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Lutz Heck ereditò lo zoo di Berlino dal suo insigne padre nel 1931, e quasi immediatamente cominciò a rimodellare l'ecologia e l'ideologia dello zoo. In concomitanza con le Olimpiadi del 1936, che si tenevano a Berlino, aprì uno «Zoo tedesco», un'esposizione che rendeva omaggio alla fauna del Paese, con tanto di «Roccia del lupo» al centro, circondata da recinzioni per orsi, linci, lontre e altre specie autoctone.

Questa audace ostentazione patriottica, che sottolineava che non occorresse andare in capo al mondo per cercare specie esotiche, veicolava un messaggio lodevole, e se anche avesse inaugurato oggi la sua esposizione, le sue motivazioni non sarebbero state messe in dubbio. Ma considerata l'epoca, le sue convinzioni e l'ultranazionalismo della sua famiglia, era chiaro che voleva compiacere gli amici nazisti contribuendo all'ideale delle razze dominanti della Germania. Una fotografia del 1936 mostra Heck e Göring durante una spedizione di caccia nella grande riserva di Heck a Schorfheide, in Prussia; l'anno seguente Heck si unì al partito nazista.

Appassionato di caccia grossa, trascorse i momenti migliori della sua vita inseguendo il pericolo e l'avventura, varando spedizioni - diverse all'anno - alla ricerca di animali per il suo zoo, cercando magari di accaparrarsi un paio di teste di muflone da appendere al muro, o di trovarsi faccia a faccia con una furiosa femmina di grizzly. Amava le battute di caccia selvagge e rischiose, specialmente in Africa; raccontava di queste spedizioni in lettere pittoresche, scritte alla luce di una lanterna, a cavalcioni di uno sgabello da campo vicino a un fuoco ben nutrito, mentre i leoni brontolavano invisibili nell'oscurità e i suoi compagni dormivano.

«Il fuoco dell'accampamento guizza davanti a me», scrisse una volta, «e dietro di me, dal nero infinito, provengono i rumori di un invisibile e misterioso animale selvaggio.» (1) Solo, e tuttavia vagamente ossessionato dai predatori che si aggiravano nei paraggi, metteva su carta le prodezze della giornata, un po' per serbarne il ricordo, un po' per condividerle con gli amici in un'altra parte del mondo, quell'Europa che gli sembrava lontana anni luce. Spesso le sue lettere erano accompagnate da fotografie che lo ritraevano in momenti d'azione: mentre prendeva al laccio una giraffa o conduceva un piccolo di rinoceronte, catturava un formichiere africano o fuggiva da un elefante che stava caricando.

Heck amava collezionare trofei, testimonianze di quella parte indomita di sé che emergeva nelle regioni più remote: animali da mostrare nel suo zoo, belve da impagliare, fotografie da distribuire e incorniciare. Nel periodo d'oro dei suoi viaggi sembrava collezionare la vita stessa, tenendo voluminosi diari, scattando centinaia di foto e scrivendo libri popolari (come Tiere, mein Abenteuer, Animali, la mia avventura) che descrivevano la sua passione per le regioni selvagge, e nei quali raccontava per filo e per segno le sue imprese di straordinario coraggio, stoicismo, e abilità. Heck era consapevole delle proprie capacità, ammirava l'eroismo in sé e negli altri, e durante le riunioni annuali dei direttori di zoo sapeva raccontare storie avvincenti. Sebbene di tanto in tanto indulgesse nell'autoincensazione, la sua personalità si adattava a una professione che ha sempre attratto le persone con un intenso desiderio di esplorare, che sono in fuga dalla vita domestica e desiderano affrontare molte traversie per avere consapevolezza della caducità della vita umana. Se non ci fossero persone di questo genere, le mappe mostrerebbero ancora una terra piatta e nessuno conoscerebbe le sorgenti del Nilo. Talvolta Heck uccideva draghi - o piuttosto i loro equivalenti reali - ma soprattutto li catturava, li fotografava e li mostrava con entusiasmo. Appassionato e determinato, quando metteva gli occhi su un animale, che fosse allo stato brado o appartenesse a qualcuno, lo desiderava ardentemente, faceva ricorso a ogni lusinga e a ogni inganno e perseverava fino a spossare l'animale o a logorare il suo proprietario.

Per decenni i fratelli Heck avevano perseguito un obiettivo piuttosto singolare, una ricerca che impegnò profondamente Heinz ma che per Lutz divenne una vera fissazione: riportare in vita tre specie pure estinte, cioè il cavallo del Neolitico conosciuto come tarpan della foresta, l'uro (il bovino selvatico progenitore di tutte le razze bovine europee) e il bisonte europeo o «bisonte della foresta». Alla vigilia della guerra, gli Heck avevano prodotto alcuni esemplari di uro e di tarpan, tuttavia i discendenti polacchi rimanevano i più verosimili eredi delle specie selvatiche originali.

