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Di notte, nel piccolo appartamento, Antonina conobbe un nuovo rumore: i colpi d'incudine dell'artiglieria tedesca. Da qualche altra parte, le donne della sua età sgattaiolavano nei locali notturni e ballavano sulle note di Glenn Miller allegri motivetti. Altre danzavano nei locali lungo la strada, al suono di una recente invenzione, il Jukebox (1) Le coppie assoldavano una babysitter e andavano al cinema a vedere le ultime uscite del 1939: Greta Garbo in Ninotchka, La regola del gioco di Jean Renoir, Judy Garland nel Mago di Oz. Le famiglie facevano gite in campagna per ammirare i colori delle foglie autunnali e mangiare la torta di mele e le frittelle di mais durante le feste per il raccolto. Molti polacchi, invece, durante l'occupazione persero ciò che condiva la vita di tutti i giorni; le persone erano intrappolate in una realtà dove contava solo l'essenziale, che succhiava la maggior parte delle energie, del tempo, del denaro e dei pensieri.
Come le madri del mondo animale, Antonina si disperava in cerca di un nascondiglio sicuro per il suo piccolo, «ma A differenza di loro», scrisse sul suo diario, «non posso prendere Rys in bocca e trasportarlo in una tana sicura». Né poteva rimanere nell'appartamento della cognata. «E se il palazzo crolla e non possiamo scappare?» Decise che forse sarebbe stato meglio sistemarsi al piano terreno, nel negozietto che vendeva lampade. Sempre che riuscisse a convincere le proprietarie a prenderla in casa.
Dopo aver recuperato Rys, discese i quattro oscuri piani di scale e bussò a una porta che si aprì rivelando due donne anziane, la signora Caderska e la signora Stokowska.
«Avanti, avanti.» Gettarono un'occhiata nel corridoio dietro di lei e chiusero in fretta la porta.
Uno strano nuovo continente, a metà strada tra un planetario e una barriera corallina, apparve improvvisamente agli occhi di Antonina, mentre entrava in un ingombro negozio che odorava di stoffa, colla, pittura, sudore e farina d'avena.
Decine di paralumi erano appesi al soffitto, impilati uno dentro l'altro come ziggurat, o ammucchiati come aquiloni esotici.
I ripiani di legno degli scaffali contenevano rotoli di stoffa simili a strudel, cornici di ottone, utensili, viti, rivetti e luccicanti vassoi pieni di punte ornamentali separate per materiali: vetro, plastica, legno, metallo. In negozi come questi, all'epoca, le donne cucivano a mano nuovi paralumi di stoffa, riparavano i vecchi, e vendevano quelli fabbricati da altri.
Guardandosi attorno nella stanza, Antonina vedeva lampadari popolari durante gli anni Trenta, epoca in cui l'arredo baltico andava dallo stile vittoriano all'art déco e al modernismo, e presentava paralumi come questi: in broccato di seta rosa a forma di tulipano, decorato con crisantemi; in chiffon verde con inserti di pizzo; sagomato geometricamente, con plissettature color avorio; a forma del cappello di Napoleone; in lamiera perforata con inserti di false pietre; una cupola di vetro rosso- arancione dalla superficie irregolare, circondata da gocce di cristallo, sotto la quale pendeva una gondola di ottone con volute in rilievo a forma di edera. Quell'elegante vetro rosso cangiante, conosciuto come gorge- de- pigeon, che ai tempi di Antonina veniva spesso usato per i calici da vino europei, risplendeva di un rosso amarena quando la lampada era spenta, mentre quando era accesa gettava un bagliore che ricordava le arance sanguigne appena sbucciate. Era tinto con il cosiddetto «sangue di piccione», un elisir spesso usato per sfumare rubini di alta qualità (e allora le pietre migliori assumevano il colore del sangue freschissimo).
Rys attirò la sua attenzione verso l'altra parte della stanza, dove, con sua sorpresa, alcune donne trasandate e i bambini del vicinato sedevano circondati dai paralumi.
«Dzien dobry, dzien dobry, dzien dobry», salutò Antonina, una donna per volta.
C'era qualcosa nell'accogliente atmosfera del deposito di lampade che attirava chi era senza casa, e chi aveva freddo fin nelle ossa, verso questo negozio gestito dalle protettive signore disposte a condividere la dispensa, il carbone e lenzuola e coperte. Antonina annota:
Questo negozio-laboratorio di paralumi era come una calamita per moltissime persone. Grazie a queste due minute, deliziose anziane signore, che erano estremamente affettuose, piene di amore e gentilezza, superammo questo terribile periodo. Erano come la luce calda durante le notti d'estate, e gente che viveva ai piani superiori, persone senza una casa provenienti da altri luoghi, da edifici distrutti, perfino da altre strade, si radunavano intorno a queste due signore, come falene attratte dal calore.
Antonina si stupiva quando le loro mani grinzose distribuivano cibo (soprattutto zuppa di avena), dolci, un album di cartoline e piccoli giochi. Ogni sera, quando gli ospiti sceglievano il loro posto per dormire, lei stendeva un materasso sotto un resistente telaio della porta e riparava Rys con il proprio corpo, cercando di dormire; in quei momenti aveva l'impressione di precipitare in un pozzo, mentre il suo passato diventava più idilliaco e fluttuava sempre più lontano.
