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QUANDO l'estate del 1941 sfumò nell'autunno, stormi di ciuffolotti, crocieri e beccofrusoni cominciarono a fluire verso sud, dalla Siberia e dal Nord Europa lungo corridoi aerei più antichi della Via della seta, attraversando il cielo in squadriglie disposte a «V». Dal momento che la Polonia si trova all'intersezione di diverse importanti rotte migratorie, l'autunno intesseva nell'aria i ricami degli uccelli migranti e i motivi a zig zag delle oche, tra i canti degli uni e gli schiamazzi delle altre. Gli uccelli che si nutrono di insetti si dirigevano verso il cuore dell'Africa, come i pigliamosche, che percorrevano migliaia di chilometri e volavano ininterrottamente per sessanta ore al di sopra del Sahara. Gli aironi azzurri maggiori e altri trampolieri, che non hanno bisogno di andare così lontano, si stabilivano lungo le coste del Mediterraneo, dell'Atlantico, del Mar Caspio o lungo le rive del Nilo. Gli uccelli erratici non necessitano di seguire una rotta rigida; durante la guerra, alcuni si allontanavano da est e ovest, evitando del tutto Varsavia che odorava di bombe, sebbene la maggior parte dell'Europa si rivelasse ugualmente inospitale.

Nella villa, nel tardo autunno gli Ospiti e i visitatori migravano verso stanze più calde o nascondigli più duraturi.

Gli Zabinski affrontavano il loro terzo inverno di guerra con riserve di carbone così magre da poter scaldare solo la sala da pranzo, a condizione però di svuotare i termosifoni e sigillare le scale e il primo piano. Questo divideva la casa in tre zone climatiche: sotterraneo umido e malsano, pianterreno equatoriale e camere da letto polari. Una vecchia stufa a legna americana presa a prestito dalla Casa dei Leoni fumava infastidita, ma tutti vi si accalcavano vicino, scrutando attraverso una porticina di vetro le fiamme rosse e blu che lambivano i pezzi di carbone. Mentre il camino diffondeva un inno al calore, loro si godevano l'incantesimo muto del riscaldamento, che pareva una magia, in giornate glaciali come quelle.

Avvolti in lana e flanella, Jan e Rys dormivano sotto molteplici strati di coperte e piumini, poi balzavano dal letto mantenendosi caldi il tempo sufficiente per vestirsi per il lavoro e la scuola. La cucina sembrava una cella frigorifera, il gelo ricamava le finestre dall'interno e dall'esterno, e preparare i pasti, lavare i piatti o, peggio ancora, la biancheria – ogni faccenda che comportava l'immersione delle mani nell'acqua - era un tormento per Antonina, la cui pelle si screpolava fino a sanguinare. «Gli esseri umani, con la loro pelle liscia, non sono proprio adatti al freddo intenso», rifletteva, a meno che aguzzino l'ingegno, indossino le pelli degli animali e imprigionino il fuoco.

Ogni giorno, dopo che figlio e marito se n'erano andati, agganciava uno slittino e trascinava un barile di avanzi dal macello fino al capanno delle galline, poi dava ai conigli il fieno e le carote raccolti in estate. Mentre Rys frequentava la scuola del movimento clandestino a diversi isolati di distanza, Jan lavorava in centro, in un piccolo laboratorio che si occupava di esaminare e disinfettare edifici, un lavoretto che concedeva utili gratifiche: buoni viveri, un pasto quotidiano a base di carne e zuppa, un permesso di lavoro, una piccola paga e qualcosa di inestimabile per la Resistenza: la libertà di accesso in tutte le parti della città.

Dal momento che non c'era abbastanza combustibile per scaldare le gabbie, i capanni e i tre piani della villa, tutti gli Ospiti vennero trasferiti in segreto in altre case al riparo dall'inverno, sia a Varsavia sia nei sobborghi. Il movimento clandestino nascondeva alcuni ebrei in tenute di campagna che, invece di essere confiscate, rimanevano nelle mani dei proprietari perché producessero cibo per le truppe tedesche. Là, una donna in clandestinità poteva assumere il ruolo di governante, domestica, tata, cuoca o sarta; e un uomo poteva lavorare nei campi o nel mulino. Altri si nascondevano presso braccianti agricoli o insegnavano nelle scuole comunali. Una di queste tenute, di proprietà di Maurycy Herling- Grudzihski, si trovava ad appena 8 chilometri dal centro di Varsavia; qui, nel corso del tempo, trovarono rifugio più o meno cinquecento fuggiaschi.

