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DOPO la grande deportazione del 1942 la forma e la natura del Ghetto mutarono, e una città congestionata, dalle vie sempre affollate, si trasformò in un campo di lavoro pieno di officine tedesche presidiato dalle SS. Nella vasta zona sud, ampiamente spopolata, conosciuta come tereny dzikie ossia «terre selvagge», il corpo speciale della Werterfassung (Ufficio per il prelievo di valori) si dava da fare per recuperare quello che poteva dei beni abbandonati dai deportati e ristrutturava le case disabitate a uso tedesco, mentre i circa trentacinquemila ebrei rimanenti venivano insediati in condomini situati vicino ai negozi e scortati dalle guardie nel tragitto da e per il luogo di lavoro. In realtà, altri venti- trentamila ebrei «illegali» vivevano rintanati nel Ghetto, restando nascosti, spostandosi attraverso un dedalo di cunicoli sotterranei che mettevano in collegamento i palazzi, e riuscivano a sopravvivere essendo loro stessi parte di una labirintica economia.
L'autunno del 1942 segnò inoltre la nascita di un nuovo gruppo interno al movimento clandestino, che gli Zabiriski consideravano straordinariamente efficace: si chiamava Zegota - un criptonimo che stava a indicare il Consiglio per l'Aiuto agli Ebrei - ed era una cellula fondata da Zofia Kossak e Wanda Krahelska- Filipowicz con il compito di sostenere gli ebrei nascosti nelle famiglie polacche. Sebbene il suo nome ufficiale fosse Comitato Konrad Zegota, non esisteva nessun Konrad Zegota. Zofia Kossak (nome in codice «Weronika»), nota scrittrice e nazionalista conservatrice, frequentava l'alta società, specialmente l'aristocrazia terriera, e aveva amici intimi nel clero cattolico. Wanda Krahelska- Filipowicz, invece, direttrice della rivista d'arte Arkady, era un'attivista socialista, moglie di un ex ambasciatore negli Stati Uniti, e aveva grande dimestichezza con i leader militari E politici del movimento clandestino. Tra tutte e due, conoscevano una gran quantità di persone, e anche quelle che reclutarono avevano a loro volta un'ampia rete di contatti professionali, politici e sociali. Stava proprio qui il punto: creare un reticolo umano che unisse ogni angolo della società.
Aleksander Kamiriski, per esempio, prima della guerra faceva parte della popolare Associazione degli Scout Polacchi, Henryk Wolinski apparteneva all'Ordine degli Avvocati polacchi e Adolf Berman, membro del Partito Sionista di sinistra e psicologo, dirigeva Centos, un'organizzazione di assistenza ai bambini del Ghetto. L'Unione degli Scrittori, l'Associazione clandestina dei giornalisti, il Comitato dei Medici Democratici, oltre a sindacati che comprendevano lavoratori delle ferrovie, della rete tranviaria e del settore sanitario, tutti aiutavano Zegota. Come mettono in evidenza Irene Tomaszewski e Teda Werbowski in Zegota. The Rescue of jews in Wartime Poiana (Zegota. La liberazione degli ebrei in Polonia durante la guerra), «i membri di Zegota non erano soltanto idealisti ma attivisti, e gli attivisti sono, per natura, persone che conoscono persone». (1)
L'unico obiettivo di Zegota, che univa un consorzio di cattolici polacchi e di gruppi politici, era la liberazione, non il sabotaggio o la lotta, e in quanto tale fu un'organizzazione unica nel suo genere nell'Europa occupata; gli storici le attribuiscono la liberazione di ventottomila ebrei a Varsavia. Il suo quartier generale al 24 di via Zurawia, diretto da Eugenia Wasowska (rilegatrice e tipografa) e dall'avvocato Janina Raabe, osservava orari d'ufficio due giorni alla settimana e fornì anche rifugio temporaneo a qualche fuggiasco. D'intesa con il movimento clandestino polacco e la Resistenza, Zegota riforniva la villa degli Zabirìski di denaro e documenti falsi ed esaminava attentamente le città lontane in cerca di case dove gli Ospiti dello zoo potessero superare la guerra. Per tenere una persona in vita, spesso bisognava metterne in pericolo un grande numero, e questo metteva continuamente alla prova. Eppure, a Varsavia e nei sobborghi, tra le settantamila e le novantamila persone (ossia circa un ventesimo della popolazione) rischiarono la vita per aiutare i vicini a fuggire. (2)
Oltre ai «salvatori» e a coloro che collaboravano con il movimento clandestino, c'erano domestiche, postini, lattai e molti altri che non facevano domande a proposito di volti nuovi o bocche in più da sfamare.
