12

Stone dovette attendere cinque minuti dietro il finestrino nero, nel retro della Tahoe, perché l'area di carico sotto il World Trade Center era piuttosto affollata. Tony indugiò nei paraggi, appoggiato a un pilastro, nell'oscurità rumorosa, finché un furgone delle consegne non se ne fu andato, lasciando dietro di sé una nuvola di gas di scarico. Sarebbe trascorso qualche istante prima che un altro camion potesse entrare, e Tony ne approfittò per spintonare Stone attraverso il garage fino al montacarichi. Premette il pulsante e salirono in silenzio, le teste chine, il respiro affannoso, avvolti dall'odore acre del pavimento di gomma grezza. Sbucarono in fondo al corridoio dell'ottantottesimo piano e Tony controllò che fosse deserto. Non c'e-ra anima viva, perciò raggiunsero insieme l'ufficio di Hobie.

L'uomo tarchiato era seduto al bancone della reception. Gli passarono davanti ed entrarono nell'ufficio interno, buio come sempre. Le veneziane erano chiuse e tutto sembrava tranquillo. Hobie era alla scrivania, immobile e silenzioso, intento a fissare Marilyn, seduta su uno dei divani.

«Allora? Missione compiuta?» s'informò Hobie.

«È entrata», confermò Stone.

«Dove? In quale ospedale?» chiese Marilyn.

«Al St. Vincent. Direttamente al pronto soccorso», rispose Tony.

Stone annuì per confermare e vide Marilyn sorridere debolmente, sollevata.

«Bene, abbiamo fatto la buona azione quotidiana», esclamò Hobie. «Ora parliamo d'affari. Quali sono queste complicazioni di cui non sono a conoscenza?»

Tony spinse Stone oltre il tavolino da caffè, sul divano, e l'uomo si sedette pesantemente accanto a Marilyn, ricominciando a fissare il vuoto.

«Allora?» incalzò Hobie.

«Le azioni. Lui non ne ha il pieno possesso», cominciò Marilyn.

Hobie la guardò, severo. «Certo che lo ha. Ho controllato io stesso in Borsa.»

La donna annuì. «Be', sì, le possiede. Però non le controlla. Non vi ha libero accesso.»

«Perché diavolo non le controlla?»

«Sono gestite fiduciariamente. L'accesso è regolato dagli amministratori.»

«In che modo? Perché?»

«È stata una decisione presa da suo padre prima di morire. Non si fidava di lasciare tutto nelle mani di Chester. Sentiva che avrebbe avuto bisogno di un supervisore», spiegò la signora Stone.

Hobie continuava a fissarla.

«Qualsiasi cessione azionaria consistente dev'essere controfirmata dagli amministratori», asserì la donna.

Seguì un silenzio di tomba.

«Da entrambi», aggiunse Marilyn.

Hobie spostò lo sguardo su Stone. Era come il fascio di un riflettore che si sposta lateralmente. Marilyn guardò il suo occhio sano. Vide l'uomo pensare, lo vide cadere in trappola. Era certa che ci avrebbe creduto, perché il suo racconto non aveva fatto che confermare quanto lui già so-spettava: l'attività stava fallendo perché Chester era un pessimo uomo d'affari. E un cattivo affarista sarebbe stato subito individuato da una persona come suo padre. E qualsiasi genitore responsabile avrebbe protetto l'eredità di famiglia con un'amministrazione fiduciaria.

«Non è possibile revocarla. Dio solo sa quante volte abbiamo tentato di farlo!» precisò Marilyn.

Hobie fece un lieve movimento del capo, quasi impercettibile. Marilyn sorrise dentro di sé. Sorrise, trionfante. Quel commento finale doveva aver tolto a Hobie ogni dubbio. Un vincolo fiduciario era qualcosa che andava infranto, perciò i tentativi di eliminarlo ne dimostravano l'esistenza.

«Chi sono gli amministratori fiduciari?» chiese l'usuraio.

«Io sono uno di loro. L'altro è il socio più anziano dello studio legale di Chester», rispose lei.

«Solo due?»

Marilyn annuì.

«E tu sei uno dei due?»

La donna annuì ancora. «E hai già ottenuto il mio voto. Desidero solo che tutto finisca e che tu sparisca dalla nostra vita.»

«Sei una donna intelligente», commentò Hobie.

«Quale studio legale?» chiese Tony.

«Forster & Abelstein. Qui in città.»

«Chi è il socio anziano?» chiese il segretario.

«Un certo David Forster.»

«Come facciamo a organizzare l'incontro?» volle sapere Hobie.

«Lo chiamo io. Potrebbe anche farlo Chester, ma, date le sue condizioni, credo sia meglio che ci pensi io.»

«Allora fallo. Organizza per oggi pomeriggio.»

«Potrebbe non essere così rapido. Potrebbero passare un paio di giorni», avvertì la donna.

Seguì un momento di silenzio, interrotto solo dalle vibrazioni dell'enorme edificio. Hobie picchiettò l'uncino sul tavolo, poi chiuse gli occhi. La palpebra danneggiata rimase semiaperta. Il globo oculare si rovesciò all'indietro, simile a una mezzaluna bianca. «Domani mattina, al più tardi. Digli che per te è una questione molto urgente», ordinò, mentre riapriva gli occhi. «E digli d'inviarmi per fax gli atti dell'amministrazione fiduciaria.

Immediatamente. Devo sapere con che cosa diavolo ho a che fare.»

Marilyn non lo diede a vedere, ma stava tremando. Premette le mani sulla tappezzeria morbida del divano, cercando di calmarsi. «Non ci saranno problemi. È una semplice formalità.»

«Andiamo a telefonare», la esortò Hobie.

Marilyn si alzò, un po' instabile sulle gambe vacillanti, e si sistemò il vestito. Chester le toccò il gomito, solo per un istante, come piccolo gesto d'incoraggiamento. La donna si raddrizzò e seguì Hobie fino al bancone della reception.

«Fa' il nove per prendere la linea», le disse l'uomo.

Marilyn si portò dietro il bancone e i tre uomini la guardarono. Il telefono era una sorta di piccola console. Scorse con lo sguardo tutti i pulsanti e non vide quello del vivavoce. Si rilassò per un istante e sollevò la cornetta.

Premette il nove e udì il segnale.

«Comportati bene. Sei una donna intelligente, ricordalo, e cerca di rimanere tale», le suggerì Hobie.

Lei annuì. Lui sollevò l'uncino, che scintillò nella luce artificiale. Sembrava pesante, perfetto e amorevolmente lucidato; era semplice e terribilmente brutale. Hobie la stava invitando a riflettere su tutte le cose che avrebbe potuto farle con quell'aggeggio.

«Forster & Abelstein. In che cosa possiamo esserle utile?» esordì la voce argentina.

«Marilyn Stone. Cerco il signor Forster.» La donna si sentì la gola secca, la voce bassa e rauca.

Partì un brano di musica elettronica. Poi si udì l'acustica rimbombante di un grande ufficio.

«Forster», rispose una voce profonda.

«David, sono Marilyn Stone.»

Vi fu qualche istante di silenzio, sufficiente alla donna per capire che Sheryl aveva compiuto la sua missione.

«Ci sente qualcuno?» chiese Forster a bassa voce.

«No, io sto bene», rispose Marilyn con voce allegra.

