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A MANO a mano che la primavera si avvicinava e la natura indugiava tra le due stagioni, la neve cominciò a sciogliersi e di giorno faceva capolino un basso paesaggio urbano verde, formato dalle piante da giardino, ma di notte il terreno gelava di nuovo e i raggi della luna facevano scintillare le stradine, trasformandole in sentieri argentei e scivolosi. Gli animali in letargo erano ancora raggomitolati sottoterra, sospesi nell'attesa. Gli animali e le persone che abitavano nella villa percepivano l'allungarsi delle giornate e quando una folata d'aria penetrava all'interno portava con sé la dolce fragranza muschiosa che proviene dalla terra che ritorna alla vita. Il pallido rosa che copriva le cime degli alberi annunciava il germogliare delle gemme, un sicuro segno che la primavera si avvicinava velocemente, e gli animali si preparavano alla festa del corteggiamento e dell'accoppiamento, dei combattimenti e delle danze, dell'allattamento e della ricerca di cibo, delle mute: in poche parole, il confuso ed effervescente fermento del ritorno della vita.
Tuttavia, la primavera sembrava essere sfuggita da quella piccola crepa temporale scavata dalla guerra. Per le persone che seguivano i ritmi della natura e il variare delle stagioni, e soprattutto per contadini e allevatori, il conflitto pareva avere imprigionato il tempo nel filo spinato, e li forzava a vivere secondo una mera cronicità anziché secondo il vero tempo, il tempo del grano, del lupo e della lontra.
Confinata nella morbida prigione del suo letto, Antonina si alzava di tanto in tanto per salire dolorosamente i pochi faticosi scalini che la portavano al balcone, da cui poteva godere di un'ampia vista e addirittura sentire il fragore del ghiaccio che si rompeva sulla Vistola, un rumore che segnalava la fine dell'inverno. Essere costretta a letto aveva rallentato il mondo intorno a lei, dandole il tempo di ripercorrere i suoi ricordi e inquadrare in una nuova prospettiva alcune cose, mentre altre sembravano rimanere al di là della sua portata.
Rys passava molto tempo senza sorveglianza, ma la madre lo giudicava «più bravo e giudizioso di quanto avrebbe potuto essere qualunque altro ragazzo della sua età».
Dai gruppi giovanili che collaboravano con il movimento clandestino avevano cominciato ad arrivare in modo inatteso ragazzi più grandi, e né Antonina né Rys sapevano chi altro sarebbe giunto e quando; e anche se Jan ne era informato, era spesso al lavoro quando i giovani si presentavano a frotte o quando, semplicemente, sparivano all'improvviso. Di solito stavano nella Casa dei Fagiani per una notte o due, poi scomparivano di nuovo nel sottobosco di Varsavia, con Zbyszek, un ragazzo ben posizionato nella classifica dei ricercati dalla Gestapo. A Rys, che tra gli abitanti della villa era quello che passava più inosservato, toccò il compito di consegnare loro i pasti.
Antonina e Jan non parlarono mai di fronte a Rys delle azioni degli scout, anche se alcuni di loro apparivano brevemente, come se si trattasse dell'avvistamento di animali rari, per poi sfuggire misteriosamente; Rys non pareva curarsene molto, nonostante la sua solita curiosità, cosa che sorprese Antonina. Che si fosse inventato qualche storia per giustificare la loro presenza? Con questo dubbio in mente gli chiese che cosa pensasse dei giovani ospiti, se per esempio avesse un'opinione in merito a Zbyszek.
«Oh, mamma», disse Rys in quel tono paziente che i bambini riservano ai genitori un po' ottusi, «guarda che so tutto!
Un uomo capisce naturalmente queste cose. Non ti ho mai fatto domande perché capivo che tu e Zbyszek avevate dei segreti che non volevate condividere con me. Ma non mi importa niente di Zbyszek! Adesso ho i miei amici. E comunque, se proprio vuoi sapere che cosa penso di lui, bè, penso che sia un ragazzo stupido!» E così dicendo Rys schizzò fuori dalla stanza.
Antonina non fu sorpresa della sua gelosia, che le sembrava semplicemente normale, ma notò che ultimamente Rys era diventato più riservato e molto meno loquace. Rendendosi conto che qualcosa aveva catturato la sua attenzione, si domandò che cosa stesse architettando. L'unica risposta che le venne in mente fu il suo nuovo amico, Jerzyk Topo, il figlio di un falegname la cui famiglia si era recentemente trasferita in un appartamento del personale all'interno dello zoo.
Antonina lo trovava educato e gentile; di qualche anno più grande di Rys, abile nei lavori manuali, stava imparando il mestiere di suo padre. Rys ammirava la sua abilità nel lavorare il legno e i due avevano in comune lo stesso interesse per la costruzione di oggetti: da quando vivevano vicini, giocavano insieme ogni giorno. Dalla sua torretta al primo piano, Antonina a volte li osservava costruire misteriose forme e parlare ininterrottamente tra loro, e si sentiva sollevata all'idea che Rys avesse trovato un nuovo compagno di giochi.
Ma un bel giorno, dopo che i ragazzi erano andati a scuola, la madre di Jerzyk si presentò alla villa e chiese con ansia di poterle parlare in privato. Antonina le fece strada nella sua camera da letto e chiuse la porta. Secondo quanto riferito da Antonina, la donna le disse: «I ragazzi non immaginano assolutamente che io sia qui. Non glielo dica! Davvero non so da che parte cominciare...»
