9
Marilyn Stone saltò il pranzo perché era molto occupata, ma non vi fece nemmeno caso, dato che si sentiva soddisfatta del nuovo aspetto che la ca-sa stava assumendo. Si rese conto che stava considerando l'intera questione con fare molto distaccato, il che la sorprese un po' perché, dopotutto, era la sua casa che si apprestava a vendere, la propria dimora, il luogo che aveva scelto con cura, attenzione ed entusiasmo, non molti anni prima. Era stata la casa dei suoi sogni, molto più grande e più bella di quanto si fosse aspettata. Allora, il semplice pensiero di andarci a vivere le provocava un brivido di felicità. Quando aveva traslocato, le era sembrato di essere morta e resuscitata in paradiso; in quel momento invece la guardava come una merce da esposizione, una proposta immobiliare, senza vedere le stanze che aveva arredato e in cui aveva vissuto spensieratamente. Nessun dolore, nessuno sguardo malinconico ai luoghi in cui lei e Chester avevano scher-zato, riso, mangiato e dormito. Solo una forte determinazione a rendere la casa più bella che mai.
Gli addetti al trasloco erano arrivati per primi, proprio come aveva pianificato. Aveva fatto togliere la credenza dal corridoio e la poltrona di Chester dal salotto, non perché fosse brutta, ma perché era decisamente particolare. Si trattava della poltrona preferita del marito, scelta nel modo con cui tutti gli uomini scelgono le cose, per il comfort e la funzionalità più che per lo stile. Era l'unico mobile che avevano portato dalla vecchia casa.
Lui l'aveva sistemata obliquamente, accanto al camino. Giorno dopo giorno, Marilyn aveva imparato ad apprezzarla, giacché conferiva alla stanza un'atmosfera accogliente: era il tocco che trasformava quella stanza degna di una rivista d'arredamento in un ambiente vissuto e familiare. E proprio per quello doveva essere eliminata. Dopo una lunga e sofferta riflessione, Marilyn fece anche togliere dalla cucina il massiccio tavolo da macellaio, che conferiva al locale un aspetto funzionale, quasi fosse un autentico luogo di lavoro e raccontava dei lauti pranzi organizzati e preparati tra quelle mura. Senza il tavolo, tuttavia, c'era una distesa ininterrotta di nove metri di pavimento piastrellato, dalla porta al bovindo. Marilyn sapeva che, con una lucidata alle piastrelle, la luce della finestra avrebbe trasformato quei nove metri in una marea di spazio. Si era messa nei panni di un potenziale acquirente e si era chiesta: Che cosa mi colpirebbe di più? Una cucina seria? O una cucina sfacciatamente spaziosa? Quindi il tavolo era finito sul camion dei traslochi, seguito immediatamente dal televisore dello studio.
Chester aveva un problema con gli apparecchi televisivi. I video avevano ucciso l'home-movie e la sua attività, e lui non era propenso a comprare i prodotti più moderni dei suoi concorrenti. Per tale ragione, il televisore era un RCA ormai obsoleto, e nemmeno da incasso. Aveva una modanatura lucida e sporgente di finto cromo intorno allo schermo, che ricordava una boccia per pesci di colore grigiastro. Dal treno che fermava alla stazione della 125th Street, la signora Stone aveva visto apparecchi migliori abbandonati sui marciapiedi. Per quella ragione lo aveva fatto togliere dallo studio e al suo posto aveva fatto mettere la libreria della stanza degli ospiti, che le sembrava stesse molto meglio. Col mobile, coi divani in pelle e coi paralumi scuri, la stanza aveva un'aria più raccolta e adatta alla concentra-zione, come se il compratore stesse acquistando uno stile di vita, non una semplice casa. Marilyn trascorse un po' di tempo a scegliere libri da disporre sui tavolini da caffè. Poi arrivò il fiorista con varie scatole di cartone piene di fiori. Aveva detto alla domestica di lavare tutti i vasi e di co-piare le composizioni floreali da una rivista. Il ragazzo dell'ufficio di Sheryl le portò il cartello IN VENDITA e Marilyn glielo fece piantare sul prato, accanto alla cassetta delle lettere. Poi, nel medesimo istante in cui gli addetti ai traslochi se ne andavano, giunse la squadra di giardinieri.
La donna condusse il capo giardiniere sul prato, gli spiegò che cosa desiderava e tornò in casa, qualche istante prima che si udisse il rumore delle falciatrici. Il ragazzo della piscina bussò alla porta insieme con la squadra delle pulizie. Marilyn guardò entrambi, chiedendosi a chi rivolgersi per primo. Quindi chiese agli addetti delle pulizie di attendere e portò il ragazzo alla piscina, per mostrargli il lavoro da svolgere. Corse poi in casa, rendendosi conto di aver saltato il pranzo; era affamata, ma raggiante di soddisfazione per i progressi che stava facendo.
I coniugi Hobie accompagnarono Reacher lungo il corridoio. Il vecchio inspirò abbastanza ossigeno da riuscire ad alzarsi, poi portò il carrello con la bombola davanti a sé, in parte appoggiandovisi come fosse un bastone, in parte spingendolo come una sacca di mazze da golf. La moglie avanzò davanti a lui, frusciando, sfiorando con la gonna gli stipiti della porta e le pareti dello stretto corridoio. Reacher li seguì, la cartellina di pelle sotto il braccio. La vecchia signora armeggiò con la serratura, mentre il marito rimase in piedi, ansante, aggrappato alla maniglia del carrello. La porta si aprì, lasciando entrare una ventata d'aria fresca.
«Nessuno dei vecchi amici di Victor vive più da queste parti?» s'informò Jack.
«Ha qualche importanza, maggiore?»
Tempo prima, Reacher aveva imparato che il modo migliore per preparare le persone alle brutte notizie consisteva nello scavare a fondo, nel partire dagli inizi. La gente ascoltava con più attenzione se pensava che fossero state vagliate tutte le possibilità. «Ho bisogno di ricostruire un po' il suo passato», disse allora.
I due anziani sembrarono disorientati, ma pur sempre disposti a collaborare, dato che Jack rappresentava la loro ultima speranza. Aveva letteral-mente tra le mani la vita di loro figlio.
«Ed Steven, credo, al negozio di ferramenta», rispose alla fine Mary. «È
stato molto amico di Victor, dall'asilo fino alle superiori. Ma si tratta di trentacinque anni fa, maggiore. Non vedo che importanza possa avere o-ra.»
Effettivamente, non ne aveva.
«Ho il vostro numero di telefono... Vi chiamerò non appena saprò qualcosa», promise Reacher.
«Contiamo su di lei», rispose Mary.
«È stato un piacere conoscervi. Grazie per il caffè e per la torta. Mi dispiace molto per la situazione in cui vi trovate.»
La coppia non rispose. Jack aveva pronunciato una frase inopportuna.
Trent'anni di sofferenza, e lui si rammaricava per la situazione? Si voltò, strinse le loro fragili mani, uscì sul viottolo invaso dall'erba e si accinse a tornare alla Taurus, il fascicolo in mano, lo sguardo fisso in avanti. Fece retromarcia lungo il vialetto, sfiorando la vegetazione, e uscì sulla strada.
Svoltò a destra e si diresse a sud. La città di Brighton si profilò davanti a lui, mentre la strada si allargava, facendosi più uniforme. C'erano una stazione di servizio, una caserma dei pompieri, un piccolo parco comunale col campo da baseball, un supermercato con annesso un ampio parcheggio, una banca e una serie di piccoli negozi con la facciata in comune, un po'
più arretrati rispetto alla strada.
