17

Reacher era stato chiamato Jack dal padre, un americano semplice del New Hampshire che provava un orrore sconfinato per tutto ciò che era stravagante. La mattina dopo la nascita del figlio, un martedì di fine otto-bre, aveva percorso la corsia del reparto maternità, aveva offerto alla moglie un mazzo di fiori e le aveva detto: «Lo chiameremo Jack».

Jack Reacher, tutto lì, nessun secondo nome, e lo aveva già registrato sul certificato di nascita dato che, sulla via dell'ospedale, si era fermato nell'apposito ufficio, che lo aveva scritto e trasmesso via telex all'ambasciata di Berlino. Un altro cittadino americano, di nome Jack Reacher, era nato oltremare da un soldato in servizio. La madre non aveva sollevato obiezioni. Amava il marito per la sua indole contemplativa: lei era francese e lui, in virtù di quella natura, possedeva una sorta di sensibilità europea che la faceva sentire a proprio agio. La donna aveva notato un enorme divario tra l'America e l'Europa nel periodo postbellico: la ricchezza e gli eccessi americani contrastavano più che mai con l'abbattimento e la povertà euro-pei. Ma il suo yankee del New Hampshire disprezzava il lusso e gli eccessi, amava le cose semplici, e quello a lei piaceva, anche quando la sempli-cità riguardava i nomi dei figli. Il marito aveva chiamato il primogenito Joe. Non Joseph, solo Joe. Nessun secondo nome. Lei amava il ragazzo, naturalmente, però il nome le risultava difficile da pronunciare. Era molto breve e brusco e, a causa del suo accento, litigava sempre con l'iniziale J: le usciva una sorta di zh, come se il ragazzo si chiamasse Zhoe. Jack era molto più facile e, pronunciato da lei, si trasformava quasi in Jacques, un nome tradizionale in Francia. Per la donna, in effetti, tale era il nome del figlio. Paradossalmente, però, nessuno lo chiamava per nome. Nessuno ne conosceva la ragione; tuttavia, mentre il fratello veniva sempre chiamato Joe, Jack veniva sempre chiamato per cognome, Reacher. Anche dalla madre che, come tutti, non aveva idea del motivo. Sporgeva la testa dalla finestra di qualche bungalow e gridava: « Zhoe, vieni a pranzo! E porta con te Reacher!» Al che, i due dolcissimi bambini entravano, correndo, per mangiare. Lo stesso accadeva a scuola. Era uno dei primi ricordi di Reacher: Jack era un ragazzino zelante e serio, ma sconcertato dal fatto che il proprio nome fosse invertito. Il fratello veniva sempre chiamato prima col nome, poi col cognome. Lui no. Spesso, a scuola, giocavano a softball e il bambino che possedeva la mazza faceva le squadre. Si rivolgeva ai fratelli e gridava: «Io prendo Joe e Reacher». Gli altri bambini facevano lo stesso, per non parlare degli insegnanti. Lo chiamavano Reacher anche all'asilo.

Tale caratteristica l'aveva sempre accompagnato, ovunque andasse. Essendo figlio di un soldato, aveva cambiato scuola elementare una decina di volte, ma, immancabilmente, il primo giorno nel posto nuovo, talora in un altro continente, qualche insegnante gridava: «Vieni qui, Reacher!» E Jack si era abituato in fretta: non aveva difficoltà a vivere con un solo nome. Da sempre era Reacher, e lo sarebbe sempre stato, per tutti. La prima ragazza cui aveva dato appuntamento era una brunetta alta che gli si era avvicinata furtivamente e gli aveva chiesto: «Come ti chiami?» «Reacher», aveva risposto lui. Gli amori della sua vita lo avevano sempre chiamato in quel modo. «Oh, Reacher, ti amo!» gli avevano sussurrato all'orecchio. Tutte le sue donne. Jodie compresa. Quand'era apparso in cima alle scale nel giardino di Leon, lei aveva alzato lo sguardo, esclamando: «Ciao, Reacher».

Dopo quindici lunghi anni.

Eppure al cellulare non l'aveva chiamato così. Lui aveva risposto e Jodie aveva esordito con «Hi, Jack», vale a dire:

«Ciao, Jack». Quel nome aveva fatto scattare un allarme nella sua testa.

Poi lei gli aveva chiesto: «Dove sei?» e la voce era suonata tesa, in preda al panico. La mente di Reacher era stata subito attraversata da un turbinio di pensieri e, per qualche istante, non aveva colto il messaggio. Il proprio nome di battesimo, una coincidenza fortunata: «Hi, Jack» stava per hijack,