Solo creature preistoriche avrebbero potuto corrispondere appieno a quelle specie, creature non contaminate da mescolamenti razziali. Inoltre, sebbene Lutz sperasse di conquistare influenza e fama con questa operazione, le sue motivazioni erano più personali: cercava il brivido di resuscitare leggendari animali estinti, di poterne guidare il destino, e magari cacciarne qualcuno per divertimento.

L'ingegneria genetica non sarebbe esplosa fino agli anni Settanta, ma lui decise di sfruttare l'eugenetica, un metodo tradizionale di perfezionamento genetico, su animali che mostravano tratti specifici. Heck ragionava così: un animale eredita il 50 per cento dei suoi geni da ciascun genitore, e anche i geni di un animale estinto rimangono nel pool genico vivente; perciò se avesse concentrato i geni incrociando selettivamente gli animali che assomigliavano di più a quello estinto, con il tempo sarebbe arrivato al loro progenitore di razza pura. La guerra gli diede una scusa per saccheggiare gli zoo e le zone più incontaminate dell'Est Europa per scovare gli esemplari migliori.

Guarda caso, tutti gli animali che scelse crescevano vigorosi in Polonia, il loro paesaggio storico era Bialowieza e l'approvazione di un rispettato zoo polacco avrebbe legittimato i suoi sforzi. Quando la Germania invase la Polonia, Heck perlustrò le fattorie in cerca di giumente che preservassero il maggior numero di tratti tarpan per accoppiarle con diverse razze selvagge, compresi i pony Shetland, i cavalli arabi e i cavalli di Przewalski, sperando di risalire, attraverso una selezione genetica, all'animale ideale, il cavallo selvatico, non cavalcabile, dipinto in ocra nelle grotte dell'uomo di Cro-Magnon. Heck supponeva che non occorresse operare la selezione genetica «all'indietro» su molte generazioni di cavalli; forse ne sarebbero bastate sei o otto, perché agli inizi del Settecento i tarpan vagavano ancora liberi nelle foreste della Polonia nordorientale.

Durante le glaciazioni, quando i ghiacciai ricoprivano il Nord Europa e una tundra battuta dal vento si estendeva fino alle campagne del Mediterraneo, fitte foreste e prati fertili offrivano rifugio a grandi mandrie di tarpan che percorrevano le pianure dell'Europa centrale, brucavano nelle steppe dell'Europa orientale e galoppavano attraverso l'Asia e le Americhe. Nel quinto secolo a. C. Erodoto raccontava quanto amasse osservare le mandrie di tarpan pascolare nei pantani e nelle paludi di quella che è l'odierna Polonia. Per centinaia di anni i tarpan purosangue si dimostrarono più astuti dei cacciatori europei e in qualche modo sopravvissero, ma nel diciottesimo secolo non ne rimanevano molti, in parte perché la loro carne era molto apprezzata - era dolce e, cosa ancora più attraente, era rara - e in parte perché numerosissimi tarpan si erano incrociati con cavalli da tiro, dando origine a una fertile progenie. Nel 1880, inseguito dai cacciatori, l'ultimo esemplare femmina di tarpan allo stato brado cadde in un crepaccio in Ucraina e morì; e l'ultimo tarpan in cattività morì sette anni più tardi nello zoo di Monaco.

A quel punto la specie fu dichiarata ufficialmente estinta e divenne semplicemente un altro capitolo negli annali della vita sulla terra.

Gli esseri umani addomesticarono i cavalli selvaggi circa seicento anni fa, e immediatamente cominciarono a perfezionarli: uccidendo gli esemplari più ribelli per mangiarli e facendo accoppiare quelli più socievoli, in modo da ottenere un cavallo che si sottomettesse più facilmente alla sella e all'aratro. In questo processo, è stata modificata la natura del cavallo, costringendolo a perdere la sua vigorosa e inafferrabile selvatichezza. I cavalli di Przewalski, cresciuti in libertà, conservavano quel furore e Heck aveva intenzione di introdurre il loro spirito combattivo nel mix genetico del nuovo tarpan. La storia attribuisce al colonnello Nikolai Przewalski, esploratore russo di stirpe polacca, la «scoperta» del cavallo selvaggio asiatico nel 1879; la specie prende il nome da lui, sebbene, ovviamente, l'animale fosse ben noto già ai mongoli, che lo chiamavano takhi. Nella sua formula, Heck tenne conto della resistenza, del temperamento e della bellezza del takhi, ma desiderava creature ancora più antiche: i cavalli che dominavano il mondo preistorico.

