16
Reacher tornò su Lower Broadway guidando lentamente. Discese sobbalzando la rampa del garage con la grossa automobile, la lasciò nel parcheggio di Jodie e la chiuse, ma non salì nell'appartamento. Raggiunse la strada a piedi e, sotto il sole, si diresse a nord, fino al bar. Si fece mettere quattro espressi in un bicchiere di cartone e si sedette allo stesso tavolino cui si era seduta Jodie la sera in cui lui era tornato da Brighton. Jack l'aveva trovata lì, intenta a fissare la fotografia fasulla di Rutter. Scelse la stessa sedia che aveva usato lei, soffiò sulla schiuma dell'espresso, ne odorò l'aroma e bevve il primo sorso.
Che cosa avrebbe detto ai genitori di Hobie? La soluzione migliore sarebbe stata sostenere che non aveva trovato nulla, che aveva fatto un buco nell'acqua, cercando di rimanere nel vago. Sarebbe stato un atto di grande cortesia: si sarebbe limitato a stringere loro la mano, a raccontare l'imbro-glio di Rutter, a restituire il denaro perduto e a descrivere una lunga e in-fruttuosa ricerca nel passato che, purtroppo, non lo aveva portato da nessuna parte. Li avrebbe convinti ad accettare il fatto che Victor fosse morto, li avrebbe spinti a comprendere che nessuno sarebbe stato in grado di dir loro dove, come e quando. Poi se ne sarebbe andato, lasciando che trascor-ressero gli ultimi giorni con la misera dignità che derivava dal fatto di essere solo due dei milioni di genitori che avevano sacrificato i figli alle notti e alle nebbie di un secolo terribile.
Bevve un altro sorso di caffè, la mano libera chiusa a pugno sul tavolino.
Avrebbe mentito, ma a fin di bene. Reacher non era molto ferrato in materia di cortesia. Non si era mai trovato in una posizione simile, non aveva mai portato cattive notizie ai genitori, a differenza di alcuni suoi colleghi.
Dopo il Golfo, erano state create squadre apposite: un ufficiale superiore e un membro della polizia militare facevano visita alle famiglie delle vittime, percorrevano lunghi e solitari vialetti e salivano le scale degli appartamenti per portare la cattiva notizia che la loro visita formale e la divisa avevano già preannunciato. Jack era convinto che la cortesia fosse molto importante in quel tipo di servizio, ma la sua carriera si era svolta in un ambito ristretto, dove le cose erano sempre semplici, che accadessero o no, che fossero buone o cattive, legali o illegali. Finché, due anni dopo aver lasciato l'esercito, la cortesia non era diventata un fattore importante nella sua vita. E l'avrebbe costretto a mentire. Ma avrebbe trovato Victor Hobie.
Aprì il pugno e si toccò la bruciatura sotto la camicia: aveva un piccolo conto da saldare. Reacher inclinò il bicchiere finché non sentì i fondi del caffè sulla lingua, poi lo gettò nel cestino e uscì sul marciapiede. Broadway era illuminata dal sole, che batteva quasi perpendicolare; Jack lo sentiva sulla faccia, si voltò nella sua direzione e si avviò verso l'appartamento di Jodie. Era stanco: aveva dormito solo quattro ore sull'aereo. Quattro ore su più di ventiquattro. Si ricordava di aver reclinato l'enorme sedile e di essersi addormentato. Stava pensando a Hobie in quel momento, proprio come ci stava pensando allora. Victor Hobie ha fatto uccidere Costello, in modo da poter rimanere nell'ombra. D'un tratto, gli venne in mente Crystal, la spogliarellista delle Keys. Si vide mentre le diceva qualcosa nel bar semibuio. La donna indossava una maglietta e nient'altro. Poi ricordò Jodie che gli stava parlando, nello studio cupo della casa di Leon. Nella sua casa. Gli stava dicendo esattamente la stessa cosa che lui aveva detto a Crystal quella notte. Deve aver pestato qualche piede, su al Nord, o causato grane a qualcuno, aveva affermato Jack. Costello deve aver tentato qualche scorciatoia... e qualcuno si è messo in guardia, aveva osservato Jodie. Si fermò improvvisamente sul marciapiede, il cuore in tumulto. Le-on. Costello. Leon e Costello, insieme, che chiacchieravano. Il detective era andato a Garrison e aveva parlato con Leon proprio prima che morisse.
Il vecchio gli aveva esposto il problema. Trovi un certo Jack Reacher perché voglio che scopra ciò che è accaduto a un uomo chiamato Victor Hobie, doveva aver detto Garber. Costello, calmo e professionale, aveva tenuto di sicuro le orecchie ben aperte. Era tornato in città, aveva esaminato il caso e, dopo aver riflettuto sul da farsi, aveva tentato una scorciatoia. Costello era andato a cercare l'uomo di nome Hobie prima di mettersi sulle tracce di quello chiamato Reacher.
Jack corse per l'ultimo isolato fino al garage di Jodie. Da Lower Broadway a Greenwich Avenue c'erano circa quattro chilometri, ma, seguendo la scia dei taxi diretti nella zona ovest di Midtown, v'impiegò solo undici minuti. Lasciò la Lincoln sul marciapiede davanti all'edificio e salì i gradini dell'atrio. Si guardò intorno e premette tre pulsanti a caso.
«UPS», disse.
La porta interna si aprì e Jack corse lungo le scale fino all'ufficio numero cinque. La porta di mogano di Costello era chiusa, proprio come l'aveva lasciata lui quattro giorni prima; si guardò attorno nel corridoio e provò ad abbassare la maniglia. La porta si aprì: il chiavistello era ancora sganciato, l'ufficio aperto. La reception color pastello sembrava silenziosa. Quanto sa essere indifferente la città, dove la vita scorre imperterrita, frenetica, incu-rante... All'interno, l'aria era stantia; il profumo della segretaria era diventato quasi impercettibile, il computer era ancora acceso. La cascata dello schermo continuava a scorrere, aspettando il ritorno della donna.
Reacher si avvicinò alla scrivania e toccò il mouse; lo screensaver svanì e sullo schermo apparve la voce del database SGR&T, l'ultima che aveva guardato prima di chiamare lo studio legale, quando ancora non conosceva nessuna signora Jacob. Chiuse il documento e tornò all'elenco principale, senza molto ottimismo. Vi aveva cercato JACOB e non aveva trovato nulla; inoltre non ricordava di aver visto il cognome HOBIE, sebbene la H e la J fossero molto vicine nell'ordine alfabetico. Lo fece scorrere dal basso verso l'alto, poi in senso contrario, ma dalla lista principale non risultò nulla. Non era composta da cognomi veri e propri, solo da acronimi di diverse società. Reacher entrò nell'ufficio di Costello. Sulla scrivania non c'era nessun foglio. Però, nel vano per le gambe, vide un cestino metallico che conteneva vari fogli accartocciati. Si accucciò e lo svuotò sul pavimento.