«rapimento». Jodie si trovava nei guai. In guai seri, ma era pur sempre la figlia di Leon, capace di riflettere anche nelle situazioni difficili e di avver-tirlo con una parola all'inizio di una telefonata disperata. Hijack. Un allarme. Un segnale di combattimento. Reacher aveva battuto le palpebre, scacciato la paura e si era messo all'opera. Anzitutto le aveva mentito. Il combattimento è fatto di tempo, di spazio e di forze contrapposte, come un enorme schema quadridimensionale: il primo passo consiste nel fuorviare il nemico, nel fargli pensare che lo schema abbia una forma completamente diversa. È necessario presumere che tutti i mezzi di comunicazione siano controllati, per poi utilizzarli per diffondere bugie e inganni. In tal mo-do si ottiene una posizione di vantaggio. Non era a St. Louis. Perché mai avrebbe dovuto andarci? Perché volare fin laggiù quando esistevano i telefoni e aveva già un contatto con Conrad? L'aveva chiamato dal marciapiede di Greenwich Avenue, gli aveva chiesto ciò che gli occorreva e il maggiore l'aveva richiamato dopo soli tre minuti perché il fascicolo in questione si trovava proprio nella sezione A, quella più vicina alla scrivania del tormentato fattorino. Aveva ascoltato Conrad che gli leggeva i documenti, mentre la folla di pedoni gli sciamava attorno; dodici minuti più tardi aveva riagganciato la cornetta, in possesso di tutte le informazioni che gli servivano. Quindi aveva lanciato la Lincoln sulla 7th Avenue, e l'aveva parcheggiata in un garage, situato un isolato a nord delle Twin Towers. Aveva attraversato di corsa la piazza e, quando Jodie l'aveva chiamato, lui si trovava già nell'atrio della Torre Sud. Soltanto ottantotto piani sotto di lei. Al bancone della reception, Reacher si era messo a parlare con un addetto alla sicurezza: a lui apparteneva la voce che la donna aveva udito in sottofondo. Jack era impallidito per il panico, ma poi, spento il cellulare, aveva preso l'ascensore rapido fino all'ottantanovesimo piano. Era uscito dalle porte scorrevoli e aveva respirato a fondo, cercando di calmarsi. Rimani calmo e rifletti. Era sicuro che l'ottantanovesimo piano fosse disposto esattamente come l'ottantottesimo: era tranquillo e deserto, i corridoi correvano tutt'intorno alle trombe degli ascensori, stretti e illuminati da lampadine sul soffitto. Varie porte conducevano in diversi uffici, e tutte avevano oblò rettangolari di vetro rinforzato posti al centro, all'altezza degli occhi di una persona di bassa statura. Ogni porta aveva una targa metallica che portava il nome della società e un campanello. Reacher aveva trovato le scale antincendio ed era sceso di un piano. Erano disadorne, semplici scale di servizio, cemento polveroso con un corrimano metallico. Dietro ogni porta antincendio c'era un estintore, sopra il quale si trovava un armadietto che conteneva un'ascia rossa. Sulla parete accanto all'armadietto spiccava il numero del piano scritto in caratteri cubitali, con vernice rossa. Jack aveva raggiunto il corridoio dell'ottantottesimo, anch'esso deserto. Dimensioni identiche, illuminazione identica, stessa disposizione, stesse porte. Dopo essere andato dalla parte sbagliata, aveva trovato finalmente la Cayman Corporate Trust. La porta era di legno di quercia chiaro, con accanto una targa e un pulsante d'ottone. Jack aveva spinto la porta, delicatamente.

Chiusa. Chinandosi, aveva guardato attraverso l'oblò di vetro rinforzato.

Una reception: luci intense, mobili di quercia e ottone. Un bancone a destra, poi un'altra porta, proprio davanti a sé. Era chiusa e la reception era deserta. Era rimasto a lungo a fissare quella porta, il panico che gli saliva in gola. Jodie si trovava là dentro. Nell'ufficio interno. Riusciva a percepir-la. Era sola, prigioniera, e aveva bisogno di lui. Avrebbe dovuto essere con lei. Avrebbe dovuto accompagnarla. Chinandosi ulteriormente, aveva premuto la fronte contro il vetro freddo, senza perdere di vista la porta dell'ufficio. Poi gli era parso di sentire la voce di Leon, che enunciava un'altra delle sue regole d'oro: «Non perdere tempo a capire perché qualcosa è andato storto. Impegnati a rimediare». Si era allontanato dalla porta e aveva guardato a destra e a sinistra, lungo il corridoio. Quindi si era portato sotto la luce più vicina alla porta, aveva allungato le braccia e svitato la lampadina. Il vetro caldo gli aveva bruciato le dita, facendolo trasalire. Poi si era riavvicinato alla porta per ricontrollare, a un metro dall'oblò. La reception era illuminata, il corridoio buio. Reacher poteva vedere all'interno, ma nessuno, da dentro, avrebbe potuto vedere fuori: si può vedere un luogo luminoso da un luogo buio, però non viceversa. Il che, in quel momento, era determinante. Jack era rimasto in attesa finché la porta interna non si era aperta. Un uomo era uscito dall'ufficio ed entrato nella reception, richiudendo la porta dietro di sé. Un individuo tarchiato in abito scuro, lo stesso che aveva cacciato giù per le scale del bar di Key West, lo stesso che aveva sparato con la Beretta a Garrison, lo stesso che si era attaccato alla maniglia della Bravada. Reacher aveva studiato la porta interna attraverso il vetro. Era chiusa. Aveva bussato delicatamente a quella esterna. Il tizio si era avvicinato all'oblò, cercando di guardare fuori. Jack si era raddrizzato e voltato di spalle, in modo che la sua giacca marrone riempisse la visuale.

«UPS», aveva detto.