Antonina cominciò a preoccuparsi. Che cosa mai poteva aver fatto suo figlio?
Poi la signora Topo si lasciò andare a uno sfogo: «Stavo origliando mentre parlavano, ma sono sicura che non mi hanno vista. E so che è una cosa orribile, ma come potevo farne a meno una volta che ho capito quello che stavano progettando? Dovevo scoprire che cosa stavano tramando. Così li ho ascoltati, e ne sono rimasta sconvolta! Non sapevo se ridere o piangere. Quando se ne sono andati non sapevo che cosa fare e ho deciso che era meglio venire qui a parlarne con lei. Forse insieme potremo farci venire in mente qualcosa!»
Antonina giudicò quelle informazioni allarmanti. Forse la signora Topo stava solo reagendo in modo esagerato agli scherzi innocenti dei ragazzi? Con questa speranza, disse:
«Suo figlio è un così bravo ragazzo. Sono sicura che non farebbe nulla per ferirla. E Rys è talmente piccolo... Certo, lo terrò d'occhio più attentamente... Ma precisamente, che cosa hanno fatto i nostri ragazzi?»
«Non hanno fatto niente di male, per il momento, ma stanno tramando qualcosa di grosso.»
Antonina scrisse che si sentì «il cuore sotto le scarpe» nel sentire la signora Topo che spiegava di aver sentito i ragazzi promettersi che avrebbero distrutto i tedeschi - cosa che ritenevano fosse loro dovere di patrioti - per prima cosa nascondendo una bomba in un grande pagliaio vicino al deposito di armi dei tedeschi, nei pressi della recinzione dello zoo.
«E sotto il materasso di Jerzyk ho trovato uno dei vostri asciugamani, con grandi lettere rosse che dicevano HITLER
KAPUTT! I ragazzi lo vogliono appendere sopra l'ingresso principale dello zoo, perché ci sono tanti tedeschi che vengono qui, e così non potranno fare a meno di vederlo! Che cosa dobbiamo fare? Magari suo marito potrebbe parlare ai ragazzi e spiegare loro che sono troppo giovani per combattere e che se andranno avanti con questo piano ci metteranno tutti in pericolo...»
Antonina ascoltò in silenzio, inizialmente cercando di digerire e poi di analizzare quelle inquietanti notizie, che trovava al tempo stesso nobili e sciocche. Credeva che Rys avesse escogitato quell'idea ascoltando di nascosto le conversazioni degli scout, che stavano progettando simili azioni di sabotaggio. Ormai, evitare di attirare l'attenzione sull'attività dello zoo era diventato un'arte sottile, come abituarsi a dormire a fianco di un deposito di dinamite. Non avevano affatto bisogno che i ragazzi, letteralmente, sventolassero una bandiera rossa.
Si domandò anche come avesse potuto non accorgersi di quello che complottava Rys e sbagliarsi sulla capacità del figlio di capire la gravità delle conseguenze che sarebbero derivate dalla sua azione; e come invece aveva pensato di poter contare sull'assoluto riserbo del figlio e sulla propria abilità di giudicarne la maturità. La sua rabbia contro Rys e se stessa si trasformò subito in tristezza, nel momento in cui si rese conto che invece di lodare il suo coraggio e il suo spirito di iniziativa, e dirgli quanto mi avesse reso fiera di lui, dovevo punirlo e dire a suo padre che aveva rubato dell'esplosivo e forse anche metterlo in imbarazzo di fronte al suo amico.
Sapevo che Jan sarebbe andato su tutte le furie.
«Sì», disse alla signora Topo, «chiederò a Jan di parlare con i ragazzi. Nel frattempo è meglio bruciare l'asciugamano.»
Quella sera sentì di sfuggita i suoi uomini, padre e figlio, che parlavano pacatamente in un tono formalmente militare:
«Spero che comprenderai che non ti sto trattando come un bambino, ma come un soldato», disse Jan, facendo leva sul naturale desiderio del figlio di essere trattato da adulto. «Io sono un ufficiale in questa casa, e il tuo superiore. Nell'ambito militare dell'azione, tu devi fare solo quello che ti ordino, niente di testa tua. Se vuoi che continuiamo ad avere questo tipo di rapporto mi devi promettere che non farai niente senza che io ne sia al corrente. L'azione che hai progettato con Jerzyk rientra nella categoria dell’"anarchià e dell’"arbitrarietà"; e per questo dovresti essere punito, proprio come lo saresti nell'esercito vero e proprio.»
Ma quale punizione dovrebbe imporre un padre nel ruolo di ufficiale militare a un ragazzino che riveste il ruolo di soldato? Il pericolo non viene percepito allo stesso modo dagli occhi di un bambino, e un ragazzino non può neppure prevedere le estreme conseguenze di un atto; ma una punizione funziona solo se entrambe le parti sono convinte del fatto che sia giusta, essendo proprio la giustizia la regola aurea dell'infanzia.
Così Jan disse: «Forse dovresti suggerirmi tu il modo in cui dovrei punirti».
Rys considerò la cosa con attenzione. «...Puoi sculacciarmi», propose infine.
E probabilmente Jan lo fece, perché Antonina, riportando la scena nel suo diario, annota solamente: «E fu così che il nostro personale movimento clandestino all'interno della famiglia cessò di esistere».