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«Adolf deve essere fermato», insisteva uno dei custodi. Jan sapeva che non si riferiva a Hitler, ma ad «Adolf il rapitore», un soprannome dato al capobanda dei macachi reso, che ce l'aveva con la femmina più anziana, Marta: le aveva rubato l'unico figlio per darlo alla sua compagna preferita, Nelly, che già aveva un piccolo suo. «Non è giusto. Ogni madre dovrebbe nutrire il suo piccolo; perché privare Marta del suo per darne due a Nelly?»

Gli altri custodi presentavano bollettini sulla salute degli animali più conosciuti dello zoo, come la giraffa Rose, il licaone Mary, Sahib, il puledro dello zoo pedagogico, che si intrufolava nei terreni da pascolo insieme agli ombrosi cavalli di Przewalski. Qualche volta gli elefanti sono soggetti a herpes sulla proboscide, e in cattività è facile che un retrovirus aviario o una malattia come la tubercolosi passi dalle persone ai pappagalli, agli elefanti, ai ghepardi e ad altri animali, per poi ritornare agli uomini, specialmente nell'epoca preantibiotica in cui vissero gli Zabiriski, in cui infezioni anche gravi potevano colpire con violenza un'intera popolazione, animale o umana.

Quando ciò accadeva, era necessario chiamare il veterinario dello zoo, il dottor Lopatynski, che arrivava a bordo della sua motocicletta scoppiettante indossando un giubbotto di pelle e un grande cappello dai lunghi paraorecchie sventolanti, le guance rosse frustate dal vento e un paio di occhiali pince-nez.

Di cos'altro si discuteva durante le riunioni quotidiane?

In una vecchia fotografia Jan è ritratto accanto a una grossa fossa per ippopotami recintata, scavata per metà, parzialmente rinforzata da pesanti nervature di legno, simili a quelle che seguono la curvatura delle carene delle navi. La vegetazione sullo sfondo fa pensare che sia estate. Lo scavo doveva essere completato prima che il terreno si indurisse, cosa che in Polonia può avvenire fin da ottobre, così è probabile che lui chiedesse notizie sullo stato di avanzamento dei lavori e mettesse fretta al capomastro. Un'altra preoccupazione era il furto (1) e, poiché il commercio di animali esotici prosperava, guardie armate pattugliavano il parco giorno e notte.

La grandiosa visione che Jan aveva dello zoo traspare chiaramente dai suoi numerosi libri e dalle trasmissioni radiofoniche; sperava che un giorno potesse trasformarsi in un'illusione di habitat nativi, nei quali nemici naturali potessero condividere gli spazi senza conflitto. Per questo miraggio di un primitivo armistizio occorreva recuperare ettari di terra, scavare fossi comunicanti e installare immaginosi impianti idraulici. Jan aveva in mente uno zoo innovativo di livello mondiale inserito nel cuore della vita sociale e culturale di Varsavia, e a un certo punto pensò addirittura di aggiungervi un parco dei divertimenti.

Tra le preoccupazioni basilari degli zoo antichi e moderni c'è quella di mantenere gli animali in buona salute, al sicuro, e soprattutto sotto controllo. Gli zoo hanno sempre fatto fronte a ingegnosi artisti della fuga, per esempio a saette dalle gambe lunghe come le antilopi saltarupi, che possono superare con un balzo la testa di un uomo e atterrare su una sporgenza rocciosa incredibilmente piccola. Tozze ma vigorose, queste piccole e nervose antilopi dal dorso arcuato pesano appena diciotto chili, ma sono agili e saltano sugli zoccoli come ballerine che danzano sulle punte. Spaventatele e saltelleranno per tutto il recinto, e forse oltrepasseranno le barriere con un balzo: come tutte le antilopi, saltano in verticale. Narra la leggenda che, nel 1919, un uomo birmano inventò l'equivalente umano più vicino al salto verticale: il «pogo stick», un trampolo a molla che sua figlia Pogo usava per attraversare le pozzanghere sulla strada per la scuola. (2)

In seguito al tentativo di fuga di un giaguaro dell'attuale zoo di Varsavia, che per poco non è saltato fuori dalla sua fossa, il dottor Rembiszewski ha sistemato una recinzione elettrica simile a quelle usate dagli agricoltori per tenere i cervi lontani dai raccolti, ma molto più alta. Jan avrebbe potuto disporre di recinzioni elettriche: è facile che ne abbia valutato il prezzo e discusso la praticabilità, data la configurazione delle recinzioni dei grandi felini.

