18

Sapeva che stava morendo perché i volti di persone conosciute gli sfila-vano davanti agli occhi. Giungevano in un flusso lungo, infinito, uno o due alla volta, e non c'erano sconosciuti fra loro. Aveva sentito dire che accadeva così: in punto di morte, si vedeva la propria vita scorrere davanti agli occhi. Lo sostenevano tutti. A lui stava succedendo, perciò stava morendo.

Pensò che, quando i volti avessero smesso di comparirgli davanti, sarebbe finita per sempre. Si domandò quale sarebbe stato l'ultimo volto. C'erano tanti possibili candidati. Si chiese chi scegliesse l'ordine di apparizione.

Chi decideva? Provò un vago malumore al pensiero di non avere nessun potere, in tal senso. E che cosa sarebbe accaduto dopo che l'ultimo volto fosse scomparso?

Ma qualcosa stava andando storto, perché gli apparve un volto che non conosceva. In quel momento, si rese conto che il responsabile della parata era l'esercito. Doveva essere per forza così. Solo l'esercito poteva inserire accidentalmente qualcuno che lui non aveva mai visto prima. Un perfetto estraneo, nel luogo sbagliato al momento sbagliato. C'era da aspettarselo.

Aveva vissuto gran parte della vita sotto il controllo dell'esercito; era naturale che esso si accollasse la responsabilità di organizzare la parte finale.

D'altra parte, un errore era tollerabile, normale, persino accettabile, per l'esercito. Tuttavia quel tizio lo stava toccando. Lo colpiva, gli faceva male.

Allora Jack capì che la parata era finita prima della comparsa di quell'uo-mo. Questi non era nella parata. Veniva dopo. Forse era lì per finirlo. Sì, doveva essere così. Quel tizio era lì per assicurarsi che morisse in orario.

La parata era terminata e l'esercito non poteva lasciarlo sopravvivere. Perché avrebbero dovuto disturbarsi a inscenare il tutto per poi lasciarlo vivere? Non sarebbe stato corretto. Proprio no. Si sarebbe trattato di un grave errore di procedura. Tentò di ricordare chi fosse venuto prima di quell'uo-mo. La penultima persona, che in realtà era l'ultima. Non ricordava, non era stato attento. Scivolò via e morì senza nemmeno ricordare a chi apparteneva l'ultimo viso.

Era morto, ma stava ancora pensando. Era normale? Era quello l'aldilà?

Sarebbe stato meraviglioso. Aveva vissuto quasi trentanove anni pensando che non vi fosse vita oltre la morte. Alcuni si erano detti d'accordo con lui, con altri aveva discusso animatamente. Ma era sempre stato irremovibile sulla questione. E, a quel punto, si trovava proprio nell'aldilà. Ben presto qualcuno sarebbe apparso, sogghignando, e gli avrebbe sussurrato: «Te l'avevo detto!» Lui l'avrebbe fatto, se fosse stato al suo posto. Non avrebbe lasciato che qualcuno la passasse liscia in quel modo, almeno non senza un'amichevole presa in giro. Vide Jodie Garber. Sarebbe stata lei a dirglielo. No, non era possibile, lei non era morta. Solo un morto può parlarti nell'aldilà, giusto? Una persona viva non può farlo. Era abbastanza ovvio. I vivi non entrano nell'aldilà. E Jodie Garber era viva. Lui stesso aveva fatto in modo che lo rimanesse. Era proprio quello il punto. E, in ogni caso, era sicuro di non aver mai discusso con Jodie di quell'argomento. Oppure sì?

Forse, tanti anni prima, quando lei era ancora una ragazzina. Ma era proprio lei, Jodie. E stava per parlargli. Si sedette di fronte a lui e si portò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Capelli biondi, lunghi, orecchie piccole.

«Ciao, Reacher», lo salutò.

Era la sua voce. Non c'era ombra di dubbio, non si sbagliava. Forse era effettivamente morta. Magari in un incidente d'auto; sarebbe stato proprio il colmo. Forse era stata investita da un camion su Lower Broadway, di ritorno dal World Trade Center.

«Ehi, Jodie», mormorò Reacher.

La donna sorrise. Comunicavano, quindi doveva essere morta. Soltanto un morto può udire un altro morto parlare. Ma doveva assolutamente saperlo.