Era un edificio adibito a uffici, il corridoio era buio, la giacca era marrone, e l'uomo aveva aperto la porta. Reacher si era voltato di scatto, aveva infilato la mano attraverso la porta e preso l'individuo per la gola. Se eseguita abbastanza in fretta e con forza sufficiente, una mossa del genere rie-sce a bloccare le corde vocali della vittima, prima che possano emettere un suono. Poi si affondano le dita nella gola e le s'impedisce di crollare a terra. L'uomo era ricaduto sulla mano di Reacher, che lo aveva trascinato lungo il corridoio fino alla porta antincendio e lo aveva gettato di schiena nella tromba delle scale. Il tizio era rimbalzato contro il muro e si era accasciato sul cemento, emettendo un suono stridulo.

«È tempo di scegliere: o mi aiuti, o muori», gli aveva sibilato Reacher.

Davanti a una scelta del genere esiste un'unica cosa sensata da fare, ma l'uomo non l'aveva fatta. Si era messo in ginocchio, come per sfidarlo. Jack lo aveva colpito sulla sommità della testa con quel tanto di forza che bastava a trasmettere l'impatto alle ossa del collo; poi gli aveva rifatto la proposta:

«Collabora. Oppure ti ammazzo».

L'uomo aveva scosso il capo per riprendersi dal colpo e si era lanciato lungo il pavimento. Reacher aveva udito la voce di Leon: Chiedi una volta, chiedilo anche una seconda, se proprio devi, ma, per amor del cielo, non chiederlo per la terza volta! Quindi gli aveva sferrato un calcio al petto, lo aveva girato, gli aveva messo un avambraccio sulle spalle e, passandogli una mano sotto il mento, con un'unica torsione, gli aveva spezzato il collo.

Fuori uno. Purtroppo però non aveva ottenuto nessuna informazione, il che era fondamentale in combattimento. Il suo istinto gli suggeriva che si trattava di una piccola organizzazione, ma due uomini, tre o cinque potevano essere ugualmente definiti una piccola banda, e c'era un'enorme differenza nel dover affrontare alla cieca due, tre o cinque nemici. Era rimasto immobile nella tromba delle scale, guardando nell'armadietto rosso. Altro elemento determinante, oltre alle informazioni, è la diversione, qualcosa che colga l'avversario impreparato, che lo faccia preoccupare e lo turbi.

Qualcosa che lo faccia esitare. Aveva agito il più silenziosamente possibile, controllando che il corridoio fosse deserto e trascinando il corpo fino alla reception. Aveva aperto la porta senza far rumore e sistemato il cadavere al centro della stanza; quindi aveva richiuso la porta e si era acquatta-to dietro il bancone. Era alto fino al petto e lungo più di tre metri e mezzo.

Si era steso sul pavimento, aveva estratto dalla giacca la Steyr col silenziatore, ed era rimasto in attesa.

Un'attesa che gli era parsa eterna. Stava premuto contro la moquette dell'ufficio, e riusciva a percepire il cemento sottostante, animato dalle vibrazioni di un gigantesco edificio al lavoro. Sentiva il fremito debole e sordo degli ascensori che si fermavano e ripartivano, la tensione dei cavi. Udiva il ronzio dell'aria condizionata e il tremore del vento. D'un tratto, aveva puntato i piedi contro la moquette e caricato le gambe, pronto a scattare: aveva sentito i passi un secondo prima di udire il clic della serratura. Sapeva che la porta interna si era aperta perché aveva udito il cambiamento di acustica: l'area della reception comunicava improvvisamente con uno spazio più ampio. Aveva udito quattro piedi sul tappeto e li aveva sentiti fermarsi, come previsto. Aveva atteso. Metti qualcuno davanti a qualcosa di sbalorditivo e ti occorreranno circa tre secondi per sortire il massimo effetto; questo gli diceva la sua esperienza. L'individuo vede la scena, la guarda, il cervello la rifiuta, gli occhi tornano a guardare e, alla fine, la accetta.

Tre secondi in tutto. Jack contò silenziosamente - uno, due, tre -, quindi si trascinò lungo il bancone, sempre premuto contro il tappeto, preceduto dal silenziatore lungo e nero applicato alla canna della Steyr. Prima le braccia, poi le spalle, infine gli occhi.

La scena che vide era sconfortante. L'uomo con l'uncino e la faccia bruciata stava lasciando cadere un'arma e si stava afferrando al telaio della porta, ma era dalla parte sbagliata, dopo Jodie, alla sua destra, mentre il bancone si trovava alla sua sinistra. Lei era di un passo più vicino rispetto all'uomo; era molto più bassa di lui, ma Reacher stava a livello del pavimento e, da quella angolazione, vedeva la testa e il corpo di lei esattamente davanti a quelli dell'uomo. Non poteva colpirlo, in nessun punto. Jodie era in mezzo.

L'individuo con l'uncino stava emettendo strani versi e Jodie stava fissando il pavimento. Poi, dietro di loro, era apparso un secondo uomo, il conducente della Suburban, che si era fermato alle spalle di Jodie, una Beretta nella mano destra. Aveva guardato per terra; poi si era affiancato alla donna, portandosi davanti a lei. Infine era avanzato di due passi nella stanza e, così facendo, era uscito allo scoperto. Reacher aveva premuto il grilletto, sei chili di pressione; il silenziatore aveva rimbombato forte e il viso dell'uomo era esploso in mille pezzi, centrato in pieno dal proiettile calibro 9. Sangue e ossa erano schizzati fino al soffitto, imbrattando anche il muro alle sue spalle.