Trovò buste aperte e moduli stracciati, la carta unta di un sandwich e alcuni fogli a righe, strappati da un blocco. Stese questi ultimi sul tappeto. Non contenevano nulla d'interessante; si trattava di appunti di lavoro, il tipo di annotazioni che un uomo impegnato scrive per organizzare i propri pensieri. Purtroppo erano tutti recenti. Costello era senz'altro uno di quelli che svuotavano regolarmente il cestino; tutto ciò che stava lì risaliva a qualche giorno prima che lui venisse ucciso nelle Keys. Qualsiasi scorciatoia ri-guardante Hobie avrebbe dovuto essere stata intrapresa dodici-tredici giorni prima, poco dopo l'incontro con Leon, all'inizio dell'indagine. Reacher apri i cassetti della scrivania e trovò il blocco nel cassetto superiore, sulla sinistra. Era un articolo da supermercato, usato solo in parte, con una spessa matrice sulla sinistra e metà delle pagine rimanenti sulla destra. Si sedette sulla poltrona di pelle sformata e lo sfogliò. Alla decima pagina trovò il nome Leon Garber. Gli balzò all'occhio in mezzo ad alcuni appunti confusi, presi a matita. Poi vide signora Jacob, SGR&T e Victor Hobie. Il no-me era evidenziato due volte dal tratto casuale di un uomo sovrappensiero, cerchiato da due ellissi. Accanto a esso, una specie di scarabocchio: CCT.
Da quest'ultima scritta partiva una linea che attraversava la pagina e si ri-congiungeva all'appunto ore 9, anch'esso contrassegnato da più circoli.
Reacher esaminò la pagina e apprese di un appuntamento con Victor Hobie, in un luogo indicato con la sigla CCT, alle nove del mattino. Presumibilmente, alle nove del giorno in cui Costello era stato ucciso.
Spostò la poltrona all'indietro e si precipitò al computer, nell'altra stanza.
L'elenco del database era ancora lì, lo screensaver non era ancora entrato in funzione. Controllò la lista dall'inizio e guardò tutti gli acronimi elencati fra la B e la D. CCT era proprio là, tra CCR&W e CDAG&Y. Spostò il mouse e cliccò sulla scritta; la schermata si aprì alla voce CAYMAN
CORPORATE TRUST, con sede nel World Trade Center. C'erano i numeri di telefono e di fax, e diversi appunti che indicavano richieste da studi legali. Il nome del titolare era Victor Hobie.
Mentre Reacher fissava lo schermo, il telefono prese a squillare. Distolse lo sguardo e lo posò sulla console della scrivania. Non emetteva nessun rumore, gli squilli provenivano dalla tasca. Estrasse il cellulare di Jodie e premette il pulsante di risposta. «Pronto?»
«Ho alcune notizie», esordì Nash Newman.
«Notizie riguardo a che cosa?»
«Riguardo a che cosa? Tu che pensi?»
«Non lo so. Dimmelo tu», rispose Reacher.
Newman gli riferì ciò che aveva scoperto. Seguì un momento di silenzio, interrotto solo dal debole sibilo del telefono, indicativo dei diecimila chilometri che li separavano, e dal ronzio della ventola interna del computer.
Reacher allontanò il telefono dall'orecchio e spostò lo sguardo più volte dall'apparecchio allo schermo, da sinistra a destra, sbalordito.
«Sei ancora lì?» gli chiese il generale. La voce suonava debole e come distorta.
Reacher riavvicinò il cellulare all'orecchio. «Ne sei sicuro?» chiese.
«Sicurissimo. Sicuro al cento per cento. Il risultato è definitivo, non esiste nemmeno una possibilità su un milione che mi sbagli. Non ho dubbi», rispose Nash.
«Ne sei certo?» insistette Jack.
«Affermativo. Ne sono assolutamente certo», ribatté il generale.
Reacher ammutolì. Si guardò intorno nell'ufficio vuoto e silenzioso. Le pareti assumevano un colore azzurrino, nei punti in cui i raggi solari filtra-vano dai vetri zigrinati della finestra, mentre erano grigie dove non batteva il sole.
«Non mi sembri molto felice della notizia», disse Nash.
«Non ci posso credere. Dimmelo ancora», mormorò Reacher.
Il generale gli ripeté tutto daccapo, mentre Jack fissava la scrivania, inebetito.
«Ripetimelo ancora una volta, Nash.»
L'altro gli raccontò tutto per la quarta volta. «Non c'è dubbio», aggiunse.
«Ricordi forse una volta in cui mi sia sbagliato?»
«Merda», esclamò Reacher. «Merda! Sai che cosa significa questo? Capisci che cos'è accaduto? Capisci che cos'ha fatto? Devo andare, Nash.
Devo tornare immediatamente a St. Louis. Devo entrare di nuovo nell'archivio.»
«Già. Sarebbe certamente la mia prima tappa. E, fossi in te, mi affrette-rei.»
«Grazie, Nash», disse Reacher. Spense il telefono e lo ripose in tasca; poi si alzò e uscì lentamente dall'ufficio di Costello, lasciandosi la porta spalancata alle spalle.
Tony si presentò in bagno con l'abito Savile Row appeso a una gruccia e avvolto in un cellophane da tintoria; sotto il braccio teneva la camicia ina-midata, avvolta in un foglio di carta sottile. Guardò Marilyn, appese l'abito alla stanga della doccia e gettò la camicia in braccio a Chester; poi mise una mano in tasca e ne estrasse la cravatta. La sfilò lentamente, come un prestigiatore che esegue un trucco con una sciarpa di seta nascosta. E la lanciò a Stone, come aveva fatto con la camicia.
«È ora di andare in scena. Dovete essere pronti fra dieci minuti», affermò.
Uscì e chiuse la porta. Chester era seduto sul pavimento, la camicia im-pacchettata tra le mani, la cravatta sulle gambe, dov'era caduta. Marilyn si chinò e prese la camicia; infilò le dita sotto il bordo del pacchetto e l'aprì.
Appallottolò la carta e la gettò a terra. Spiegò quindi la camicia e aprì i primi due bottoni.
«È quasi finita», mormorò, come se stesse pronunciando un incantesimo.
Lui la guardò con indifferenza e si alzò. Le prese la camicia dalle mani e se la infilò dalla testa; la donna gli si mise davanti, gli sistemò il colletto e gli fece il nodo della cravatta.
«Grazie», disse lui.
Lo aiutò a mettersi la giacca, poi si portò nuovamente di fronte al marito, gli raddrizzò il bavero e disse: «I capelli...»
Chester andò allo specchio e vide l'uomo che era stato in un'altra vita.