«Dove siamo?» le chiese.

«Al St. Vincent», rispose lei.

Di san Pietro aveva sentito parlare, era quello che stava ai cancelli. Aveva visto delle foto... Be', non proprio foto, ma dipinti, quelli sì. Era un vecchio dalla barba lunga, vestito con una tunica. Stava dietro un leggio e faceva domande sulla ragione per cui uno dovesse essere lasciato entrare.

Però non ricordava che san Pietro gli avesse rivolto domande. Forse quello veniva dopo. Forse si doveva uscire, e poi tentare di rientrare. Ma san Vincent chi era? Forse era quello che gestiva il luogo in cui si soggiornava mentre si attendevano le domande di san Pietro. Come nel campo d'addestramento. Forse il vecchio Vincent gestiva l'equivalente di Fort Dix. Be', non sarebbe stato un problema. Aveva superato benissimo quella parte. Era stato facilissimo. Avrebbe potuto rifarlo. Eppure era seccato per quel fatto.

Era diventato maggiore! Era stato una persona importante. Aveva ricevuto medaglie. Perché diavolo avrebbe dovuto rifare tutto daccapo? E perché Jodie si trovava lì? Doveva essere viva. Si rese conto di avere la mano destra chiusa a pugno. Era molto irritato. Le aveva salvato la vita perché l'amava. Allora perché era morta comunque? Che diavolo stava succedendo?

Cercò di mettersi seduto, ma qualcosa glielo impedì. Merda! Doveva ottenere delle risposte, altrimenti avrebbe ucciso qualcuno.

«Sta' calmo», disse Jodie.

«Voglio vedere san Vincent. E voglio vederlo subito. Digli di portare il culo in questa stanza entro cinque minuti, altrimenti m'incazzo sul serio», borbottò Reacher.

«Va bene», rispose lei.

Poi distolse lo sguardo e si alzò. Scomparve alla sua vista e Reacher si stese di nuovo. Non era affatto una sorta di campo d'addestramento. Sembrava troppo tranquillo, e i cuscini erano morbidi.

Retrospettivamente, avrebbe dovuto subire uno shock. Ma così non fu. I contorni della stanza si delinearono a poco a poco: Reacher vide i mobili e le apparecchiature luccicanti e si rese conto di essere in ospedale. Smise di pensare d'essere morto e si accorse d'essere vivo, scuotendosi di dosso quell'idea, come chi si renda improvvisamente conto di aver confuso la da-ta del giorno.

La stanza era inondata di sole. Jack voltò la testa e vide che c'era una finestra, accanto alla quale stava seduta Jodie, immersa nella lettura. Lui continuò a respirare piano e rimase a guardarla. I capelli, puliti e lucidi, le cadevano sulle spalle, e lei ne stava arricciando una ciocca col pollice e l'indice. Indossava un vestito giallo, senza maniche; le spalle avevano il colore bronzeo dell'estate. Ne vedeva le estremità, sottili e sporgenti. Le braccia erano lunghe e snelle. Jodie teneva le gambe accavallate e indossava mocassini che s'intonavano al vestito. Le caviglie rilucevano, abbronzate, nel sole.

«Ehi, Jodie», la chiamò.

La donna si voltò e lo guardò. Scrutò la sua faccia in cerca di qualcosa e, quando lo trovò, sorrise. «Bentornato», rispose. Posò il libro e si alzò. Fece tre passi, si chinò e lo baciò delicatamente sulle labbra.

«San Vincent... Ricordo, ero confuso», mormorò Jack.

«Eri pieno di morfina. Te ne hanno date dosi da cavallo. Il tuo sangue avrebbe fatto felici tutti i tossicodipendenti di New York», spiegò Jodie.

Reacher guardò il sole fuori della finestra. Sembrava pomeriggio. «Che giorno è oggi?» chiese.

«Siamo in luglio. Sei... stato via tre settimane.»

«Cristo, dovrei essere affamato!»

La donna girò attorno al letto, si portò alla sua sinistra e gli posò una mano sull'avambraccio. Era girato all'insù, con alcuni tubicini infilati nelle vene.

«Ti hanno nutrito. Ho fatto in modo che ti dessero quello che ti piace.