Quando Marceli Lemi- Lebkowski, un noto avvocato e attivista, arrivò allo zoo con falsi documenti procurati dal movimento clandestino e «importanti missioni segrete da compiere», lui e la sua famiglia finsero di essere profughi dall'Est che volevano prendere in affitto due stanze, una per la moglie malata e una per le due figlie, Nunia ed Ewa. Marceli dovette andare a vivere in un altro rifugio e far loro visita di tanto in tanto, perché un nuovo uomo in giro per la villa sarebbe stato più difficile da giustificare rispetto a una donna malata con le due figlie. Con il loro affitto fu possibile comprare il carbone per scaldare le camere da letto al primo piano, il che significava che nella villa potevano alloggiare persone in più, tra cui Marek e Dzius, due giovani che militavano nel Gruppo di Sabotaggio Giovanile dell'esercito clandestino. I ragazzi avevano lasciato fiori commemorativi nei luoghi spesso usati dai soldati tedeschi per fucilare i polacchi, e avevano scarabocchiato su muri e steccati
HITLER PERDERÀ LA GUERRA!
LA GERMANIA MORIRÀ!
Offese intollerabili per gli invasori.
Quell'inverno alcuni fidati inquilini legittimi pagarono l'affitto, ma la villa accolse principalmente persone sradicate, senza più patria, né casa, né amici, o in fuga dalla Gestapo. Nel corso del tempo, tra gli Ospiti ci furono anche Irena Mayzel, Kazio e Ludwinia Kramsztyk, il dottor Ludwig Hirszfeld (esperto in malattie contagiose), la dottoressa Roza Anzelówna dell'Istituto Statale di Igiene, la famiglia Lemi- Lebkowski, la signora Poznariska, la dottoressa Lonia Tenenbaum, la signora Weiss (moglie di un avvocato), la famiglia Keller, Marysia Aszer, la giornalista Maria Aszerówna, Rachela Auerbach, la famiglia Kenigswein, i dottori Anzelm e Kinszerbaum, Eugienia «Genia» Sylkes, Magdalena Gross, Maurycy Fraenkel e Irena Sendler. A detta di Jan, circa trecento persone in tutto.
Come se nelle loro vene scorresse inchiostro invisibile, gli ebrei e i polacchi «illegali» apparivano soltanto dentro casa, dove gli Ospiti e gli inquilini si fondevano in una sola famiglia. Il risultato fu che le faccende domestiche di Antonina aumentarono, ma allo stesso tempo aveva più aiutanti, e le piaceva avere intorno le due giovani Lemi-Lebkowska: scoprì ben presto quanto poco sapessero dei lavori di casa e le istruì scrupolosamente sulle attività di una buona moglie.
Uno zoo senza animali equivaleva a uno spreco di terra, secondo i nazisti, che decisero di costruire su quei terreni un allevamento di animali da pelliccia. Le pellicce avrebbero scaldato i soldati che combattevano sul fronte orientale (a questo scopo, avevano già confiscato tutti i capi in pelo del Ghetto), e quelle in eccedenza sarebbero state vendute per contribuire a finanziare la guerra. Per garantire l'efficienza dell'allevamento, ne affidarono la responsabilità a un polacco: Witold Wroblewski, un vecchio scapolo abituato a vivere da solo insieme agli animali da pelliccia. Come il reietto del Frankenstein di Mary Shelley, guardava con invidia coloro che stavano all'interno della calda, confortevole villa, «piena di luce e della fragranza del pane che cuoce in forno», come disse in seguito ad Antonina. Un giorno, con grande sorpresa e angoscia di Jan e Antonina, arrivò alla porta e, senza convenevoli o discussioni, annunciò che stava traslocando lì da loro.
