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La vita nello zoo si fermò completamente per settimane e il senso di perdita echeggiò tra le gabbie un tempo piene di sbuffi e borbottìi familiari. Il cervello di Antonina rifiutava di accettare la nuova triste realtà: un silenzio funereo opprimeva la tenuta e lei cercava di persuadersi che «non era un sonno di morte ma il letargo», una tregua per i pipistrelli e gli orsi polari, dalla quale si sarebbero svegliati rinvigoriti in primavera, avrebbero stiracchiato i loro arti malandati e cercato cibo e compagni. Era solo una cura del sonno che facevano durante il tempo del congelamento invernale e dei terremoti causati dalla rottura dei ghiacci, un tempo in cui era difficile procurarsi il cibo ed era meglio dormire nella propria tana, scaldati da un deposito di grasso estivo. Il tempo del letargo non serviva soltanto a dormire; era anche il periodo in cui, di solito, le femmine di orso partorivano i piccoli, che poi allattavano, stringendoli a sé, fino a primavera, il tempo della maturità. Antonina si chiedeva se gli esseri umani potessero usare la stessa metafora, immaginando i giorni di guerra come «una specie di letargo dello spirito, quando le idee, la conoscenza, la scienza, l'entusiasmo per il lavoro, la comprensione, l'amore, tutte queste cose si accumulano dentro di noi, [dove] nessuno può rubarcele».

Certo, il «sotterraneo» con cui aveva a che fare la sua famiglia non era un rifugio sonnolento e corroborante, ma una linea di condotta rischiosa; Antonina considerava la disposizione d'animo della clandestinità una comune reazione comatosa, creata dalla psiche. Non c'era davvero alternativa.

Era necessaria per affrontare l'alienante paura e la tristezza provocate dagli orrori quotidiani: persone percosse e arrestate per le strade, deportazioni in Germania, torture nei cortili interni della Gestapo o nel carcere di Pawiak, esecuzioni di massa. Per Antonina, almeno, quella fuga, quello stoicismo o quella dissociazione - comunque lo si definisse – non dissipava mai del tutto la corrente sotterranea di «paura, ribellione ed estrema tristezza».

I tedeschi «bonificavano» sistematicamente le città e le strade polacche, divenne proibito perfino parlare polacco in pubblico; a Danzica questo reato era punibile con la morte.

L'obiettivo nazista di aumentare lo «spazio vitale»

{Lebensraum) fu applicato energicamente alla Polonia: Hitler aveva ordinato alle sue truppe di «uccidere senza pietà e senza misericordia tutti gli uomini, le donne e i bambini di discendenza o di lingua polacca. Solo in questo modo possiamo ottenere il Lebensraum di cui abbiamo bisogno». (1) I bambini che si riteneva mostrassero le più forti caratteristiche nordiche (e quindi i rispettivi geni) venivano assegnati alla Germania per ricevere un nuovo nome ed essere cresciuti da tedeschi.

Come gli Heck, i biologi nazisti credevano nelle apparenze: chiunque somigliasse fortemente alla specie di riferimento poteva essere selezionato geneticamente all'indietro fino all'antenato puro.

La logica razziale funzionava così: una razza ariana biologicamente superiore si era diffusa in tutto il mondo e, anche se diversi imperi crollarono, rimasero tracce di ariani tra i nobili, le cui caratteristiche potevano essere identificate e colte nei loro discendenti in Islanda, Tibet, Amazzonia e altre regioni.

Lavorando su questa teoria, nel gennaio 1939 il Reichsführer Heinrich Himmler varò una spedizione tedesca in Tibet per individuare le radici della razza ariana, guidata dal ventiseienne Ernst Schäfer, naturalista, cacciatore ed esploratore.

«[Himmler] nutriva anche un interesse in comune con Ernst Schäfer», scrive Christopher Hale in La crociata di Himmler. «Era affascinato dall'Oriente e dalle sue religioni», tanto da portare con sé un taccuino «in cui aveva collezionato le omelie della Bhagavadgita (Canto del beato) indù.

Agli occhi dell'anonima figura [Himmler] che sedeva al centro della micidiale tela di ragno delle SS, Ernst Schäfer era l'emissario di un altro mondo misterioso ed eccitante.» (2)

Himmler inoltre covava una profonda avversione per il cristianesimo e, siccome la maggior parte della Polonia era devotamente cattolica, tutti i polacchi si tirarono addosso una punizione. (3)

Antonina scrisse che il suo mondo era distrutto e sembrava crollare al rallentatore, e che quella, per essere una guerra lampo, «aveva molte fasi interminabili». Le tessere per acquistare alimentari e il costoso cibo del mercato nero entrarono nelle loro vite, anche se, fortunatamente, Antonina poteva ancora sfornare pane lei stessa, grazie al grano che aveva comprato da sua cognata in autunno.