Sai, molto glucosio e soluzione salina», scherzò.

«Non c'è niente di più buono della soluzione salina», esclamò lui.

Jodie lo fissò in silenzio.

«Che c'è?» chiese Jack.

«Ricordi?»

«Tutto.»

Lei deglutì. «Non so che cosa dire. Ti sei preso una pallottola per me.»

«È colpa mia. Sono stato troppo lento, ecco tutto. Avevo pensato d'in-gannarlo e di colpirlo per primo. Ma, a quanto pare, sono sopravvissuto.

Perciò non dire nulla. Davvero. Non parlarne più.»

«Ma devo ringraziarti», mormorò la donna.

«Forse dovrei farlo io», ribatté Reacher. «È bello sapere che hai qualcuno per cui vale la pena prendersi una pallottola.»

Lei annuì, ma non perché fosse d'accordo. Era solo un movimento inconsapevole, inteso ad arrestare le lacrime.

«Allora come sto?» chiese Jack.

Jodie rimase a lungo in silenzio. «Vado a chiamare il medico. Lui potrà spiegartelo meglio di me.»

Detto ciò, uscì e un uomo col camice bianco entrò al suo posto. Reacher sorrise: era quello che l'esercito aveva mandato per dargli il colpo di grazia al termine della parata. Era un uomo piccolo, robusto e peloso, che avrebbe potuto guadagnarsi da vivere facendo wrestling.

«Se ne intende di computer?» gli domandò il medico.

Reacher scrollò le spalle, pensando che si trattasse di un preambolo in codice a qualche brutta notizia: danni cerebrali, paralisi, perdita di memoria o di altre funzioni. «Di computer? Non proprio.»

«D'accordo. Mi ascolti», lo invitò il dottore. «Immagini un supercompu-ter. Noi vi inseriamo tutto ciò che sappiamo sulla fisiologia umana e sulle ferite d'arma da fuoco e poi gli chiediamo di disegnarci il maschio umano meglio adattato per sopravvivere a una ferita da 38 nel petto. Supponiamo che elabori ininterrottamente per una settimana. Che cosa pensa ne venga fuori?»

«Non lo so.»

«Il suo ritratto, amico mio», rispose il dottore. «Ecco che cosa. Quella dannata pallottola non le è nemmeno penetrata nel petto. I suoi pettorali sono così spessi e compatti che hanno fermato immediatamente il proiettile. Un giubbotto di sette centimetri non avrebbe fatto di meglio. È saltato fuori dall'altro lato della parete muscolare e ha rotto una costola, ma non è andato oltre.»

«E allora perché sono qui da tre settimane? Non certo per una lesione muscolare o per una costola rotta, questo è certo. La mia testa è a posto?»

Il dottore fece una cosa strana. Batté le mani e sferrò un paio di pugni in aria. Poi si avvicinò, il volto raggiante. «Ero preoccupato per la testa», ammise. «Davvero preoccupato. Brutta ferita. Ho pensato a una pistola sparachiodi, finché non mi hanno detto che si trattava del chiodo di un mobile distrutto da un colpo di fucile. Le è penetrato nel cranio, fermandosi a tre millimetri dal cervello. Lobo frontale, amico mio, brutto posto per un chiodo. Se dovessi prendere un chiodo in testa, il lobo frontale non sarebbe decisamente la mia prima scelta. Ma se dovessi vedere un chiodo nel lobo frontale di qualcun altro, sceglierei il suo, credo, perché ha un cranio più spesso di quello dell'uomo di Neandertal. Nella testa di una persona normale quel chiodo sarebbe penetrato sino in fondo... E tanti saluti!»

«Allora sto bene?» chiese Reacher.

«Ci ha appena risparmiato diecimila dollari di test», esclamò il dottore allegramente. «Le ho dato la notizia del torace, e lei che ha fatto? Analiti-camente? L'ha comparata col suo database interno, si è reso conto che non era una ferita molto seria e che non avrebbe potuto causare tre settimane di coma, si è ricordato dell'altra ferita, ha fatto due più due e mi ha chiesto ciò che mi ha chiesto. Immediatamente. Senza esitazioni. Pensiero logico e rapido, raccolta d'informazioni pertinenti, conclusione rapida, domanda lucida sulla base di una possibile risposta. Non c'è nulla che non vada nella sua testa, amico mio. La prenda come un'opinione professionale.»

