CAPITOLO VII
Absinto
Absinto era una stella molto differente dalle altre.
Assistei alla sua nascita, era tanto brillante, così brillanti che offuscava tutte le altre stelle. Nella propria crescita, la sua brillantezza cresceva, sempre più intensa, e maggiore si faceva la sua magnitudine.
Il re-Sole era molto orgoglioso per la lucentezza di sua figlia Absinto, tanto orgoglioso che mandò la madre-Luna a preparare la “Corona di Sicute” che da secoli non era stata preparata per nessuna stella.
Mi sentivo privilegiato nell’assistere a questa incoronazione.
Io, l’unico tra i mortali, avrei presenziato a una scena così magnifica da essere nascosta agli occhi umani, da quando l'Universo è stato creato.
La premianda avrebbe dovuto raggiungere una brillantezza della massima magnitudine.
La regina-Luna, che aveva tanto sperato in questa occasione di vedere una delle sue figlie-stelle coronata, ricevendo il titolo di “Prima Principessa della Massima Magnitudine”, un titolo così auspicato da tutte le stelle della galassia - non stava in sé, dalla felicità.
L’ultima che l’aveva ricevuto, tanti secoli fa, l’ha delusa così tanto, che ancora sentiva il sapore dell’amarezza. Questa stella fu l’Apoliom che fu gettato a terra, a causa della sua ribellione.
Alcune sorelle di Absinto, invidiose e gelose, non accettavano la decisione. Abadom, la stella più invidiosa, passava tutte le notti in estenuanti esercizi per conseguire, anche il minimo aumento della magnitudine della sua brillantezza e non avrebbe accettato comunque che la così desiderata corona fosse servita su un vassoio ad una qualsiasi Absinto della Via Lattea, questo mai!
Cominciò ad architettare un piano per impedire l'incoronazione. Absinto, poveretta, tanto ingenua e pura, non sospettava di nulla; non avrebbe mai potuto immaginare che esistessero, nella sua galassia, sentimenti così meschini come l’odio, l’invidia e la gelosia.
Amava le sue sorelle e avrebbe provato lo stesso piacere se una qualsiasi di esse fosse stata incoronata.
La regina-Luna preparò una ricchissima corona fatta di diaspro e sardonice, incastonata di onici, topazio, zaffiri e brillanti.
I suoi bordi, come necessariamente doveva essere fatta una corona di Sicute, un corso di ametista intercalata con pietre di rubino rosso vivace. La brillantezza e lo splendore, erano d'obbligo.
Una volta pronta, la regina Luna chiese che gli fosse dato il tocco finale con polvere di berillo. Immediatamente, Abadom si dichiarò pronta.
Lascia che io dia una rifinitura di prim’ordine, amata madre Luna; non ti preoccupare.
“So già, ciò che farò – pensò Abadom – La finirò con la polvere di Apoliom che è infallibile! All’atto dell’incoronazione, questo avrà l’effetto contrario. Absinto diventerà opaca, senza alcuna lucentezza, come nessun’altra stella!” Così fece.
Arrivò il grande giorno dell’incoronazione.
Furono fatti i preparativi: un trono tutto fatto di agata; lì, doveva salire Absinto. Questa, risplendendo stupendamente, di una brillantezza che ora sembrava ancora più intensa e scintillante.
- Absinto, figlia del re Sole e della regina Luna, grande è la tua brillantezza; hai la pienezza ineffabile della magnitudine come nessun’altra non ha mai raggiunta.
- Sappi che mi sento orgoglioso nel poterti passare la corona de Sicute che ti darà l'esuberante titolo di “Prima Principessa della Massima Magnitudine!”.
Quando la corona fu posta su di essa, dalle sue punte si generarono piogge di scintille incandescenti, come in un corto circuito.
Absinto si spaventò, il suo splendore calò un po’, per poi, tornare repentinamente, superiore all’originale.
Abadom aspettava ansiosa la distruzione dello splendore della sorella fortunata, però, quello che non sapeva è che il diaspro e il sardonice erano antidoti contro gli effetti della maledetta polvere di Apoliom.