Jodie, paralizzata, si trovava sempre davanti all'uomo con l'uncino. Questi aveva agito molto rapidamente, più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare da un uomo di mezza età, perdipiù menomato. Aveva allungato il braccio sinistro, raccolto il fucile da terra, poi, con l'uncino, agganciato Jodie per la vita. L'uncino d'acciaio brillava contro il vestito scuro della donna. Stringendola forte a sé, l'uomo l'aveva trascinata all'indietro. Il rimbombo dello sparo era ancora nell'aria.

«Quanti?» gridò Reacher a Jodie.

Lei fu più rapida di quanto non lo fosse mai stato Leon. «Due a terra, ne resta uno», gli urlò.

Dunque l'uomo con l'uncino era l'unico rimasto, ma stava già brandendo il fucile. L'arma tracciò un arco nell'aria e lui sfruttò lo slancio per caricare il fucile a pompa. Reacher, che tentava di uscire da dietro il banco, era esposto per metà, steso sul pavimento. Si trattava di un'opportunità fugace, tuttavia l'uomo dal volto bruciato non ci pensò due volte. Sparò basso, la bocca del fucile s'illuminò e il bancone della reception esplose in mille pezzi. Reacher abbassò la testa, ma una pioggia di pallini roventi e di schegge di legno e di metallo, aguzze come aghi, lo colpì su un lato della faccia, dalla guancia alla fronte, con la forza di una mazza. Sentì l'impatto violento e il dolore sordo delle ferite. Fu come cadere da una finestra e toccare terra con la testa. Si rotolò, intontito, e vide che il tizio stava trascinando Jodie oltre la soglia e caricando nuovamente la pompa, sfruttando il movimento del fucile. Jack, immobile contro il muro alle sue spalle, vide la bocca del fucile sollevarsi verso di lui. La fronte, intorpidita e gelida, gli doleva in maniera terribile. Sollevò la Steyr, il silenziatore puntato verso Jodie; lo spostò un poco a sinistra e a destra. Non c'era modo di non colpir-la. L'uomo si stava facendo scudo col suo corpo; aveva il braccio sinistro teso, il fucile puntato e il dito sul grilletto. Reacher era bloccato contro la parete. Fissò Jodie, cercando d'imprimersi il suo volto nella mente, prima di morire. A quel punto, all'improvviso, una donna bionda apparve e si gettò, disperata, contro la schiena dell'uomo, facendogli perdere l'equilibrio. Il tizio barcollò, girò su se stesso e la colpì con la canna del fucile. Reacher intravide un lembo di vestito rosa mentre la donna cadeva a terra. Poi il fucile puntò di nuovo nella sua direzione, ma Jodie si stava già divincolando dal braccio dell'uomo, sferrando calci e pugni. L'uomo con l'uncino vacillò, poi avanzò goffamente nella reception e inciampò nella gamba del conducente della Suburban. Cadde insieme con Jodie e il fucile sparò al cadavere. Si udì un rumore assordante e si levò una nube di fumo, accompagnata da uno spruzzo disgustoso di sangue e carne. L'uomo si mise in ginocchio e Reacher ne seguì il movimento con la Steyr. Poi l'uomo lasciò cadere il fucile, infilò la mano in tasca e ne estrasse un piccolo revolver, lucido, a canna corta. Col pollice tirò indietro il cane; si udì un sonoro clic.

Jodie si dimenava per liberarsi dall'uncino che la stringeva alla vita. Destra e sinistra, destra e sinistra, furiosamente. Reacher non riusciva a prendere la mira; il sangue gli colava nell'occhio sinistro, la fronte sanguinante gli martellava, senza tregua. Chiuse l'occhio inutilizzabile e prese la mira col destro. Il minuscolo revolver si sollevò e affondò nel fianco di Jodie. La donna spalancò la bocca e smise di agitarsi, mentre la faccia dell'uomo faceva capolino dietro la sua, con un ghigno selvaggio.

«Getta la pistola, stronzo», ringhiò l'uomo con l'uncino.

Reacher non accennò a spostare la Steyr. Un occhio aperto e uno chiuso, un dolore lancinante alla testa e il lungo silenziatore puntato contro il sorriso deforme del tizio dal volto bruciato.

«L'ammazzerò.»

«E io ammazzerò te. Se lei muore, muori anche tu», ribatté Jack.

Il tizio lo fissò, poi disse: «Ci troviamo in un'impasse».

Le cose sembravano stare proprio così. Reacher scosse il capo per schia-rirsi le idee, ma il dolore aumentò. Era una situazione di stallo. Anche se fosse riuscito a sparare per primo, l'uomo avrebbe comunque fatto partire un colpo. Col dito premuto sul grilletto e con la pistola affondata nel fianco di Jodie, sarebbe bastato un sobbalzo. Era troppo rischioso. Jack tenne la Steyr in posizione e si alzò lentamente; estrasse un lembo della camicia dai pantaloni e si asciugò il viso, sempre tenendo l'occhio puntato in direzione della canna. L'uomo trasse un respiro profondo e si alzò a sua volta, trascinando con sé Jodie. La donna tentò di alleviare la pressione della pistola, ma invano. L'altro ruotò il gomito verso l'esterno, l'uncino si girò e la punta affondò nella vita di Jodie.

