Temporeggiare

La parola inglese di origine latina cunctation, cioè ritardo, procrastinazione, viene spesso associata a Quinto Fabio Massimo, il generale, console e dittatore romano meglio conosciuto come Fabio Massimo Cunctator. A seguito della disastrosa sconfitta delle truppe romane a Canne, una delle battaglie più sanguinose della storia antica, la sua strategia dilatoria di seguire il nemico in Italia senza mai affrontarlo si rivelò efficace nel fiaccare le forze di Annibale, consentendo così a Scipione di mettere a segno la mossa vincente, di sicuro più audace della sua, di invadere Cartagine e porre fine alla Seconda guerra punica. A tutt’oggi, nella maggior parte dei manuali di scuola, Fabio Massimo viene indicato come il Temporeggiatore – la traduzione più comune della parola cunctator, appunto –, ovvero colui che aspetta il nemico al varco, prende tempo e, per utilizzare un termine di uso più corrente e banale, concede tempo all’avversario. Curiosamente questa fu anche la prima cosa che imparai quando, da ragazzo, mi insegnarono a pescare. Fa’ che la preda pensi di essere al sicuro, attirala verso di te, concedile libertà di movimento, gettale l’esca e poi, una volta catturata... tira più forte che puoi. Ironia della sorte, anche la vittima designata, sbagliando, applicò la stessa strategia: Hannibal ante portas. Annibale si ferma alle porte di Roma e rimanda una vittoria certa fino a... be’, fino alla volta successiva.

«Concedere tempo» all’avversario è una strategia adottata da chi si trova in posizione di inferiorità e cerca di competere contro una forza superiore. Con uno debole non si temporeggia; un debole lo si prende subito a pugni. Un gigante, invece, va sfinito. In questo caso il temporeggiatore che si sente minacciato e in pericolo «aspetta il suo momento», «attende l’istante opportuno», «cerca di prendere tempo», «guadagna minuti preziosi», «detta i tempi». Temporeggiare significa fare tutto il possibile per sopravvivere in attesa che arrivino sorti migliori. Temporeggiare significa uscire dal continuum temporale, fermare l’orologio, impedire che accada, aprire uno spazio epocale. Ci si trova una fessura nel tempo, ci si nasconde dentro e si lascia che il tempo reale, o quello che gli altri chiamano tale, ci scorra accanto. Come fanno i moderni orologi, si opera su due o forse più fusi orari.

Un temporeggiatore procrastina. Rinuncia al presente. Si muove altrove nel tempo. Si muove dal presente al futuro, dal passato al presente, dal presente al passato o, come suggerisco anche nel mio saggio Arbitraggio, fissa il presente sperimentandolo dal futuro come un momento del passato.

Al verbo temporeggiare ci sono arrivato in due modi, entrambi indissolubilmente legati alla mia vita da studioso del Seicento e autore contemporaneo di memorie.

Tanto per cominciare ho avvertito subito un forte legame con esso perché, come si dice dei figli dei sopravvissuti all’Olocausto, sono figlio di temporeggiatori. Sono nato in Egitto da una famiglia ebrea, i cui membri, pur cogliendo i funesti presagi dell’imminente tragedia, decisero di aspettare al varco i loro nemici. Non fare nulla di avventato, aspetta a rischiare ciò che hai per ciò che magari non avrai mai, soprattutto stattene sulle tue: sono questi i mantra di un temporeggiatore congenito. Essi riflettono la tipica paura di agire di chi, per propria natura o per cause materiali, è costretto a preferire la riflessione all’azione. È lo stratagemma dell’opossum: se il pericolo vede che non stai facendo nulla, vedrai che passerà. Vale a dire: se mi uccido da solo, a poco a poco ogni giorno, non dovrai farlo tu. Se io fermo il mio orologio, la storia non farà altrettanto con il suo? Come un sottomarino che vuole fingere di essere stato colpito, lasci una chiazza di petrolio dietro di te. Certo, costa caro, ma tutti sanno che quanto fai vedere agli altri non è mai di vitale importanza; è la pelle della muta, il carapace, il tessuto morto, l’osso di seppia, specchietti per allodole, insomma. Il tempo, tuttavia, è andato in ibernazione o, nel caso dei crostacei, in letargo estivo. Il tessuto vivo, il tempo vivo accade altrove.