Il parcheggio del supermercato sembrava essere il centro geografico della città. Jack vi passò accanto lentamente e scorse un asilo con una fila di arbusti in vaso. Poi un largo capannone, dipinto di rosso scuro, eretto in un appezzamento indipendente: FERRAMENTA STEVEN, diceva il cartello.
Jack parcheggiò accanto a un deposito di legname, sul retro. L'entrata era costituita da una porta insignificante, posta in una parete lontana del magazzino, che si apriva su un labirinto di corsie, stipate di tutte quelle cose che Jack non aveva mai avuto bisogno di comprare: viti, chiodi, bulloni, attrezzi vari, bidoni dell'immondizia, cassette delle lettere, pannelli di vetro, finestre, porte, vasi di vernice. Quel dedalo conduceva a un nucleo centrale, dove quattro banconi erano disposti a quadrato, sotto le luci al neon. All'interno del quadrato, si trovavano un uomo e due ragazzi, vestiti con jeans, camicia e un grembiule di tela rossa. L'uomo era piccolo ed esile, sui cinquant'anni; i ragazzi erano chiaramente figli suoi, versioni più giovani dello stesso viso e dello stesso fisico, intorno ai diciotto-vent'anni.
«Ed Steven?» chiese Reacher.
L'uomo annuì, inclinando la testa e sollevando le sopracciglia, come chi è abituato da trent'anni a trattare richieste di fornitori e clienti.
«Vorrei parlarle di Victor Hobie.»
Il negoziante lo fissò, inespressivo, poi scambiò un'occhiata coi ragazzi, come se stesse tornando indietro nel tempo, prima della nascita dei figli, al momento in cui aveva incontrato per l'ultima volta Victor Hobie.
«È morto in Vietnam, giusto?»
«Ho bisogno di ricostruire il suo passato.»
«Sta facendo ancora ricerche per i suoi vecchi?» Pronunciò senza sorpresa quelle parole, nelle quali si percepiva anche un pizzico di noia. Era come se i problemi degli Hobie fossero noti in città e, benché tollerati, non suscitassero più molta compassione.
«Devo farmi un'idea di che tipo fosse. Mi hanno detto che lei lo conosceva bene.»
Steven gli rivolse un altro sguardo assente. «Be', lo conoscevo. Ma eravamo ragazzini. L'ho visto una sola volta, terminata la scuola superiore.»
«Potrebbe dirmi qualcosa di lui?»
«Sono molto occupato. Devo scaricare del materiale.»
«Potrei darle una mano, mentre lei mi racconta qualcosa.»
Steven fece per dire di no, ma poi diede un'occhiata a Reacher, vide la sua stazza e sorrise come un operaio cui è stato appena consegnato un carrello elevatore. «D'accordo. Andiamo fuori, sul retro», assentì.
L'uomo uscì da dietro il bancone e condusse Reacher attraverso una porta posteriore. Fuori, li attendeva un pick-up impolverato, parcheggiato al sole, accanto a una tettoia di lamiera. Il furgone era carico di sacchi di cemento, e gli scaffali sotto la tettoia erano vuoti. Jack si tolse la giacca e la posò sul cofano del veicolo. I sacchi erano di carta pesante ma, grazie alla sua esperienza con la squadra delle piscine, lui sapeva che, se li avesse presi con due mani nel mezzo, si sarebbero piegati su se stessi e, di conseguenza, si sarebbero rotti. Avrebbe dovuto posare un palmo sull'angolo e sollevarli con una mano sola. Ciò gli avrebbe anche evitato di sporcarsi la camicia nuova. I sacchi pesavano cinquanta chili l'uno, perciò ne prese due alla volta, uno per mano, bilanciandoli lontano dal corpo. Steven l'osservò, come fosse un artista che faceva da spalla in un circo.
«Mi racconti di Hobie», grugnì Reacher.
Steven era appoggiato a un pilastro, all'ombra del tetto di lamiera. «È
passato tanto tempo. Che posso dirle? Eravamo ragazzini, capisce? I nostri padri si conoscevano. Il suo era tipografo, il mio gestiva questo negozio, sebbene allora fosse solo un deposito di legname. Siamo stati sempre a scuola insieme. Abbiamo iniziato l'asilo e ottenuto il diploma di scuola superiore negli stessi giorni. Dopodiché l'ho visto solo in un'occasione, quando è tornato dal Vietnam. Era stato laggiù per un anno, e stava per ri-tornarvi.»
«Che tipo era?»
«Sono un po' riluttante a darle un'opinione.»
«Perché? Mi darebbe qualche brutta notizia?»
«No, no, niente del genere», rispose Ed. «Non c'è nulla da nascondere.
Era un bravo ragazzo. Ma sarebbe l'opinione di un ragazzino su un altro ragazzino, risalente a trentacinque anni fa! Potrebbe non essere molto affidabile.»
Jack si fermò, un sacco da cinquanta chili per mano, e lanciò un'occhiata a Steven. Questi era appoggiato al palo col suo grembiulone rosso, magro e in forma, esattamente come Reacher immaginava dovesse essere un commerciante yankee di una piccola città. Il tipo d'uomo il cui giudizio sarebbe potuto essere ragionevolmente fondato. «Certo, capisco, ne terrò conto.»
Steven annuì, come se le regole del gioco fossero state stabilite. «Quanti anni ha lei?»
«Trentotto», rispose Jack.
«È di queste parti?»
«Non sono di nessun posto in particolare.»
«Vede, ci sono un paio di cose che dovrebbe capire», disse Ed. «Questa è una città di provincia, molto molto piccola, e io e Victor siamo nati qui nel '48. Avevamo già quindici anni quando Kennedy è stato assassinato, sedici quando sono arrivati i Beatles e venti quando ci sono stati tutti quei tumulti a Chicago e Los Angeles. Ha capito ciò che intendo?»
«Un mondo diverso», mormorò Reacher.
«Ci può scommettere», ribatté Ed. «Siamo cresciuti in un mondo diverso. L'intera infanzia. Per noi un tipo audace era uno che infilava le figurine del baseball nei raggi delle ruote della sua Schwinn. Deve tenerlo a mente quando ascolta ciò che dico.»
Reacher annuì. Sollevò il nono e il decimo sacco dal fondo del pick-up.
Stava sudando e si chiedeva che cosa avrebbe detto Jodie alla vista della sua camicia.
«Victor era un ragazzo molto serio. Un tipo a posto, normale. E, come le ho detto prima, per fare un paragone, questo accadeva quando tutti noi pensavamo di essere grandi perché stavamo fuori sino alle nove e mezzo il sabato sera, a bere milkshake», continuò Steven.
«Che interessi aveva?» chiese Reacher.
Steven gonfiò le guance e scrollò le spalle. «Che posso dirle? Gli piacevano le cose che piacevano a tutti noi, credo. Il baseball, Mickey Mantle.
Elvis. I gelati e Lone Ranger. Cose del genere. Cose normali.»
«Suo padre sostiene che ha sempre desiderato fare il soldato.»
«Come tutti. Prima i cowboy e gli indiani, poi i soldati.»
«Lei è stato in Vietnam?»
