suo successo, tutto ciò che il re gli aveva concesso, esaltandolo e elevandolo al di sopra di tutti e principi e servi.

-         La propria regina non ha invitato nessuno, oltre il re e me, al banchetto appositamente preparato. Non solo, domani sarò di nuovo in compagnia dei regnanti, solo noi tre! Cosa voglio di più? Però, non sono ancora soddisfatto, fino a quando non avrò visto quell’arrogante di Mardoqueu, libero alla porta del re, senza aver da lui la riverenza che mi è dovuta; questo non lo posso sopportare. Devo organizzare un piano per obbligarlo ad umiliarsi alla mia presenza, prima di essere ucciso insieme a tutti i bastardi dei giudei.

-         Perché non suggerisci al re, già che sei il suo favorito, di montare un patibolo e con il suo permesso impiccare Mardoqueu domani stesso? – Chiese il suo figlio Matteo.

-         Ottima idea, figliolo – Uscì di casa soddisfatto.

In quella stessa notte, però, il re fu preso da insonnia e volle approfittare per leggere qualcosa di emozionante, pensando poiché i fatti più emozionanti erano quelli del suo regno. Mandò a prendere il libro dei fatti memorabili, quello delle cronache reali.

C’era tra i persiani, un ordine chiamato “ordine dei benefattori del re” costituito dagli individui che avevano prestato qualche servizio eccezionale al re, i quali erano stati superbamente ricompensati.

Nella sua lettura, il locutore lesse l’annotazione della denuncia di Mardoqueu a riguardo dei piani delle due guardie che volevano attentare alla vita del re.

-         Che onori e distinzioni si diedero a Mardoqueu per tutto questo? – Interruppe il re.

-         Nulla gli fu conferito, Maestà!

Mardoqueu avendo denunciato una cospirazione contro il re, sarebbe dovuto essere inquadrato in quel gruppo, ma non lo fu.

Il re si accorge dell’approssimarsi di qualcuno al patio. Era Haman, che cedendo all’ansietà, già all’alba era in attesa della prima opportunità di sottoporre la sua petizione al re.

-         Haman è nel patio, Maestà!

-         Fallo entrare!

-         Salve, Maestà!

Accomodati, Haman. – Il re, che apprezzava molto i suoi consigli, gli chiese: - Cosa se farà a quell’uomo che il re vuole onorare, Haman?

Haman non pensò altro che a se stesso: “Chi il re gradirebbe onorare se non me?”

-           Quanto all’uomo che il re desidera onorare – parlò Haman, pieno di vanità – gli si portino le vesti reali che il re abitualmente usa, e il cavallo che il re comunemente monta, e abbia sulla sua testa la corona reale; si consegnino le vesti e il cavallo nelle mani dei più nobili principi del re, vestano di queste colui che il re desidera onorare; lo portino a cavallo nella piazza della città e davanti a lui annuncino: “Così si fa con l’uomo che il re desidera e si compiace di onorare!”

-         Affrettati, - disse il re – prendi le vesti e il cavallo, come dicesti, e fai così con il giudeo Mardoqueu che sta seduto alla porta del re e non omettere nulla di quanto hai detto!

L’agagita impallidì. Oltre a non poter presentare la sua tanto sperata petizione, lo avrebbe dovuto onorare. Questo era troppo!

“Ma la mia vendetta sarà maligna, vedrà questo bastardo giudeo!”

Prese le vesti e il cavallo, vestì Mardoqueu ed egli stesso dovette portarlo sulla piazza della città, gridando come un banditore: “Così si fa con l’uomo che il re desidera e si compiace di onorare!”… “Così si fa con l’uomo a cui….!”

Haman, con l’odio represso, non sapeva come sopportare l’attesa dei mesi che mancavano alla data segnata per la distruzione dei giudei. Ma era ancora il favorito del re, la seconda autorità del regno, avrebbe dovuto trovare mezzi migliori per abbattere Mardoqueu dalla sua nuova posizione di privilegiato.

Poiché nella sua arroganza, non accettava il fatto che una sola persona non gli prestasse omaggio, nemmeno il fatto che gli altri lo trattassero con riverenza, rispetto e onori, gli serviva di consolazione.

Haman tornò a casa, angustiato e umiliato.

Il giorno seguente, stavano il re, la regina e l’agagita al banchetto preparato per l’occasione.

-         Qual è la tua petizione, regina Hadassa? – Domandò il re – se compia il tuo desiderio, anche se fosse la metà del regno.