«Allora dovremo trattare», disse l'uomo con l'uncino.

Reacher rimase in piedi e si asciugò l'occhio. La testa gli martellava violentemente, voleva urlare di dolore. Si era davvero cacciato in un grosso guaio.

«Dobbiamo trattare», ripeté l'uomo.

«Scordatelo», rispose Reacher.

Il tizio ruotò ulteriormente l'uncino e affondò ancora un po' il revolver nel fianco di Jodie, che ansimò. Era una Smith and Wesson Model 60

Lady Smith. Cinque centimetri di canna, acciaio inossidabile, calibro 38

Special, cinque colpi nel tamburo. Il tipo di arma che una donna tiene nella borsetta o che un uomo nasconde addosso. La canna era tanto corta che, tenendola premuta contro Jodie, le nocche dell'uomo le toccavano il fianco. Lei aveva il busto piegato in avanti, a causa della pressione del braccio attorno alla vita, e i capelli le ricadevano sul volto. Teneva gli occhi fissi su Reacher, gli occhi più incantevoli che lui avesse mai visto.

«Nessuno dice 'scordatelo' a Victor Hobie», sibilò l'uomo.

Reacher lottò contro il dolore e tenne la Steyr puntata contro la sua fronte, proprio nel punto in cui le cicatrici rosa incontravano la pelle grigiastra.

«Tu non sei Victor Hobie. Tu sei Carl Allen, e sei un pezzo di merda», gridò Reacher.

Seguì qualche istante di silenzio. La testa gli martellava. Jodie lo fissava ancor più intensamente, lo sguardo interrogativo.

«Tu non sei Victor Hobie. Sei Carl Allen», ripeté Reacher.

Quel nome rimase sospeso nell'aria e l'uomo sembrò quasi ritrarsi. Trascinò indietro Jodie, scavalcò il corpo del sicario, la spostò per mantenerla tra sé e Reacher, e retrocedette nell'ufficio buio. Jack lo seguì, vacillante, con la Steyr puntata in alto. C'era gente, nell'ufficio. Reacher scorse varie finestre oscurate, mobili da salotto e tre persone che si muovevano scom-postamente: la donna bionda con l'abito di seta e due uomini in giacca e cravatta. Tutti lo stavano guardando. Fissavano la pistola, il silenziatore, la sua fronte, il sangue che gli colava sulla camicia. D'un tratto, si rag-grupparono e si mossero verso i divani. Si sedettero e misero le mani sul tavolo da caffè che riempiva lo spazio centrale. Sei mani sul tavolo, tre facce rivolte verso di lui, espressioni di speranza, di paura e di sbalordi-mento visibili su tutti e tre i volti.

«Ti sbagli», mormorò l'uomo con l'uncino.

Arretrò con Jodie, tracciando un ampio cerchio finché non si trovò dietro il divano più lontano. Anche Reacher si spostò, fermandosi di fronte a lo-ro, la Steyr puntata poco al di sopra delle teste dei tre individui protesi sul tavolino, mentre il sangue gli gocciolava dal mento sullo schienale del so-fà.

«No, ho ragione. Sei Carl Allen. Nato il 18 aprile 1949, a sud di Boston, in un sobborgo, probabilmente. Una famiglia normale, poco numerosa, nessuna prospettiva. Arruolato nell'estate del '68. Soldato semplice, con capacità giudicate inferiori alla media, in ogni campo. Spedito in Vietnam come soldato di fanteria. Un umile fante. La guerra cambia gli individui, e tu, una volta là, ti sei trasformato in un vero cattivo. Hai cominciato a fare traffici sporchi, a comprare e rivendere, a commerciare in droga e ragazze e in qualsiasi altra cosa su cui riuscivi a mettere le tue luride mani. Poi ti sei messo a vendere soldi e sei diventato davvero malvagio. Compravi e vendevi favori. Hai vissuto come un re per un sacco di tempo. Finché qualcuno non si è scantato, ti ha fatto uscire dal nido di bambagia e ti ha sbattuto in prima linea. La giungla. La guerra vera. Ti è toccata un'unità dura, comandata da un ufficiale tosto. Ti cagavi addosso e alla prima occasione hai ucciso il tuo ufficiale e il suo sergente. Ma, cosa insolita, i tuoi compagni ti hanno consegnato. Non gli piacevi, vero? Probabilmente ti dovevano dei soldi. Ti hanno denunciato e due poliziotti di nome Gunston e Zabrinski sono venuti a prenderti. Hai ancora intenzione di negare?»

L'uomo rimase in silenzio.