«No, a me il desiderio di fare il soldato era passato. Non perché disap-provassi la guerra. Sa, i capelli lunghi e tutte quelle cose quassù sono arrivate molto, molto dopo. Nessuno si opponeva al servizio militare. E nemmeno mi faceva paura. Allora non c'era nulla di cui aver paura. Noi eravamo gli Stati Uniti, no? Avremmo spaccato il culo a quei musi gialli in sei mesi al massimo. Nessuno aveva paura di andarci. Semplicemente sembrava una cosa fuori moda. Tutti rispettavamo la guerra, tutti amavamo le storie, ma ci sembrava una cosa del passato, capisce? Io volevo mettermi in affari, trasformando l'attività di mio padre in una grande azienda. Mi sembrava la cosa giusta da farsi, qualcosa di più americano che andare in guerra. Allora, la vedevo come una decisione altrettanto patriottica.»
«Ha fatto il militare?» gli domandò Reacher.
«Mi hanno chiamato, ma avevo fatto domanda al college, perciò mi hanno saltato a piè pari.»
«Come ha reagito Victor quando glielo ha detto?»
«Non ha detto nulla perché non ce n'era motivo. Non ero contrario alla guerra, sostenevo la causa del Vietnam, come chiunque altro. Si trattava di una scelta personale, tra una cosa del passato e una del futuro. Io avevo optato per la seconda, Victor era invece per l'esercito. Sembrava ritenerla una cosa più seria, ma in verità era molto influenzato dal suo vecchio, sergente maggiore durante la seconda guerra mondiale; mio padre invece, soldato di fanteria, era stato mandato nel Pacifico. Pareva che Victor fosse convinto che la sua famiglia non avesse contribuito a sufficienza alla causa, perciò lo sentiva come un dovere. Ora sembra una stupidaggine, vero? Il dovere.
Ma, a quei tempi, tutti la pensavamo così. Non si può fare un paragone coi ragazzi di oggi. Eravamo molto seri e all'antica da queste parti, Victor forse un po' più degli altri. Molto serio, coscienzioso. Ma in realtà non era fuori dell'ordinario.»
Reacher aveva già trasportato tre quarti dei sacchi. Si fermò e si appoggiò alla porta del pick-up. «Era intelligente?» chiese.
«Abbastanza, credo», rispose Steven. «Andava bene a scuola, tuttavia non era proprio un genio. Alcuni di noi sono diventati avvocati o dottori.
Uno è andato a lavorare alla NASA, era un po' più giovane di me e di Victor... Sì, era brillante, ma aveva dovuto lavorare sodo per ottenere il diploma, se ben ricordo.»
Reacher riprese a scaricare il cemento. Aveva cominciato col riempire gli scaffali più lontani e ne era contento; le braccia iniziavano a dolergli.
«Si è mai cacciato nei guai?»
Steven sembrò spazientito. «Guai? Lei non mi ha ascoltato. Victor era dritto come un fuso, in un'epoca in cui il ragazzo peggiore sarebbe oggi considerato un angelo.»
Rimanevano sei sacchi. Reacher si asciugò le mani sui pantaloni. «Co-m'era quando l'ha visto l'ultima volta, fra i due turni?»
Steven sembrò riflettere. «Un po' più maturo, credo. Io ero invecchiato di un anno, lui di cinque. Ma era rimasto lo stesso, sempre serio, sempre coscienzioso. Quand'era tornato a casa, gli avevano organizzato una parata, per via della medaglia. Lui però sembrava molto imbarazzato e aveva detto che la medaglia non significava nulla. Poi era ripartito. E non aveva fatto più ritorno.»
«E lei come l'ha presa?»
Ed rimase in silenzio per un po', infine rispose: «Molto male. Lo conoscevo da una vita. Avrei preferito che tornasse, naturalmente, ma ero contento che non l'avesse fatto su una sedia a rotelle o qualcosa del genere, come molti altri soldati».
Reacher depose l'ultimo sacco sullo scaffale e si appoggiò al palo di fronte a quello di Steven. «E che mi dice del mistero? Di quello che gli è accaduto?»
Ed scosse la testa e abbozzò un sorriso triste. «Non c'è nessun mistero. È
stato ucciso: sono i genitori che si rifiutano di accettare tre spiacevoli verità, tutto qui.»
«Cioè?»
«È semplice. Verità numero uno: il loro ragazzo è morto. Verità numero due: è morto laggiù, in qualche foresta impenetrabile, abbandonata da Dio, dove nessuno lo troverà mai. Verità numero tre: il governo, a quel tempo, aveva smesso di annotare i dispersi come vittime, in modo da mantenere il loro numero a livelli accettabili. C'erano... Quanti? Forse dieci ragazzi sull'elicottero di Vic quando lui è stato abbattuto. Quei dieci nomi non sono stati letti nell'edizione serale del telegiornale. È stata una scelta politica ed è troppo tardi perché oggi si ammetta qualcosa.»
«Questa è la sua opinione?»
«Certamente», rispose Ed Steven. «La guerra è finita male, e il governo con essa. Si è trattato di un duro colpo per la mia generazione, lasci che glielo dica. A voi, più giovani, sembra normale, ma le assicuro che le persone anziane come gli Hobie non se ne faranno mai una ragione.» Tacque, guardando distrattamente il pick-up vuoto e poi gli scaffali pieni. «Ha spostato una tonnellata di cemento. Vuole entrare a rinfrescarsi un po'? Le offro una bibita.»
«Ho bisogno di mangiare qualcosa. Ho saltato il pranzo», rispose Reacher.
«Si diriga a sud. C'è un locale proprio dietro la stazione ferroviaria. E là che andavamo a bere un milkshake fino alle nove e mezzo del sabato sera, pensando di essere Frank Sinatra.»
Ovviamente il ristorante era cambiato numerose volte dal tempo in cui audaci ragazzini con le loro figurine del baseball, in sella alle biciclette, vi andavano a bere un milk-shake, il sabato sera. Era diventato un locale stile anni 70, basso e quadrato, la facciata di mattoni, il tetto rosso, con un tocco anni '90 dato dagli elaborati disegni al neon, rosa e blu, di ogni finestra.
Reacher prese il raccoglitore di pelle ed entrò nel locale freddo, che aveva un odore di freon, di hamburger e di detergente per mobili. Si sedette al bancone; una ragazzona allegra, sui vent'anni, gli porse piatto, posate e tovagliolo e gli mise davanti un menu gigante con le fotografie delle pietan-ze accanto alla loro descrizione. Jack ordinò un hamburger con formaggio svizzero, insalata di cavoli e anelli di cipolla, e scommise con se stesso che non sarebbe stato neanche lontanamente simile a quello illustrato nel me-nu. Bevve la sua acqua ghiacciata e ne ordinò un'altra prima di aprire il raccoglitore. Quindi si concentrò sulle lettere scritte da Victor ai genitori.
Erano ventisette in totale, tredici dalle basi di addestramento e quattordici dal Vietnam. Confermavano tutto ciò che aveva udito da Ed Steven.
Grammatica corretta, ortografia corretta, espressioni chiare e concise. La stessa calligrafia usata da tutti gli americani colti, tra gli anni '20 e gli anni
'60, anche se lievemente inclinata all'indietro. Era di sicuro mancino. Nessuna delle ventisette lettere recava più di tre o quattro righe sulla seconda pagina. Un ragazzo diligente, una persona che conosceva quella regola della buona educazione che bolla come sgarbato mandare una lettera personale composta di un unico foglio. Un individuo normale, conformista, mono-tono, mancino, diligente e garbato, con una buona istruzione, ma non proprio un genio.
La ragazza gli portò l'hamburger. Andava bene, ma era molto diverso da quello gigantesco raffigurato sulla carta. L'insalata di cavoli nuotava nell'aceto bianco, in una ciotola di carta ondulata, e gli anelli di cipolla erano affumicati e uniformi, simili a pneumatici marroni in miniatura. Il formaggio era trasparente, tanto l'avevano tagliato sottile, ma, perlomeno, sapeva di formaggio.