Hobie posò l'uncino sul bancone, l'acciaio scintillante all'altezza del petto, a mezzo metro dagli occhi di Marilyn.

«Avete bisogno della polizia», affermò Forster.

«No, si tratta solo di un incontro tra amministratori fiduciari. Quando possiamo vederci? Al più presto, intendo.»

«La tua amica Sheryl mi ha detto che cosa vuoi», mormorò Forster. «Ma ci sono dei problemi. Il nostro staff non gestisce questo genere di cose.

Non siamo attrezzati. Non siamo quel genere di studio legale. Dovrò trovare un detective privato.»

«Domani mattina sarebbe meraviglioso. Temo sia abbastanza urgente», continuò a fingere Marilyn.

«Lascia che chiami la polizia», insistette l'avvocato.

«No, David, la prossima settimana è davvero troppo tardi. Dobbiamo muoverci rapidamente, se riusciamo.»

«Ma non so dove cercare. Non abbiamo mai usato investigatori privati.»

«Attendi un momento, David...» Coprì la cornetta con una mano e si rivolse a Hobie: «Se vuoi fare domani, dovremo andare nel suo ufficio».

Hobie scosse il capo. «Deve avvenire qui, nel mio territorio.»

La donna tolse la mano. «David, che ne pensi di dopodomani? Temo che la cosa si debba fare qui. È una negoziazione delicata.»

«Davvero non vuoi la polizia? Ne sei assolutamente sicura?»

«Be', ci sono delle complicazioni. Sai bene come le cose talvolta siano un po'... delicate.»

«Bene, ma devo trovare qualcuno adatto. Potrebbe volerci qualche giorno. Devo chiedere in giro per qualche raccomandazione.»

«Magnifico, David!» esclamò la donna.

«D'accordo», ripeté Forster. «Se sei sicura, mi metto subito al lavoro.

Ma non mi è chiaro che cosa speri di ottenere.»

«Sì, sono d'accordo. Lo sai che abbiamo sempre odiato il modo in cui papà ha organizzato il tutto. Le interferenze dall'esterno possono cambiare le cose, vero?» ribatté Marilyn.

«Dopodomani, alle due del pomeriggio. Non so chi sarà, ma te ne procurerò uno in gamba. Va bene?» promise Forster.

«Dopodomani, alle due», ripeté lei. «Magnifico! Grazie, David», lo salutò, dopo avergli dettato l'indirizzo. Le tremava la mano e la cornetta tintinnò nella forcella quando lei l'appoggiò.

«Non gli hai chiesto degli atti», notò Hobie.

«Non ce n'era bisogno. È solo una formalità, e poi si sarebbe insospettito.»

«Va bene», mormorò Hobie. «Dopodomani. Alle due del pomeriggio.»

«Abbiamo bisogno di vestiti. Si suppone che sia una riunione d'affari.

Non possiamo presentarci in questo modo», disse Marilyn.

Hobie sorrise. «Mi piacete vestiti così. Entrambi. Ma credo che il vecchio Chester possa riprendere in prestito il mio abito per la riunione. Tu rimani come sei.»

La donna si arrese. Era troppo stanca per insistere.

«Tornate in bagno. Potrete uscire nuovamente dopodomani, alle due.

Comportatevi bene e avrete due pasti al giorno», decise Hobie.

Camminarono in silenzio, davanti a Tony. Questi chiuse la porta dietro di loro, attraversò l'ufficio buio e raggiunse Hobie nella reception.

«Dopodomani è troppo tardi, per l'amor di Dio! Hawaii verrà a saperlo oggi. Domani al massimo, giusto?» protestò il segretario.

La palla stava scendendo nel bagliore delle luci. Il giocatore esterno stava saltando. La recinzione era sempre più vicina.

«Sì, sarà un po' tardi», concordò Hobie.

«Troppo tardi. Lei dovrebbe andarsene immediatamente.»

«Non posso, Tony. Ho dato la mia parola per l'affare, perciò ho bisogno delle azioni. Ma andrà tutto bene, non preoccuparti. Dopodomani alle due le azioni saranno nelle mie mani, verranno registrate alle tre e vendute entro le cinque, e noi saremo fuori di qui per l'ora di cena. Dopodomani sarà tutto finito.»

«Ma è da pazzi. Coinvolgere un avvocato! Non possiamo far entrare qui un avvocato.»

«Un avvocato... Sai qual è il fondamento della giustizia?»

«Quale?»

«L'equità. Equità e uguaglianza. Loro portano un avvocato, noi dovremmo portare un avvocato, giusto? Per fare le cose eque.»

«Cristo, Hobie, non possiamo lasciare che due avvocati entrino qui dentro!»

«Possiamo. In effetti, credo proprio che dovremo farlo.»

Aggirato il bancone della reception, Hobie si sedette dove poco prima si trovava Marilyn. La pelle aveva trattenuto il calore del suo corpo. Hobie prese le Pagine Gialle e le aprì. Afferrò il telefono e premette il nove. Poi usò la punta dell'uncino per comporre le sette cifre del numero.

«Spencer Gutman. Desidera?»

Sheryl era sdraiata su un letto, un ago infilato nella mano sinistra. Un sacchetto di politene era appeso a un supporto d'acciaio alle sue spalle; riusciva a sentire il liquido che veniva instillato nella mano e che le aumentava la pressione sanguigna. Le battevano le tempie, sentiva le pulsazioni cardiache dietro le orecchie. Il liquido nel sacchetto era chiaro, sembrava acqua, però era efficace. La faccia aveva smesso di farle male; il dolore pareva svanito e si sentiva calma e assonnata. Era stata sul punto di chiamare l'infermiera per dirle che avrebbe potuto fare a meno dell'antidolorifico, perché il male sembrava cessato, ma poi aveva capito che era proprio il farmaco che teneva a bada il dolore, e che questo sarebbe tornato non appena avesse interrotto la flebo. Le venne da ridere del suo stato confusio-nale, ma la respirazione era troppo lenta per produrre suoni. Perciò si limitò a sorridere a se stessa, chiuse gli occhi e sprofondò nel tepore del letto.

Dopo un po', udì un rumore da qualche parte, di fronte a sé. Aprì gli occhi e vide il soffitto, bianco e illuminato dall'alto. Con un grande sforzo, spostò lo sguardo in direzione dei propri piedi. Due persone si trovavano all'estremità del letto: un uomo e una donna, che la stavano guardando. Indossavano un'uniforme: camicie blu a maniche corte, pantaloni lunghi scuri, grosse scarpe comode per camminare. Sulle camicie spiccavano distin-tivi, brillanti mostrine ricamate e placchette di metallo. In vita portavano cinturoni cui erano appesi un manganello, una radio, un paio di manette e un grosso revolver con l'impugnatura di legno, infilato nella fondina. Erano due poliziotti. Entrambi non più molto giovani. Piuttosto bassi e in carne. I pesanti cinturoni li facevano sembrare goffi.

I due la osservavano. Sheryl tentò ancora di ridere. L'uomo era quasi calvo e il soffitto illuminato si rifletteva sulla fronte lucida; la donna aveva i capelli color carota, permanentati. Era più anziana del partner, forse sui cinquant'anni. Ed era una mamma: Sheryl lo capì perché la stava guardando con espressione gentile, come avrebbe fatto una madre.

«Possiamo sederci?» chiese la donna.

Sheryl annuì. Il liquido denso le ronzava nelle tempie e la confondeva.