Dopo la partenza di Ospiti e parenti, la gelida villa diede alloggio a due nuovi eccentrici inquilini. A detta di Antonina, il primo ad arrivare, Wicek, discendeva da una famiglia aristocratica dal lignaggio purissimo. «Sua madre apparteneva a un'importante famiglia di conigli argentati», conosciuti come lepri artiche, una razza i cui piccoli sono di color nero lucente, per poi diventare argentati e sbiadire durante l'adolescenza. I venti umidi di ottobre facevano tremare Wicek nella conigliera del giardino, così Antonina lo portò in casa. Di giorno stava nel relativo calore della sala da pranzo e di notte nel letto di Rys, ammantato da pesanti coperte.

Ogni mattina, quando Rys si vestiva per andare a scuola, Wicek scivolava fuori dalle coperte e saltellava lungo il corridoio fino alla tromba delle scale; scendeva attentamente gli stretti scalini, apriva il tramezzo di legno con il naso e si precipitava nella sala da pranzo, dove si rannicchiava accanto alla porticina di vetro della stufa. Poi appiattiva le lunghe orecchie sulla schiena per scaldarsi ancora di più e allungava all’ infuori una delle zampe posteriori ripiegando compattamente le altre tre. Dotato di occhi color ambra contornati di nero, tre strati di pelo, larghe zampe posteriori, adatte per muoversi sulla neve, e incisivi molto lunghi per rosicchiare muschio e licheni, sviluppò in fretta abitudini e gusti sconosciuti alla cultura dei conigli e una bizzarra personalità da grifone.

All'inizio, ogni volta che Rys sedeva a tavola per cenare, gli si avvolgeva intorno ai piedi come una pantofola di pelo nero, acquattandosi istintivamente come fanno le lepri durante le tempeste artiche. Poi, a mano a mano che si faceva più grande e robusto, Wicek prese a balzare per la casa, e durante i pasti saltava in grembo a Rys, spingeva le zampe anteriori sul tavolo e gli arraffava il cibo dal piatto. Vegetariane per natura, le lepri artiche possono ripiegare sulla corteccia degli alberi e sulle pigne, ma Wicek preferiva rubare una cotoletta di carne di cavallo o una fettina di manzo, e allontanarsi per divorarla in un angolo scuro. Antonina racconta che sfrecciava in cucina ogni volta che sentiva il rumore sordo del batticarne, saltava su uno sgabello, da lì balzava sulla tavola e strappava una fetta di carne cruda, poi schizzava via con il suo trofeo e banchettava come una piccola pantera.

Durante le vacanze, quando un amico mandò agli Zabinski della salsiccia in regalo, Wicek divenne un demonio dai denti affilati, che elemosinava avanzi e aggrediva chiunque trovasse a mangiare quel ben di dio. Con il tempo, scoprì anche gli affettati nascosti sopra il pianoforte nell'ufficio di Jan, vicino alla cucina. In teoria, le gambe scivolose del piano dissuadevano i topi affamati; ma non le lepri affamate. Con tutti i suoi furtarelli, Wicek divenne presto un grasso delinquente dal pelo folto e, ogni volta che uscivano di casa, dovevano imprigionarlo dietro un armadio d'angolo, dal momento che aveva cominciato a mangiare anche i vestiti.

Scherzavano sulla sua personalità da coniglio d'assalto, ma in una disposizione d'animo più grave, Antonina scrisse che ovunque si volgesse, sia nel mondo umano sia in quello animale, scopriva «un comportamento sconvolgente e imprevedibile».

Quando in famiglia entrò un pulcino malato, Antonina lo curò fino a farlo tornare in salute. Rys volle anche lui come animale domestico e lo chiamò Kuba. Prima che scoppiasse la guerra, la villa aveva ospitato più spesso animali selvatici, compreso un paio di vivaci piccoli di lontra; anche ora, gli Zabiriski continuavano quella tradizione, facendo coabitare animali ed esseri umani sotto lo stesso tetto, accogliendo sempre i randagi e facendoli entrare nelle loro vite e in una famiglia già sovraccarica. Custodi di uno zoo per disposizione naturale e non per volere del destino, anche in tempo di guerra e nonostante la scarsità di cibo, avevano bisogno di restare tra gli animali perché la vita sembrasse autentica e Jan potesse continuare le sue ricerche sulla psicologia animale.