La foto scattata dopo la parata a Rucker era più complicata da interpretare. Appariva un po' sfocata e il berretto faceva ombra sugli occhi di Victor.
Le spalle erano diritte, il corpo teso. Scoppiava d'orgoglio oppure era imbarazzato dalla presenza della madre? Difficile dirlo. Alla fine, Reacher optò per l'orgoglio: la bocca formava una linea sottile, gli angoli un po'
piegati verso il basso, come quando si cerca di controllare i muscoli faccia-li per evitare un sorriso di gioia. Era una fotografia di un ragazzo al culmine della vita, ogni scopo raggiunto, ogni sogno realizzato. Due settimane più tardi, quello stesso ragazzo era di nuovo oltreoceano. Reacher scartabellò fra le lettere, in cerca del messaggio da Mobile. Era stato scritto da una cuccetta, prima che la nave salpasse, e spedito da un funzionario dell'Alabama. Frasi sobrie, una pagina e un quarto. Non v'era traccia di emozioni.
Pagò il conto e lasciò due dollari di mancia alla cameriera, per ringraziarla della sua allegria. Lei avrebbe scritto ai suoi una pagina e un quarto di frasi vuote il giorno in cui fosse andata in guerra? No, ma lei non ci sarebbe mai andata. L'elicottero di Victor era caduto forse sette anni prima della sua nascita e il Vietnam era qualcosa per cui aveva sofferto a scuola, sui libri di storia.
Era troppo presto per tornare a Wall Street. Jodie gli aveva dato appuntamento alle sette: doveva attendere almeno altre due ore. Salì in macchina e accese l'aria condizionata per rinfrescare l'abitacolo. Poi aprì la cartina della Hertz sulla cartelletta di pelle rigida e tracciò un percorso a partire da Brighton. Poteva imboccare la Route 9 verso sud fino alla Bear Mountain Parkway, poi la Bear a est fino alla Taconic, questa verso sud fino alla Sprain, la quale l'avrebbe portato direttamente sulla Bronx River Parkway.
Seguendo quella strada, avrebbe raggiunto il Giardino Botanico, un luogo in cui non era mai stato e che, in quel momento, avrebbe visitato volentie-ri.
Marilyn pranzò poco dopo le tre del pomeriggio. Aveva controllato il lavoro effettuato dagli addetti alle pulizie, prima di lasciarli andare, e non aveva avuto nulla da eccepire. Avevano usato un aspirapolvere a vapore sul tappeto del corridoio, dato che quello era il modo migliore per eliminare le tacche lasciate dai piedi della credenza. Il vapore gonfiava le fibre di lana e, dopo aver passato accuratamente l'aspirapolvere, nessuno si sarebbe mai accorto che in quel punto c'era stato un mobile pesante.
La donna si fece una lunga doccia, poi asciugò il box con un canovaccio per lasciare le piastrelle asciutte e brillanti. Si pettinò e lasciò che i capelli si asciugassero all'aria; sapeva che l'umidità di giugno glieli avrebbe arricciati lievemente. Poi si vestì. In realtà, si mise addosso soltanto il vestito preferito da Chester: una sorta di sottoveste di seta rosa scuro, che risaltava meglio senza niente sotto. Le arrivava appena sopra il ginocchio e, sebbene non fosse proprio aderente, le avvolgeva le parti giuste, quasi fosse stata realizzata su misura per lei. In effetti era proprio così, sebbene Chester non lo sapesse, convinto che fosse soltanto un acquisto fortunato. La moglie era felice di lasciarglielo credere, perché si sentiva un po' impudente ad ammettere di essersi fatta confezionare un capo tanto sexy. Chester lo considerava seducente e sensuale. Quella sera, lui avrebbe avuto bisogno di distrarsi: sarebbe rientrato e avrebbe trovato la casa in vendita e la moglie al comando. Da qualunque prospettiva Marilyn la guardasse, sarebbe stata una serata difficile, e lei era pronta a usare qualsiasi vantaggio di cui potesse disporre. Scelse le scarpe di Gucci che facevano pendant col colore dell'abito e le allungavano le gambe. Poi scese in cucina a pranzare - una mela e un pezzo di formaggio magro -, e risalì per lavarsi i denti e truccarsi. Essendo nuda sotto il vestito e coi capelli sciolti, sarebbe stato più logico non truccarsi, però Marilyn sapeva di essere un po' troppo in là con gli anni per potersela cavare senza trucco, perciò iniziò una lunga preparazio-ne, il cui risultato sarebbe stato un trucco naturale. Le occorsero venti minuti; dopodiché passò alle unghie delle mani e dei piedi: era convinta che fossero un particolare importante. Infine si mise il suo profumo preferito.
D'un tratto, squillò il telefono. Era Sheryl. «Marilyn? Sei ore e hanno già abboccato!»
«Davvero? Chi? E come?»
«Il primo giorno, prima ancora di essere inserita su una rivista! Non è magnifico? Si tratta di un signore che vuole trasferirsi con la famiglia. Stava visitando la zona per farsi un'idea, quando ha visto il cartello. È subito venuto da me per i particolari. Sei pronta? Posso portartelo subito?»
«Caspita! Subito? Così in fretta? Ma sì, credo di essere pronta. Che pensi, Sheryl? Credi sia un compratore serio?»
«Assolutamente sì, ed è qui solo oggi. Stasera deve tornare a casa, nell'Est.»
«Bene, portalo. Sarò pronta.»
Avrebbe dovuto ripetere l'intera routine prima del loro arrivo. Quindi si mosse rapida, senza tuttavia agitarsi. Riattaccò il telefono e corse in cucina ad accendere il forno al minimo, mise alcuni chicchi di caffè su un piattino e lo posò sul ripiano centrale. Chiuse il forno e si voltò verso il lavandino.
Gettò il torsolo di mela nel cestino e mise il piatto nella lavastoviglie. Asciugò il lavabo con un tovagliolo di carta, poi fece qualche passo indietro ed esaminò la stanza, le mani sui fianchi. Andò alla finestra e inclinò la veneziana finché la luce non colpì il pavimento.
«Perfetto», mormorò.
Poi corse in cima alle scale e controllò tutte le stanze, a una a una, siste-mando i fiori, aprendo o chiudendo le veneziane e gonfiando i cuscini. Accese lampade ovunque; aveva letto che illuminare l'ambiente dopo che l'acquirente è già nella stanza dà l'idea che la casa sia buia, perciò era meglio accenderle fin dal principio, per dare un messaggio di allegro benvenuto.
Ridiscese le scale, entrò nel tinello e aprì le veneziane perché si vedesse la piscina. Poi passò allo studio, accese le lampade da lettura e chiuse le tende per creare una penombra accogliente. Quindi si precipitò in salotto.
Accidenti, il tavolino di Chester era ancora là, vicino allo spazio lasciato vuoto dalla poltrona. Come aveva potuto scordarlo? Lo afferrò e corse verso le scale della cantina. A quel punto udì l'auto di Sheryl. Aprì la porta della cantina, corse di sotto, mollò il tavolino e tornò di sopra; chiuse la porta e si diresse in bagno. Sistemò l'asciugamano degli ospiti, si passò una mano tra i capelli e si guardò allo specchio. Dio! Indossava l'abito di seta.