La fortuna aiutò gli Zabinski, che scoprirono ben presto che l'«Uomo Volpe», come lo chiamavano, era un polacco cresciuto in Germania, solidale nei confronti della loro causa; ci si poteva fidare. Di gran lunga la persona più eccentrica della villa, l'Uomo Volpe arrivò con una gatta, Balbina, e con quelli che Antonina definì «alcuni inseparabili parrocchetti», ma nessun effetto personale. Il trasloco nel vecchio studio di Jan fu rapido e venne saldato con carbone e coke, di cui c'era urgente bisogno per scaldare la casa. L'Uomo Volpe non riusciva a tollerare calendari e orologi, nomi di vie o numeri, anche se questo di certo doveva ostacolare la sua vita di uomo d'affari; qualche volta dormiva sul pavimento tra la scrivania e il letto, come se, semplicemente, la stanchezza l'avesse colto di sorpresa e non avesse avuto la forza di avanzare barcollando nemmeno di un altro passo. Quando i suoi coinquilini seppero che prima della guerra era stato un pianista professionista, entrò nella cerchia ristretta degli Zabinski, perché, come amava dire Magdalena, «la casa sotto una pazza stella rispetta gli artisti sopra ogni altra cosa». Anche se tutti lo tormentavano con la richiesta di suonare, lui continuava a rifiutare; finché un giorno, esattamente all'una di notte, emerse dalla sua camera da letto, camminò con passo felpato fino al pianoforte e cominciò a suonare, e lo fece ininterrottamente fino al mattino. Dopodiché Magdalena organizzò regolari concerti di piano la sera, dopo il coprifuoco, e i suoi Chopin e Rachmaninov divennero una magnifica variante alle battute convulse di «Parti per Creta».
Antonina scriveva spesso della gatta grigia dell'Uomo Volpe, che descriveva sgualdrinella al punto giusto («sempre intenta ad accoppiarsi come un qualsiasi gatto normale»). Ma ogni volta che Balbina aveva dei gattini, l'Uomo Volpe li strappava dal cesto e li sostituiva con cuccioli di volpe perché lei li nutrisse. Antonina non spiega cosa succedesse ai gattini, che forse lui dava in pasto agli onnivori cani procione dell'allevamento (animali che cresceva per il loro pelo grigio con macchie simili a quelle dei procioni). Secondo gli allevatori, una volpe femmina dovrebbe nutrire non più di un paio di cuccioli alla volta, per avere la sicurezza che tutti sviluppino una pelliccia folta e abbondante; usare Balbina come nutrice per i piccoli in eccedenza gli sembrò una soluzione ideale, anche se un po' da mascalzone. «Il primo giorno era sempre il più difficile per lei», scrive Antonina, «avrebbe potuto giurare di aver messo al mondo dei gattini; ma il secondo giorno capiva che era solo frutto della sua immaginazione.»
Comprensibilmente confusa dal loro strano odore e dai ringhi, la gatta scoprì che i volpacchiotti avevano un appetito feroce; a forza di leccarli e di nutrirli, cominciavano finalmente ad avere il suo odore, ma i suoi ripetuti tentativi di istruirli nelle arti feline per lo più fallivano. Si aggirava intorno, miagolando «in tono davvero distinto [...] per insegnar loro come dovrebbero esprimersi i gatti normali», ma non riusciva a convincerli a rispondere con un miagolio, e i loro rumorosi latrati la lasciavano perennemente sbigottita. «Nel suo cuore di gatta si vergognava che abbaiassero», osserva Antonina. Con felina maestria, però, balzavano agilmente su tavoli, mobiletti e alte librerie, e spesso gli abitanti della villa trovavano un cucciolo di volpe che schiacciava un pisolino in cima al pianoforte o a una cassettiera.
Preferendo che i suoi cuccioli si nutrissero di animali vivi, Balbina andava a caccia fuori tutti i giorni, trascinando diligentemente a casa uccelli, conigli, topi campagnoli e ratti, ma ben presto scoprì che doveva cacciare ininterrottamente per placare il loro appetito sfrenato. All'aperto, faceva strada lei: una piccola, sottile gatta tigrata seguita dalla sua prole, animali tre volte più grandi di lei, con musi allungati e code nere dal pelo morbido. Insegnava loro come avvicinarsi furtivamente a una preda rannicchiandosi come una sfinge e come balzare sulla selvaggina. Ogni volta che i volpacchiotti individuavano un pollo, lo avvicinavano con cautela, strisciando rapidamente sulle pance, poi gli balzavano addosso afferrandolo con i denti affilati per farlo a pezzi, ringhiando mentre mangiavano, e Balbina si teneva in disparte a guardare.
Dopo aver «partorito» diverse nidiate di volpacchiotti, per quanto stancante e disorientante potesse essere, Balbina finalmente si abituò ai loro modi: loro divennero mezzi gatti, e lei mezza volpe. Elogiando la buona creanza della gatta che non attaccava mai gli altri inquilini della casa, Antonina scrive: «È come se avesse un proprio codice morale». Risparmiava i parrocchetti dell'Uomo Volpe, anche quando lui li liberava dalla gabbia; Wicek il coniglio non la tentava e nemmeno Kuba il pulcino; non le veniva voglia di dare la caccia ai pochi topi che invadevano la casa; e se un uccello smarrito volava per le stanze (un cattivo auspicio) rimaneva a guardarlo pigramente. Ma un nuovo arrivato riaccese gli istinti felini di Balbina.