Secondo Jan, «la personalità degli animali si svilupperà a seconda di come li si cresce, li si addestra, li si educa: non si può generalizzare. Proprio come vi diranno le persone che possiedono cani o gatti, non ce ne sono due esattamente uguali. Chi si sarebbe immaginato che un coniglio avrebbe imparato a baciare una persona, ad aprire le porte e a ricordarci quando è ora di cena?» (1)

La personalità di Wicek incuriosiva Antonina, che lo definiva «insolente», eccezionalmente scaltro e, a volte, addirittura inquietante. Un coniglio che baciava, rapace e carnivoro: era materiale da fiaba, un buon soggetto per uno dei suoi libri per bambini. Teneva d'occhio le sue bravate, osservandolo quando si acquattava in attesa, le orecchie vigili come radar parabolici.

Lo zoo interno creava un divertente circo di rituali, odori e rumori, con l'aggiunta di giochi e risate: un tonico per tutti, soprattutto per Rys. Secondo sua madre gli animali lo distraevano dalla guerra, e così tutti quanti, pennuti o a quattro zampe, muniti di artigli o di zoccoli, con un forte odore muschiato o senza odore alcuno come un daino appena nato, entravano a far parte del suo zoo personale, all'interno del serraglio della villa, all'interno del vecchio zoo di Varsavia: una matrioska di zoo.

Nella villa, alcuni dei membri del clan di Antonina irroravano le gambe del tavolo e le sedie, altri rosicchiavano i mobili o ci saltavano sopra, ma lei li amava come fossero dei figli a cui tutto era permesso. Le regole della casa prevedevano che Rys badasse ai cuccioli, come il custode di uno zoo in miniatura. Questo teneva Rys impegnato in faccende importanti, quelle che lui riusciva a controllare, in un momento in cui tutti gli altri sembravano avere segreti e responsabilità da adulti.

Un bambino così piccolo non poteva comprendere la rete di contatti sociali, le ricompense, i baratti, gli scambi di favori, la meschinità delle tangenti, il mercato nero, il prezzo del silenzio e il puro idealismo della Varsavia del tempo di guerra.

La «casa sotto una pazza stella» aiutava tutti a dimenticare per qualche minuto, o per qualche ora, un mondo ancora più pazzo, facendo sì che ogni momento fosse una catena di sensazioni, di esplosioni di gioco, di occupazioni specifiche, di voci che risuonavano. La disposizione a stupirsi di chi vive momento per momento è una condizione mentale che viene naturale in tempi di pericolo e incertezza, ma rappresentava allo stesso tempo il rimedio contro il male che Antonina coltivava per sé e per la sua famiglia. Una delle sue migliori qualità fu la determinazione a far sì che in quella casa, in cui tutti sfuggivano i pericoli, gli orrori e le incertezze del mondo circostante, ci fosse spazio per il gioco, gli animali, lo stupore, la curiosità e la meraviglia. Questo richiedeva un tipo speciale di coraggio, raramente apprezzato in tempo di guerra.

Mentre il rabbino Shapira predicava la meditazione sulla bellezza, la santità e la Natura come un modo per trascendere le sofferenze e conservare la salute mentale, Antonina riempiva la casa con le innocenti distrazioni di topi muschiati, galli, lepri, cani, aquile, criceti, gatti e volpacchiotti, che trascinavano le persone in una natura atemporale, al tempo stesso familiare e fantastica. Prestando attenzione all'ecosistema unico della villa, si poteva riposare un po', mentre i bisogni e i ritmi di specie diverse si mescolavano. Lo zoo continuava a offrire la vista degli alberi e del giardino e il cinguettio degli uccelli; dolci fiori di tiglio pendevano dai rami, simili a quelle sfere che si appendono per profumare gli ambienti; e, scesa la notte, le note del pianoforte coronavano la giornata.