Cercò di sistemarsi i capelli con le dita. La porta del bagno si riaprì e Tony entrò, reggendo una stilografica. «Te la ridiamo in prestito, in modo che tu possa firmare la cessione.»
Stone annuì, prese la penna e se la infilò nella tasca della giacca.
«E anche questo. Dobbiamo mantenere le apparenze, giusto? Con tutti questi avvocati intorno...» esclamò, porgendogli il Rolex di platino.
Chester glielo tolse di mano e se lo mise al polso; il segretario lasciò la stanza e chiuse la porta. Marilyn, davanti allo specchio, si stava ravviando i capelli con le dita. Se li mise dietro le orecchie e corrugò le labbra come se si fosse appena messa il rossetto, per istinto. Indietreggiò di qualche passo fino al centro della stanza e si sistemò il vestito. «Sei pronto?» chiese poi al marito.
Chester scrollò le spalle. «Per che cosa? E tu?»
«Io sono pronta», rispose la donna.
L'autista dello studio Spencer Gutman Ricker & Talbot era il marito di una delle segretarie di più vecchia data. Era stato un impiegato di poco conto in una ditta e non era sopravvissuto alla fusione della società con una concorrente malconcia e famelica. Cinquantanove anni, disoccupato, senza qualifiche e prospettive, aveva investito l'intera liquidazione in una Lincoln Town Car e la moglie aveva inoltrato una proposta scritta allo studio, nella quale sosteneva che sarebbe stato più economico stipulare un contratto esclusivo con lui che avvalersi di un servizio autisti. I soci avevano chiuso un occhio sugli errori contabili della proposta e l'avevano in-gaggiato comunque, considerando l'assunzione una cosa a metà fra un'opera buona e un vantaggio. Per quel motivo, il marito della segretaria stava aspettando nel garage col motore acceso e con l'aria condizionata al massimo, quando Jodie uscì dall'ascensore e si diresse verso di lui. L'uomo abbassò il finestrino e lei si chinò per parlargli.
«Sai dove siamo diretti?» chiese.
Lui annuì e picchiettò un dito sul blocco posato sul sedile passeggeri.
«So tutto», rispose.
Jodie salì dietro. Per natura, era una persona democratica e avrebbe preferito salire davanti con lui, ma l'autista insisteva che i passeggeri si acco-modassero sul sedile posteriore. Lo aiutava a sentirsi più «ufficiale». Era un uomo sensibile e non gli era sfuggita quell'aria di carità che aveva con-traddistinto la sua assunzione. Inoltre gli sembrava che, agendo con pro-fessionalità, avrebbe contribuito ad aumentare il suo stato. Per tale motivo indossava un abito scuro e un berretto da autista che aveva trovato in un negozio d'abbigliamento maschile a Brooklyn. Non appena vide nello specchietto che Jodie si era seduta, attraversò il garage e risalì la rampa, verso la luce del giorno. L'uscita era situata sul retro dell'edificio, sull'E-xchange Place. Voltò a sinistra, su Broadway, si districò tra le corsie in tempo per imboccare la brusca svolta a destra in Trinity Street. Poi proseguì in direzione ovest, svoltò e raggiunse il World Trade Center da sud.
Oltre la Trinity Church, il traffico era lento: due delle corsie erano bloccate da un carro attrezzi della polizia, fermo accanto a una volante parcheggiata lungo il marciapiede. Alcuni poliziotti stavano guardando attraverso i finestrini, come se fossero incerti sul da farsi. Superato l'ostacolo, l'autista si accostò al piazzale. I suoi occhi erano fissi a livello della strada, indifferenti ai giganteschi grattacieli incombenti sopra la sua testa. Rimase seduto col motore acceso, silenzioso e deferente. «Attenderò qui», disse infine.
Jodie scese dall'auto. L'ampio piazzale era affollato; mancavano sette minuti alle due, e gli impiegati stavano tornando in ufficio dopo la pausa pranzo. Si sentiva agitata. Per la prima volta da quando il mondo aveva cominciato a impazzire avrebbe camminato in uno spazio pubblico senza la protezione di Reacher. Si guardò intorno, poi si accodò a un gruppo d'individui frettolosi e, con loro, raggiunse la Torre Sud.
L'indirizzo sul fascicolo indicava l'ottantottesimo piano. Giunta all'ascensore, si mise in fila dietro un uomo di media altezza, che indossava un abito nero troppo largo e che portava una ventiquattrore economica, di finta pelle di coccodrillo. Entrò in ascensore dietro di lui; la cabina era affollata e la gente comunicava il numero del proprio piano alla donna più vicina ai pulsanti. L'uomo col vestito fuori moda chiese l'ottantottesimo. Jodie rimase in silenzio.
L'ascensore si fermò a molti piani e la gente faceva a gomitate per uscire. Erano le due in punto quando la cabina giunse all'ottantottesimo. Jodie uscì, seguita dall'uomo col vestito nero. Si trovarono in un corridoio deserto, lungo il quale varie porte anonime conducevano negli uffici. Jodie s'incamminò da un lato, l'uomo dall'altro, entrambi occupati a leggere le targhe alle porte. S'incontrarono nuovamente davanti all'entrata di legno di quercia con l'insegna della Cayman Corporate Trust. Al centro della porta, c'era un oblò di vetro, rinforzato con filo metallico. Jodie vi guardò attraverso; nel frattempo, l'uomo si protese e aprì la porta.
«Siamo qui per la stessa riunione?» chiese Jodie, sorpresa.
Lo seguì all'interno di una reception di quercia e ottone. Si sentivano i classici odori degli uffici: fotocopiatrice calda e caffè forte.
L'uomo col vestito nero si voltò verso di lei e annuì. «Credo di sì», rispose.
Jodie gli porse la mano mentre camminava. «Sono Jodie Jacob. Spencer Gutman. Per il creditore», si presentò.
Il tizio fece un passo all'indietro, spostò la valigia di finta pelle nella mano sinistra, sorrise e le strinse la mano. «David Forster. Forster & Abelstein», affermò.
Nel frattempo, erano giunti davanti al bancone. La donna fissò l'uomo e disse: «No, lei non è il signor Forster. Conosco molto bene David».