Ogni giorno, dopo colazione, Antonina si dirigeva verso l'edificio degli uffici dello zoo e restava in attesa dei visitatori importanti, perché oltre a occuparsi della casa e a curare gli animali malati, aveva il compito di ricevere gli ospiti illustri provenienti dalla Polonia e dall'estero e di dare il benvenuto alla stampa e ai funzionari del governo. Accompagnando i visitatori, Antonina li intratteneva con aneddoti e curiosità imparati dai libri o dai discorsi di Jan, oppure osservati di persona. Passeggiando per lo zoo, scoprivano i terreni e gli habitat più diversi: paludi, deserti, boschi, prati e steppe. Alcune aree stavano in ombra, altre brillavano nella luce del sole; gli alberi, i cespugli e le rocce, disposti in modo strategico, offrivano riparo dai violenti venti dell'inverno, che potevano strappare il tetto da un granaio.

Il tour guidato da Antonina partiva dal cancello principale di via Ratuszowa, di fronte a un lungo viale diritto, fiancheggiato da recinzioni; la prima cosa che catturava lo sguardo del visitatore era un tremolante laghetto rosa, dove pallidi fenicotteri si pavoneggiavano con le ginocchia rosse piegate all'indietro, le bocche simili a borsellini neri.(3) Meno brillanti dei fenicotteri selvatici, tinti di rosa corallo per via dell'abitudine di mangiare crostacei, erano abbastanza appariscenti da dare un primo benvenuto agli ospiti, con i loro rochi brontolìi, i grugniti e gli starnazzi. Poco oltre si incontravano le gabbie di volatili provenienti da tutto il mondo: chiassosi animali esotici dal vivace piumaggio come storni tristi, ara, marabù e gru coronate, oltre a uccelli autoctoni come la minuscola civetta nana o il gigantesco gufo reale, in grado di afferrare con gli artigli anche un coniglio.

Pavoni e piccoli cervi girovagavano per lo zoo a loro piacimento, pronti a scappare al trotto quando qualcuno si avvicinava, come spinti da un'onda invisibile. In cima a una collinetta erbosa, una femmina di ghepardo si scaldava al sole mentre i suoi piccoli maculati saltellavano e facevano la lotta lì accanto, occasionalmente distratti dai cervi e dai pavoni che si muovevano oltre la recinzione. Le prede in libertà dovevano essere stuzzicanti per leoni, iene, volpi e altri predatori in gabbia: tenevano desti i loro sensi e aggiungevano tensione alla giornata. Cigni neri, pellicani e uccelli d'acqua e di palude fluttuavano su uno stagno a forma di drago. Sulla sinistra, le recinzioni aperte rivelavano bisonti della foresta, antilopi, zebre, struzzi, cammelli e rinoceronti che pascolavano. Sulla destra, i visitatori potevano osservare tigri, leoni e ippopotami. Seguendo il sentiero di ghiaia, giravano intorno alle giraffe, ammiravano rettili, elefanti, scimmie, foche e orsi, poi tornavano indietro. La villa restava seminascosta tra gli alberi, a un fischio di distanza dalle uccelliere, appena prima degli scimpanzé, a est dei pinguini.

Negli habitat coltivati a erba si trovavano i licaoni, canidi nervosi dalle lunghe zampe, sempre in corsa, che scuotevano le grosse teste e fiutavano sospettosi, ruotando le grandi orecchie rigide. Il loro nome scientifico, Lycaon pictus (licaone dipinto), suggerisce la bellezza del pelo, chiazzato in modo casuale di giallo, nero e rosso, ma non la loro ferocia né la resistenza: possono atterrare una zebra in fuga o inseguire un'antilope per miglia. Quello di Varsavia era il primo zoo in Europa a vantare la presenza dei licaoni, un vero primato; anche se gli agricoltori africani li consideravano pericolosi e nocivi, qui erano solo pittoreschi animali da palcoscenico, tutti chiazzati in modo diverso, e davanti a loro si raccoglieva sempre una piccola folla. Lo zoo, inoltre, allevava le prime zebre di Grévy, originarie dell'Abissinia, che sembrano, a uno sguardo sommario, familiari, finché non ci si rende conto che, a differenza delle zebre che conosciamo, sono più alte e striate in modo più fitto, con strisce strette che convergono verticalmente sul corpo e corrono orizzontalmente lungo le gambe, rigandole fino agli zoccoli.

E poi c'era Tuzinka, ancora coperta della lanugine da cucciola, uno dei dodici elefanti nati in cattività. Da qui il suo nome: da tuzin, parola che in polacco significa «dozzina».

Antonina aveva assistito Kasia mentre dava alla luce la sua piccola, alle tre e mezzo di un freddo mattino di aprile. Nel suo diario descriveva Tuzinka come un fagotto gigante, il più grande cucciolo di animale che avesse mai visto, centodieci chili di peso, alta poco più di novanta centimetri, con occhi blu, ampie orecchie simili a un petalo di viola, una coda che sembrava troppo lunga per il suo corpo: una neonata malferma e confusa sbalzata in quel bazar dei sensi che è la vita.