-         Se davanti a te, mio re, godo de alcun favore, chiedo con la mia petizione la mia vita e quella del mio popolo, questo è il mio desiderio, poiché fummo venduti, io e il mio popolo, per essere distrutti, uccisi e saccheggiati. Vi dico che il valore di questo nemico, assieme alle tonnellate di argento che ha promesso, non è nulla in comparazione alla perdita che l’impero soffrirà con la morte degli innumerevoli sudditi giudei.

-         Chi è costui e dove sta questo essere il cui cuore lo istigò nel fare una simile cosa? Domandò il re.

-         La persona che agì con tanta perversione, nel cui cuore solo alberga il male, è Haman, l’agagita, il tuo favorito, caro re!

Il re, nel suo furore, si alzò dal banchetto e passò nel giardino del palazzo. L’agagita, invece, rimase a pregare per la sua vita la regina. Ma Hadassa sapeva che la sua sentenza era già segnata.

Davanti alla furia implacabile del re, vennero i servi e coprirono il volto de Haman, com'era comune per le persone che dovevano essere giustiziate.

Uno dei servi disse al re: “C’è vicino alla casa di Haman una forca che egli preparò per impiccare Mardoqueu, il giudeo che parlò in difesa del re!

-           Ma… addirittura! È arrivato anche a quello! Maledetto! - Gridava su tutte le furie il re Assuero.

-           Bene, allora impiccatelo in quella! E, via, via dalla mia presenza!

Dopo di questo, il re diede la casa e tutte le onorificenze, incluso l’anello che aveva dato all'agagita come segno di amicizia, tutto al giudeo Mardoqueu che solo ora venne alla presenza del re, dopo che Hadassa gli ebbe fatto sapere il grado di parentela.

Mardoqueu crebbe e divenne l’uomo forte del re, come soprintendente nella casa dell’agagita.

Hadassa implorò il re fino alle lacrime che revocasse il decreto contro i giudei. Siccome il decreto era irrevocabile, nell’impossibilità di essere annullato, fu promulgato un nuovo editto, in cui si concedeva l’autorità ai giudei di potersi difendere dai propri carnefici, ciò che fecero con estrema precisione, distruggendo voracemente i loro nemici.

Per desiderio di Hadassa, tutti i dieci figli dell’agagita furono appesi alla forca.

“E la speranza del perverso, perirà.

La sua fermezza sarà frustrata e la sua fiducia è la tela del ragno; appoggiaci la sua casa ed essa non durerà.

Aggrappasi ad essa e non si manterrà in piede…

Per caso non sa, che in ogni tempo, dal momento in cui l’uomo è stato sulla Terra, il giubilo del perverso è breve e l’allegria del empio momentanea?

Sebbene la sua presenza competa con i cieli, e la sua testa raggiunga le nubi, come il suo proprio sterco, marcirà per sempre; e coloro che lo conobbero diranno: Dove sta?

Volerà come un sogno, e non sarà trovato, sarà messo in fuga come una visione della notte.

Gli occhi che lo videro, mai lo vedranno, e il suo luogo non lo vedrà un’altra volta.

Sebbene le sue ossa siano piene del vigore della gioventù, questo vigore si sdraierà con lui nella polvere.

Sebbene il male gli sia dolce nella bocca ed egli lo nasconda sotto la lingua, e lo assapori, e non lo lasci, ma lo trattenga nel suo palato, tuttavia il suo cibo si trasformerà nelle sue viscere;

Fiele di aspide sarà dentro di lui. Ingoiò ricchezze ma le vomitò; del lucro dei suoi imbrogli non avrà nessun piacere.

Oppresse e spogliò i poveri, rubò case che non edificò.

Per non avere limiti la sua cupidigia, non riuscirà a salvare le cose desiderate. Nulla sfuggì alla sua cupidigia insaziabile, motivo per cui la sua prosperità non durerà.

Nella pienezza della sua ricchezza, si sentirà angustiato.

Tutta la forza della miseria cadrà su di lui.

Per riempire le sue viscere, Dio manderà su di lui il furore della sua ira, che per alimento manderà la pioggia su di lui.

Se sfugge alle armi di ferro, l’arco di bronzo lo trapasserà. Egli strappa dalle sue spalle la freccia e questa viene risplendendo del suo fiele; e ci sarà il terrore su di lui.

Tutte le calamità saranno riservate contro i suoi tesori.

Un fuoco non soffiato lo consumerà, fuoco che si sazierà nel rimanere nella sua tenda.

I cieli gli manifesteranno la sua iniquità; e la terra si solleverà contro di lui.

Le ricchezze della sua casa saranno trasportate;

come acqua saranno sparse nel giorno dell’ira di Dio.

Così è l’eredità decretata del Grand’Ammiraglio!”

Se non in questa vita, nell’eternità…