L'uomo sembrò irrigidirsi. La reception piombò nel silenzio. Jodie si voltò dall'altra parte e vide l'individuo che, qualche giorno prima, si era aggrappato alla portiera della Bravada mentre Reacher fuggiva dal luogo dell'incidente su Broadway: stava seduto tranquillamente dietro il bancone e la fissava. Poi spostò la mano sinistra e toccò un pulsante; nel silenzio ir-reale, Jodie udì un clic provenire dalla porta d'ingresso. Poi il tizio dietro il bancone mosse la mano destra, che si abbassò e risalì, impugnando un'ar-ma metallica opaca. La canna era lunga più di trenta centimetri, larga quanto un tubo, e l'impugnatura pareva di metallo. L'uomo col vestito fuori moda lasciò cadere la ventiquattrore e sollevò di scatto le mani. Jodie fissò l'arma e pensò: Ma quello è un fucile! L'uomo che lo impugnava spostò nuovamente la mano sinistra e premette un altro pulsante. La porta dell'ufficio interno si aprì. Sulla soglia, apparve il guidatore che li aveva tampo-nati con la Suburban, anch'egli armato. Jodie riconobbe il tipo di arma da alcuni film che aveva visto: era una pistola automatica. Al cinema sparava proiettili che ti scaraventavano indietro di due metri. L'autista della Suburban la teneva puntata tra lei e il finto David Forster, come se fosse pronto a ruotare il polso nell'una o nell'altra direzione. Il sicario col fucile uscì da dietro il bancone, superò Jodie, si portò alle spalle del presunto avvocato e gli premette la canna del fucile contro la schiena. Si udì un rumore, attutito dai vestiti, di metallo contro metallo. L'uomo armato gli infilò una mano sotto la giacca e ne estrasse un grosso revolver cromato. Lo tenne alzato, come un trofeo.
«Accessorio insolito per un avvocato», esclamò il tizio sulla soglia.
«Non è un avvocato. La donna dice di conoscere molto bene David Forster e questo non è lui», riferì il complice.
L'uomo sulla soglia annuì. «Mi chiamo Tony. Entrate tutti e due, prego.»
Si fece da parte e puntò l'automatica contro Jodie, mentre l'altro spingeva il sedicente Forster oltre la soglia. Poi Tony fece un cenno con la pistola e Jodie si ritrovò a camminare verso di lui. L'uomo si avvicinò e la spinse al di là della porta con una manata sulla schiena. La donna inciampò, poi riacquistò l'equilibrio. L'ufficio interno era grande, spazioso e quadrato. La luce era fioca perché le veneziane erano completamente chiuse. Davanti a una scrivania, si trovavano alcuni mobili da salotto: tre divani identici con lampade da tavolo, disposti a ferro di cavallo, con un tavolino da caffè di vetro e ottone al centro. Sul divano di sinistra sedevano due persone, un uomo e una donna; il primo indossava un vestito e una cravatta immacola-ti, la seconda un abito da cocktail, di seta spiegazzata. L'uomo alzò lo sguardo, l'espressione assente. La donna la guardò, terrorizzata. Un altro uomo sedeva dietro la scrivania, nell'ombra, su una poltrona di pelle. Poteva avere cinquantacinque anni. Jodie lo guardò. La faccia era divisa gros-solanamente in due, come una decisione arbitraria, come una mappa degli Stati occidentali. A destra, pelle rugosa e radi capelli grigi; a sinistra, tessuto cicatriziale roseo, spesso e lucente, come un modello in plastica, non ultimato, della testa di un mostro. Le cicatrici raggiungevano l'occhio, e la palpebra era una palla di tessuto rosa, simile a un pollice maciullato. Indossava un abito pulito, che cadeva bene sulle spalle larghe e sul petto ampio. Il braccio sinistro era posato sulla scrivania. S'intravedeva il polsino di una camicia bianca, candido nell'oscurità, e una mano ben curata; le dita picchiettavano sulla superficie di legno. Il braccio destro era posto simme-tricamente al sinistro; il tessuto di lana leggera della giacca e il polsino immacolato apparivano flosci. Non c'era nessuna mano, solo un uncino d'acciaio, anch'esso posato sulla scrivania. Era curvo e lucido come una versione in miniatura di una scultura in un giardino pubblico.
«Hobie», mormorò Jodie.
L'uomo annuì lentamente, una volta sola, e sollevò l'uncino in segno di saluto. «Piacere di conoscerti, signora Jacob. Mi spiace solo che ci sia voluto tanto tempo...» Sorrise. «E mi spiace che la nostra conoscenza durerà tanto poco.» Fece un cenno all'uomo chiamato Tony, che la spinse accanto al falso Forster.
«Dov'è il tuo amico Jack Reacher?» le chiese Hobie.
«Non lo so.»
Hobie la fissò a lungo. «D'accordo. A Jack Reacher penseremo dopo.
Ora siediti.»
Con l'uncino indicò il sofà opposto a quello della coppia. Jodie si avvicinò e obbedì, stordita.
«Questi sono il signore e la signora Stone. Chester e Marilyn, per gli amici. Chester dirige una società chiamata Stone Optical. Mi deve più di diciassette milioni di dollari e mi pagherà in azioni», disse Hobie.
Jodie guardò la coppia di fronte a sé. Nei loro occhi si leggeva il panico, come se qualcosa fosse appena andato irrimediabilmente storto.
«Mettete le mani sul tavolo. Tutti e tre. Piegatevi in avanti e allargate le dita. Fatemi vedere sei piccole stelle marine», urlò Hobie.
Jodie si protese e posò le mani sul tavolo. La coppia fece lo stesso, automaticamente.
«Allungatevi di più», ordinò Hobie.
I tre fecero scivolare le mani verso il centro del tavolo, spostando il peso del loro corpo sulle mani e rendendoli incapaci di muoversi. Hobie si alzò dalla scrivania e si mise di fronte all'uomo dal vestito largo. «A quanto pa-re, tu non sei David Forster», ringhiò.
L'uomo non rispose.
«Lo avrei scoperto, sai? Immediatamente. Un abito come quello! Vuoi scherzare? Dimmi chi sei.»
L'uomo rimase in silenzio. Jodie gli rivolse un'occhiata. Tony sollevò la pistola e la puntò alla testa dell'uomo. Poi azionò il carrello con entrambe le mani, producendo un minaccioso suono metallico nel silenzio dell'ufficio, e premette il dito sul grilletto. Jodie vide la nocca diventare bianca.
«Curry. William Curry. Sono un investigatore privato, lavoro per Forster», capitolò l'uomo.
«Va bene, signor Curry. Marilyn...» Si portò dietro gli Stone, fermandosi alle spalle della donna. «Sono stato ingannato, dunque.»
Si appoggiò con la mano sinistra allo schienale del sofà e si protese per infilare la punta dell'uncino nello scollo del suo vestito. Poi tirò il tessuto verso di sé e trascinò lentamente la donna in posizione eretta. I suoi palmi si sollevarono dal vetro, lasciando due impronte umide; quando la schiena toccò il divano, Hobie sfilò l'uncino, lo portò davanti al viso di Marilyn e le spostò delicatamente il mento, come un parrucchiere che sistemi il capo della cliente prima d'iniziare il taglio. Poi sollevò l'uncino, lo riabbassò lentamente sulla sua testa, e le passò la punta fra i capelli, dalla fronte alla nuca. La donna aveva gli occhi serrati per il terrore. «Mi hai ingannato.