Absinto non fu distrutta, né perse il suo splendore; al contrario, fu incentivato, ma… nel momento in cui fu incoronata, ebbe coscienza del male, capendo così, che nella sua galassia esistevano stelle con sentimenti meschini come l’invidia e la gelosia.
Allora, ella si fece molto triste e estremamente amara… molto amara!
Guardai in alto e vidi nel mezzo dell’oscurità spaventosa e strana, un’enorme aquila volando da un lato all’altro con un aspetto di angustia e sofferenza.
L’aquila volava gemendo e sospirando: “Ahi, ahi, ahi… poveri abitanti della terra! Miseri quelli che non accettarono le verità elementare ed eterne coloro che schiacciarono nella polvere, la testa dei deboli!
Come faranno a sopportare ciò che si sta calando sopra di essi?
L’aquila si lamentava con profondo sentimento, come una madre obbligata ad abbandonare i suoi figli in pasto alle belve, nella foresta.
Com’era triste il gemito di quell’uccello! Da spaccare il cuore! Mi sforzai per non farmi dominare dall’emozione. Doveva essere terribile quello che stava per arrivare dal giudizio del Grand’Ammiraglio. Vidi una nube chiara formare la fatidica tela; mi spaventai. Apparve sullo schermo, un cielo molto stellato che dondolava da un lato all’altro, mentre le stelle ballavano un ritmo cadenzato, al suono di una melodia immaginaria.
Vide, allora, quando Absinto scese dal cielo come una torcia incandescente, gettandosi sui fiumi, torrenti, sorgenti, dighe e quant’altro contenesse acqua dolce sulla Terra. La reazione che provocò, era come il “fall out” che segue una esplosione atomica, spandendo la radioattività, impregnando tutto ciò che sta nella sua sfera di influenza.
Giudicai le scene alle quali assistei, come le più drammatiche. Uomini, donne, bambini appena nati, con la lingua gonfia in fuori, mendicando per la sete. Nella loro casa, l'acqua scendeva abbondantemente dai rubinetti ma, tutti quelli che provarono a berla, caddero fulminati dalla amarezza e del bruciore.
Absinto aveva ridotto l’acqua amara, tanto amara che nessun organismo umano poteva sopravvivere dopo averla provata.
Dopo alcuni giorni senza ingerire una goccia d’acqua, quello che si poteva vedere era una popolazione in vera condizione di medicante a elemosinare qualsiasi cosa che potesse dissetare, levare la loro sete.
La frutta più acquosa come, arancia, anguria, ananas, era già venduta a un prezzo insostenibile. Il latte divenne raro quanto il diamante.
- Cosa sta succedendo? – irrompevano dentro una palazzina, in periferia di Milano, due carabinieri, ansimando come se avesse corso per cinque chilometri.
- Non se può fare niente. Quella mamma è disperata.
- Chiamate un'ambulanza!
- Potete raccontarci che cosa è successo?
- La signora s’è tagliati i polsi.- raccontava la baby-sitter, una ragazza filippina.
La giovane madre infermiera, al colmo della disperazione, tagliò i polsi per raccogliere un litro di sangue, poi, con un processo chimico, separò il siero, aggiunse alcuni cucchiaini di zucchero e lo diede a suo figlio di otto mesi che da tre giorni non beveva nemmeno un goccio d’acqua, dopo di che, cadde per terra svenuta.
Questa era la situazione che se poteva vedere in quasi tutto il pianeta. Cominciai a riflettere, come poteva succedere tante disgrazie, in così poco tempo, a una umanità già sofferente.
Tutto questo realmente stava accadendo o io ero preso da un incubo? Mi ricordai dell’Apocalisse. Allora, era questo, l’Apocalisse! Ma cosa c’entro io con l’Apocalisse?
Mi ricordai di tutte quelle cose terribili che si riferivano all’Apocalisse e rimasi intimorito. Era veramente l’Apocalisse e non c’era scampo per tutti quelli che restavano!
Notai che tutti gli astri furono feriti per un terzo della loro parte.
Né il sole né la luna scamparono a questo, la loro luce cessò di illuminare il Pianeta per quattro ore, sia di giorno sia di notte. Come diceva la seconda Legge della Termodinamica: “L’universo si sta consumando lentamente”.