Quest'amalgama sensoriale cresceva di intensità a mano a mano che arrivavano altre decine di Ospiti, con i loro terrificanti racconti sulla brutalità nazista; gli Zabinski li accoglievano, ricevendo il supporto di «gruppi e contatti clandestini, alcuni davvero molto strani», secondo la descrizione di Irena Sendler (nome in codice «Jolanta»). Figlia di un medico cristiano, Irena, che aveva parecchi amici ebrei, riconfigurò il suo ruolo presso il Dipartimento per la Previdenza Sociale, assunse dieci altre persone che condividevano le stesse idee, e iniziò a rilasciare documenti falsi con firme contraffatte.

Rimediò inoltre un lasciapassare legale per il Ghetto grazie a una «postazione sanitario- epidemiologica», che ufficialmente si occupava di malattie infettive. In realtà gli operatori sociali «facevano entrare clandestinamente cibo, farmaci, vestiti e denaro, liberando quante più persone potevano, in particolare bambini». Questo significava innanzitutto convincere i genitori ad affidarle i figli, poi trovare una via per farli uscire di nascosto - in sacchi di plastica per i cadaveri, scatole, bare, attraverso il vecchio palazzo di giustizia o la chiesa di Ognissanti - e infine sistemarli in famiglie cattoliche o orfanotrofi. In un vasetto che aveva seppellito in un giardino, conservava le liste con i veri nomi dei bambini, di modo che dopo la guerra potessero ricongiungersi alle rispettive famiglie. Le suore spesso nascondevano i piccoli in orfanotrofi a Varsavia o nei dintorni; alcune di loro erano specializzate nel camuffare ragazzini dall'aspetto semitico, difficili da piazzare, e fasciavano loro le teste e i volti, come se fossero stati feriti.

Gli Zabiriski venivano informati per telefono o tramite un messaggero dell'arrivo di un Ospite per un breve soggiorno e spesso Irena faceva visita alla coppia di persona, per portare notizie o per nascondersi quando il suo ufficio era sotto sorveglianza. In seguito, catturata dalla Gestapo e brutalmente torturata nella prigione di Pawiak, Irena riuscì a fuggire grazie all'aiuto del movimento clandestino e divenne una delle Ospiti preferite dello zoo.

Il governo polacco in esilio a Londra dotò di personale una stazione radio e pianificò diverse missioni, prendendo in prestito aerei, agenti e risorse britannici. Gli agenti polacchi, noti come cichociemni, ossia «quelli oscuri e silenziosi», fecero entrare clandestinamente in Polonia denaro contante legato addosso ai paracadutisti, le cui cinture contenevano ben centomila dollari e gli indirizzi in codice dei destinatari; i paracadutisti portavano inoltre armi, kit per costruirne di nuove e cartine.

Secondo il racconto di un cichociemni, per ridurre al minimo la dispersione, il suo gruppo saltò da un'altezza di 90 metri, puntando su «una croce di fiori rossi e bianchi impudentemente accesa in un'ampia radura». Sfrecciando tra i pini, atterrò sui propri piedi; gli si avvicinò un uomo con un elmetto con cui scambiò velocemente la parola d'ordine e una stretta di mano. Poi, comparvero dei giovani della campagna per prendere in consegna le scatole e raccogliere i paracadute, con i quali le donne avrebbero cucito giubbe e biancheria.

Dopo aver consegnato al comandante dell'Armia Krajowa un messaggio cifrato del comandante in capo, trangugiò la dose regolamentare di Excedrin corretto con caffeina, per restare vigile, e si mise una pillola di cianuro in una tasca speciale dei pantaloni; poi venne condotto in una scuola, dove una formosa direttrice gli diede un'omelette con pomodoro e bacon e, all'alba, gli fece riprendere il cammino. Alcuni dei paracadutisti si unirono alle unità locali e molti combatterono nella rivolta di Varsavia del 1944. Di 365 corrieri, 11 morirono, 63 velivoli furono abbattuti e soltanto metà degli 858 lanci ebbero successo. Ma servirono ad approvvigionare un instancabile movimento clandestino, descritto da alleati e nemici come il meglio organizzato d'Europa; doveva esserlo davvero, dal momento che il Terzo Reich aveva preso di mira i polacchi con punizioni «speciali».