Non mi piace essere ingannato. In particolar modo da te. Ti ho protetto, Marilyn. Avrei potuto venderti insieme con le auto; ora forse lo farò. Avevo altri programmi per te, ma credo che la signora Jacob abbia appena u-surpato la tua posizione nei miei affetti. Nessuno mi aveva detto che era così bella...» L'uncino si fermò e un sottile filo di sangue colò sulla fronte di Marilyn. Hobie spostò lo sguardo su Jodie; l'occhio buono era fisso, immobile. «Sì. Credo che tu possa essere il regalo d'addio della città di New York», disse, rivolto a lei.
Quindi premette forte l'uncino contro la nuca di Marilyn, finché la donna non si riabbassò, facendo scivolare le mani sul tavolo.
Hobie si voltò. «Sei armato, Curry?»
«Lo ero. Mi avete disarmato.»
Tony iniziò a perquisirlo: prima le spalle, poi le braccia. Curry guardò a destra e a sinistra; l'uomo col fucile gli si avvicinò e gli puntò la canna nel fianco. «Sta' fermo», intimò. Tony si protese e passò le mani attorno alla cintura e tra le gambe del detective. Poi le abbassò bruscamente. Curry si dimenò con violenza e tentò di scostare il fucile col braccio, ma il tizio che lo imbracciava era ben piantato sulle gambe aperte e lo bloccò subito. Usò la canna dell'arma a mo' di pugno e lo colpì allo stomaco. Il detective emise un gemito e si piegò in due, però l'uomo lo colpì ancora, un forte colpo alla tempia col calcio del fucile. Curry cadde in ginocchio e Tony lo girò col piede. «Coglione», ringhiò.
L'uomo col fucile si abbassò, appoggiandosi a una mano, e premette la canna nello stomaco di Curry. Tony si accucciò, mise le mani sotto le gambe dei pantaloni del detective e ne estrasse due revolver identici. Poi infilò l'indice sinistro nel ponticello e iniziò a far roteare le pistole. I revolver erano piccoli, d'acciaio, sembravano due giocattoli lucidi. La canna era corta, pressoché inesistente.
«Alzati, Curry», gli ordinò Hobie.
Curry si mise carponi. Era intontito dal colpo in testa; Jodie lo vide sbattere le palpebre e cercare di rimettere a fuoco le immagini. Il detective scosse la testa, poi allungò una mano sullo schienale del divano e si trascinò in posizione eretta.
Hobie si avvicinò di un metro e gli voltò le spalle, guardando Jodie, Chester e Marilyn come se fossero il suo pubblico. Poi sollevò il palmo sinistro e si mise a picchiarvi contro la curva dell'uncino. Picchiava con la destra e parava con la sinistra, e gli impatti aumentavano via via d'inten-sità. «È una semplice questione meccanica. L'impatto all'estremità dell'uncino risale fino al moncone. Le onde d'urto viaggiano e si dissolvono in ciò che resta del braccio; naturalmente, il sostegno in pelle è stato costruito da un esperto, quindi il fastidio è minimo. Ma noi non possiamo vincere le leggi della fisica, vero? Perciò, alla fine, la questione è: chi sente prima il dolore? Io o lui?»
Si girò sui talloni e colpì Curry in pieno viso con la parte esterna dell'uncino. Fu un colpo violento, impartito con forza dalla spalla, e il detective indietreggiò barcollando, senza fiato.
«Ti ho chiesto se eri armato. Non avresti dovuto mentirmi. Avresti dovuto dire: Sì, signor Hobie, ho un revolver per caviglia. Invece non l'hai fatto, hai tentato d'ingannarmi. E, come ho detto a Marilyn, non mi piace essere preso in giro.»
Il secondo colpo fu una stoccata al corpo. Improvvisa e violenta.
«Basta», urlò Jodie. Si spinse all'indietro e si sedette con la schiena dirit-ta. «Perché lo stai facendo? Che diavolo ti è successo?»
Curry era piegato in due e ansimava.
Hobie si voltò e fissò la donna. «Che cosa mi è successo?» ripeté.
«Eri un ragazzo per bene. Sappiamo tutto su di te.»
«No, non sapete nulla», mormorò Hobie.
D'un tratto, il campanello della porta principale trillò. Tony guardò Hobie e infilò l'automatica in tasca. Sfilò i due revolver di Curry dal dito sinistro e ne cacciò uno nella mano sinistra di Hobie. Poi gli si avvicinò ancora di più e gli infilò l'altro nella tasca della giacca. Un gesto curiosamente intimo. Quindi uscì dall'ufficio. L'uomo col fucile indietreggiò e trovò un angolo da cui tenere sotto tiro tutti e quattro i prigionieri.
Hobie si spostò nella direzione opposta e puntò la pistola. «Rimanete tutti in silenzio», sussurrò.
Udirono la porta della reception aprirsi, poi il mormorio sommesso di una conversazione, e la porta richiudersi. Un secondo più tardi, Tony rientrò nella penombra dell'ufficio con un pacco sotto il braccio e un sorriso sul volto.
«Un corriere dalla vecchia banca di Stone. Trecento certificati azionari.»
Sollevò il pacchetto.
«Aprilo», gli ordinò Hobie.
Tony trovò il filo di plastica e aprì la busta. Jodie intravide i tipici ghirigori delle azioni ordinarie. Il segretario le sfogliò rapidamente, poi annuì.
Hobie indietreggiò fino alla sua poltrona e posò il piccolo revolver sulla scrivania. «Siediti, Curry. Accanto alla tua collega», ordinò.
Curry si lasciò cadere pesantemente accanto a Jodie. Posò le mani sul tavolino e si protese, come gli altri. Hobie fece un gesto circolare con l'uncino.
«Guardati bene intorno, Chester. Il signor Curry, la signora Jacob e la tua cara mogliettina Marilyn. Tutte brave persone, ne sono certo. Tre vite, piene di piccoli trionfi e di futili preoccupazioni. Tre vite, Chester, e ora sono interamente nelle tue mani.»
Stone aveva la testa alzata, la muoveva in cerchio, mentre guardava gli altri tre. Completò il giro e si soffermò su Hobie dietro la scrivania.
«Va' a prendere il resto delle azioni», gli ordinò Hobie. «Tony ti accompagnerà. Andata e ritorno, niente trucchi, e queste tre persone vivranno. Se accade qualsiasi altra cosa, moriranno. Hai capito?»
Stone annuì.
«Scegli un numero, Chester», esclamò Hobie.
«Uno», rispose Stone.
«Scegline altri due, Chester.»
«Due e tre.»
«Bene, se deciderai di fare l'eroe, a Marilyn spetterà il tre», minacciò l'uomo dall'uncino.
«Ti porterò le azioni», disse Stone.
«Certo che lo farai. Ma prima devi firmare la cessione.»