Con nulla sotto! Il tessuto sottile le aderiva alla pelle. Che diavolo avrebbe pensato il potenziale acquirente, vedendola? Il campanello squillò. Marilyn s'impietrì. Aveva tempo per cambiarsi? Naturalmente no. Erano alla porta e avevano suonato. Una giacca, qualcosa? Si udì un altro squillo. Trasse un respiro profondo, si sistemò l'abito, raggiunse la porta e la aprì.
Sheryl le fece un grande sorriso, ma Marilyn stava già guardando il compratore. Era un uomo piuttosto alto, sui cinquanta, cinquantacinque anni, i capelli grigi, l'abito scuro. Era voltato di lato e stava osservando gli alberi lungo il viale. La donna gli guardò le scarpe, perché Chester diceva sempre che la ricchezza e l'educazione si vedono dai piedi. Erano di buona qualità, Heavy Oxford, ben lucidate. Lei abbozzò un sorriso. Sarebbe stato l'uomo giusto? Avrebbe venduto la casa in sei ore? Certo, sarebbe stato un gran colpo. Fece un sorriso cospiratore a Sheryl e si rivolse all'uomo.
«Entrate», esclamò allegramente, porgendogli la mano.
Il cliente si voltò e si mise a fissarla sfacciatamente. La donna si sentì nuda sotto il suo sguardo... e, in effetti, lo era quasi. Ma il fatto era che anche lei si scoprì incapace di distogliere lo sguardo, per via delle terrìbili ustioni. Un lato del volto era un ammasso di cicatrici. Marilyn mantenne il sorriso e la mano tesa verso di lui. Qualche istante dopo, l'uomo alzò la sua... Solo che non si trattava di una mano, bensì di un uncino di metallo.
Non una mano artificiale, non una protesi sofisticata, solo un'ansa metallica di acciaio lucente.
Reacher parcheggiò accanto al marciapiede, fuori dell'edificio di Wall Street, dieci minuti prima delle sette. Tenne il motore acceso e scandagliò lo spazio triangolare che aveva il vertice presso la porta d'entrata del palazzo e che si estendeva lateralmente nella piazza, oltre l'area in cui qualcuno avrebbe potuto avvicinare Jodie prima di lui. Nessuno all'interno di quello spazio lo preoccupava. Nessuno era fermo, nessuno osservava la porta, c'era solo un esiguo flusso d'impiegati che si facevano largo sul marciapiede, giacca sul braccio e ventiquattrore in mano. Molti di loro si dirigevano verso la metropolitana, gli altri zigzagavano fra le auto, in cerca di un taxi.
I veicoli parcheggiati erano innocui. C'erano un camion dell'UPS, due macchine avanti alla sua e un paio di auto di servizio con accanto i relativi autisti che scrutavano la folla in cerca del proprio passeggero. Un viavai inoffensivo al termine di una giornata faticosa. Reacher tornò in macchina, senza smettere di guardare in tutte le direzioni, per poi tornare a fissare la porta girevole.
Jodie uscì prima delle sette, prima di quanto Jack si aspettasse. La vide attraverso il vetro, nella reception; vide i suoi capelli, il vestito e, in un lampo, le gambe, mentre si avvicinava all'uscita. Si domandò per un istante se non lo avesse aspettato. Il tempismo era perfetto, forse aveva visto l'auto dall'alto e aveva preso subito l'ascensore. Jodie spinse la porta e uscì nella piazza; Reacher scese dalla macchina e si portò dall'altro lato per attender-la. La donna aveva con sé la sua valigetta; attraversò un fascio di sole e i capelli s'illuminarono come un'aureola. Da una distanza di circa dieci metri, gli sorrise. «Ciao, Reacher», esclamò.
«Ciao, Jodie.»
Sapeva qualcosa, glielo si leggeva in faccia. Aveva grandi notizie per lui, ma sorrideva come se avesse intenzione di tenerlo sulle spine.
«Che cosa c'è?» indagò Jack.
«Prima tu, va bene?»
Si sedettero nell'auto e Jack le riferì tutto ciò che gli aveva raccontato l'anziana coppia. Al che, il sorriso di Jodie svanì; la giovane divenne scura in volto. Jack le porse il raccoglitore di pelle e lasciò che lo esaminasse, mentre lui affrontava il traffico che procedeva in senso antiorario in una piazza stretta che portava a sud, su Broadway, a due isolati dalla casa di lei. Accostò al marciapiede di fianco a un caffè. Jodie stava leggendo il rapporto di Rutter e studiava la foto dell'uomo grigio ed emaciato e del soldato asiatico.
«Incredibile», mormorò.
«Dammi le chiavi. Prenditi un caffè, io tornerò a riprenderti a piedi, do-po aver controllato l'edificio», le disse Jack.
Lei non fece obiezioni. La fotografia l'aveva scossa. Prese le chiavi dalla borsa, uscì dall'auto, attraversò il marciapiede ed entrò nel bar. Reacher attese finché lei non si fu seduta, poi si diresse a sud, lungo la strada. Svoltò direttamente nel garage. La macchina era diversa e lui era convinto che, chiunque lo stesse aspettando là sotto, avrebbe esitato abbastanza a lungo per dargli tutto il vantaggio di cui aveva bisogno. Ma il garage sembrava tranquillo e ospitava gli stessi veicoli della sera precedente, come se nemmeno si fossero mossi. Parcheggiò la Taurus e salì le scale di metallo fino all'atrio. Nessuno. Nessuno nell'ascensore, nessuno nel corridoio del quarto piano. La porta dell'appartamento era integra; la aprì ed entrò. L'aria era ferma e silenziosa, l'appartamento deserto. Ridiscese nell'atrio per le scale antincendio e uscì in strada dalle porte di vetro. Percorse due isolati verso nord, entrò nel caffè e trovò Jodie seduta a un tavolino cromato, mentre leggeva le lettere di Victor Hobie, una tazza di espresso accanto.
«Hai intenzione di berlo?» domandò lui.
La donna posò la fotografia della giungla sopra le lettere. «Questo potrebbe avere conseguenze enormi...» disse.
Reacher lo prese per un no e si scolò il caffè in un sorso. Si era raffred-dato un po' ed era meravigliosamente forte.
«Andiamo», esclamò Jodie. Lasciò che lui le portasse la valigetta e lo tenne sottobraccio per tutto il tragitto. Reacher le restituì le chiavi davanti alla porta, entrarono nell'atrio e presero l'ascensore, in silenzio. Jodie aprì ed entrò davanti a lui.
«Dunque, sono quelli del governo che ci danno la caccia», mormorò la donna.
Jack non rispose. Si tolse la giacca nuova e la lasciò cadere sul divano, sotto la copia di Mondrian.
«Dev'essere così», ribadì Jodie.
Lui si avvicinò alle finestre e aprì le veneziane. Fasci di luce entrarono a illuminare la stanza bianca.
«Siamo vicini al segreto di quei campi. Perciò il governo cerca di zittir-ci. La CIA o qualcun altro», continuò lei.
Jack andò in cucina, aprì il frigorifero e prese una bottiglia d'acqua.
«Siamo in serio pericolo, ma tu non mi sembri molto preoccupato», aggiunse lei.
Reacher alzò le spalle e bevve un sorso d'acqua. Era troppo fredda; lui la preferiva a temperatura ambiente. «La vita è troppo corta per preoccuparsi», sentenziò.
«Papà invece era preoccupato per questa storia, tanto che il suo stato di salute ne ha risentito.»
«Lo so, mi dispiace.»
«Allora perché tu non la stai prendendo sul serio? Non ci credi?»