«Allora quando potrò uscire di qui?»

Il medico prese la cartella ai piedi del letto e si mise a sfogliare la massa di referti attaccata al supporto metallico. «Il suo stato di salute generale è ottimo, ma preferirei tenerla sott'occhio ancora per un po'. Forse per un paio di giorni.»

«Non ci penso nemmeno. Esco stasera», esclamò Reacher.

«Be', vediamo come si sente fra un'ora», ribatté il medico.

Si avvicinò e tese la mano verso una valvola della flebo. La girò di una tacca e picchiettò un tubo col dito. Osservò attentamente, poi annuì e uscì dalla stanza. Sulla soglia, incontrò Jodie. La donna stava entrando in compagnia di un uomo con una giacca a righine bianche e blu. Aveva forse cinquant'anni, era pallido e portava i capelli grigi corti. Reacher lo guardò e pensò: Dieci a uno che questo è un tizio del Pentagono.

«Reacher, ti presento il generale Mead», annunciò Jodie.

«Dipartimento della Difesa», la anticipò Jack.

L'uomo lo guardò, sorpreso. «Ci siamo già incontrati?»

«No, ma sapevo che qualcuno di voi sarebbe venuto a fiutare in giro, non appena avessi ripreso conoscenza.»

Mead sorrise. «Ci siamo praticamente accampati qui. Per dirla in poche parole, vorremmo che lei mantenesse il segreto sul caso Allen.»

«Non ci penso nemmeno», replicò Reacher.

Mead sorrise nuovamente e attese. Era un burocrate militare, abbastanza in gamba da sapere come muoversi. Leon era solito dire: «'Qualcosa in cambio di niente' è un concetto che non comprendo».

«Mettete gli Hobie su un volo in prima classe per Washington, prenota-tegli un hotel cinque stelle e mostrategli il nome del figlio scritto insieme con gli altri sul Vietnam Veterans Memorial. Assicuratevi che vi sia un esercito di ufficiali in pompa magna che non smetta un istante di salutare.

Soltanto allora starò zitto.»

«Sarà fatto», rispose Mead. Si alzò e uscì dalla stanza. Jodie si sedette ai piedi del letto.

«Dimmi della polizia», le disse Reacher. «Devo rispondere a qualche domanda?»

La donna scosse il capo. «Allen aveva ucciso alcuni poliziotti. Se rimani nel territorio controllato dal dipartimento di polizia di New York, non ri-ceverai più multe in vita tua. Si è trattato di autodifesa, nessuno ha sollevato obiezioni.»

«E la mia pistola? Era rubata.»

«No, era la pistola di Allen. Gliel'hai sottratta durante la lotta. Numerosi testimoni ti hanno visto.»

Reacher rivide nella sua mente lo schizzo di sangue e cervello. Un bel colpo, pensò. La stanza buia, lo stress, il chiodo nella testa, un proiettile calibro 38 nel petto e, ciononostante, aveva fatto centro. Un colpo quasi perfetto. Poi rivide l'uncino accanto alla faccia di Jodie, l'acciaio duro contro la sua pelle color miele.

«Stai bene?» le chiese.

«Sto bene», rispose lei.

«Sei sicura? Niente incubi?»

«Niente incubi. Sono grande ormai.»

Jack ricordò la prima notte trascorsa insieme. Sembrava fosse passato un milione di anni.

«E tu stai bene?» gli chiese Jodie, a sua volta.

«Il dottore pensa di sì. Mi ha chiamato 'uomo di Neandertal'.»

«Parlo sul serio.»

«Che aspetto ho?»

«Ora te lo mostro.»

Si recò in bagno e ne uscì con uno specchio da muro. Era rotondo, con una cornice di plastica. Lo posò sulle gambe di Jack, lui lo sistemò con la mano destra e si guardò. Era ancora abbronzato. Gli occhi blu. I denti bianchi. La testa gliel'avevano rasata e i capelli gli erano ricresciuti di tre millimetri. Il lato sinistro del volto pareva una ragnatela di cicatrici. Il foro del chiodo sulla fronte si era perso tra i ricordi di una vita lunga e violenta.