Che potente ideale, quel cavallo attraente, nervoso, che scalcia la terra con aria di sfida. Heinz Heck dopo la guerra scrisse che lui e suo fratello avevano iniziato il progetto di selezione genetica «all'indietro» (2) per pura curiosità, ma anche spinti dal «pensiero che se l'uomo non può essere fermato nella distruzione di se stesso e delle altre creature, è per lo meno una consolazione che qualcuna di queste specie animali che ha già sterminato possa essere riportata in vita». Ma a che pro avere i tarpan da cavalcare, se non c'era niente di degno da cacciare?

Lutz Heck cominciò ben presto a occuparsi di un gruppetto di bisonti europei, compresi quelli che sottrasse allo zoo di Varsavia, sperando che potessero prosperare nel tempio boschivo di Bialowieza, proprio come i loro progenitori.

Heck si immaginava il bisonte della foresta galoppare di nuovo lungo i sentieri, con la luce del sole che trafiggeva i rami di querce a trenta metri d'altezza, in boschi pulsanti di volpi, linci, cinghiali e altra selvaggina, e si augurava che presto sarebbe stato raggiunto da mandrie di antichi cavalli.

Heck, inoltre, andava in cerca di un toro leggendario, l'uro, uno dei più grandi animali terrestri in Europa, noto per la sua ferocia e robustezza. Quando gli antichi ghiacciai si sciolsero, all'incirca dodicimila anni fa, la maggior parte dei mammiferi di grandi dimensioni scomparirono, ma nelle fredde foreste nel Nord Europa alcuni uri sopravvissero e da questi discesero tutti i moderni bovini. Ciò non significa però che ottomila anni fa l'uro sarebbe stato facile da addomesticare.

Dal momento che si era estinto nel primo decennio del Seicento - recentemente, in termini di evoluzione - Heck era sicuro di poterlo ricostruire; in questo modo, lo avrebbe inoltre salvato dalla «degenerazione razziale». Sognava che il toro, accanto alla svastica, diventasse sinonimo di nazismo.

Qualche disegno dell'epoca mostrava proprio l'uro e una svastica uniti in un simbolo di soavità ideologica combinata a forza feroce.

Molte antiche culture veneravano l'uro maschio, specialmente in Egitto, a Cipro, in Sardegna e a Creta (il cui sovrano, a metà tra una specie e l'altra, pareva discendesse da un toro sacro). Zeus spesso assumeva la forma di un toro nel mito greco, il travestimento migliore per devastare le seducenti mortali e produrre una progenie con doni magici; quando rapì Europa aveva le sembianze di un uro, un grande toro nero con barba corta ed enormi corna puntate in avanti (come quelle dei bovini di razza «British Longhorn» o come quelle sull'elmo degli eroi nibelunghi).

Quale migliore animale totemico per il Terzo Reich? La passione di Heck per il progetto era condivisa dai più alti ufficiali nazisti, dal momento che il suo lavoro non consisteva solo nel ricreare specie estinte. Dopo che Hitler salì al potere, le mire biologiche del movimento nazista generarono molti progetti volti a raggiungere la purezza della razza, scopo che giustificava l'uso della sterilizzazione, l'eutanasia e gli omicidi di massa (3) Uno degli scienziati più importanti del Terzo Reich, Eugene Fischer, collega e buon amico di Heck, fondò l'Istituto di Antropologia, Genetica ed Eugenetica, che aiutò Josef Mengele (4) e altri medici delle SS altrettanto sadici, che utilizzarono i prigionieri dei campi di concentramento come cavie.

Affascinato dalla violenza e dallo spirito virile e focoso, Eugene Fischer - per natura coraggioso, audace, impetuoso, spavaldo, equilibrato, forte, volitivo - riteneva che le mutazioni nell'essere umano fossero distruttive, come quelle negli animali domestici, e che l'ibridazione stesse indebolendo la razza umana nello stesso modo in cui aveva denaturato certi «bellissimi, sani ed eroici» animali selvaggi, disperdendo la potenza dell'originale nel disordine genetico. Le radici del nazismo affondavano nel vivace occultismo che generò la Società Thule, il Germanenorden, il movimento Völkisch, il Pangermanesimo e altri culti nazionalisti che credevano in una razza di uomini- dei ariani e nell'urgenza di sterminare tutti gli esseri inferiori. Esaltavano gli antenati sovrumani, la cui antica regola gnostica aveva prodotto la saggezza, il potere e la prosperità degli ariani in un'età preistorica, finché non fu soppiantata da una cultura aliena e ostile (vale a dire quella di ebrei, cattolici e massoni); gli antenati dovevano aver codificato il loro sapere salvifico in forme criptiche (per esempio simboli magici, miti, tradizioni) che, in definitiva, potevano essere decifrate solo dai loro eredi spirituali.