«Sì, che ci credo. Credo a tutto ciò che mi hanno detto», ribatté lui.
«E la foto lo prova, giusto? Quel luogo ovviamente esiste.»
«So che esiste. Ci sono stato.»
Lei lo fissò. «Sei stato laggiù? Quando? Come?»
«Non molto tempo fa. Ci sono arrivato vicino quanto Rutter.»
«Cristo, Reacher! Che cos'hai intenzione di fare?»
«Di comprarmi una pistola.»
«No, dovremmo andare alla polizia. O magari a un giornale. Il governo non può fare...»
«Tu mi aspetti a casa, d'accordo?»
«Dove stai andando?»
«Te l'ho detto: a comprarmi una pistola. Poi mi fermo a prendere due pizze e le porto qui.»
«Non puoi comprare un'arma, non a New York, per amor del cielo! Ci sono delle leggi: hai bisogno di una carta d'identità, di permessi e di cose del genere...»
«Io posso comprare una pistola ovunque... E specialmente a New York.
Come la vuoi, la pizza?»
«Hai abbastanza soldi?»
«Per la pizza?»
«Per la pistola.»
«Mi costerà meno della pizza», disse lui. «Chiudi a chiave, intesi? E non aprire a nessuno a meno che dallo spioncino tu non veda che sono io.»
La lasciò sola in mezzo alla cucina. Scese nell'atrio per le scale antincendio e rimase immobile nel viavai del marciapiede, per studiare i dintorni. Vide una pizzeria in un edificio dell'isolato meridionale; vi entrò e ordinò una pizza gigante, metà con acciughe e capperi, metà con salame pic-cante, da ritirare dopo mezz'ora. Poi zigzagò fra il traffico di Broadway e si diresse a est. Era stato a New York un numero di volte sufficiente per sapere che c'era del vero in quello che si diceva, cioè che a New York tutto accade rapidamente, in senso sia cronologico sia geografico. Un quartiere cede il posto a un altro nello spazio di qualche isolato. Talvolta la parte anteriore di un edificio è un tranquillo paradiso borghese, mentre sul retro dello stesso edificio dormono i barboni. Sapeva che una camminata di soli dieci minuti l'avrebbe portato ad anni luce dal raffinato appartamento di Jodie.
Trovò quello che cercava sotto l'accesso al Brooklyn Bridge, in un groviglio di sordide stradine. Un caseggiato gigantesco si estendeva, disarmo-nico, verso nord-est, seguito da alcuni negozi fatiscenti e da un campo da basket con le catene al posto delle reti. L'aria era calda e umida, piena di gas di scarico e di rumori. Jack girò un angolo e si appoggiò alla rete metallica per osservare il contrasto tra i due mondi. Il traffico era rapido, le persone camminavano veloci; tuttavia c'erano anche molte auto ferme, at-torniate da gruppetti di persone. I veicoli in movimento si spostavano per superare quelli fermi, tra colpi di clacson e brusche sterzate; i pedoni spin-tonavano e si lamentavano, costretti a camminare nel canale di scolo per evitare i crocchi dei perdigiorno. Di tanto in tanto, qualche auto si fermava di colpo e un ragazzo si precipitava al finestrino del guidatore. I due con-versavano brevemente e il denaro passava di mano, come in un gioco di prestigio; il ragazzo sfrecciava oltre una porta e scompariva, per poi rie-mergere qualche istante dopo, diretto verso la macchina. L'uomo alla guida si guardava intorno con circospezione, prendeva un pacchettino e si rituf-fava nel traffico, tra il borbottio delle marmitte e i colpi di clacson. Il giovane tornava sul marciapiede e rimaneva in attesa del cliente successivo.
Essendo troppo giovani per essere processati, i ragazzi fungevano da cor-rieri: portavano dentro i soldi e fuori i pacchetti. Reacher notò che usavano, in particolare, tre porte di un edificio, situate a una certa distanza le une dalle altre. La porta centrale era quella dove si concludevano più affari, con un risultato di due a uno, in termini di volume commerciale. Si trattava dell'undicesimo edificio, a partire dall'angolo più meridionale. Jack si allontanò dalla rete con una spinta e svoltò a est. Davanti a sé, si estendeva un terreno non edificato che gli permetteva di vedere il fiume; il ponte gli passava sopra la testa. Svoltò verso nord e raggiunse il retro degli edifici da un vicolo. Mentre camminava, contò undici scale antincendio. Abbassò lo sguardo a livello della strada e scorse una berlina nera infilata nello spazio stretto fuori dell'undicesima porta sul retro. Un ragazzo sui vent'anni stava seduto sul cofano dell'auto, un cellulare in mano. Era il palo, un gradino più in alto nella scala gerarchica rispetto ai ragazzini che correvano avanti e indietro dal marciapiede. Nei paraggi non si vedeva nessun altro.
Il ragazzo era solo. Reacher si fermò nel vicolo. Il modo migliore per non destare sospetti è camminare veloce e focalizzare la propria attenzione oltre il bersaglio. Far credere all'altro di non avere nulla a che fare con lui.
Reacher guardò l'orologio e fissò un punto al di là della berlina nera. Avanzò rapidamente, quasi di corsa, però, all'ultimo momento, abbassò lo sguardo sulla macchina, come se, all'improvviso, l'ostacolo l'avesse costretto a tornare nel presente. Il ragazzo lo stava fissando. Reacher si portò a sinistra, dove non c'era abbastanza spazio per passare. Si fermò, accin-gendosi a provare a destra, simulando la rabbia di qualcuno che ha fretta e viene bloccato. Muovendosi, fece oscillare il braccio sinistro e assestò un colpo alla tempia del ragazzo, il quale vacillò. Jack lo colpì ancora, con un diretto non molto forte: non c'era ragione di mandarlo in ospedale. Lo lasciò rotolare giù dal cofano senza toccarlo, per vedere quale esito avesse sortito il pugno. In questi casi, se si è coscienti, si cerca sempre di rallenta-re la caduta; il ragazzo invece piombò sull'asfalto polveroso con un tonfo.
Reacher lo girò e gli controllò le tasche. Vi trovò una pistola, ma non del tipo che stava cercando. Era una calibro 22 di fabbricazione cinese, imitazione di un'imitazione sovietica di un'arma probabilmente inutile fin dall'inizio. La prese e la gettò sotto l'auto, fuori della portata del giovane.
Sapeva che la porta sul retro dell'edificio sarebbe stata aperta, dal momento che si stavano facendo affari d'oro a pochi metri da Police Plaza, la sede centrale della polizia. I poliziotti arrivavano dal davanti, ed era quindi necessario poter scappare da dietro senza dover armeggiare con la chiave.
Reacher aprì la porta di pochi centimetri col piede e sbirciò nell'oscurità.
C'era una seconda porta, interna, che conduceva a destra, in una stanza illuminata, a circa dieci passi da lui. Non aveva senso aspettare. Non si sarebbero certo presi una pausa per cena. Percorse la distanza che lo separava dalla porta e si bloccò. L'edificio puzzava di marcio, di sudore, di urina ed era silenzioso, come tutti i luoghi abbandonati. Reacher si mise in ascolto; nella stanza si udì una voce bassa, poi una risposta. C'erano come minimo due persone. Aprire di scatto la porta e rimanere fermi a osservare la scena che si svolge all'interno non è un'idea geniale: chi indugia anche per un solo istante è il primo a morire. Reacher immaginò che il locale fosse almeno di cinque metri, dei quali uno era rappresentato dal corridoio in cui si trovava. Perciò avrebbe dovuto percorrere gli altri quattro prima che si accorgessero della sua presenza. Gli uomini nella stanza avrebbero continuato a guardare la porta, domandandosi chi altro sarebbe entrato. Trasse un respiro profondo ed entrò dalla porta come se non ci fosse neanche stata. Questa sbatté con violenza contro la parete quando lui si trovava già dall'altra parte della stanza. L'unica lampadina emetteva una luce fioca.