La donna trascinò una sedia e si sedette alla destra della paziente, lontano dall'asta della flebo, mentre l'uomo prese posto dietro di lei. La poliziotta si protese verso il letto e Sark si chinò dall'altra parte, in modo che la sua testa fosse visibile dietro quella della donna. Erano vicini, e Sheryl ebbe difficoltà a metterne a fuoco i volti.

«Sono l'agente O'Hallinan», si presentò la donna.

Il nome le si addiceva: i capelli rossi, il volto paffuto, il corpo pesante...

Non poteva che essere un'irlandese! Molti poliziotti di New York lo erano.

Sheryl lo sapeva. Spesso era una sorta di tradizione familiare: ogni generazione seguiva le orme di quella precedente.

«Io sono l'agente Sark», fece l'uomo. Era pallido e aveva quel tipo di pelle chiara che somigliava alla carta. Si era fatto la barba, ma sul volto si vedeva ancora un'ombra grigia. Gli occhi apparivano infossati, ma dolci, contornati da una trama di rughe. Era uno zio e aveva tanti nipotini che lo adoravano... Anche di quello Sheryl era assolutamente certa.

«Vorremmo che ci raccontasse che cos'è successo», disse la O'Hallinan.

Sheryl chiuse gli occhi. Non riusciva a ricordare che cos'era accaduto re-almente. Sapeva di essere entrata in casa di Marilyn. Ricordava l'odore del detergente per tappeti. Rammentava di aver pensato che era uno sbaglio, perché il cliente si sarebbe domandato che cosa doveva coprire. Poi si era ritrovata per terra, nell'ingresso, un dolore lancinante al naso.

«Ci può dire che cosa le è accaduto?» chiese Sark.

«Ho sbattuto contro una porta», sussurrò la donna. Poi annuì, quasi a confermare la versione. Era importante. Marilyn le aveva detto: Niente polizia. Almeno per il momento.

«Quale porta?»

Già, quale? Marilyn non glielo aveva detto. Era un particolare di cui non avevano parlato. Quale porta? Sheryl si fece prendere dal panico.

«Quella dell'ufficio», rispose.

«Il suo ufficio è in città?» le chiese la O'Hallinan.

Sheryl non rispose e si limitò a fissare il volto gentile dell'agente.

«La sua assicurazione afferma che lei lavora nel Westchester. In un ufficio immobiliare a Pound Ridge», asserì Sark.

Sheryl annuì, cauta.

«Perciò ha sbattuto contro la porta nel Westchester. E ora si trova in un ospedale di New York City, a ottanta chilometri di distanza...» concluse l'agente O'Hallinan.

«Com'è successo, Sheryl?» le domandò Sark.

La donna non rispose e, nell'area circondata dalla tenda, vi fu un momento di silenzio. Sheryl sentiva un forte ronzio nella testa.

«Noi possiamo aiutarla, lo sa? È per questo che siamo qui. Per aiutarla.

Possiamo far sì che non accada di nuovo. Ma lei deve raccontarci com'è successo. Lui lo fa spesso?» mormorò la O'Hallinan.

La donna fissò l'agente, confusa.

«È per questo che si trova qui, vero? Ospedale nuovo, dove non hanno notizie delle volte precedenti? Se dovessimo chiedere su, a Mount Kisco o a White Plains, che cosa troveremmo? Scopriremmo che non è nuova a questi incidenti, giusto? Che lui l'ha fatto altre volte, no?» le chiese Sark.

«Ho sbattuto contro una porta», ripeté Sheryl in un sussurro.

La O'Hallinan scosse il capo. «Sheryl, sappiamo che non è vero.» L'agente si alzò, prese le radiografie dalla lavagna luminosa appesa al muro e le sollevò alla luce del soffitto, come avrebbe fatto un medico. «Questo è il suo naso» - lo indicò -, «questi i suoi zigomi, qui c'è l'arcata sopraccigliare e qui c'è il mento. Vede? Il naso è rotto, gli zigomi anche, Sheryl. C'è una frattura infossata. Le ossa sono scese sotto il livello del mento e della fronte. Ma il mento e la fronte sono interi. Perciò il colpo è stato orizzontale.

Qualcosa come una mazza da baseball? Fatta oscillare lateralmente, giusto?»

Sheryl fissò le radiografie. Erano grigie e biancastre. Le ossa apparivano come sagome vagamente confuse; le orbite sembravano enormi. L'analge-sico le ronzava nella testa, e lei si sentiva debole e assonnata. «Ho sbattuto contro una porta», mormorò.

«Il bordo di una porta è verticale. Se avesse sbattuto, anche il mento e la fronte avrebbero subito danni, no? Questione di logica. Se un oggetto verticale avesse infossato lo zigomo, lo stesso sarebbe accaduto al mento e al-la fronte, giusto?» spiegò Sark con tono paziente, mentre guardava le lastre.

«Possiamo aiutarla. Lei ci racconta che cos'è accaduto, e noi faremo sì che non capiti di nuovo. Possiamo impedirgli di rifarlo», ripeté la O'Hallinan.

«Ora voglio dormire», disse Sheryl.

La O'Hallinan si protese e le parlò dolcemente. «Servirebbe a qualcosa se il mio partner uscisse? Potremmo parlare da sole, io e lei.»

«Le ripeto che ho sbattuto contro una porta. Ora voglio dormire.»

O'Hallinan annuì, saggia e paziente. «Le lascio il mio biglietto da visita.

Se vorrà parlarmi, quando si sveglia, non dovrà far altro che chiamarmi, va bene?»

Sheryl fece cenno di sì col capo, la donna estrasse di tasca un bigliettino e lo posò sul comodino accanto al letto.

«Non dimentichi che noi siamo in grado di aiutarla», le sussurrò all'orecchio.

Sheryl non rispose. Si era addormentata o, forse, faceva solo finta. I due agenti scostarono la tenda e si diressero al bancone. La dottoressa li guardò e la O'Hallinan scosse il capo.

«Nega tutto», esclamò.

«Ha sbattuto contro una porta. Una porta probabilmente ubriaca, che pe-sa circa novanta chili e agita una mazza da baseball», mormorò Sark.

«Perché diavolo proteggono quei bastardi?» protestò la dottoressa.

Un'infermiera sollevò lo sguardo. «Io l'ho vista arrivare. C'era qualcosa di strano. Stavo fumando una sigaretta durante la pausa... L'ho vista scendere da una macchina parcheggiata dall'altro lato della strada e venire fin qui da sola. Aveva scarpe troppo grandi, avete notato? C'erano due tizi nell'auto, che l'hanno osservata finché non è entrata, e poi se ne sono andati in fretta.»

«Che auto era?» chiese Sark.

«Grossa e nera», rispose l'infermiera.

«Si ricorda la targa?»

«Che cosa crede che sia, una specie di computer?»

La O'Hallinan scrollò le spalle e fece per andarsene.

«Ma potrebbe risultare dalla cassetta», esclamò l'infermiera.

«Quale cassetta?» chiese Sark.

«La telecamera di sicurezza, all'entrata. Noi ci stavamo proprio sotto, così l'amministrazione non può calcolare la durata delle pause. Perciò quello che vediamo noi lo vede anche la telecamera.»

L'ora esatta dell'arrivo di Sheryl era registrata sul foglio d'accettazione.