Aveva sbattuto gli occhi con la stessa sorpresa che Antonina aveva visto nello sguardo degli altri animali appena nati: intontiti, affascinati, e tuttavia sconcertati dalla luce e dal fragore.

Per poppare, Tuzinka stava sotto la madre con le ginocchia posteriori piegate, allungandosi con la tenera bocca.

L'espressione nei suoi occhi indicava che non esisteva nient'altro se non il fluire del tiepido latte e il rassicurante battito del cuore di sua madre. È così che la colsero i fotografi, nel 1937, per una cartolina in bianco e nero che si dimostrò un popolare souvenir, come un elefantino di pezza. Vecchie fotografie mostrano visitatori incantati che allungano il braccio verso Tuzinka e sua madre, la quale tende a sua volta la proboscide, al di là di un piccolo fosso bordato da corti spuntoni di metallo.

Poiché gli elefanti non saltano, un fossato profondo un metro e ottanta, largo altrettanto in cima e più stretto in fondo è sufficiente a impedirne la fuga, a condizione che i pachidermi non riempiano il fossato di fango riuscendo a oltrepassarlo, come pare sia accaduto.

Gli odori degli animali creavano il paesaggio olfattivo dello zoo, odori talvolta tenui, talvolta quasi nauseabondi, di primo acchito. In particolare, le marcature del territorio delle iene, che rivoltano le loro tasche anali lasciandone colare una pasta puzzolente, conosciuta tra gli addetti al lavoro come «burro di iena». Ciascuno di questi messaggi maleodoranti dura circa un mese, e trasmette notizie; un maschio adulto ne rilascia circa centocinquanta in un anno. Poi c'è l'esibizione di potere dell'ippopotamo che, defecando e muovendo la piccola coda, lancia escrementi dappertutto. I maschi del bue muschiato hanno l'abitudine di spruzzarsi con la loro stessa urina, e poiché i leoni marini si incastrano tra i denti cibo putrescente, il fetore del loro alito si sente a metri di distanza.

L'odore del kakapo, un pappagallo verde muschio incapace di volare, è simile a quello della custodia di un vecchio clarinetto. Durante la stagione degli amori, i maschi degli elefanti lasciano gocciolare da una piccola ghiandola vicino agli occhi una secrezione dolce e penetrante. Le piume nere dell'alca crestata, uccello marino dotato di un impressionante occhio bianco e di un becco arancione, profumano di mandarino, specialmente durante il periodo riproduttivo, quando le alche in amore infilano il becco nel pungente collare l'uno dell'altra.

Tutti gli animali trasmettono codici odorosi, distintivi come richiami, e dopo un po' Antonina si abituò a quegli aromi intensi dai diversi significati.

Antonina era convinta che le persone avessero bisogno di comunicare con la loro natura animale, ma che anche gli animali «bramano la compagnia degli esseri umani, aspirano alle attenzioni umane», con un desiderio che è in qualche modo reciproco. I suoi transiti immaginari nell'Umwek (ambiente) animale allontanavano per un po' il mondo degli uomini, un regno di dimostrazione di potere, di conflitto, un mondo in cui i genitori possono scomparire all'improvviso. Giocare alla caccia e alla lotta con i cuccioli di lince, nutrirli, cedere al ruvido leccare delle loro calde lingue sulle sue dita e a quella sorta di massaggio insistente fatto con le zampe, quasi una fase intermedia tra l'addomesticamento e una selvatichezza attenuata, la aiutava a creare un vincolo con lo zoo che descriveva come «immortale».

Il suo ruolo, inoltre, offriva ad Antonina un pulpito da cui predicare la tutela degli animali, una sorta di ministero ambulante, un'evangelizzazione sulle sponde della Vistola attraverso quel pellegrinaggio tra divinità minori. Lei, a sua volta, offriva ai visitatori un ponte eccezionale verso la natura. Ma prima dovevano attraversare il ponte sul fiume, simile a una gabbia, ed entrare nella parte più confusa della città. Quando raccontava loro appassionanti storie sulle linci e sugli altri animali, quell'ampia macchia verde della terra veniva messa brevemente a fuoco, soffermandosi su un singolo muso, un motivo, o il nome di una creatura. Antonina e Jan incoraggiavano i registi a realizzare film nello zoo, a mettervi in scena eventi musicali e teatrali, e prestavano gli animali per gli spettacoli quando veniva loro richiesto: i leoncini erano i più popolari.

«Il nostro zoo era pieno di vita», scrive lei. «Veniva un sacco di gente: giovani, amanti degli animali e semplici visitatori. Avevamo molti partner: diverse università polacche ed estere, il Dipartimento per la Salute della Polonia e anche l'Accademia di Belle Arti.»

Gli artisti del luogo crearono gli stilizzati manifesti art déco dello zoo e gli Zabiriski invitarono artisti di ogni genere ad andare allo zoo per liberare la loro immaginazione.