Riusciva a individuarlo perché era più rosso e più recente degli altri, ma non più grande del segno visibile a un centimetro di distanza, nel punto in cui, da piccolo, suo fratello Joe lo aveva colpito con una scheggia di vetro durante una lite, nello stesso anno in cui lo Huey di Hobie era precipitato.

Inclinò lo specchio e vide un'ampia fasciatura sul petto: col suo color bianco latte spiccava sull'abbronzatura. Ebbe l'impressione di aver perso almeno tredici chili. Doveva essere tornato ai cento chili del suo peso forma.

Restituì lo specchio a Jodie e cercò di sollevarsi, ma a un tratto sentì che la testa gli girava.

«Voglio uscire di qui», borbottò.

«Sei sicuro?» gli chiese la donna.

Reacher annuì. Ne era sicuro, però si sentiva molto assonnato. Riappog-giò la testa sul cuscino, solo temporaneamente; aveva la faccia calda e il cuscino era morbido. Il capo pesava una tonnellata e i muscoli del collo parevano troppo deboli per muoverlo. La stanza stava diventando buia.

Sollevò lo sguardo e vide le sacche della flebo appese sopra di lui. Vide la valvola che il medico aveva regolato; l'aveva spostata di una tacca, ricordava il rumore della plastica. C'era una scritta sulla sacca. Era al contrario.

Si concentrò su di essa, intensamente. Era verde e significava morfina.

«Merda», mormorò, e la stanza scomparve nel buio.

Quando riaprì gli occhi, il sole era più alto. Era mattino presto. Mattino, non pomeriggio. Jodie era seduta sulla sedia accanto alla finestra e stava leggendo. Lo stesso libro. Un centimetro di pagine più avanti. Il suo abito era blu, non giallo.

«È già domani», comprese Reacher.

Lei chiuse il libro e si alzò. Fece tre passi e si chinò per baciargli le labbra. Lui ricambiò, poi strinse i denti, si estrasse la flebo dal braccio e la lasciò cadere oltre il bordo del letto. Si mise seduto, la schiena contro i cuscini, e si passò una mano sul cuoio capelluto ispido.

«Come ti senti?» gli chiese la donna.

Jack rimase immobile e si concentrò, per esaminare lentamente tutto il suo corpo, dalle dita dei piedi fino alla sommità del capo. «Bene», rispose infine.

«Hai visite. Hanno saputo che ti eri ripreso.»

Reacher si stirò. Sentiva la ferita al petto, a sinistra. In quel punto percepiva una certa debolezza. Allungò la mano sinistra fino all'asta della flebo.

Era una barra verticale d'acciaio inossidabile con un anello sulla sommità, dalla quale pendevano le sacche. Posò la mano sopra di esso e strinse forte; sentì un bruciore al gomito, nel punto in cui erano stati inseriti gli aghi e una fitta al petto, nel punto da cui gli avevano estratto il proiettile, però l'anello, da rotondo, divenne a ovale. Jack sorrise, soddisfatto.

«Bene, falli entrare», mormorò.

Sapeva di chi si trattava prima ancora che entrassero; lo aveva indovina-to dal rumore. Le ruote del carrellino dell'ossigeno cigolavano. L'anziana signora si fece da parte e lasciò che il marito entrasse per primo; l'uomo spinse il carrello e si fermò. Si sostenne all'impugnatura con la mano sinistra e sollevò la destra, in un saluto militare tremolante. Lo mantenne a lungo e Reacher rispose nel medesimo modo. Esibì il suo miglior movimento da parata e poi rimase immobile, ponendo in quel gesto tutto il sentimento di cui era capace. Poi riabbassò il braccio e il vecchio spinse il carrellino verso di lui, lentamente, mentre la moglie gli si affannava dietro.

Erano due persone diverse. Sempre anziane, sempre deboli, ma serene. Sapere che tuo figlio è morto è meglio che non sapere nulla di lui, pensò Reacher. Ricordò il laboratorio senza finestre di Newman, laggiù alle Hawaii, e rivide la cassa di Allen con lo scheletro di Victor Hobie. Le vecchie ossa di Hobie. Le ricordava bene. Erano diverse dalle altre. L'arcata liscia della fronte, il cranio allungato, i denti ancora bianchi, le membra lunghe e puli-te. Era uno scheletro nobile.