C'erano due uomini. Sul tavolo pacchetti, soldi e una pistola. Jack sferrò un pugno alla tempia del primo uomo, che cadde di lato, gli assestò una ginocchiata nello stomaco mentre già si dirigeva verso il secondo uomo, che si stava alzando dalla sedia, gli occhi spalancati e la bocca aperta per lo shock. Jack mirò in alto e lo colpì con l'avambraccio sulla fronte. Se si colpisce abbastanza forte, l'avversario rimane incosciente per un'ora, ma il suo cranio resta integro: quello doveva essere un giro per fare acquisti, non un'esecuzione.
Jack rimase immobile, in ascolto. Nulla. Il ragazzo del vicolo era ancora incosciente e i rumori della strada tenevano occupati i ragazzi del marciapiede. Diede un'occhiata al tavolo e distolse lo sguardo, deluso. La pistola era una Colt Detective Special. Una calibro 38 Special a sei colpi, di acciaio brunito, con l'impugnatura nera di plastica e una canna piccola e toz-za, lunga cinque centimetri. Una pistola scadente, lontana anni luce da ciò che stava cercando. Il tamburo corto era uno svantaggio, il calibro una de-lusione. Una volta, aveva conosciuto un poliziotto della Louisiana, capitano di una piccola giurisdizione in una zona paludosa, che si era rivolto alla polizia militare per avere consigli sulle armi da fuoco. Reacher era stato scelto per trattare con lui. L'agente gli aveva raccontato tutta una serie di disgrazie accadute ai suoi uomini a causa dei revolver calibro 38 che avevano in dotazione. «Non puoi assolutamente contare su una pistola del genere per bloccare un uomo, non se sta venendo verso di te fatto e strafatto», gli aveva detto allora. Gli aveva poi riferito la storia di un suicida, costretto a spararsi cinque colpi in testa con una 38 prima di riuscire a morire. Reacher era rimasto colpito dal racconto dell'uomo e aveva deciso che sarebbe stato alla larga da quelle armi, una politica che non aveva intenzione di cambiare proprio in quel momento. Perciò voltò le spalle al tavolo e si rimise in ascolto. Nulla. Si chinò accanto all'uomo che aveva colpito alla testa e cominciò a frugargli nella giacca. I trafficanti più indaffarati sono quelli che fanno più soldi e con quei soldi si comprano i giocattoli migliori; per quella ragione Reacher si trovava nell'edificio e non per strada. Trovò esattamente ciò che cercava nella tasca interna sinistra dell'uo-mo, qualcosa di molto meglio di una Detective Special calibro 38. Era una grossa semiautomatica nera, una Steyr GB, una splendida 9 millimetri Pa-ra, una delle favorite dei suoi amici delle Forze Speciali. La estrasse e la esaminò. Il caricatore aveva tutti e diciotto i colpi e la camera di scoppio odorava come se non avesse mai sparato. Premette il grilletto e osservò il meccanismo muoversi. Poi riassemblò l'arma, se la ficcò nella cintura, dietro la schiena, sorridendo. Rimase chino sull'uomo incosciente e gli sussurrò: «Comprerò la tua Steyr per un dollaro. Scuoti la testa se hai qualcosa in contrario, okay?» Poi sorrise nuovamente e si alzò. Estrasse un dollaro dal rotolo di banconote e lo lasciò sul tavolo, sotto la Detective Special. Tornò nel corridoio. Era tutto tranquillo. Percorse i dieci passi e fu all'esterno.
Controllò a destra e a sinistra lungo il vicolo e si accostò alla berlina. Aprì la porta del guidatore, trovò la leva e aprì il bagagliaio. Dentro c'erano una borsa sportiva nera, di nylon, vuota, e una scatoletta di cartone con munizioni da 9 millimetri. Mise le munizioni nella borsa, la prese e se ne andò.
Infine, tornato su Broadway, andò a ritirare la pizza, che lo stava aspettando.
Accadde all'improvviso, senza avvertimenti. Non appena entrarono in casa e chiusero la porta, l'uomo col volto sfigurato colpì Sheryl: un violento manrovescio in pieno viso. Marilyn restò impietrita per lo shock. Vide l'uomo girarsi, rapido, l'uncino oscillare, e udì un lieve scricchiolio quando il suo braccio colpì il viso di Sheryl. Si portò le mani alla bocca, come se non gridare fosse di vitale importanza. Poi l'uomo si voltò verso di lei ed estrasse una pistola da sotto l'ascella destra. Sheryl cadde all'indietro sul tappeto, proprio nel punto rimasto umido dopo la pulizia a vapore. Marilyn si vide puntare contro l'arma, una pistola di metallo scuro, grigia, unta d'olio. Era opaca, eppure scintillava. Si fermò all'altezza del petto e l'attenzione di Marilyn si concentrò sul colore: Questo è ciò che intendono per
«grigio canna di fucile», fu tutto ciò che riuscì a pensare.
«Avvicinati», le ordinò l'uomo.
La signora Stone era paralizzata, le mani sulla faccia e gli occhi sgranati.
«Più vicino.»
Marilyn si accorse che Sheryl si stava sollevando sui gomiti, il naso sanguinante, il labbro superiore gonfio e il sangue che le gocciolava dal mento. Respirava a fatica. D'un tratto, i gomiti cedettero e lei ricadde all'indietro. La testa colpì il pavimento con un tonfo sordo e si piegò lateralmente.
«Avvicinati», insistette l'uomo.
Marilyn gli guardò la faccia. Era rigida e le cicatrici sembravano di plastica. Un occhio era incorniciato da un sopracciglio folto e ispido, l'altro era freddo e immobile. Abbassò lo sguardo sulla pistola, ferma a trenta centimetri dal suo petto. La mano che la impugnava era liscia, con le unghie curate. La donna si avvicinò di mezzo passo.
«Di più.»
Marilyn strisciò coi piedi, finché l'arma non toccò il vestito, finché non sentì il freddo del metallo sulla pelle.
«Ancora di più.»
Lo fissò. Il suo volto era a un palmo da quello dell'uomo. A sinistra la cute appariva grigia e segnata; l'occhio sano era circondato da fitte rughe.
Quello destro si chiuse e si riaprì, la palpebra lenta e pesante. Marilyn s'inclinò un poco e la pistola le affondò nel seno.
«Ancora.»
Marilyn spostò i piedi e l'uomo aumentò la pressione dell'arma. Il metallo affondò nella carne, formando un profondo cratere nella seta sottile, le spostò il capezzolo lateralmente e iniziò a farle male. L'uomo sollevò il braccio destro, quello con l'uncino, e lo tenne alzato davanti ai suoi occhi.
Era una semplice ansa d'acciaio, tanto lucida da brillare. La ruotò lentamente, con uno sgraziato movimento dell'avambraccio. L'estremità dell'uncino era molto appuntita, ma lui l'allontanò e posò invece la sua parte piatta sulla fronte di Marilyn. La donna trasalì. Era fredda. Lo sconosciuto abbassò l'uncino, seguì la curva del suo naso e lo premette contro il labbro superiore. Poi la costrinse ad aprire la bocca e glielo picchiettò sui denti.