Così, la ferita fatta nel sole, nella luna e nelle stelle, evidentemente in un atto repentino, non è altro che una azione del suo creatore che manifesta e anticipa il suo nuovo piano per l’universo. E’, quindi, una prova sorprendente del fatto che si sta avvicinando il tempo in cui tutte le cose saranno fatte di nuovo.
L’economia attuale, con le sue condizioni, tanto naturali quanto sociali, è arrivata al termine.
L’effetto del quarto squillo, sommato ai precedenti, causa un panico indicibile tra gli uomini.
Ed essi, per quanto si sforzino, non possono né con satelliti, né con cosmonauti o con astronauti, mutare, vincere o evitare queste catastrofi.
I miei pensieri furono interrotti dal quinto squillo che annunciava un nuovo flagello lanciato sulla terra.
Dopo questo suono, potei assistere alla sconfitta di Abadom. Vidi quando lui scese come un fulmine, cadendo sulla Terra.
Aveva nella mano una grande chiave che gli fu data per aprire le porte della terribile caverna, chiamata “abisso del terrore”. Questa caverna racchiudeva al suo interno, piaghe, maledizioni, perversità, i più temibili tipi di tortura che si potessero immaginare, ed esseri orrendi, creati per il male.
Impallidii. Questa caverna era preservata per torture umane.
Abadom aprì la caverna; sentii un terribile brivido ma tanto terribile che, per la prima volta, desiderai ardentemente di non presenziare a tali scene.
Una fumata intensa e oscura salì verso il cielo, come una gigante ciminiera di una centrale a carbone.
Era un fumo nero e maleodorante che andò ad impregnare l'aria, assumendo proporzioni gigantesche, rendendo densa l'atmosfera.
All’improvviso, si fece buio; il fumo coprì il sole completamente. Da quella coltre nera e repellente, cominciò a uscire una nube di locuste strane. Sorsero dilagando e infestando la Terra, poco a poco, in un modo spaventoso.
Non erano locuste comuni, che si cibano di erba; evitavano qualsiasi tipo di vegetale. La loro missione era differente: tormentare gli uomini senza togliere loro la vita.
Avevano un aspetto terrorizzante: la faccia da uomo, capelli da donna e denti da leone. Sulla testa, una corona fissa, come se fossero nate con essa; avevano una corazza di bronzo e metallo, che al muoversi, faceva un rumore irritante, prendendo i nervi. Questo rumore da solo bastava per lasciare un uomo con i nervi a fior di pelle. Sulle lunghe code, pungiglioni con i quali ferivano le persone lasciandole soffrire dolori allucinanti che le avrebbero tormentate per lunghi mesi, senza che nessuna medicina potesse alleviarli.
Erano esseri sufficientemente intelligenti, tanto da obbedire ad ordini e distinguere quali uomini erano marcati, con raggi che uscivano dai loro occhi.
Si scatenò una crisi di panico collettivo.
Furono arrivate forze civili e militari; equipaggiamenti ultra sofisticati, macchine da guerra. Sembrava lo scoppio della terza guerra mondiale; le armi potentissime, costruite dalle nazioni più forti, atte al combattimento tra gli uomini, si rivelavano, ora, inoperanti, inadatte a combattere le belve strane, sorte sulla Terra per tormentare l’umanità.
Aumentavano, spaventosamente, le vittime delle locuste giganti. La paura si fece patologica.
Queste bestie attaccavano nei momenti più impensati. E guai a chi avesse sperimentato il loro veleno. Soffriva brividi e dolori allucinanti in tutto il corpo, come se le sue ossa stessero per essere triturate. In tutta la medicina no vi era un prodotto capace di alleviare i dolori delle vittime. E per di più, nemmeno la morte si arrischiava ad avvicinarsi a questi poveri infelici. Vidi una persona agonizzante gettarsi dal quindicesimo piano di un edificio, per porre fine a quei dolori infernali; fu impressionante vedere, dopo aver immaginato quella persona sfracellata al suolo, per la sua maggior pena e la mia maggior sorpresa, alzarsi, scuotersi la polvere di dosso e andarsene normalmente. Fu incredibile!