«Era un eroe, lo sapevate?»

Il vecchio annuì. «Ha fatto il suo dovere.»

«Molto di più», rispose Reacher. «Ho letto il suo fascicolo. Ho parlato col generale DeWitt. È stato un elicotterista audace che è andato ben oltre il suo dovere. Ha salvato numerose vite, col suo coraggio. Se fosse vissuto, ora avrebbe tre stellette. Sarebbe diventato il generale Victor Truman Hobie, magari con un incarico importante al Pentagono.»

Era ciò che avevano bisogno di sentirsi dire, però in fondo era vero.

L'anziana signora posò la mano bianca e sottile su quella del marito ed entrambi rimasero seduti in silenzio, gli occhi bagnati di lacrime, lontani diciottomila chilometri. Si stavano raccontando storie di ciò che avrebbe potuto essere. Il passato si spiegava davanti a loro, semplice e sincero, e, adesso che era stato troncato da una morte nobile, in combattimento, lasciava spazio soltanto a sogni onesti. Per la prima volta ripensarono a quei sogni, perché ormai erano legittimi. Erano sogni che li fortificavano, proprio come l'ossigeno che sibilava fuori della bombola e dentro di essa, in sin-cronia col respiro stridulo dell'anziano Tom Hobie.

«Ora posso morire felice», sussurrò il vecchio.

«Non ancora», ribatté Reacher. «Dovete andare a vedere il Vietnam Veterans Memorial. Ci sarà anche il suo nome. Voglio che facciate una foto e me la portiate.»

Il vecchio annuì e la moglie abbozzò un sorriso.

«La signorina Garber ci ha detto che forse lei andrà a vivere a Garrison.

Potrebbe diventare nostro vicino», disse la signora Hobie.

«È possibile», rispose Reacher.

«La signorina Garber è una donna meravigliosa.»

«Sì, signora, lo è.»

«Smettila con le tue stupidaggini», brontolò il vecchio.

Spiegarono a Reacher che non potevano rimanere perché li aveva accompagnati un vicino di casa, che doveva rientrare. Reacher li guardò uscire. Non appena se ne furono andati, Jodie entrò, sorridente.

«Il dottore dice che possono dimetterti.»

«Puoi darmi un passaggio? Hai già una macchina nuova?»

«Solo a noleggio. Non ho avuto tempo di fare shopping. La Hertz mi ha portato una Mercury. Ha persino il navigatore satellitare.»

Reacher allungò le braccia sopra la testa e fletté le spalle. Si sentiva be-ne. Sorprendentemente in forma. Le costole erano a posto, non provava nessun dolore. «Ho bisogno di vestiti. Penso che quelli vecchi si siano ro-vinati.»

«Le infermiere li hanno tagliati con le forbici.»

«Eri presente?»

«Sono rimasta qui tutto il tempo. Sto in una stanza in fondo al corridoio.»

«E il lavoro?»

«Un congedo. Ho detto: 'O me lo date, o me ne vado'.»

Jodie si chinò davanti a un armadietto di laminato e si risollevò con un pacco di vestiti in mano. Jeans, camicia, giacca, calze e boxer nuovi, il tutto piegato e impilato. In cima le sue vecchie scarpe, stile esercito. «Non sono niente di particolare. Non volevo perdere troppo tempo fuori. Volevo essere qui con te, quando ti fossi svegliato.»

«Sei rimasta seduta qui per tre settimane?»

«Mi sono sembrate tre anni. Eri malmesso. In coma. Avevi un aspetto davvero orrendo.»

«Quell'aggeggio satellitare... Ha per caso indicato anche Garrison?»

«Andrai lassù?»

«Credo di sì. Devo prendermela con calma, giusto? L'aria di campagna mi farà bene. Magari» - distolse lo sguardo da Jodie -, «potresti rimanere un po' con me, sai, per aiutarmi a recuperare le forze...»

Gettò indietro le lenzuola e posò i piedi sul pavimento. Si alzò, lento e vacillante, e iniziò a vestirsi, mentre lei gli reggeva il gomito, per impedirgli di cadere.

FINE