Occorse solo un minuto per riawolgere il nastro fino al punto esatto. Poi un altro minuto per vederla camminare al contrario al rallentatore, attraverso l'area delle ambulanze, attraverso la piazza, sul marciapiede, sulle strisce, davanti alla grossa macchina nera.

«Eccola!» esclamò la O'Hallinan, avvicinando la testa allo schermo.

Jodie scelse l'hotel per la notte. Si trovavano nella sezione dedicata ai viaggi della libreria più vicina all'NPRC. La donna sfogliò le guide locali finché non trovò un luogo raccomandato in tre di esse.

«È curioso, non trovi? La sezione viaggi di una libreria di St. Louis ha più guide della città che di ogni altro luogo. Come fa a essere una sezione viaggi? Dovrebbero chiamarla 'reparto sta' a casa tua'!» scherzò Jodie.

Reacher era un po' nervoso. Quella, per lui, era una novità. Gli alberghi in cui si recava di solito non venivano pubblicizzati sulle guide turistiche, ma facevano affidamento su insegne al neon che vantavano comfort - quali l'aria condizionata, la TV satellitare e la piscina - che ormai, da almeno un ventennio, erano considerati agi irrinunciabili.

«Reggi questa», lo esortò Jodie.

Lui prese la guida, fermando col pollice la pagina scelta, mentre la donna si abbassava per aprire la borsa. Rovistò all'interno e trovò il telefono cellulare, poi riprese la guida e chiamò l'hotel. A lui sembrò strano: non aveva mai telefonato a un albergo. I luoghi in cui era solito pernottare avevano sempre una stanza libera, a qualunque ora, e i gestori facevano salti di gioia quando le camere occupate superavano il cinquanta per cento.

Verso la fine della conversazione telefonica, udì Jodie menzionare una cifra che gli avrebbe permesso di soggiornare un mese nei «suoi» alberghi.

«Bene. Ho prenotato la suite nuziale. Letto a quattro piazze. Sei contento?» cinguettò, soddisfatta, Jodie.

Jack sorrise. La suite nuziale! Subito s'informò: «Dobbiamo mangiare.

Si può cenare lì?»

«È più divertente andare a cena altrove.» Jodie prese a sfogliare la guida alla sezione ristoranti. «Ti piace la cucina francese?»

«Mia madre era francese», le ricordò Jack.

Jodie prenotò un tavolo per due in un ristorante lussuoso del centro storico, nelle vicinanze dell'hotel.

«Per le otto. Così abbiamo un po' di tempo per guardarci attorno e per andare in hotel a rinfrescarci», decise.

«Chiama l'aeroporto. Dobbiamo partire presto. Dallas-Fort Worth dovrebbe andar bene», suggerì Jack.

«Lo faccio appena usciamo. Non posso telefonare in aeroporto da una libreria!» ribatté Jodie.

Reacher le portò la borsa, lei acquistò una mappa turistica di St. Louis e uscirono nella calura del tardo pomeriggio. Jack diede un'occhiata alla mappa e la donna chiamò la compagnia aerea; prenotò due posti in business class sul volo delle otto e trenta del mattino per il Texas. Dopodiché s'incamminarono lungo la riva del Mississippi che attraversava la città.

Passeggiarono sottobraccio per un'ora e mezzo e percorsero sei chilometri fino al centro storico. L'hotel era una villa antica, non molto grande, situata in una strada ampia e tranquilla, fiancheggiata da alti castagni. Aveva un portone nero e lucido e pavimenti di quercia color miele. In un angolo dell'atrio, spiccava un bancone antico di legno di mogano. Reacher lo notò subito, perplesso: nei luoghi che frequentava normalmente, la reception era protetta da una griglia di ferro oppure trincerata dietro una barriera di plexiglas antiproiettile. Un'elegante signora dai capelli bianchi fece scorrere la carta di credito di Jodie nell'apposita macchinetta, dalla quale uscì, stri-dendo, pochi istanti dopo, lo scontrino che Jodie firmò. La donna porse a Reacher una chiave di bronzo. «Si goda il soggiorno, signor Jacob», augu-rò.

La suite nuziale occupava l'intero attico. Aveva lo stesso pavimento di quercia chiara, coperto di tappeti antichi. Il soffitto era una complicata composizione geometrica di piani inclinati e di abbaini. Entrando, s'incontrava una sala con due divani dai motivi floreali, poi il bagno e infine la camera matrimoniale. Il letto, che riprendeva la fantasia floreale dei divani, appariva gigantesco e ben sollevato dal pavimento. Jodie vi balzò sopra e si sedette con le mani sotto le ginocchia, le gambe penzoloni. Sorrideva. Il sole faceva capolino dalla finestra alle sue spalle. Reacher posò la borsa sul pavimento e rimase a guardarla, immobile. Indossava una camicia blu, di una tonalità tra il fiordaliso e il colore dei suoi occhi, di un tessuto morbido, forse seta, i bottoni simili a perle. I primi due erano slacciati, il colletto tenuto aperto dal peso della collana. La camicia era di taglia piccola, eppure le stava larga; una cintura di pelle nera le stringeva la minuscola vi-ta. I jeans sbiaditi erano stirati alla perfezione. Ai piedi, senza calze, portava un paio di mocassini blu, di cuoio morbido, probabilmente italiani. Reacher poteva vedere le suole mentre lei dondolava le gambe: erano nuove, per nulla consumate.

«Che cosa stai guardando?» s'incuriosì Jodie. Poi inclinò la testa di lato, lo sguardo timido e malizioso insieme.

«Te», rispose Jack.

I bottoni erano perle, uguali a quelle di una collana, staccate dal filo e cucite singolarmente sulla camicia. Perle piccole e scivolose tra le sue dita goffe. Ce n'erano cinque. Jack ne sbottonò quattro, poi sfilò delicatamente i lembi della camicia dalla cintura e slacciò anche il quinto. Jodie sollevò le mani, in modo che lui potesse sbottonare i polsini e toglierle la camicia.

Sotto non indossava nulla. A quel punto, la donna iniziò a sbottonare quella di lui. Dal basso verso l'alto. Era abile, le mani piccole e agili. Più veloci di quelle di Reacher. I polsini erano già aperti, dato che i polsi di Jack erano troppo grossi per le misure standard delle camicie confezionate. Jodie la scostò, sfiorandogli il petto con gli avambracci, e la camicia cadde a terra, il lieve fruscio del cotone e il ticchettio dei bottoni sul legno. La donna sfiorò con un dito i bordi della scottatura sul petto.

«Hai portato la pomata?» gli chiese.

«No», rispose Jack.

Lei gli cinse la cinta con le braccia, chinò la testa e gli baciò la ferita.

Reacher sentì la sua bocca, soda e fresca contro la pelle sensibile. Fecero l'amore nel letto a quattro piazze dell'attico, mentre il sole scendeva a ovest, verso il Kansas.

L'Unità violenze domestiche della polizia di New York affittava locali ovunque riuscisse a trovarne. In quel momento, era ubicata in una grande stanza sopra gli uffici amministrativi, nella sede centrale di Police Plaza.

Gli agenti O'Hallinan e Sark tornarono un'ora prima della fine del turno.

Quello era il momento dedicato alla burocrazia, perciò si sedettero alla scrivania, aprirono i taccuini alla pagina del giorno e iniziarono a battere a macchina.

Dopo quindici minuti, giunsero alla visita al pronto soccorso del St.