Alla fine dell'inverno, lei e Jan iniziarono a ricevere le prime scrofe ed entro il marzo del 1940 l'allevamento di maiali fu avviato, nutrito principalmente con gli avanzi donati da ristoranti e ospedali, oltre che con l'immondizia che Jan raccoglieva nel Ghetto. Gli ex custodi, benché assolutamente troppo qualificati per la mansione, badavano ai maiali e gli animali crescevano robusti, figliando diverse centinaia di piccoli durante l'estate, che diedero carne alla famiglia e si dimostrarono funzionali all'obiettivo principale di Jan, quello di usare lo zoo come deposito del movimento clandestino.

Un giorno di primavera Jan portò a casa un porcellino appena nato, la cui madre era stata da poco macellata, pensando che potesse piacere a Rys come cucciolo. Antonina lo considerava un mucchietto irsuto di energia, difficile da nutrire con il biberon, soprattutto quando cominciò ad aumentare di peso. Lo chiamarono Morys. A due settimane e mezzo sembrava «un porcellino uscito da Winnie the Pooh... molto pulito, roseo e liscio, bello come marzapane», scrisse. (In Polonia, i bambini, a Pasqua, ricevevano maialini di marzapane.)

Morys viveva nel cosiddetto «solaio» della villa, lo stanzino lungo e stretto che dava sul terrazzo. Ogni mattina Antonina lo trovava ad aspettare davanti alla porta della cameretta di Rys. Quando la apriva, Morys «entrava di corsa nella stanza e cominciava a dare spintoni alla mano o al piede di Rys, finché lui non si svegliava, allungava una mano e gli dava una grattata sulla schiena. Allora, il maialino si inarcava, come un gatto, tanto da sembrare una lettera C, e grugniva con grande soddisfazione», emettendo un quieto rumore a metà tra uno sbuffo e lo scricchiolio di una porta.

In rare occasioni, Morys si arrischiava di sotto, in quella confusione di odori e voci, un labirinto di gambe di persone e di mobili. Il tintinnio di una tavola che veniva apparecchiata per cena di solito lo attirava in cima alla scala, dove si accucciava e «sbatteva i suoi melensi occhi blu dalle lunghe ciglia bianche, guardando e ascoltando». Se qualcuno lo chiamava, scendeva a poco a poco le lucide scale di legno, prudentemente, con gli zoccoli che di tanto in tanto scivolavano, correva velocemente nella sala da pranzo e girava intorno alla tavola, sperando in un'elemosina, sebbene gli avanzi fossero pochi.

Dopo cena, ogni sera, Morys e Rys andavano in giardino a raccogliere erba ed erbacce per dare da mangiare ai conigli che vivevano nell'ex Casa dei Fagiani, il che dava al maialino la possibilità di andare in cerca di tuberi e verdure. Nella memoria di Antonina quella scena si illuminava di una luce incandescente, l'immagine del bambino e del suo porcellino che giocavano nel crepuscolo color lavanda: «Rys e Morys in un prato, che incantavano tutti. Guardandoli, riuscivamo a dimenticare per lunghi momenti i tragici eventi della guerra». Suo figlio aveva perso così tanta parte di infanzia, e così tanti cuccioli, compresi un cane, un piccolo di iena, un pony, uno scimpanzé e un tasso, che Antonina faceva tesoro delle sue fughe quotidiane con Morys nell'orticello di quell'eden tascabile.

Un problema difficile, nella vita quotidiana nella villa, era come conservare un'indole affettuosa e il senso dell'umorismo in una società impazzita, omicida, insicura. Ogni giorno assassini passavano accanto a loro sui terreni dello zoo; la morte proiettava un'ombra sulla famiglia e sulle attività del movimento clandestino, e sembrava inseguire le persone a casaccio per le strade. L'idea di incolumità si era ridotta a particelle: un momento sicuro, poi quello successivo. La mente, intanto, suonava fughe di inquietudine e allestiva teatri mentali pieni di tragedie e di trionfi, perché, disgraziatamente, la paura di morire fa miracoli nell'aiutare la concentrazione, ispirare la creatività e acutizzare i sensi. Fidarsi delle sensazioni di qualcuno sembra un azzardo solo se si ha tempo di badare alle apparenze; altrimenti il cervello prosegue in automatico, barattando le abilità elitarie dell'analisi con le più rapide intuizioni che emergono dal suo archivio di pericoli e dal suo bagaglio di trucchi.