Ormai, Jan era profondamente coinvolto nelle attività del movimento clandestino e contemporaneamente insegnava biologia generale e parassitologia alla facoltà di farmacia e medicina dentale dell"«università volante» di Varsavia. Le classi erano piccole e le stanze in cui si riunivano variavano di volta in volta, per evitare di essere scoperti: rimbalzavano da un angolo all'altro di Varsavia, in appartamenti privati, scuole tecniche, chiese, aziende e monasteri, dentro e fuori dal Ghetto. A dispetto della mancanza di biblioteche, laboratori e aule, venivano rilasciati diplomi di scuola primaria, diplomi di laurea e lauree in medicina e in altre professioni. Una certa triste ironia (o forse era piuttosto ottimismo) spingeva i medici del Ghetto - che potevano soltanto dare conforto a pazienti morenti che, con appena un po' di cibo e farmaci, avrebbero potuto curare - a insegnare la medicina d'avanguardia alle future generazioni di medici.

Allo scoppio della guerra, pensando di decapitare il Paese, i nazisti avevano catturato e ucciso la maggior parte degli esponenti dell'intellighenzia polacca, poi avevano messo fuori legge l'insegnamento e la stampa; però questa strategia si era ritorta contro di loro, perché non solo rendeva la cultura sovversivamente attraente, ma permetteva agli intellettuali sopravvissuti di concentrare le loro menti su atti di resistenza e sabotaggio. I quotidiani clandestini, ampiamente letti, circolavano dentro e fuori dal Ghetto, dove a volte venivano impilati nei gabinetti degli ebrei (che i tedeschi evitavano scrupolosamente). In quell'epoca di evidente privazione, le biblioteche, le scuole, i teatri e i concerti prosperavano, e perfino i campionati di calcio, cui partecipavano esclusivamente abitanti di Varsavia.

Con la primavera del 1942 riprese il flusso continuo di Ospiti in arrivo allo zoo. Si nascondevano in gabbie, capanni e ripostigli, dove cercavano di ricreare una routine quotidiana, vivendo in una condizione di panico contenuto.

Antonina era preoccupata per la sua amica scultrice Magdalena Gross, la cui vita e la cui arte avevano deragliato insieme al bombardamento dello zoo, che non era solo il suo laboratorio all'aria aperta ma la sua bussola, un regno immaginativo per il suo lavoro e una direzione per la sua vita.

Antonina scrive sul suo diario del rapimento estatico di Magdalena, di come gli animali la assorbivano così tanto da farla perdere per ore nella loro essenza, dimentica dei frequentatori dello zoo che la osservavano silenziosamente. Anche Jan, da sempre appassionato di quelle che chiamava «le arti plastiche», ammirava il suo lavoro.

Specializzata in sculture di piccole dimensioni, aveva raffigurato un paio di dozzine di animali, realistici, spiritosi, a volte caratterizzati da tratti umani: un cammello con la testa distesa all'indietro su una gobba, le gambe divaricate, catturato mentre si stiracchiava; un giovane lama con le orecchie dritte che individuava qualcosa di commestibile; una diffidente oca giapponese che puntava il becco affilato verso il cielo, fissando l'osservatore, come «una donna bellissima, ma senza cervello»; un fenicottero dalla camminata quasi chapliniana, con il tallone destro sollevato; un fagiano ostentatamente virile che si metteva in mostra per il suo harem; un airone dagli occhi brillanti e il becco lungo e massiccio, con le spalle curvilinee e il mento sprofondato nell'ampio petto arruffato (in cui Magdalena vedeva un suo doppio); un alce che fiutava l'aria in cerca dell'odore di un compagno; un gallo esuberante in cerca di guai, che roteava un occhio selvaggio.