Vincent, che classificarono come «un caso sospetto con vittima non coope-rante». La O'Hallinan estrasse il foglio dalla macchina per scrivere e notò il numero di targa della Tahoe, scarabocchiato in fondo alla pagina del blocco. Sollevò la cornetta del telefono e chiamò la Motorizzazione.

«Una Chevrolet Tahoe nera. Intestata alla Cayman Corporate Trust con sede al World Trade Center», disse l'impiegato.

L'agente annotò l'informazione sul taccuino. Mentre decideva se reinserire il rapporto nella macchina per scrivere e aggiungere una nota, l'impiegato della Motorizzazione tornò in linea.

«Ho un avviso di multa. Ieri, lo stesso proprietario ha abbandonato una Chevrolet Suburban nera su Lower Broadway. C'è stato un tamponamento di tre veicoli. L'auto è stata rimossa dal Quindicesimo distretto», riferì.

«Chi se ne sta occupando? Hai un nome al Quindicesimo?»

«No, mi spiace.»

La O'Hallinan riattaccò e chiamò la stradale del Quindicesimo distretto, ma era il momento del cambio di turno al termine della giornata, e nessuno poté aiutarla. Scarabocchiò una nota per ricordarsi di richiamare e la infilò nel raccoglitore dei documenti in arrivo.

Giunto alla fine del turno, Sark si alzò dalla sedia di fronte alla sua e la esortò: «È ora di andarcene. Non fa bene lavorare troppo, giusto?»

«Hai ragione. Andiamo a berci una birra?» propose la donna.

«Una come minimo! Meglio due!» ribatté Sark.

«Sicuro!» esclamò la O'Hallinan.

Fecero una lunga doccia nell'ampio bagno della suite. Poi Reacher, avvolto nell'asciugamano, si stese sul divano e la guardò prepararsi per la ce-na. Jodie rovistò nel borsone e ne tirò fuori un vestito, di un modello simile a quello di lino che aveva indossato per l'ufficio, ma di seta blu. Se lo infilò dalla testa e se lo sistemò, dimenando leggermente i fianchi. Aveva una scollatura tonda e le arrivava poco sopra il ginocchio. Indossò i mocassini blu, si tamponò i capelli con l'asciugamano e li pettinò all'indietro. Poi frugò ancora nel borsone e prese il girocollo che Reacher le aveva comprato a Manila.

«Mi aiuti a metterlo?»

Sollevò i capelli e Jack si chinò per allacciare il fermaglio. La collana ricordava una corda d'oro pesante. Forse non d'oro vero, non per il prezzo che l'aveva pagata, benché nelle Filippine tutto fosse possibile. Le sue dita erano grosse, le unghie consumate e rotte per il lavoro col badile, ma lui trattenne il fiato e, dopo due tentativi, riuscì nell'intento. Le baciò il collo e Jodie si lasciò ricadere sulle spalle i capelli, pesanti e umidi, che odorava-no d'estate.

«Bene, sono pronta.» Sorrise e lanciò a Jack i vestiti che aveva lasciato sul pavimento. Lui li indossò e il cotone si appiccicò alla pelle ancora umida. Prese in prestito il pettine di Jodie e si ravviò i capelli, poi si guardò allo specchio e colse l'immagine della donna dietro di sé. Sembrava una principessa pronta a recarsi a cena col suo giardiniere.

«Non mi lasceranno entrare», mormorò Jack.

Jodie si alzò in punta di piedi e, mentre gli sistemava il colletto sulla massa prominente del deltoide, scherzò: «In che modo? Chiamando la Guardia Nazionale?»

Il ristorante distava quattro isolati. Era una tipica sera di giugno nel Missouri; vicino al fiume l'aria era umida e mite, le stelle brillavano sopra le loro teste, in un cielo scuro, dello stesso colore del vestito di Jodie. I castagni frusciavano, mossi dalla brezza calda. A mano a mano che avanzavano, la strada si fece più trafficata, mentre gli edifici si facevano più piccoli e bassi e recavano insegne su cui erano dipinti nomi francesi, illuminate da piccoli riflettori (non c'era traccia d'insegne al neon). Il ristorante che aveva scelto Jodie si chiamava La Préfecture. Reacher sorrise al pensiero che gli innamorati di qualche cittadina francese stessero mangiando in un locale chiamato «uffici comunali», che, per quanto riuscisse a ricordare, era la traduzione letterale del nome.

Il locale sembrava molto grazioso. Un ragazzo, forse originario del Mi-dwest, li salutò caldamente, con un forzato accento francese, e li condusse a un tavolo sotto un portico illuminato da candele, che dava su un giardino interno. C'era una fontana con luci subacquee e gli alberi erano illuminati da lanterne appese al tronco. La tovaglia era di lino e le posate d'argento.

Reacher ordinò una birra americana; Jodie, Pernod e acqua.

«È carino qui, vero?» chiese la donna.

Jack annuì. «Dimmi come ti senti», mormorò poi.

Lei lo guardò, sorpresa. «Mi sento bene.»

«Bene come?»

Jodie sorrise, timidamente. «Reacher, mi stai prendendo in giro?»

Jack ricambiò il sorriso. «No, sto solo pensando a una cosa. Ti senti rilassata?»

La donna annuì.

«Al sicuro?»

Ancora un cenno affermativo col capo.

«Anch'io», continuò Jack. «Al sicuro e rilassato. E questo che significa?»

Il cameriere arrivò con le bibite su un vassoio d'argento. Il Pernod era contenuto in un bicchiere alto e il ragazzo lo servì in una brocca francese autentica. Versò invece la birra in un boccale gelato: in un posto del genere, non si beveva direttamente dalla bottiglia!

«Che significa?» chiese Jodie.

Versò un po' d'acqua nel liquido ambrato, che subito assunse un colore biancastro, e agitò il bicchiere per mescolare il tutto. Jack colse il forte odore di anice.

«Significa che qualsiasi cosa stia succedendo è di piccole proporzioni.

Una piccola operazione, con base a New York. Lì ci sentivamo nervosi, ma qui siamo rilassati.» Reacher bevve un lungo sorso di birra.

«Si tratta solo di una sensazione, non prova nulla», ribatté Jodie.

«No, però le sensazioni sono convincenti. E c'è una prova inconfutabile.

A New York siamo stati inseguiti e attaccati, qui nessuno fa caso a noi.»

«Hai controllato?» chiese lei, allarmata.

«Tengo sempre gli occhi aperti. Abbiamo passeggiato lentamente, senza nasconderci. Nessuno ci sta seguendo.»

«Carenza di uomini?»

Reacher annuì. «Ci sono i due tizi di Key West e di Garrison, e quello che guidava la Suburban. Credo che non ve ne siano altri, se no sarebbero qui a cercarci. Quindi si tratta di una piccola banda, con sede a New York.»

«Io credo che si tratti di Victor Hobie», azzardò Jodie.

Il cameriere era tornato con un blocchetto e una matita. Jodie ordinò pâté e agnello, Reacher chiese zuppa e porc aux pruneaux: il suo pranzo della domenica quand'era bambino, ogni volta che sua madre riusciva a trovare maiale e prugne secche. Era un piatto tipico della regione della Loira e, sebbene lei fosse parigina, le piaceva cucinarlo per i figli: le sembrava che fosse una sorta d'introduzione rapida alla cultura della sua terra.