Questo ideale di purezza razziale sbocciò con Konrad Lorenz, scienziato premio Nobel, molto rispettato negli ambienti nazisti, che condivideva la convinzione di Oswald Spengler divulgata in Il tramonto dell'Occidente secondo cui le culture inevitabilmente decadono, ma non il pessimismo di Spengler. Lorenz si dedicò invece all'addomesticamento degli animali per dimostrare come le culture decadano attraverso la riproduzione non controllata di una stirpe robusta e ordinaria, e si fece paladino di una soluzione biologica: l'igiene razziale, una «politica razziale deliberata e scientificamente fondata» (5) in cui si previene la decadenza attraverso l'eliminazione degli esemplari «degenerati». Lorenz usò i termini «specie», «razza» e «Volk» in modo intercambiabile e avvertì che «il corpo sano della gente comune spesso non “si accorge” di quanto sia pervaso di elementi di decadimento» (6)

Descrivendo questo decadimento come un cancro di un popolo fisicamente brutto e sostenendo che l'obiettivo di ogni animale è la sopravvivenza della sua specie, invocò un comandamento etico - che sosteneva fosse corroborato dalla Bibbia:

«Amerai il futuro del tuo popolo sopra ogni cosa» - e chiese che gli individui venissero suddivisi tra quelli di «pieno valore» e quelli di «valore inferiore» (definizione che includeva razze intere e chiunque fosse nato con disabilità mentali o fisiche), epurando i deboli, sia tra gli esseri umani sia tra gli animali.

Heck concordava con questa teoria e aspirava addirittura a ricomporre il mondo della natura della Germania, purificandolo, levigandolo, perfezionandolo. Fin dall'inizio sostenitore autentico del nazismo, si ingraziò le SS, assimilò le convinzioni di Fischer e Lorenz a proposito della purezza della razza e divenne uno dei favoriti di Himler, e in particolare di Hermann Göring, (7) il suo ideale protettore. Il lavoro di Heck, che consisteva essenzialmente nel «reinventare» la natura, trovò in Göring un generoso mecenate con grandi disponibilità finanziarie. Lo zoologo, in cambio, intendeva offrire a Göring la sovranità sul più straordinario dei tesori naturali della Polonia, la fantastica riserva perduta nel tempo di Biaiowieza. Sarebbe stato il migliore dei doni per un uomo che imprimeva il suo blasone araldico sulla maggior parte delle sue proprietà e amava indossare «tenute pseudomedievali costituite da lunghi farsetti di pelle, morbidi stivali alla scudiera e ampie camice di seta, e andarsene a passo di marcia per la casa e la sua proprietà con una lancia».

Molti aristocratici occupavano posizioni chiave nel partito nazista e la maggior parte dei membri del comando supremo possedeva padiglioni o tenute di caccia, perciò un importante aspetto del lavoro di Heck consisteva nell'accaparrarsi le migliori riserve di caccia e riempirle in modo originale. La Polonia, disseminata di castelli medievali ed erede dell'unica foresta primordiale d'Europa, vantava alcune delle migliori riserve del continente. Diverse fotografie dell'anteguerra ritraggono Göring nel suo padiglione di caccia sfarzosamente arredato, a nordest di Berlino, in una tenuta che si estendeva fino al Baltico, dotata di una riserva personale di sedicimila acri che egli riforniva di alci, cervi, cinghiali, antilopi e altri animali da selvaggina.

Più in generale, i nazisti erano appassionati di animali e ambientalisti entusiasti; quando salirono al potere promossero la ginnastica e la vita sana, passeggiate regolari in campagna e politiche di vasta portata per i diritti degli animali.

Göring era orgoglioso di dare il suo appoggio alle riserve forestali (i «polmoni verdi») in quanto aree ricreative e zone protette, e di aprire ampie strade fiancheggiate da vedute panoramiche. Tutto ciò attraeva Lutz Heck come molti altri scienziati di livello internazionale, quali il fisico Werner Heisenberg, lo zoologo Karl von Frisch, il progettista di missili Wernher von Braun.

Sotto il Terzo Reich gli animali furono considerati esseri nobili, mitici, quasi angelici. Lo stesso si può dire per gli esseri umani eccetto, ovviamente, per gli slavi, gli zingari, i cattolici e gli ebrei. Sebbene i pazienti di Mengele potessero essere operati senza alcun antidolorifico, un notevole esempio di zoofilia nazista sta nel fatto che un eminente biologo una volta fu punito per aver somministrato un'anestesia troppo debole ad alcuni vermi durante un esperimento.