Reacher deglutì. La testa gli faceva davvero male; le ferite gli dolevano in profondità, le fitte erano estenuanti. «Sono arrivati con uno Huey, pilotato da un bravo ragazzo di nome Kaplan», continuò. «Il giorno seguente, lui è tornato, volando da copilota per un asso di nome Victor Hobie. Tu, Gunston e Zabrinski attendevate a terra. Ma lo Huey di Hobie è stato colpito durante il decollo ed è precipitato dopo sette chilometri. Lui è rimasto ucciso, insieme con Kaplan, Gunston, Zabrinski e altri tre membri dell'equipaggio, Bamford, Tardelli e Soper. Tu, però, sei sopravvissuto. Eri ustionato e avevi perduto la mano, ma eri vivo. Il tuo piccolo cervello malvagio funzionava ancora. Hai scambiato la piastrina di riconoscimento col primo che ti è capitato: Victor Hobie. Quindi ti sei allontanato, strisciando, con la sua piastrina al collo. Avevi lasciato la tua sul suo corpo. In quel momento, Carl Allen e il suo passato criminale hanno cessato di esistere.

Hai raggiunto un ospedale da campo, dove hanno creduto di curare Hobie e hanno scritto il suo nome nei registri. Poi hai ucciso un inserviente e sei fuggito, ripromettendoti di non tornare perché sapevi che, se fossi giunto in qualsiasi luogo, qualcuno si sarebbe accorto che non eri Hobie. Avrebbero scoperto la tua vera identità e saresti stato di nuovo nella merda. Perciò sei svanito nel nulla. Una nuova vita, un nuovo nome. Una fedina pe-nale pulita. Ti ostini ancora a negare?»

Allen strinse la presa su Jodie. «Sono tutte stronzate», esclamò.

Reacher scosse il capo. Il dolore lo abbagliò come il flash di una macchina fotografica. «No, è tutto vero. Nash Newman ha appena identificato lo scheletro di Victor Hobie. È in una cassa alle Hawaii, con la tua piastrina al collo», rivelò Jack.

«Stronzate», ripeté Allen.

«Grazie ai denti. I signori Hobie avevano mandato il figlio trentacinque volte dal dentista, perché avesse denti perfetti. Per Newman si tratta di una prova schiacciante. È stato un'ora sulle radiografie e ha riscontrato che quel cranio corrispondeva a quello della cassa. Corrispondeva perfettamente», disse Reacher.

Allen rimase in silenzio.

«Ha funzionato per trent'anni. Finché quei due anziani non si sono fatti sentire e qualcuno si è deciso a indagare. Ma ora è finita, perché dovrai ri-sponderne a me.»

Allen sogghignò; la parte sana del volto divenne orrenda al pari di quella bruciata. «Perché diavolo dovrei?»

Reacher batté le palpebre per levare il sangue dall'occhio puntato sulla Steyr. «Per molteplici ragioni. Io sono un rappresentante. Sono qui a rappresentare molte persone. Victor Truman Hobie, per esempio. È un eroe, ma a causa tua è stato considerato un disertore e un assassino. I suoi genitori hanno passato trenta lunghi anni nella sofferenza. Io rappresento anche loro. E rappresento Gunston e Zabrinski. Erano entrambi tenenti della polizia militare, entrambi avevano ventiquattro anni. Anch'io ero un tenente della polizia militare quando avevo la loro età. Sono morti per causa tua.

Ecco perché ora risponderai a me, Allen. Perché io sono loro. La feccia come te uccide la gente come me.»

Allen aveva uno sguardo vacuo. Spostò Jodie per tenerla davanti a sé, ruotò l'uncino e le affondò ulteriormente la pistola nel fianco. Poi annuì, un movimento impercettibile della testa. «Va bene, ero Carl Allen. Lo ammet-to, gran detective. Ero Carl Allen, e poi ho smesso di esserlo. E sono diventato Victor Hobie. Lo sono stato per un tempo molto lungo, più di quanto non sia stato Carl Allen, ma credo che anche questo periodo della mia vita si sia concluso. Ora diventerò Jack Reacher», annunciò Allen.

«Che cosa?»

«Questo è ciò che avrai. Ecco l'accordo che ti propongo: il tuo nome per la vita di questa donna.»

«Che cosa?» ripeté Jack.

«Voglio la tua identità. Voglio il tuo nome.»

Reacher si limitò a fissarlo.

«Sei uno sbandato, non hai famiglia. Nessuno sentirà la tua mancanza», continuò Allen.

«E poi?»

«Poi morirai. Non possono esserci due persone che vanno in giro con lo stesso nome, non ti pare? È uno scambio equo. La tua vita per quella della signora Jacob.»

Jodie fissava Reacher.

«Niente da fare», disse Jack.

«Le sparerò», replicò Allen.

Reacher scosse ancora il capo. Il dolore era insopportabile e stava aumentando. «Non le sparerai. Pensaci, Allen. Pensa a te stesso. Sei un fottu-to egoista, tieni troppo alla tua vita. Se tu spari a lei, io sparo a te. Sei a quattro metri da me e io sto mirando alla tua testa. Tu premi il grilletto, io anche. Lei muore e tu pure, un centesimo di secondo più tardi. Tu non mi sparerai, perché saresti morto prima ancora di riuscire a prendere la mira.

Pensaci. Siamo in un'impasse.»

Reacher fissò Allen, il dolore che gli annebbiava la vista. Sì, era proprio una tipica situazione di parità. Ma c'era un problema, un grave errore nell'analisi che aveva appena fatto. E lui lo capì. Se ne accorse nel medesimo istante in cui lo capì Allen, e un brivido gli percorse la schiena. Seppe che non sbagliava perché vide gli occhi dell'avversario brillare, compiaciuti.