La scultrice studiava ciò che ogni animale veicola attraverso il suo particolare linguaggio corporeo: per esempio, come un certo animale piega le anche e le spalle per tenersi in equilibrio, minacciare i rivali, mostrare emozioni. Assaporava quelle minime flessioni, e piegava lei stessa le braccia e le gambe per comprendere il complesso muscolare e osseo dei suoi modelli. Jan, che faceva da consulente a Magdalena, era affascinato dai suoi disegni essenziali che mostravano il centro di gravità e la geometria di un animale: per esempio, il modo in cui un uccello tiene in equilibrio la sua lieve massa su due zampette simili a ramoscelli, mentre il nucleo di un mammifero, più ricco di forme e di consistenza, necessita del sostegno di quattro solide zampe. È facile che Jan, per i suoi studi universitari in ingegneria agraria, zoologia e belle arti, sia stato influenzato dall'affascinante classico di Darcy Wentworth Thompson, Crescita e Forma, uno studio di ingegneria biologica che considera motivi quali la struttura della colonna vertebrale o del bacino come un'evoluzione delle ali ossee, avvenuta per risparmiare dolori al tronco. Magdalena passava mesi a lavorare su una scultura. Selezionare da un repertorio di movimenti una posa che potesse incarnarlo necessitava di tempo e di un'estasi immaginativa che lei amava: la gioia è evidente nelle sue sculture.

Antonina lodava spesso il suo talento artistico e si chiedeva come si collocasse Magdalena nella lunga storia degli esseri umani alle prese con la rappresentazione artistica degli animali, una storia che risaliva al Paleolitico, quando, alla luce di tizzoni ardenti, gli uomini disegnavano bisonti, cavalli, renne, antilopi e mammut sui muri delle caverne. Non erano precisamente disegnati; talvolta i pigmenti venivano soffiati sulla parete (l'esatta riproduzione al laser della caverna, oggi presente a Lascaux, è stata decorata usando questa tecnica).

Idoli di animali scolpiti a partire da corna ramificate e da pietre confluirono nel reliquiario, sia per il culto sia per essere usati dai cacciatori durante le cerimonie delle caverne sacre.

Gli animali fuoriuscivano dal naturale contorno delle pareti calcaree e galoppavano attraverso riti di iniziazione, in un'oscurità guizzante in cui si poteva facilmente confondere il battito del cuore con quello degli zoccoli.

All'inizio del ventesimo secolo, e nel periodo tra le due guerre, l'età dell'oro del Dadaismo e del Surrealismo (nessuno dei quali era un ismo, quanto piuttosto un'idea sul ruolo dell'arte nella vita e sulla vita in quanto arte), la scultura di animali fiorì nell'arte polacca, e continuò a prosperare durante e dopo la seconda guerra mondiale. Agli occhi di Antonina, la scultura di Magdalena confluiva nella prolifica tradizione di animali magici che costellavano l'arte dell'antica Babilonia, di Assiria, Egitto, Estremo Oriente, Messico, Perù, India e Polonia.

Magdalena modellava con la creta, prima di fissare il modello nel bronzo, e durante questo stadio «morbido», in cui era ancora possibile rimediare agli errori, chiedeva spesso a Jan di criticare i dettagli anatomici del suo lavoro, sebbene lui riferisse ad Antonina che Magdalena raramente sbagliava.

Ogni scultura richiedeva molti mesi per essere portata a ermine e Magdalena realizzava in media soltanto un bronzo all'anno, perché studiava ogni scaglia e ogni fibra del suo modello, rimettendo continuamente in discussione il disegno, ed era difficile che lasciasse riposare il manufatto di creta.

Una volta, quando qualcuno le chiese se le piaceva la sua opera finita, lei rispose: «Risponderò alla sua domanda entro i prossimi tre anni». Scelse come modelli solo due degli animali in via di estinzione - l'alce europeo e il bisonte – e dedicò due anni al secondo, un regalo speciale per Jan. Di certo, gli animali dello zoo non posavano - spesso prendevano il volo, se ne andavano o si nascondevano da lei - e gli animali selvatici le concedevano la possibilità di stabilire un contatto visivo nei momenti turbolenti in cui mangiavano, si accoppiavano o duellavano. Dedicare loro una fervida attenzione la calmava, cosa che mutuamente calmava loro, e con il tempo le permisero di starli a guardare per lunghi momenti.

Per quanto Magdalena Gross fosse famosa (il suo Bisonte e il suo Gruccione avevano ottenuto la medaglia d'oro nel 1937 all'Esposizione Universale di Parigi), Antonina la reputava una donna sorprendentemente modesta, di un ottimismo commovente, semplicemente innamorata degli animali e dell'arte. Ricorda come tutti - modelli e custodi – fossero affascinati da lei: «Tutti apprezzavano la vista della minuta, solare "signora Madzià, con i suoi occhi scuri e sorridenti, che modellava l'argilla con sensibilità ed entusiasmo».