Aprì un cassetto, vi gettò dentro il revolver di Curry e ne estrasse un foglio di carta. Fece un cenno a Stone che si alzò, vacillante. Raggiunse lentamente la scrivania e scrisse il suo nome con la Mont Blanc presa dalla tasca della giacca.
«La signora Jacob può fare da testimone. Dopotutto, è un membro dell'Ordine degli avvocati dello Stato di New York», ridacchiò Hobie.
Jodie rimase a lungo immobile. Guardò l'uomo col fucile alla sua sinistra, Tony, poi Hobie, dietro la scrivania. Quindi si alzò, andò al tavolo, gi-rò il foglio e prese la penna dalla mano di Stone. Firmò e scrisse la data sulla riga accanto.
«Grazie. Ora siediti e rimani buona e in silenzio», le ordinò Hobie.
Jodie tornò al divano e rimise le mani sul tavolino; le spalle cominciava-no a dolerle. Tony prese Stone per un gomito e lo spinse verso la porta.
«Cinque minuti per andare, cinque per tornare. Non fare l'eroe, Chester», gridò Hobie.
Tony portò Stone fuori dell'ufficio e la porta si chiuse silenziosamente alle loro spalle. Poco dopo, si udirono il rumore sordo della porta della reception e il gemito lontano dell'ascensore; poi, fu di nuovo silenzio. Jodie sentiva dolore. Le mani umide scivolavano sul vetro e le sembrava che la pelle le si staccasse da sotto le unghie; sentiva le spalle contratte e le faceva male il collo. Dall'espressione del volto, si capiva che anche gli altri stavano soffrendo. Si udivano respiri, rantoli, gemiti sommessi.
Hobie e l'uomo col fucile si scambiarono di posto. Poi l'uomo con l'uncino si mise a passeggiare nervosamente per l'ufficio, mentre il sicario sedeva alla scrivania con l'arma in braccio, spostandola, di tanto in tanto, a destra e a sinistra, come il riflettore di un carcere. Hobie non faceva che controllare l'orologio da polso, contando i minuti. Jodie vide il sole scivolare verso sud-ovest, allinearsi con gli spiragli delle veneziane e insinuare i suoi raggi nella stanza. Riusciva a sentire il respiro faticoso della coppia vicino a sé e la debole vibrazione dell'edificio che, attraverso le mani posate sul tavolo, si propagava al suo corpo.
Cinque minuti per andare e cinque per tornare fanno dieci, ma ne erano passati ormai una ventina. Hobie continuò a misurare la stanza a grandi passi e controllò l'ora una decina di volte. Infine andò nella reception e l'individuo col fucile lo seguì fin sulla soglia dell'ufficio. Aveva l'arma puntata in direzione della stanza, ma la testa rivolta verso il capo.
«Dite che ci lascerà andare?» sussurrò Curry.
Jodie scrollò le spalle e sollevò il peso dalla punta delle dita, poi abbassò la testa per alleviare il dolore. «Non lo so», mormorò.
Marilyn, la testa appoggiata agli avambracci vicini, sollevò lo sguardo e scosse il capo, sconfortata. «Ha ucciso due poliziotti. L'abbiamo visto coi nostri occhi», sussurrò.
«Basta parlare», gridò l'uomo dalla porta.
Udirono il lamento dell'ascensore e il tonfo della cabina che si fermava.
Vi fu un momento di quiete. Poco dopo, la porta principale si aprì e dalla reception giunsero alcuni rumori: la voce di Tony, poi quella di Hobie.
Hobie tornò in ufficio con un pacchetto bianco, sorridendo con la metà sa-na del volto. Tenne fermo il pacco col gomito destro e lo aprì, mentre camminava. Jodie vide altri ghirigori incisi su una pergamena spessa.
L'uomo si avvicinò alla scrivania e posò i certificati in cima ai trecento già in suo possesso.
Marilyn alzò lo sguardo e, spostando le dita sul vetro, cercò di sollevarsi con le mani, perché non aveva più forza nelle spalle. «Va bene, ora li hai tutti. Adesso puoi lasciarci andare», azzardò.
Hobie sorrise. «Marilyn, che cosa sei, un'imbecille?»
Tony scoppiò a ridere. Jodie spostò lo sguardo da lui a Hobie e viceversa. La donna intuì che erano quasi giunti alla fine di una lunga impresa, che avevano quasi raggiunto la meta. La risata di Tony rivelava il sollievo dopo giorni di stress e di tensione.
«Reacher è ancora in giro», disse allora Jodie. Era come azzardare una mossa in una partita di scacchi.
Il sorriso sulle labbra di Hobie si spense. L'uomo si portò l'uncino alla fronte, lo strofinò sulle cicatrici e mormorò: «Reacher. Già, l'ultima tessera del puzzle. Non dobbiamo dimenticarcene, giusto? È ancora in giro. Ma dove, esattamente?»
Jodie esitò. «Non lo so di preciso.» Alzò la testa, in segno di sfida. «Ma è in città e ti troverà.»
Hobie intercettò il suo sguardo. La fissò, sul volto un'espressione di disprezzo. «Pensi che sia una minaccia? La verità è che io voglio che mi trovi. Perché ha qualcosa di cui ho bisogno. Qualcosa di vitale. Perciò devi aiutarmi, signora Jacob. Chiamalo, fallo venire qui immediatamente», ringhiò.
Jodie rimase in silenzio per un istante, poi rispose: «Non so dove sia».
«Prova a casa tua», le suggerì Hobie. «Sappiamo che stava da te e probabilmente ora è nel tuo appartamento. Siete sbarcati dall'aereo alle undici e cinquantacinque, giusto?»
La donna lo fissò e lui annuì, compiaciuto.
«Noi controlliamo sempre ogni minimo particolare. Tempo fa, abbiamo corrotto un ragazzo di nome Simon. Credo vi siate incontrati: vi ha messi sul volo delle sette da Honolulu. Poi, ci è bastato chiamare il JFK per sapere che l'aereo è atterrato alle undici e cinquantacinque esatte. A detta del nostro Simon, il vecchio Jack Reacher è rimasto sconvolto, laggiù alle Hawaii, e probabilmente lo è ancora. Inoltre sarà stanco, come te. Hai l'aria sbattuta, signora Jacob, lo sai? Con ogni probabilità, il tuo amico Jack Reacher è a casa tua a dormire, mentre tu sei qui a divertirti con noi. Perciò chiamalo e digli di raggiungerci.»
Jodie fissò il tavolo di vetro, senza parlare.
«Chiamalo. Così lo potrai rivedere per l'ultima volta prima di morire.»