Marilyn aveva la bocca secca e l'uncino rimase attaccato al labbro inferiore, che venne trascinato verso il basso finché la carne non si lacerò. L'uo-mo le fece scorrere l'uncino sul mento, poi lungo la gola e tornò su, sotto la mandibola, fino a sollevarle la testa. A quel punto, la guardò negli occhi e disse: «Il mio nome è Hobie».
Marilyn stava in punta di piedi e tentava di togliersi quel peso dalla gola, perché cominciava a mancarle il respiro. Non riusciva a ricordare di aver respirato da quando aveva aperto la porta.
«Chester ti ha parlato di me?»
La donna aveva la testa rivolta verso l'alto e stava guardando il soffitto, la pistola sempre affondata nel seno. Non era più fredda, ormai il suo corpo l'aveva riscaldata. Scosse la testa, un movimento soltanto accennato, in bilico sull'uncino.
«Non ti ha mai parlato di me?»
«No. Perché? Avrebbe dovuto?» disse a fatica la donna.
«È un uomo riservato?»
La signora Stone scosse ancora il capo. Lo stesso lieve movimento, da parte a parte, la pelle della gola trascinata a destra e a sinistra dalla pressione del metallo.
«Ti ha parlato dei suoi problemi finanziari?»
La donna batté le palpebre e scosse ancora la testa.
«Quindi è un uomo riservato.»
«Credo di sì. Ma io lo sapevo», ansimò Marilyn.
«Ha un'amante?»
Lei fece cenno di no.
«Come fai a esserne sicura, se è un uomo tanto riservato?»
«Che cosa vuoi?» chiese Marilyn.
«In effetti, non credo abbia bisogno di un'altra donna. Tu sei molto bella.»
La signora Stone aprì e chiuse gli occhi. Era in punta di piedi, i tacchi sollevati da terra.
«Ti ho appena fatto un complimento. Non dovresti rispondermi con una frase gentile?» Hobie aumentò la pressione dell'uncino. Il metallo affondò nella pelle della gola e un piede della donna si sollevò da terra.
«Grazie», ansimò lei.
La pressione diminuì e i tacchi tornarono a poggiare sul tappeto. Allora Marilyn si rese conto che stava respirando, seppur affannosamente.
«Una donna molto bella», ripeté Hobie.
Abbassò l'uncino e le toccò la vita. Seguì la curva del fianco e scese fino alla coscia. La fissava negli occhi, la pistola nella medesima posizione.
L'uncino ruotò e la parte piatta si sollevò dalla gamba; restò appoggiata so-lo la punta, che continuò la sua lenta discesa. Marilyn la sentì scivolare dalla seta alla gamba nuda. Era affilata, non come un ago, ma come la punta di una matita. D'un tratto si arrestò. Poi ricominciò a salire. L'uomo iniziò a premere lievemente, ma senza ferirla. La punta creava un piccolo solco nella pelle ancora soda. Sempre più su, sotto il vestito. Marilyn sentì il metallo sulla coscia, poi udì la seta frusciare, sollevata dall'uncino. L'or-lo posteriore stava salendo lungo le gambe. Sheryl si agitò sul pavimento.
A quel punto, l'uncino smise di muoversi e l'orribile occhio destro di Hobie si spostò di lato e verso il basso, molto lentamente.
«Metti la mano nella mia tasca», le ordinò.
Lei lo guardò.
«La mano sinistra. Nella mia tasca destra», aggiunse.
Marilyn dovette avvicinarsi ancora di più all'uomo e protendersi tra le sue braccia. Il suo volto era molto vicino. Odorava di sapone. Tastò la giacca in cerca della tasca, v'infilò le dita e le serrò su un oggetto cilindri-co. Lo estrasse. Era un nastro adesivo già iniziato, due centimetri di diametro, color argento. Ne rimanevano forse cinque metri. Hobie si allontanò da lei.
«Lega i polsi di Sheryl», le ordinò.
La donna dimenò i fianchi per abbassare il vestito; lui la guardò e sorrise, ma Marilyn spostò lo sguardo tra il rotolo di nastro e Sheryl, stesa sul pavimento.
«Girala.»
La luce della finestra si rifletté sulla pistola. La signora Stone s'inginocchiò accanto a Sheryl e la tirò per una spalla finché non riuscì a voltarla.
«Uniscile i gomiti», ordinò Hobie.
La donna esitò. Lui sollevò di mezzo centimetro la pistola, poi l'uncino, le braccia allargate. Marilyn fece una smorfia. Sheryl si agitò ancora. Il sangue aveva formato una pozza sul tappeto, scura e appiccicosa. La signora Stone le avvicinò i gomiti dietro la schiena con entrambe le mani.
Hobie la stava osservando. «Uniscili bene», si raccomandò.
Lei cercò l'estremità del nastro con l'unghia e ne staccò un pezzo, che avvolse intorno agli avambracci di Sheryl, poco sotto i gomiti.
«Stringi. Stringi bene.»
Eseguì più giri col nastro adesivo, da sopra i gomiti fino ai polsi. Sheryl continuava a dimenarsi.
«Va bene, mettila seduta», disse Hobie.
A fatica, lei obbedì. Il volto della donna era una maschera di sangue: il naso, deformato, stava diventando blu e le labbra si erano gonfiate.
«Mettile il nastro sulla bocca.»
Marilyn staccò un altro pezzo di nastro coi denti. Sheryl batteva le palpebre, cercando di mettere a fuoco. L'amica scrollò tristemente le spalle, in segno di scusa, le appiccicò il nastro sulla bocca e vi passò sopra un dito per farlo aderire. Dal naso di Sheryl iniziarono a fuoriuscire alcune bolle e la donna spalancò gli occhi in preda al panico.
«Mio Dio, non respira», ansimò Marilyn.
Fece per togliere l'adesivo dalla bocca, ma Hobie le spostò la mano con un calcio.
«Le hai rotto il naso. Non respira», protestò la signora Stone.
Hobie le puntò la pistola alla testa, a mezzo metro di distanza.
«Così morirà», lo implorò Marilyn.
«Questo è certo», ribatté l'uomo.
Lei lo guardò, inorridita. Il sangue borbottava nelle vie respiratorie di Sheryl, che aveva già gli occhi sbarrati e il petto in tumulto. Lo sguardo di Hobie era posato sul viso di Marilyn.
«Vuoi che sia gentile?» le chiese.
La donna annuì vigorosamente.
«E tu sarai gentile con me?»
Marilyn guardò l'amica. Il suo petto si alzava e si abbassava in modo convulso, la testa ondeggiava da una parte all'altra. Hobie si abbassò e ruotò l'uncino in modo che la punta graffiasse il nastro adesivo sulla bocca della donna a ogni movimento del capo. Improvvisamente, conficcò la punta nella plastica argentea e Sheryl trasalì. Hobie allora spostò il braccio, a destra e sinistra, in alto e in basso, e tolse l'uncino dalla bocca. Nel nastro si era formato un buco. Sheryl prese ad ansimare e, a ogni respiro, il nastro veniva risucchiato contro le sue labbra.
«Sono stato gentile. Ora sei in debito con me, giusto?»
Sheryl aspirava l'aria attraverso il buco, gli occhi rivolti verso il basso, come se desiderasse avere la conferma che ci fosse aria da respirare. Marilyn la stava guardando, seduta sui talloni, paralizzata dal terrore.
«Aiutala a salire in macchina», ordinò infine Hobie.