Aveva fatto molti progetti per l'anno a venire; ora si chiedeva se lei e Rys avrebbero superato la notte, se sarebbe vissuta abbastanza da vedere di nuovo Jan, se suo figlio avrebbe festeggiato un altro compleanno. «Ogni giorno della nostra vita era pieno di pensieri sul terribile presente e perfino sulla nostra morte», scrive nelle sue memorie, e aggiunge:
I nostri alleati non c'erano, non ci aiutavano. Noi polacchi eravamo completamente soli, [quando] un attacco inglese ai tedeschi avrebbe potuto fermare l'incessante bombardamento su Varsavia. [...] Ci giungevano notizie molto deprimenti a proposito del governo polacco: il maresciallo Smigly e i membri del governo erano fuggiti in Romania ed erano stati catturati e arrestati. Ci sentivamo traditi, sconvolti. Eravamo addolorati.
Quando la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania, i polacchi esultarono e le stazioni radio trasmisero gli inni nazionali francese e inglese ininterrottamente per giorni, ma a metà settembre ancora non avevano sollievo dall'incessante bombardamento e dall'artiglieria pesante.
«Vivere in una città sotto assedio», così descrisse quei giorni Antonina, incredula, nelle sue memorie: una città piena di bombe sibilanti, di esplosioni frastornanti, del secco fragore di crolli e di gente affamata. Prima scomparirono i comfort ordinari come acqua e gas, poi la radio e i giornali. Chiunque si avventurasse nelle strade, lo faceva sempre di corsa; si rischiava la vita mettendosi in fila per un po' di pane o carne di cavallo. Per tre settimane Antonina sentì le granate che sibilavano sopra i tetti durante il giorno e le bombe che si infrangevano contro muri di tenebra di notte. Fischi agghiaccianti precedevano orribili boati, e lei si sorprendeva ad attendere la fine di ogni fischio, temendo il peggio, per poi tirare il fiato quando sentiva esplodere la vita di qualcun altro. Senza volerlo, misurava la distanza e provava sollievo per non essere stata il bersaglio dell'ordigno; poi, quasi subito, arrivava il fischio successivo, e un nuovo spostamento d'aria.
Nelle rare occasioni in cui si arrischiava a uscire, le sembrava di entrare in una guerra da grande schermo, con fumo giallo, mucchi di macerie, scogli frastagliati al posto dei palazzi, lettere rincorse dal vento e fiale di medicinali, persone ferite e cavalli morti. Ma c'era qualcosa di ancora più irreale: stava sospesa sopra le loro teste e a un primo sguardo sembrava neve, ma si muoveva in modo diverso, fluttuava delicatamente su e giù senza toccare terra. Più strana, più misteriosa di una bufera di neve, una lieve e bizzarra nuvola di piume proveniente dai cuscini e dalle trapunte della città turbinava leggera sopra i palazzi. Una volta, molto tempo prima, un re polacco aveva respinto gli invasori turchi fissando grandi cerchi piumati dietro la schiena di ogni soldato: quando si lanciavano al galoppo nella battaglia, il vento attraversava le false ali con un rombo simile a un tornado che spaventava i cavalli dei nemici, che si impuntavano sugli zoccoli rifiutandosi di avanzare. Per molti abitanti di Varsavia questa tempesta di piume poteva avere evocato il massacro di quei cavalieri, gli angeli custodi della città.
Un giorno, dopo che una bomba era caduta sul suo palazzo senza esplodere, conficcandosi nel soffitto del quarto piano, Antonina aspettò un boato che non arrivò mai. Quella notte, mentre il bombardamento nebulizzava fili di fumo attraverso il cielo, trasportò Rys nel seminterrato di una chiesa vicina. Poi, «nel silenzio soffocato del mattino», lo riportò nel negozio di paralumi. «Sembro proprio la nostra leonessa, che con grande timore porta il suo piccolo da un lato all'altro della gabbia», commentò.
Da Jan non giungevano notizie e la preoccupazione per la sorte del marito le toglieva il sonno, ma si disse che l'avrebbe tradito se non avesse cercato di salvare gli animali rimasti allo zoo. Si chiedeva se fossero ancora vivi e se i ragazzi a cui li avevano lasciati in custodia potessero davvero prendersi cura di loro. Sembrava non ci fosse altra scelta: per quanto inquieta e spaventata, affidò Rys alla cognata e si costrinse ad attraversare il fiume tra granate e sparatorie.
«Ecco come si sente una femmina di animale braccato», pensò, presa in mezzo alla mischia, «non come un'eroina, ma assolutamente determinata a tornare a casa sana e salva, a ogni costo.» Ricordava la morte di Jas e dei grandi felini, uccisi dai soldati polacchi con un colpo a bruciapelo. Era tormentata dalle immagini dei loro ultimi momenti di vita, e forse da un timore più difficile da fugare: e se alla fine fossero proprio loro i più fortunati?