In primavera un vicino portò uno strano orfano per lo zoo personale di Rys: un panciuto piccolo di topo muschiato dal lucido pelo bruno, la pancia giallo- beige, la lunga coda squamosa e minuscoli occhi neri. Le zampette anteriori palmate e dotate di dita servono ai topi muschiati per costruire tane, afferrare il cibo o scavare cunicoli; quando nuotano, le zampe posteriori munite di frange fungono da forti pagaie. La cosa più strana sono forse i quattro denti affilati che sporgono all'infuori, oltre le guance e le labbra, in modo tale che un topo muschiato può mangiare steli e radici, giunchi e tife anche quando è sott'acqua, senza aprire la bocca.
Antonina trovava la creatura incantevole. Gli preparò una grande gabbia in veranda e, visto che i topi muschiati sono nuotatori per natura, vi aggiunse come mini- piscina una piccola vasca di sviluppo di vetro, trovata in una vecchia camera oscura. Rys lo chiamò Szczurcio (Topino); lui presto imparò il suo nome e si abituò a vivere nella villa a tre livelli, passando le sue giornate dormendo, mangiando e rotolandosi. I topi muschiati selvatici non si addomesticano facilmente, ma già dopo poche settimane Szczurcio lasciava che Rys aprisse la gabbia, lo portasse in giro, lo coccolasse e gli grattasse la pelliccia. Quando Szczurcio dormiva, Balbina girava intorno alla gabbia come un puma, cercando un modo per entrare.
Da sveglio, la tormentava, giocando incessantemente nella piccola vasca e spruzzandole acqua addosso, cosa che lei odiava. Nessuno sapeva perché il topo muschiato tentasse così tanto Balbina, ma chiunque desse da mangiare a Szczurcio o pulisse la sua gabbia, doveva poi ricordarsi di chiudere la porticina con qualche giro di filo metallico.
Ad Antonina piaceva guardare la «delicata toilette» del topo muschiato: ogni mattina Szczurcio immergeva il muso nella vaschetta dell'acqua e sbuffava vigorosamente, soffiava l'aria fuori dal naso, si schizzava il muso con le zampette umide come un uomo che si prepari a radersi e si lavava a lungo. Dopodiché entrava nella vasca, si distendeva sulla pancia, si girava sulla schiena e si rivoltava diverse volte. Alla fine, usciva dalla vasca da bagno e si scuoteva la pelliccia come un cane, spruzzando dappertutto. Sorprendentemente, spesso si arrampicava sulla parete della gabbia e si sedeva sul trespolo come il precedente occupante della gabbia, Koko il cacatua. Da quella postazione, servendosi delle dita, eliminava accuratamente l'acqua dal pelo. I visitatori trovavano piuttosto curioso vedere un topo muschiato che stava appollaiato e si lisciava come un uccello; ma del resto la villa aveva sempre ospitato una combriccola stravagante, anche nei periodi più tranquilli. Dopo le abluzioni mattutine, Szczurcio mangiava una carota, un po' di patata, dei denti di leone, del pane o del grano, anche se era chiaro che aveva voglia dei rami, della corteccia e delle erbe di palude di cui si nutrono normalmente i topi muschiati.
Quando divenne troppo grande per la vaschetta d'acqua, Antonina la sostituì con un enorme vaso che Jan aveva usato tempo prima per una ricerca sugli scarafaggi. (3) Appena il vaso fu collocato nella gabbia, Szczurcio vi si lanciò dentro e si mise a spruzzare con un tale abbandono che Antonina dovette spostare la gabbia in cucina, dove il pavimento era piastrellato e l'acqua più a portata di mano.
«Sai, mamma», disse Rys un giorno, «Szczurcio sta imparando ad aprire la gabbia. È tutt'altro che stupido!»
«Non penso che sia poi così furbo», rispose Antonina.
Szczurcio passava ore ad armeggiare con il filo metallico, afferrandone le estremità e cercando di districarle. Dopo l'abile lavoro di una notte, finalmente riuscì a snodare il filo, a sollevare la porta scorrevole, a calarsi lungo la gamba di una sedia fino al pavimento, a zigzagare su per il tubo dell'acqua e a scivolare nel lavello della cucina, che somigliava a una palude. Poi, balzò sulla stufa, si arrampicò sul termosifone caldo e si addormentò. È lì che lo trovò Rys, il mattino seguente.