Credevo che le locuste privassero le loro vittime della morte per mezzo di una sostanza presente nel loro veleno.
Gli ospedali non sopportavano più il numero di infermi senza soluzione. La disperazione era tanta che, nel vedere i pazienti soffrire così atrocemente, molti medici, su richiesta dei familiari, davano sostanze letali pur di porre fine alle loro sofferenze, solo che, quei prodotti letali, agivano soltanto come lassativi per i pazienti, provocando una forte diarrea, aumentando così la loro sofferenza.
Si sentivano profondi lamenti intercalati da gemiti che salivano dal fondo dell’anima di quei disgraziati:
“Ah! La sofferenza mi consuma! Che posso desiderare della mia vita? Quale vantaggio ho avuto da questa?
Scompaia il giorno in cui nacqui e la notte che disse: "fu concepito un uomo!" Si tramuti quel giorno in oscurità e Dio di lassù non si cure di questa.
Quella notte! Si impossessino di lei, dense tenebre; non si rammenti di lei tra i giorni dell’anno, né si ne tenga conto tra i mesi.
Sia sterile quella notte, e da lei siano bandite le manifestazioni di giubilo. La maledicano coloro che sanno maledire il giorno e sanno eccitare il mostro marino.
Si oscurino le stelle del crepuscolo mattutino di questa notte, che essa aspetti la luce e la luce non venga; che non veda le palpebre degli occhi dell’alba, poiché non chiuse le porte del ventre di mia madre, non nascose ai miei occhi la sofferenza.
Perché non perii nel ventre di mia madre? Perché non spirai nel venire al mondo? Perché ci fu un grembo che mi accolse e un petto al quale mi allattai?
Perché io adesso riposerei tranquillo, dormirei e, allora, ci sarebbe per me il riposo, con i re e i consiglieri della terra, per i quali si edificarono i mausolei.
Oppure, come un aborto occulto, io non esisterei, come i bambini che mai vennero alla luce. Li, il male cessa di torturare e li, riposano gli stanchi.
Li, si trova il piccolo con il grande, il servo libero dal suo signore. Perché si nasconde la luce al miserabile, e vita agli amareggiati dell’anima, che aspettano la morte, ed essa non viene?
Si gettano alla sua ricerca più che alla ricerca dei tesori nascosti; esulterebbero per un tumulo, si ecciterebbero se trovassero sepoltura.
Perché si dà alla luce l’uomo, il cui cammino è occulto, e al quale Dio circonda ogni lato?
Perché, invece del pane mi vengono dati gemiti, i miei alimenti si spargono come acqua; quello che temo mi si presenta e quello che evito, mi accade?
Non ho riposo, né calma, né quiete, e adesso arriva il grande turbamento.
Ahi, ahi, ahi… come posso liberarmi di questa tortura, come posso dare respiro alla mia sofferenza!”
La morte era una prigioniera; era qualcosa di demoniaco, i mostri sembravano fossero arrivati per dare esecuzione a una missione diabolica.
Una madre, che non era stata attaccata dai mostri, invase un ospedale, angustiata, implorando disperatamente perché i medici togliessero la vita a sua figlia, poiché soffriva di più, al vedere questa soffrire in quello stato.
Per tre volte aveva tentato il suicidio con sostanze altamente tossiche, senza esito.
Com'era doloroso vedere la gente in quella situazione! Gli assaltati, se stavano in piede, sentivano come degli aghi infilzare le loro carni, dalla testa ai piedi; le ossa dolevano come reumatismi; quando si coricavano, era come se il letto fosse percorso dalla corrente elettrica: trasmetteva loro delle scosse elettriche.
Non potevano portare nessun tipo d'indumento, poiché i loro nervi sembravano essere esposti alla superficie della pelle e il più piccolo contatto con qualsiasi tipo di indumento, provocava loro traumi elettrici e dolori allucinanti.
Furono cinque mesi che sembrarono secoli, per migliaia di persone sulla faccia della Terra. Solo coloro i quali furono marcati con il marchio invisibile furono risparmiati.