«Non credo sia lui», la contraddisse Reacher.

«Io invece penso di sì», insistette Jodie. «In qualche modo, è sopravvissuto alla guerra; da allora, vive nascosto da qualche parte e non vuole essere trovato.»

«Ci ho pensato anch'io, fin dall'inizio. Però c'è qualcosa che non torna.

Hai letto il dossier su di lui, le sue lettere. Hai sentito che cosa mi ha detto il suo vecchio amico Ed Steven. Era un ragazzo tutto d'un pezzo, Jodie.

Semplice, normale. Non posso credere che abbia lasciato i genitori in quello stato. E per trent'anni! Ne sarebbe stato capace? Un comportamento simile non combacia con le notizie che abbiamo di lui.»

«Forse è cambiato. Papà diceva sempre che il Vietnam cambiava le persone. Solitamente in peggio», suggerì Jodie.

«È morto. Sei chilometri a ovest di An Khe, trent'anni fa», replicò Reacher.

«È a New York, ti dico. E in questo momento fa di tutto per nascondersi», ribatté Jodie.

Hobie stava sul suo terrazzo al trentesimo piano, appoggiato alla balau-stra, la schiena rivolta al parco. Era al cellulare, occupato a vendere la Mercedes di Chester Stone a un tizio del Queens.

«C'è anche una BMW», stava dicendo. «Serie otto, coupé. In questo momento è su, a Pound Ridge. Te la vendo a cinquanta centesimi per dollaro, in contanti, che dovrò avere domani in una borsa.»

Rimase ad ascoltare l'interlocutore che aspirava aria tra i denti, come fanno i venditori di auto quando si parla loro di soldi.

«Diciamo trentamila per entrambe, in contanti, in una borsa, domani», continuò Hobie.

L'uomo emise un grugnito e Hobie proseguì con la sua lista: «Ci sono una Tahoe e una Cadillac. Facciamo quarantamila e puoi aggiungerne una all'accordo. A tua scelta».

Il tizio sembrò riflettere e poi scelse la Tahoe. Una 4x4 era più vendibile, specialmente al Sud, dove Hobie sapeva che l'avrebbe piazzata bene. Poco dopo, spense il telefono e rientrò in salotto attraverso la porta scorrevole.

Con la mano sinistra aprì un piccolo diario di pelle e lo tenne aperto con l'uncino. Riaccese il telefono e chiamò un agente immobiliare che gli doveva un mucchio di soldi. «Devi restituirmi il prestito», esordì.

Dall'altra parte del filo, l'uomo deglutì, in preda al panico. Per un lungo istante, nessuno parlò. Poi Hobie udì il tizio sedersi pesantemente.

«Puoi pagarmi?» gli chiese.

Nessuna risposta.

«Sai che cosa accade alla gente che non paga?»

Ancora silenzio. L'uomo deglutì ancora.

«Non preoccuparti. Possiamo escogitare qualcosa. Ho due proprietà da vendere. Una villa a Pound Ridge e il mio appartamento su 5th Avenue.

Voglio due milioni di dollari per la casa, tre e mezzo per l'appartamento.

Tu concludi le vendite e io, invece di riconoscerti la commissione, ti cancello il debito, d'accordo?» propose Hobie.

L'uomo non ebbe altra scelta se non accettare. Hobie gli comunicò le coordinate bancarie delle Cayman e gli ordinò di depositare i proventi entro un mese.

«In un mese sarà un'impresa», rispose l'agente immobiliare.

«Come stanno i bambini?» chiese Hobie.

«D'accordo, un mese», si arrese l'uomo.

Hobie spense il telefono e scrisse 5.540.000 dollari sulla pagina in cui aveva annotato tre automobili e due residenze. Poi chiamò una compagnia aerea e chiese informazioni sui voli serali per la costa, di lì a due giorni.

C'era un'ampia disponibilità di posti. Lui sorrise. La palla stava per superare la recinzione, diretta verso la quinta fila delle gradinate. Il giocatore esterno stava saltando più in alto che poteva, ma sembrava proprio incapace di afferrarla.

Senza Hobie in ufficio, Marilyn si sentì abbastanza sicura da farsi una doccia. Non l'avrebbe fatta, sapendolo là fuori. Il suo sguardo era troppo lascivo e si sarebbe sentita osservata anche all'interno del bagno, con la porta chiusa. Il tizio di nome Tony non era un problema; pareva ansioso e obbediente. Hobie gli aveva ordinato di far sì che non uscissero dal bagno e lui si sarebbe limitato a quello: non sarebbe entrato a molestarli, li avrebbe lasciati in pace. Ne era sicura. L'altro uomo, il tipo tarchiato che aveva portato loro il caffè, eseguiva gli ordini di Tony, quindi neanche lui la preoccupava. Pertanto Marilyn prese coraggio, anche se, per precauzione, chiese a Chester di rimanere vicino alla porta, con la mano sulla maniglia.

Dopo aver aperto l'acqua calda, si tolse le scarpe e il vestito, che depose accuratamente sopra l'asta che reggeva la tenda, lontano dal getto d'acqua, ma abbastanza vicino al vapore da far sì che le pieghe venissero eliminate.

Poi entrò nel box, si lavò i capelli e s'insaponò dalla testa ai piedi. Era rilassante: l'acqua le toglieva la tensione di dosso. Rimase sotto il getto per parecchio tempo, la testa sollevata. Poi, sempre lasciando scorrere l'acqua, uscì a prendere un asciugamano e si scambiò di posto con Chester.

«Forza, ti farà bene», lo incitò.

Stone era inebetito. Si limitò ad annuire e a staccarsi dalla maniglia. Rimase immobile per qualche secondo, poi si tolse i boxer e la canottiera, si sedette, nudo, sul pavimento e si liberò anche delle scarpe e delle calze.

Marilyn vide il livido giallo sul suo fianco.

«Ti hanno picchiato?» chiese.

Lui annuì, si alzò ed entrò nella doccia. Rimase sotto il getto caldo con gli occhi chiusi e la bocca aperta; l'acqua sembrò rianimarlo. Trovò il sapone e lo shampoo e si lavò vigorosamente.

«Lascia aperta l'acqua. Scalderà la stanza», suggerì lei.

In effetti, l'acqua calda stava rendendo il bagno più confortevole. Chester uscì dal box e prese un asciugamano. Si tamponò la faccia e se lo sistemò attorno alla vita.

«Inoltre lo scroscio dell'acqua coprirà le nostre voci. Perché noi dobbiamo parlare, giusto?» aggiunse Marilyn.

Lui si strinse nelle spalle, come se non ci fosse molto di cui discutere.

«Non capisco che cosa tu voglia fare. Non ci sono amministratori fiduciari.

Lo scoprirà e andrà su tutte le furie.»

La donna si stava tamponando i capelli con l'asciugamano. Smise per qualche istante e lo guardò, attraverso il vapore sempre più denso. «Non capisci? Abbiamo bisogno di un testimone.»

«Un testimone per che cosa?»

«Per ciò che accadrà. David Forster ci manderà un detective privato, e che potrà fare Hobie? Ammetteremo che non esiste nessuna gestione fiduciaria, poi andremo tutti alla tua banca e daremo a Hobie le azioni. In un luogo pubblico, con un testimone. Un testimone, e una sorta di guardia del corpo. Dopodiché ce ne andremo indisturbati», spiegò Marilyn.