«Stai facendo male i tuoi conti. Stai trascurando un particolare», osservò Allen.

Reacher non rispose.

«In questo momento, ci troviamo in una situazione di stallo. E sarà così finché io sarò qui in piedi e tu sarai lì in piedi. Ma tu quanto ci rimarrai?»

Reacher deglutì per il dolore martellante. «Ci rimarrò quanto necessario», ribatté. «Ho un sacco di tempo. Come hai detto tu, sono uno sbandato. Non ho nessun appuntamento urgente.»

Allen sorrise. «Parole audaci. Ma sanguini dalla testa. Lo sai? Hai un pezzo di metallo conficcato nella fronte. Lo vedo da qui.»

Jodie annuì disperatamente, gli occhi colmi di terrore.

«Verifica, signor Curry. Diglielo tu», ordinò Allen.

L'uomo seduto sul divano si spostò e si mise in ginocchio sul pavimento.

Tenendosi fuori della portata dell'arma di Reacher, voltò la testa per guardare. Poi il suo volto fece una smorfia di disgusto. «È un chiodo. Un chiodo da carpentiere. Hai un chiodo in testa», confermò.

«Un chiodo del banco della reception», precisò Allen.

Curry si riabbassò e Reacher capì che era vero. Non appena l'uomo ebbe pronunciato quelle parole, il dolore raddoppiò, si quadruplicò, esplose. Era una fitta penetrante, al centro della fronte, due centimetri sopra l'occhio.

L'adrenalina l'aveva tenuto un po' a freno, ma non durava per sempre. Jack si costrinse a pensare ad altro, con tutta la sua forza di volontà, però il dolore era sempre lì. Rabbioso, lacerante, gli causava nausea, gli pulsava nella testa, inviando lampi luminosi agli occhi. Il sangue gli aveva ormai in-zuppato la camicia, fino alla vita. Reacher batté le palpebre, ma dall'occhio sinistro non vide nulla. Era pieno di sangue. E sangue gli scorreva lungo il collo, lungo il braccio sinistro, e gli gocciolava dalla punta delle dita. «Sto bene. Non preoccupatevi per me», mentì.

«Parole audaci, ma false. Ti senti male e stai perdendo molto sangue.

Non sopravvivrai, Reacher. Pensi di essere un duro, invece non sei nulla in confronto a me. Mi sono trascinato lontano dall'elicottero senza una mano, avevo le arterie recise, ero in fiamme. Sono sopravvissuto in quelle condizioni per tre settimane nella giungla. Poi sono tornato a casa, libero, e ho convissuto col pericolo per trent'anni. Dunque, il duro qui sono io. Sono l'uomo più in gamba del mondo. Mentalmente e fisicamente. Non potresti resistermi nemmeno senza un chiodo in quella dannata testa. Perciò non il-luderti.»

Jodie lo stava fissando. I suoi capelli avevano assunto il colore dell'oro nella luce soffusa che penetrava dalle veneziane; le ricadevano sul viso, divisi dalla curvatura della fronte. Riusciva a vederle gli occhi, la bocca e la linea del collo. Il suo corpo forte e snello, teso contro il braccio di Allen.

L'uncino luccicante contrastava col colore del suo vestito. Il dolore gli stava spaccando la testa; la camicia, inzuppata di sangue e sudore, era fredda sulla pelle. Jack sentiva il sangue in bocca: aveva un sapore metallico, co-me d'alluminio. Cominciava a percepire i primi, deboli tremori alla spalla; la Steyr iniziava a diventare pesante.

«In più, sono motivato. Ho lavorato sodo per ottenere ciò che ho e non ho intenzione di perdere tutto. Sono un genio e un sopravvissuto. Pensi che mi lascerò sconfiggere? Pensi di essere la prima persona che ci abbia provato?» incalzò Allen.

Reacher vacillò.

«Ora alzeremo un po' la posta in gioco», gli urlò l'uomo con l'uncino.

Sollevò Jodie con tutta la forza del braccio. Le conficcò la pistola tanto in profondità che la donna si piegò per sfuggire alla pressione, chinandosi in avanti e di lato. Lui la tirò su, in modo da farsi scudo col suo corpo. Poi l'uncino si mosse; il braccio smise di schiacciarle la vita e si spostò sul petto. L'uncino le solcò il seno e Jodie trasalì per il dolore. Dopodiché il braccio continuò l'ascesa finché non formò un angolo acuto, schiacciandole il corpo, e la punta metallica non ebbe raggiunto il viso. Poi il gomito ruotò verso l'esterno e la punta affondò nella pelle della guancia.

«Potrei sfregiarla», minacciò Allen. «Potrei rovinarle il volto, e tu non potresti fare nient'altro che sentirti peggio. La tensione fa star male, vero?

Il dolore... Stai cominciando a cedere, vero? Stai uscendo di scena, Reacher. Stai crollando. E quando sarai a terra la situazione di stallo finirà, credimi.»

Reacher rabbrividì. Non per il dolore, ma perché sapeva che Allen aveva ragione. Si sentiva le ginocchia: erano al loro posto, ed erano forti. Ma un uomo in forma non sente mai le proprie ginocchia, che fanno parte di lui.