Quando agli ebrei fu ordinato di entrare nel Ghetto, la Gross si rifiutò, il che non facilitava affatto le cose, perché chi viveva «in superficie» doveva camuffarsi da ariano e portare avanti continuamente la finzione, coltivando la lingua polacca popolare e un accento plausibile. Le stime variano, ma secondo le più attendibili, quelle fornite da Adolf Berman (che aiutò queste persone e tenne una buona documentazione), non più tardi del 1944 c'erano ancora tra le quindicimila e le ventimila persone nascoste, ma lui presumeva che il numero fosse molto più alto. In Secret City, uno studio sugli ebrei che vissero prima o poi nella parte ariana, Gunnar Paulsson valuta la cifra intorno alle ventottomila unità. Come dice giustamente, si può davvero parlare di una città di fuggiaschi, provvista di propri elementi criminali (numerosissimi ricattatori, estorsori, ladri, poliziotti corrotti e avidi affittacamere), di operatori sociali, di una vita culturale, di pubblicazioni, di caffè. Una città segreta dotata anche di un suo gergo: gli ebrei nascosti erano gatti, i nascondigli melinas (dal polacco «covo di ladri») e se un melina veniva scoperto, lo si definiva bruciato. «Formata da ventottomila ebrei, da forse settanta- novantamila persone che li aiutavano e da tre- quattromila szmalcowniks [ricattatori] e altri individui dannosi», scrive Paulsson, «[questa] popolazione superava le centomila unità, superando probabilmente le dimensioni del movimento clandestino di Varsavia, che nel 1944 mobilitava settantamila combattenti.» (2)

La più piccola distrazione poteva tradire un gatto. Per esempio, non conoscere il prezzo di un biglietto del tram, non ricevere un numero sufficiente di lettere o di visite, non prendere parte alla tipica vita sociale di un condominio, come questo descritto da Alicja Kaczyhska:

Gli inquilini si facevano visita l'un l'altro [...] si scambiavano notizie sulla situazione politica, spesso giocando a bridge. [...] Tornando a casa la sera [...] mi fermavo al piccolo altare all'ingresso del nostro palazzo. Tutta Varsavia aveva altari di quel tipo all'ingresso, e tutta Varsavia cantava: «Ascolta, Gesù, come supplica il tuo popolo /

Ascolta, ascolta, e intercedi». Gli inquilini del nostro palazzo si riunivano per queste preghiere. (3)

Paulsson racconta della «figlia di Helena Szereszewska, Marysia, che si riteneva del tutto assimilata e si muoveva liberamente», e che «una volta vide alcuni limoni (quasi introvabili in tempo di guerra) su una bancarella del mercato. Per curiosità, chiese il prezzo, e quando il venditore rivelò l'importo astronomico lei esclamò: "Gesù, Maria!' come avrebbe fatto un cattolico. Il venditore ribatté maliziosamente: "Li conosce da così poco tempo, signorina, e li chiama già con il nome di battesimo!'»

Magdalena Gross, che alloggiava presso una vecchia signora, consegnava torte alla crema e pasticcini a diverse panetterie, che la pagavano quel che appena le bastava per sopravvivere; si avventurava fuori di casa per incontrare gli amici in caffè gestiti da persone che stavano dalla loro parte.

Gli ebrei nascosti si incontravano a volte in un caffè al numero 24 di via Miodowa, o in un altro in via Sewerynów, dove potevano cenare al «Centro della comunità cattolica di San Giuseppe, che aveva un ristorante ben frequentato. Il fatto che si trovasse in una tranquilla via trasversale e che il servizio delle suore fosse così gradevole attirava lì molti ebrei.

[...] Quel posto era conosciuto da quasi tutti gli ebrei nascosti di Varsavia e offriva loro un'ora di tregua dal crudele mondo di fuori».

Ogni volta che Magdalena usciva di casa, c'era sempre il rischio che fosse riconosciuta e denunciata. In quell'atmosfera di quotidiane esecuzioni in strada e di perquisizioni domiciliari, Antonina fu molto preoccupata dalla voce secondo la quale i nazisti avevano iniziato a passare al setaccio i condomini del quartiere della scultrice a ore strane, facendo irruzione in soffitte e seminterrati per stanare gli ebrei nascosti.