«Funzionerà?»

«Credo di sì. Mi sembra che Hobie abbia fretta. Non l'hai notato? Ha una sorta di scadenza e si sta facendo prendere dal panico. L'unica cosa che possiamo fare è rimandare il più possibile il trasferimento e poi filarce-la, con un testimone che assista all'intera operazione e che ci protegga.

Hobie non avrà tempo sufficiente per reagire.»

«Non capisco. Intendi dire che questo detective privato testimonierà che stiamo agendo sotto coercizione? In modo che potremo denunciare Hobie e riprenderci le azioni?»

Marilyn rimase in silenzio per alcuni secondi, sbalordita. «No, Chester, non denunceremo nessuno. Hobie avrà le azioni e noi ci dimenticheremo di questa brutta storia.»

Lui la fissò attraverso il vapore. «Ma così non va. La società non si salverà. Non se Hobie si prende le azioni», protestò.

Lei lo fissò. «Per l'amor di Dio, Chester, non capisci proprio niente? La società è persa. Ormai è storia passata e faresti bene ad accettarlo. Non si tratta di salvare quella dannata azienda. Si tratta di salvarci la vita!»

La zuppa era divina e il maiale superlativo. Sua madre ne sarebbe stata entusiasta. Bevvero mezzo litro di vino californiano e mangiarono in silenzio. Il ristorante era quel tipo di luogo in cui si fa una lunga pausa tra la portata principale e il dessert, in cui non ti fanno fretta per liberare il tavolo. Reacher si stava godendo quel lusso, al quale non era abituato. Si appoggiò allo schienale della sedia e allungò le gambe. Sotto il tavolo, le sue caviglie sfiorarono quelle di Jodie.

«Pensa ai suoi genitori», esordì. «Pensa a lui, bambino. Apri l'enciclope-dia alla lettera N come 'normale famiglia americana' e troverai una foto degli Hobie, tutti e tre, che ti guardano sorridenti. Sono d'accordo che il Vietnam ha cambiato le persone, ma credo che abbia allargato anche un po' gli orizzonti di Victor. Anche loro lo sapevano. Sapevano che non sarebbe tornato per lavorare in una stupida tipografia di Brighton: pensavano che sarebbe andato sulle piattaforme e avrebbe pilotato gli elicotteri per le compagnie petrolifere. Comunque, si sarebbero tenuti in contatto, giusto?

Non li avrebbe mai abbandonati in quel modo. Ciò che è accaduto è una vera crudeltà, fredda e calcolata per trenta lunghi anni. Qualcosa tra i suoi documenti ti fa pensare che sia un uomo capace di un atto del genere?»

«Forse ha fatto qualcosa. Qualcosa d'ignobile come il massacro di My Lai, ricordi? Forse si vergognava a tornare a casa. Forse nasconde un segreto sporco», disse Jodie.

Reacher scosse il capo, impaziente. «Sarebbe documentato nel fascicolo.

E, in ogni caso, non ne avrebbe avuto l'opportunità. Era un elicotterista, non un soldato di fanteria. Non ha mai incontrato il nemico a quattr'occhi.»

Il cameriere tornò, con blocco e matita. «Dessert? Caffè?» domandò.

Ordinarono un sorbetto al lampone e una tazza di caffè nero. Jodie bevve l'ultimo sorso di vino, di color rosso cupo nel bicchiere illuminato dalla candela.

«Allora, che facciamo?»

«È morto. Prima o poi troveremo la prova definitiva. Poi torneremo dai suoi genitori e diremo loro che hanno sprecato trent'anni di vita ad afflig-gersi invano», rispose Reacher.

«E a noi stessi, che cosa diremo? Che siamo stati aggrediti da un fanta-sma?»

Jack non rispose. Arrivò il sorbetto e lo assaporarono in silenzio. Poi fu la volta del caffè e del conto, in una cartellina di pelle col logo del ristorante stampato in oro.

Jodie vi poggiò sopra la carta di credito, senza nemmeno guardare il totale. Poi sorrise. «Ottima cena», commentò.

Reacher ricambiò il sorriso. «Ottima compagnia.»

«Dimentichiamoci per un po' di Victor Hobie.»

«Di chi?» fece Reacher, e lei scoppiò a ridere.

«A che cosa pensiamo invece?» domandò lei.

«Io stavo pensando al tuo vestito.»

«Ti piace?»

«È stupendo.»

«E...»

«E potrebbe assumere un aspetto migliore. Sai, magari lasciato cadere sul pavimento...»

«Credi?»

«Ne sono sicuro. Tuttavia per ora rimane solo un'ipotesi. Avrei bisogno di dati sperimentali per valutarlo prima e dopo!»

Jodie sospirò e, facendo finta di essere stanca, aggiunse: «Reacher, dobbiamo alzarci alle sette. Il volo parte presto, ricordi?»

«Sei giovane. Se reggo io, reggi anche tu», rispose lui.

Lei sorrise, allontanò la sedia dal tavolo e si alzò. Fece un giro su se stessa e il vestito seguì il suo movimento; era magnifico, visto da dietro. I capelli di Jodie apparivano dorati nel bagliore delle candele.

Lei si avvicinò e gli sussurrò all'orecchio: «Questo era il prima. Andiamo, prima che dimentichi il termine di paragone».

Le sette del mattino a New York sono le sei del mattino a St. Louis. A quell'ora, gli agenti O'Hallinan e Sark si trovavano in ufficio a organizzare il turno. I messaggi notturni, erano impilati nel contenitore della posta in entrata: chiamate dagli ospedali e rapporti degli agenti del turno di notte, che avevano risposto a richieste di soccorso per casi di violenze domestiche. Bisognava esaminare il tutto ed elaborare un itinerario, in base alla posizione geografica e all'urgenza. Era stata una notte normale a New York, il che significò che la O'Hallinan e Sark dovettero compilare una lista di ventotto nuovi casi che richiedevano la loro attenzione, e che la telefonata al Quindicesimo distretto fu rimandata fino alle otto meno dieci.

La O'Hallinan compose il numero e ottenne risposta al decimo squillo.

«Avete rimosso una Suburban nera abbandonata su Lower Broadway, un paio di giorni fa. Ve ne fate qualcosa?» chiese.

All'altro capo del filo, si udì qualcuno rovistare in una pila di documenti.

«È al deposito. V'interessa?»

«Abbiamo una donna col naso rotto, in ospedale: è stata portata là in una Tahoe appartenente alla medesima società.»

«Forse era lei che guidava. I veicoli coinvolti sono tre, e abbiamo un so-lo conducente. C'era la Suburban che ha causato l'incidente, però il guidatore è svanito; poi c'era una Olds Bravada che è fuggita ed è stata ritrovata in un vicolo, ma sia il guidatore sia il passeggero sono spariti. La Suburban era aziendale, di una società fiduciaria con sede nel distretto.»

«La Cayman Corporate Trust? È la proprietaria della Tahoe», disse la O'Hallinan.

«Esatto. La Bravada è intestata a una certa Jodie Jacob, ma ne era stato denunciato il furto in precedenza. Non è lei la donna col naso rotto, vero?»

s'informò l'agente.

«Jodie Jacob? No, la nostra si chiama Sheryl... qualcosa.»

«Bene, probabilmente era al volante della Suburban. È bassa?»

«Abbastanza. Perché?»