La donna rimase in silenzio, lo sguardo fisso sul vetro. Desiderava chiamarlo, desiderava vederlo. Si sentiva come si era sentita un milione di volte durante gli ultimi quindici anni. Voleva rivederlo. Il suo sorriso indo-lente e un po' sghembo, i capelli arruffati; quelle braccia, tanto lunghe che gli conferivano la grazia di un levriero, anche se era massiccio come una casa; gli occhi azzurri come il ghiaccio dell'Artico; le mani enormi e rovi-nate che si chiudevano in pugni grandi come palloni da football. Voleva vedergli stringere la gola di Hobie. Si guardò intorno. I raggi di sole si stavano allungando sulla scrivania. Vide Chester Stone, inerte; Marilyn, scossa dai tremiti; Curry, il respiro affannoso, bianco in volto. Osservò il sicario rilassato... Reacher lo avrebbe spezzato in due senza nemmeno pensarci. Vide Tony, gli occhi fissi su di lei. E Hobie, che carezzava l'uncino con la mano ben curata, sorridente, in attesa. Si voltò e guardò la porta chiusa.
Immaginò che si spalancasse rumorosamente e che Jack Reacher entrasse, trionfante. Voleva che ciò accadesse. Lo desiderava più di quanto avesse mai desiderato qualsiasi altra cosa.
«D'accordo, lo chiamerò», decise.
«Digli che sarò qui per altre due ore. Ma digli anche che, se ti vuole rivedere, deve affrettarsi. Perché io e te abbiamo un piccolo appuntamento in bagno... diciamo fra trenta minuti», sibilò Hobie.
La donna rabbrividì, si allontanò dal tavolo di vetro e si alzò in piedi, le gambe deboli e le spalle in fiamme. Hobie le si avvicinò, la prese per un gomito e la condusse alla porta, oltre la soglia e dietro il bancone della reception.
«Questo è l'unico telefono. Non mi piacciono quegli aggeggi», disse. Si sedette sulla sedia e premette il numero nove con la punta dell'uncino. Poi le passò la cornetta. «Vieni più vicino, in modo che possa sentire quello che dice. Marilyn mi ha ingannato col telefono, e voglio evitare che accada di nuovo.»
La fece chinare e avvicinò la faccia a quella di lei. Odorava di sapone.
Poi mise la mano in tasca, estrasse il piccolo revolver che Tony gli aveva lasciato poco prima, e glielo puntò nel fianco. La donna tenne il ricevitore sollevato, a metà tra le due teste. Studiò la console, piena zeppa di pulsanti, tra cui la linea diretta col 991, il numero per le emergenze. Esitò un istante, poi compose il numero di casa. Il telefono suonò sei volte. Sei squilli, lunghi e deboli. Fa' che sia in casa, fa' che sia in casa, pensava Jodie a ogni squillo. Ma fu la propria voce, registrata nella segreteria telefonica, a risponderle.
«Non è in casa», disse.
Hobie sorrise. «Peccato», mormorò.
Jodie era china accanto a lui, irrigidita per lo shock, quando, all'improvviso, urlò: «Ha il mio cellulare! Me ne sono appena ricordata».
«Bene, schiaccia il nove per la linea.»
La donna premette il tasto e compose il numero del proprio cellulare.
Suonò quattro volte. Quattro squilli, striduli e incalzanti. A ognuno, lei pregò: Rispondi, rispondi, rispondi, rispondi. Finché non si udì un clic nel ricevitore.
«Pronto?» La voce di Reacher.
Jodie tirò un sospiro di sollievo. «Ciao, Jack.»
«Ehi, Jodie! Che c'è di nuovo?»
«Dove sei?» La donna si rese conto di aver assunto un tono ansioso.
«Sono a St. Louis, nel Missouri. Sono appena arrivato. Devo tornare al-l'NPRC, dove siamo stati l'altro giorno.»
Jodie rimase senza fiato. A St. Louis? La gola le si seccò.
«Stai bene?» chiese Jack.
Hobie le sussurrò nell'orecchio: «Digli di tornare subito a New York. Di venire qui il prima possibile».
La donna annuì nervosamente e lui le affondò la pistola nel fianco.
«Puoi rientrare? Ho bisogno di te, il più presto possibile.»
«Ho prenotato un volo alle sei. Sarò lì intorno alle otto e mezzo, ora dell'East Coast. Va bene?»
«Non riesci a tornare prima? Magari subito.»
Si udiva qualcuno parlare in sottofondo. Il maggiore Conrad, pensò Jodie. Ricordò il suo ufficio, il legno scuro, la pelle consunta, il sole ardente del Missouri che entrava dalla finestra.
«Prima? Be', credo di sì. Potrei essere lì tra un paio d'ore, dipende dai voli. Dove sei?»
«Vieni al World Trade Center, Torre Sud, ottantottesimo piano, d'accordo?»
«Ci sarà un sacco di traffico. Diciamo che sarò da te fra due ore e mezzo.»
«Magnifico», rispose Jodie.
«Stai bene?» le chiese ancora lui.
Hobie sollevò la pistola in modo che fosse bene in vista.
«Sto bene», mormorò la donna. «Ti amo.»
Hobie si protese e schiacciò il tasto del telefono con la punta dell'uncino.
Nel ricevitore si udì un clic, seguito dal suono della linea libera. Jodie posò la cornetta, lentamente, con cautela. Era a pezzi per la paura e l'angoscia, stordita, ancora china sopra il bancone, una mano appoggiata sulla superficie di legno per sostenersi, l'altra, tremolante, a pochi centimetri dal telefono.
«Due ore e mezzo», esclamò Hobie con enfasi. «Be', sembra che la cavalleria non arriverà in tempo per salvarti, signora Jacob.»
Rise e ripose la pistola nella giacca. Si alzò dalla sedia e le afferrò il braccio con cui si sosteneva. Jodie vacillò e lui la strattonò verso la porta dell'ufficio. La donna afferrò il bordo del bancone e oppose resistenza; allora Hobie la colpì di rovescio con l'uncino. La curva metallica la raggiunse alla tempia e lei mollò la presa; le ginocchia cedettero, cadde a terra e Hobie la trascinò per un braccio verso l'ufficio. Jodie si accasciò sul tappeto.
«Torna sul divano», ringhiò Hobie, chiudendo la porta.
I raggi di sole avevano superato la scrivania e, lentamente, avanzavano sul pavimento e sul tavolino, centimetro dopo centimetro. Le unghie di Marilyn Stone apparivano vivide nella luce solare. Jodie raggiunse il divano carponi, si appoggiò al tavolo e si trascinò barcollante sino al posto di fianco a Curry. Rimise le mani sul vetro, nella stessa posizione di prima.
Sentiva un dolore circoscritto alla tempia, una pulsazione rabbiosa, lancinante, nel punto in cui il metallo aveva colpito l'osso. Il tizio col fucile la stava guardando; anche Tony la guardava, la pistola automatica di nuovo in pugno. Reacher era lontano, come era stato per gran parte della sua vita.
Hobie era tornato alla scrivania e stava impilando i certificati azionari, che tutti insieme formavano un pacco alto dieci centimetri. Con l'uncino lo picchiettò, un lato per volta, e i fogli stampati scivolarono a posto.