Riportandolo nella gabbia, il bambino chiuse la porticina e annodò il filo metallico ancora più stretto.
Il giorno dopo, di buonora, Rys attraversò di corsa la casa e, raggiunta la camera di Antonina, gridò allarmato: «Mamma!
Mamma! Dov'è Szczurcio? La sua gabbia è vuota! Non riesco a trovarlo da nessuna parte! L'avrà mangiato Balbina?
Devo andare a scuola e papà è al lavoro! Aiuto!»
Ancora costretta a letto, Antonina non poteva fare granché per quell'emergenza mattutina, ma delegò il compito all'Uomo Volpe e alla governante, Pietrasia. I due perlustrarono coscienziosamente tutti gli armadi, i divani, le poltrone, gli angoli, gli stivali - ogni rifugio in cui un topo muschiato potesse nascondersi - ma senza successo.
Certa che Szczurcio non potesse essere semplicemente «evaporato come canfora» e sospettando che Balbina o Zarka fossero i colpevoli del disastro, si fece portare a letto il gatto e il cane, per un'ispezione accurata. Una volta lì, palpò attentamente il loro ventre in cerca di qualsiasi rigonfiamento sospetto. Se avevano mangiato un animale di quelle dimensioni - grande quasi come un coniglio - le loro pance dovevano essere ancora gonfie. Ma sembravano magri come al solito, per cui dichiarò innocenti i detenuti e li liberò.
All'improvviso, Pietrasia corse nella sua camera. «Venga, presto!» urlava. «In cucina! Szczurcio è nel camino della stufa! Ho acceso il fuoco come faccio ogni mattina e ho sentito un orribile rumore!»
Appoggiandosi al bastone, Antonina si alzò lentamente dal letto, con le gambe gonfie; scese le scale con prudenza ed entrò zoppicando in cucina.
«Szczurcio, Szczurcio», chiamò dolcemente.
Si udì il rumore di uno scalpiccio nel muro. Quando una testa sporca di fuliggine spuntò dal camino, lei afferrò il fuggiasco per la schiena e lo tirò fuori, i baffi ricoperti di sporcizia, le zampe anteriori bruciacchiate. Con delicatezza, lo lavò e lo rilavò con acqua tiepida e sapone, cercando di togliere il grasso di cottura dalla pelliccia. Poi applicò dell'unguento sulle bruciature e lo rimise nella gabbia.
Ridendo, spiegò che i topi muschiati si costruiscono la tana ammonticchiando piante e fango e poi scavano un cunicolo da sotto il livello dell'acqua. Evidentemente il loro topo muschiato voleva una tana, non una gabbia; chi poteva biasimarlo, se aveva cercato di crearsi un mondo parallelo?
Quando Rys tornò da scuola quel pomeriggio, si emozionò nel ritrovare Szczurcio nella sua gabbia, e a cena, mentre gli altri portavano il cibo in tavola, Rys intrattenne tutti con le avventure di Szczurcio e il tubo della stufa. Una ragazzina rideva così forte che, tornando dalla cucina, inciampò e rovesciò un'intera ciotola di minestra in testa all'Uomo Volpe e a Balbina, che gli stava seduta in grembo. Balzando dalla sedia, l'Uomo Volpe si precipitò nella sua camera, seguito dalla gatta, e chiuse la porta. Rys lo rincorse e, spiando dal buco della serratura, cominciò a bisbigliare resoconti regolari:
«Si toglie la giacca!»
«Si asciuga con un telo!»
«Ora sta asciugando Balbina!»
«Si asciuga la faccia!»
«Ooooh! No! Ha aperto la gabbia con i parrocchetti!»
A quel punto, Magdalena non poté più sopportare la suspense e spalancò la porta. L'Uomo Volpe, il solista di casa, se ne stava lì, diritto come una colonna, in mezzo alla stanza, con i parrocchetti che gli volteggiavano intorno alla testa come gli animali di una giostra. Dopo qualche istante, gli atterrarono sulla testa e cominciarono a scavargli tra i capelli, tirando fuori le tagliatelle in zuppa e mangiandole. L'Uomo Volpe, finalmente, si accorse della folla nel vano della porta, silenziosa e impaziente, in attesa di una qualche spiegazione.
«Sarebbe un peccato sprecare del cibo tanto buono», disse a proposito di quella bizzarra scena, come se fosse la sola cosa ovvia da fare.