«L'airbag si è aperto. Accade che le persone basse riportino danni quando si gonfia all'improvviso», spiegò l'uomo.

«Verificherete?»

«No, noi abbiamo il veicolo, e basta. Chi lo vuole se lo venga a prendere: funziona così.»

L'agente riagganciò e Sark guardò la O'Hallinan con aria interrogativa.

«Che cosa c'è dietro? Perché dovrebbe dire che ha sbattuto contro una porta se, in realtà, ha avuto un incidente?»

«Non lo so. E perché un'agente immobiliare del Westchester avrebbe guidato un'auto di una società del World Trade Center?»

«Questo, però, spiegherebbe le ferite. L'airbag e il volante potrebbero averle rotto naso e zigomi», suggerì Sark.

«Forse», ribatté la donna.

«Controlliamo?»

«Dovremmo tentare, credo. Se è stato un incidente, risolviamo il caso.»

«Va bene, ma non scriverlo da nessuna parte, perché, se non è andata così, il caso verrà riaperto e rimarrà ancora in sospeso. E saranno dolori.»

Si alzarono simultaneamente e infilarono il rispettivo taccuino in una tasca della divisa. Presero le scale e uscirono nel sole mattutino, diretti alla macchina.

Lo stesso sole si spostò a ovest e, a St. Louis, scoccarono le sette del mattino. Entrò attraverso un lucernario dell'attico e, coi suoi raggi bassi, raggiunse il letto a quattro piazze da una nuova direzione. Jodie si era alzata per prima e si trovava già sotto la doccia. Reacher era solo nel letto caldo, intento a stiracchiarsi, quando si rese vagamente conto di un suono attutito ma stridulo nella stanza.

Controllò il telefono sul comodino e cercò di capire se Jodie avesse messo una sveglia che la sera prima lui non aveva notato. Niente. Il suono stridulo continuò, sempre attutito, ma insistente. Jack si rigirò nel letto e si mise seduto. Dalla nuova posizione riuscì a localizzarlo: proveniva dalla borsa di Jodie. Scivolò giù dal letto e attraversò, nudo, la stanza. Aprì la borsa e il suono si fece più forte. Era il cellulare. Guardò la porta del bagno ed estrasse il telefono. Poi studiò i pulsanti e premette il tasto di risposta.

Lo squillo cessò.

«Pronto?»

Dall'altra parte, ci fu un momento di silenzio. «Chi parla? Sto cercando la signora Jacob.»

Era la voce di un uomo giovane, indaffarato, irritato. Una voce che conosceva: il segretario di Jodie allo studio legale, quello che gli aveva dettato l'indirizzo di Leon.

«È sotto la doccia.»

«Ah», esclamò la voce.

Un altro momento di silenzio.

«Capisco. Siete ancora a Garrison?» continuò l'uomo.

«No, siamo a St. Louis, nel Missouri.»

«Santo cielo! Questo complica tutto. Posso parlare con la signora Jacob?»

«È sotto la doccia», ripeté Reacher. «La faccio richiamare più tardi, oppure desidera lasciarle un messaggio?»

«Le dispiacerebbe? Credo sia urgente», disse il segretario.

«Attenda», disse Reacher. Tornò al letto e prese il blocco e la penna messi a disposizione dall'hotel. Si sedette e spostò il telefonino nella sinistra. «Sono pronto, mi dica.»

L'uomo dettò il messaggio, scegliendo le parole con l'intenzione di rimanere sul vago. Evidentemente, si trattava di dettagli legali che dovevano rimanere privati. Quindi Jack posò blocco e penna: non ne avrebbe avuto bisogno. «La farò richiamare se qualcosa non le è chiaro», disse.

«Grazie, e mi spiace di aver interrotto, be'... qualsiasi cosa io abbia interrotto!»

«Non ha interrotto nulla. Come le ho detto, in questo momento la signora Jacob è sotto la doccia. Se avesse chiamato dieci minuti fa, allora sì che sarebbe stato un problema!»

«Santo cielo!» esclamò l'uomo, e riagganciò.

Reacher sorrise e premette il tasto rosso del telefono. Gettò il cellulare sul letto e udì l'acqua della doccia arrestarsi. La porta si aprì e Jodie uscì, avvolta in un asciugamano, in mezzo a una nuvola di vapore.

«Il tuo segretario ti ha appena chiamato sul cellulare. Credo sia rimasto un po' turbato quando ha sentito la mia voce», le riferì Jack.

La donna sogghignò. «Be', ne andrà della mia reputazione! Entro mezzogiorno lo saprà tutto l'ufficio. Che cosa voleva?»

«Devi tornare a New York.»

«Perché? Ti ha detto qualcosa di più?»

«No, è stato molto riservato, molto corretto, come dovrebbe essere ogni segretario, credo. Tu sei un asso nel tuo campo. La tua consulenza è molto richiesta.»

«Sono la migliore. Non te l'avevo detto? Dunque, chi ha bisogno di me?»

«Qualcuno ha chiamato il tuo studio. Una società finanziaria con qualcosa da gestire. Ha chiesto personalmente di te. Forse perché sei quanto di meglio esista sul mercato...»

«Ha detto di che si tratta?»

«Delle solite cose, credo. Qualcuno deve a qualcun altro dei soldi e stanno litigando. Devi andare domani pomeriggio e tentare di far ragionare l'una o l'altra parte.»

Un'altra delle migliaia di telefonate in corso, nello stesso momento, nell'area di Wall Street, era stata effettuata dallo studio legale Forster & Abelstein all'ufficio del detective privato William Curry. Questi aveva lavorato vent'anni nelle squadre investigative della polizia di New York, era andato in pensione all'età di quarantasette anni e poi, per pagare gli alimenti alla ex moglie, finché questa non si fosse risposata, non fosse morta o non si fosse semplicemente dimenticata di lui, si era messo a lavorare in proprio.

Stava nel giro da soli due anni e una telefonata personale dal socio più anziano di un rinomato studio legale di Wall Street era un evento eccezionale. Curry ne era compiaciuto, ma non troppo sorpreso. In quei due anni aveva fatto un buon lavoro, applicando tariffe ragionevoli, proprio al fine di crearsi una buona reputazione: se la voce si era finalmente sparsa e i pezzi grossi iniziavano a chiamarlo, ne era felice. Ciò che lo stupiva era la natura del lavoro.

«Io dovrei impersonare lei?» ripeté il detective.

«È importante. Si aspettano un avvocato di nome David Forster, perciò è quello che dobbiamo dargli. Non si tratta di un caso legale. Probabilmente, non si tratta di nulla. Lei deve solo essere presente e tenere le cose sotto controllo. Non sarà difficile. D'accordo?»

«Sì, presumo di sì», rispose Curry. Scrisse i nomi delle parti in causa e l'indirizzo del luogo in cui si sarebbe tenuta la riunione. Sparò un onorario due volte maggiore del consueto, dato che non voleva apparire troppo a buon mercato, non di fronte a quei tizi di Wall Street, che restavano sempre colpiti dalle parcelle costose. Data la natura del compito, era convinto che si sarebbe meritato la somma. Forster assentì senza esitare e gli assicurò che gli avrebbe inviato un assegno per posta. Curry riattaccò il ricevitore e ripassò mentalmente il contenuto dei suoi armadi, domandandosi che cosa diavolo avrebbe indossato per sembrare il grande capo di uno studio legale di Wall Street.