«L'UPS arriverà presto», esclamò allegramente. «Poi i costruttori riceve-ranno le loro azioni, io i miei soldi... E avrò vinto di nuovo. Ancora mezz'ora, probabilmente, poi sarà tutto finito, per me e per voi.»
Jodie si accorse che si stava rivolgendo solo a lei. L'aveva scelta come tramite. Curry e Stone stavano guardando lei, non Hobie. La donna distolse lo sguardo e fissò il tappeto sul pavimento, attraverso il tavolo di vetro.
Recava lo stesso motivo del vecchio drappo nell'ufficio di DeWitt in Texas, ma era molto più piccolo e più nuovo. Hobie lasciò il pacco di azioni lì dove si trovava, girò intorno ai divani e prese il fucile dal sicario.
«Va' a prendermi una tazza di caffè», gli ordinò.
Il tizio si avviò verso la reception, chiudendo la porta alle sue spalle.
Nell'ufficio calò il silenzio, interrotto soltanto dal respiro teso dei presenti e dai rumori lontani dell'edificio. Hobie impugnava il fucile con la mano sinistra: lo teneva puntato verso il pavimento e lo faceva oscillare piano, avanti e indietro. Una presa stanca. Jodie sentiva il metallo sfregare contro la sua mano; vide Curry guardarsi attorno, cercando d'individuare la posizione di Tony, che nel frattempo era indietreggiato di un metro. Si era posizionato al di fuori della portata del fucile, trasversalmente. Teneva l'automatica sollevata. Jodie si accorse che il detective stava verificando quanta forza gli fosse rimasta nelle spalle; lo sentì muoversi, vide le sue braccia flettersi e notò che stava osservando Tony, forse tre metri davanti a lui, e Hobie, a tre metri e mezzo, di lato. Vide i raggi di sole, paralleli ai bordi d'ottone del tavolo, e Curry che si sollevava con l'aiuto delle dita.
«No», gli sussurrò.
Leon aveva sempre semplificato la sua vita con le regole. Ne aveva una per ogni situazione, e da bambina l'avevano fatta impazzire. La sua regola universale, applicabile a tutto, dalle prove scolastiche di Jodie alle missioni e alla legislazione del Congresso era: «Fallo una volta soltanto e fallo be-ne». Curry non aveva la minima possibilità di «fare bene». Non aveva opzioni. Se fosse saltato in piedi e avesse scavalcato il tavolino in direzione di Tony, si sarebbe preso una pallottola nel petto prima ancora d'essere arrivato a metà strada, e probabilmente un colpo di fucile nel fianco, colpo che avrebbe ucciso anche gli Stone. Se si fosse scagliato su Hobie, forse Tony non avrebbe sparato per paura di ferire il capo, ma Hobie l'avrebbe fatto e il colpo di fucile avrebbe ridotto il detective in mille pezzi. Inoltre Jodie era sulla linea di tiro, proprio dietro di lui. Un'altra delle regole di Leon era: «Se non hai speranze, non far finta di averne».
«Aspetta», mormorò lei.
Intuì che Curry l'aveva udita e vide le sue spalle rilassarsi nuovamente.
Attesero. Jodie guardò il tappeto attraverso il tavolo e cercò di scacciare il dolore, minuto dopo minuto. Si era resa conto di avere una spalla slogata; piegò le dita e si appoggiò alle nocche. Riusciva a sentire Marilyn Stone che respirava a fatica, sul divano opposto. Aveva l'aria sconfitta, la testa di lato sulle braccia, gli occhi chiusi. I raggi di sole si erano spostati e stavano raggiungendo il bordo del tavolo dalla sua parte.
«Che diavolo sta facendo quell'idiota? Quanto ci mette a portarmi una dannata tazza di caffè?» urlò Hobie.
Tony lo guardò, ma non rispose. Si limitò a tenere l'automatica puntata, più che altro su Curry. Jodie girò le mani e si sostenne sui pollici; la testa le pulsava. Hobie sollevò il fucile con l'aiuto di un piede e appoggiò la canna sullo schienale del divano, di fronte a sé. Poi alzò l'uncino e con la parte piatta si grattò le cicatrici.
«Cristo! Perché ci sta mettendo tanto? Va' a dargli una mano.»
Jodie si rese conto che stava guardando proprio lei. «Io?»
«Perché no? Renditi utile. Dopotutto il caffè è un lavoro da donne.»
Lei esitò. «Non so dove sia», mormorò.
«Allora te lo indico.»
Hobie la stava fissando, in attesa. La donna annuì, improvvisamente felice di potersi muovere un po'. Stese le dita, si spinse all'indietro con le mani e si sollevò. Si sentiva debole e inciampò, battendo la tibia sulla struttura d'ottone del tavolino. Camminò a disagio, nell'area di tiro della pistola di Tony. Da vicino, l'automatica appariva enorme, brutale. Lui la seguì con la canna finché non raggiunse Hobie. Quella zona non era illuminata dal sole. Hobie la condusse attraverso l'oscurità, poi con un'abile mossa si portò il fucile sotto il braccio, afferrò la maniglia e aprì la porta.
Prima controlla la porta esterna, poi il telefono, pensava Jodie mentre camminava. Se fosse riuscita a raggiungere il corridoio, avrebbe avuto una possibilità di salvarsi. Se avesse fallito, c'era sempre la linea diretta col 911. Stacchi il ricevitore, schiacci il pulsante e, anche se non hai l'opportunità di parlare, il circuito automatico comunica alla polizia dove ti trovi. La porta o il telefono. Avrebbe verificato la porta di fronte a sé, poi il telefono sulla sinistra. Tuttavia, quando giunse il momento, non verificò nessuna delle due cose. Hobie si fermò davanti a lei, impietrito. Jodie si portò al suo fianco e vide l'uomo che era andato a prendere il caffè.
Era un uomo robusto, più basso di Hobie o di Tony, ma più grosso. Indossava un abito nero e giaceva supino sul pavimento, proprio nel mezzo, davanti alla porta dell'ufficio. Le gambe erano distese, coi piedi rivolti al-l'esterno, e la testa era posata su una pila di guide telefoniche. Aveva gli occhi sbarrati. Il braccio sinistro era posizionato in alto e all'indietro; la mano poggiava, col palmo all'insù, su un altro mucchio di guide, in una sorta di saluto grottesco. Il destro era steso lungo il corpo, la mano, tronca-ta a livello del polso, giaceva sul tappeto a una ventina di centimetri dal polsino della camicia, in linea retta col braccio da cui era stata staccata.
Jodie udì Hobie emettere un verso sommesso. Si voltò e vide che lasciava cadere l'arma e afferrava la maniglia della porta con la mano buona. Le cicatrici erano sempre color rosa vivo, ma il resto del viso era diventato ca-daverico.