Sentire che sostengono valorosamente centotredici chili di peso significa che molto presto non lo reggeranno più. È un preallarme.

«Stai cedendo, Reacher. Tremi, lo sai? Ci stai lasciando. Tra un paio di minuti verrò lì e ti sparerò in testa. Avrò tutto il tempo del mondo», infierì Allen.

Jack continuava a rabbrividire. Riesaminò la situazione: pensare era difficile; provava un senso di vertigine. Aveva una ferita aperta nella testa, un chiodo gli era penetrato nel cranio. All'improvviso, ebbe una visione di Nash Newman che sollevava alcune ossa durante una lezione. Forse l'avrebbe spiegato ai suoi alunni, tra molti anni. «Un oggetto appuntito è penetrato nel lobo frontale - qui -, perforando le meningi e causando un'e-morragia...» La pistola gli tremava in mano. D'un tratto, ecco Leon, acci-gliato, che borbottava: «Se il piano A non funziona, passa al piano B».

Poi fu la volta del poliziotto della Louisiana, il tizio conosciuto anni prima, in un'altra vita, che discorreva dei suoi revolver calibro 38, che gli stava dicendo: «Non puoi assolutamente contare su una pistola del genere per bloccare un uomo, non se sta venendo verso di te fatto e strafatto». Reacher rivide la faccia triste dell'uomo. «Non puoi contare su una calibro 38

per atterrare un uomo. Una calibro 38 a canna corta, poi, è pure peggio. È

difficile colpire un bersaglio con una canna corta, soprattutto con una donna che si divincola fra le tue braccia. Benché il fatto che si agiti possa, in-volontariamente, farti colpire in pieno il bersaglio». Gli girava la testa, era come se un gigante gliela stesse spappolando con un martello pneumatico.

L'occhio destro era spalancato, asciutto e pungente, come vi fossero con-ficcati degli aghi. Ancora cinque minuti... Poi sarò finito, pensava Jack.

Era in un'auto a noleggio, accanto a Jodie, stavano tornando dallo zoo. Lui stava parlando. In macchina faceva caldo perché il sole picchiava attraverso i vetri. Psicologia. È alla base di ogni truffa. Racconti alle persone ciò che vogliono sentire, le stava dicendo. La Steyr gli tremò in mano. D'accordo, Leon, ecco il piano B. Vediamo se ti piace, pensò. Le ginocchia si piegarono e Reacher barcollò. Tornò in posizione eretta e puntò la Steyr contro l'unico, sottile filo argenteo della testa di Allen che riusciva a scorgere. La bocca della pistola ondeggiò, formando un cerchio. Dapprima un cerchio piccolo, poi uno più grande, a mano a mano che il peso dell'arma aveva la meglio sulla sua spalla. Jack tossì ed espulse il sangue dalla bocca. La Steyr si stava abbassando. Vide il mirino anteriore scendere, come se qualcuno lo tirasse verso il basso; cercò di risollevarlo, ma sembrava pesare una tonnellata. Si sforzò di alzare la mano, però riuscì a muoverla solo di lato, come se fosse deviata da una forza invisibile. Le ginocchia gli si piegarono ancora e Reacher scattò di nuovo in posizione eretta, quasi fosse in preda a uno spasmo. La Steyr era a chilometri di distanza, puntata in basso a destra, sulla scrivania. Il polso era bloccato dal suo peso e il braccio si stava flettendo. La mano di Allen si sta muovendo. La guardò con un occhio solo e si domandò: Quello che provo per Jodie è come la droga? È come essere fatto e strafatto? La canna del revolver emerse da una piega del tessuto e si staccò dalla giacca di lei. Ce la farò? Le ginocchia lo stavano abbandonando; iniziò a tremare. Aspetta. Solo un attimo. Il polso di Allen scattò in avanti; lo vide muoversi in fretta. Vide il buco nero della canna d'acciaio, che si era allontanata dal corpo di Jodie. La donna abbassò di colpo la testa. Reacher risollevò la Steyr e la portò molto vicino al bersaglio, prima che Allen facesse fuoco. Mancavano solo cinque centimetri, non di più. Cinque schifosi centimetri. Veloce, ma non abbastanza,

pensò. Vide il cane del revolver scattare in avanti e un treno merci lo colpì al petto. Il ruggito dello sparo si perse nel violento impatto del proiettile contro il suo corpo. Fu come un colpo sferrato con un martello gigante.

Rimbombò e lo assordò, però non sentì dolore. Solo un'intensa sensazione di freddo, d'intorpidimento al petto e un vuoto silenzioso, una calma totale nella mente. Cercò di pensare per una frazione di secondo, lottò per rimanere saldo sulle gambe e tenne l'occhio aperto per un tempo sufficiente da concentrarsi sullo sbuffo nero proveniente dal silenziatore della Steyr. Poi, all'ultimo momento, spostò l'occhio e guardò la testa di Allen esplodere, a quattro metri di distanza. Sangue e ossa vennero proiettati nell'aria, in una nuvola che si allargò come nebbia. Reacher si chiese se Allen fosse morto, si rispose che doveva esserlo per forza e, solo allora, si lasciò andare, rote-ando gli occhi e cadendo all'indietro, in quell'oscurità silenziosa che continua per sempre e non finisce mai.