Il secondo significato della parola ha a che fare con il fatto che discendo dai marrani, noti temporeggiatori spagnoli ai tempi dell’Inquisizione. Lo ritrovai, tra gli altri, nel libro di Carlo Ginzburg sul nicodemismo. In origine avevo studiato questo fenomeno perché ero interessato alla Controriforma e ai suoi molteplici manuali sull’arte della prudenza, e fui felice di scoprire che anche i cristiani praticavano variegate forme di marranesimo. Tra i libri citati dal professor Ginzburg ce n’era uno pubblicato in Inghilterra, che trovai anche nell’Oxford English Dictionary in una citazione del 1555: «The Temporisour (that is to say: the Observer of Tyme, or he that changeth with Tyme)» – Il temporeggiatore, cioè colui che osserva il tempo, o colui che cambia con il tempo. Questo titolo, quindi, si riferisce all’altro significato del verbo temporeggiare. Non solo vuol dire aspettare che qualcosa accada, ma anche scendere a compromessi, parlamentare, aspettare a prendere una posizione; significa vacillare, adattarsi, conformarsi, evadere, convertirsi, essere evasivi, barare. Si temporeggia quando non si vuole o non si può agire; quando non si sa come farlo o quando si è costretti ad agire (o a parlare) in modi che non ci appartengono; allora si diventa evasivi, ingannevoli. Si bara. Un baro è un opportunista. Certo, come non ricordare in proposito il brillante Carattere di un opportunista, scritto da George Savile nel Seicento? Un opportunista temporeggia. Un opportunista è uno che fa il doppio gioco, un imbroglione. Un opportunista è il servo di due padroni, uno che sfrutta il tempo. Il concetto di inganno è insito nel verbo stesso. Come sapevano bene i moralisti secenteschi e settecenteschi, da Torquato Accetto in Italia a Baltasar Gracián in Spagna, a Daniel Dyke in Inghilterra (di cui si leggeva ampiamente l’opera nel circolo di La Rochefoucauld), un temporeggiatore è essenzialmente un ipocrita. Alla stregua di un baro, di un complottista o di uno che sfrutta gli equivoci, un temporeggiatore è colui che, mentre infuria la tormenta, mette da parte i suoi veri sentimenti, i suoi pensieri, la fede religiosa o la reale identità. Se non puoi andare da nessuna parte, getti la spugna, diventi un voltacasacca.

Non ci vuole chissà quale sforzo di immaginazione per tracciare paralleli profondi tra i due significati del verbo «temporeggiare» e applicarli nel modo più superficiale possibile alla mia vita. In Egitto, la mia famiglia vedeva la bufera montare all’orizzonte e sperava anche di vederla passare, il tipico atteggiamento adottato dagli ebrei nel corso della storia; ma, proprio come i marrani in Spagna, per guadagnare tempo i membri della mia famiglia decisero di convertirsi al cristianesimo; altri smisero di andare al tempio. Incapaci o riluttanti all’idea di partire, anche loro gettarono la spugna.

Sono tentato di definire il marranesimo una forma di temporeggiamento, perché ciò che voglio chiarire in questa sede non è tanto l’inevitabile legame tra i due termini, ma ciò che si potrebbe azzardare a definire una sorta di «marranesimo del tempo». Un marrano, dopo tutto, è colui che professa due fedi contemporaneamente: una in segreto, l’altra alla luce del sole. Allo stesso modo, un esiliato è colui che si trova sempre in un posto, ma anche altrove. Un ironico è colui che dice una cosa ma ne intende un’altra. Un ipocrita è colui che sostiene x, però fa y. Un arbitraggista è colui che compra merce in un mercato per rivenderla in un altro. Un temporeggiatore è colui che abita in due fusi orari diversi, ma in realtà non esiste in nessuno dei due. È uscito dal tempo. Il temporeggiatore vive come gli altri, con gli altri, forse meglio degli altri – tranne che, come i marrani nelle chiese spagnole o come me in Egitto quando rendevo omaggio alla bandiera egiziana tutte le mattine a scuola pur sapendo che rappresentava l’antisemitismo alla massima potenza, il temporeggiatore lascia che il tempo accada senza prendervi parte. Non viene toccato né ferito da esso. Vive in sospeso.

Ora, temporeggiare potrebbe anche risultare una necessità storica e rivestire un certo interesse per gli storici intellettuali, addirittura per chi si occupa delle sorti degli ebrei mediorientali, ma il punto è un altro. Quello che sto tentando di analizzare non è il temporeggiatore storico ma – non trovo un termine migliore – il temporeggiatore psicologico: colui che ritarda, nega, disperde il presente, che affronta il tempo (o se preferite la vita) in modo così trasversale e indiretto e conferisce al qui e ora uno status di tale provvisorietà e precarietà che esso cessa di esistere – sempre che una cosa del genere sia concepibile – o, per essere più precisi, non conta più nulla. Il presente non è disponibile. E il temporeggiatore non è in sincronia con esso. Astraendosi, sminuendolo, ciò che ottiene in cambio è un’illusoria promessa di immunità dal dolore, dal dispiacere, dal pericolo, dalla perdita. Il temporeggiatore rinuncia al presente perché non è come vuole che sia, forse perché non sa cosa farsene, vuole altro, sta lavorando o tenendo duro in attesa di qualcosa di meglio. In realtà vuole alterare, riorganizzare e riconfigurare la propria vita e, così facendo, previene ciò che teme di più.

Proprio come chi si rintana in una stanza rivestita di sughero per giorni, mesi, anni, reinventandosi una vita per sé. Così facendo, si rinuncia al tempo, si trascende il tempo, lo si trasforma in etere. Magari una persona simile, uno scrittore simile ha evitato il presente per tutta la vita, così che raccontarla daccapo, per quanto alterato possa essere il resoconto, costituisce non solo una forma di temporeggiamento – l’autore, infatti, sarà così impegnato che non potrà più uscire dalla stanza –, ma è essa stessa la storia di un temporeggiatore psicologico. Il romanzo di Proust parla di un uomo che ripensa a un tempo in cui non faceva altro che attendere tempi migliori. O, per dirla in maniera diversa, che ripensa a un tempo in cui forse non desiderava altro se non sedersi e mettersi a scrivere... e pertanto ripensare al passato.

Ciò che dà significato a una vita così palesemente dedicata al temporeggiare non è l’abilità di una determinata persona ad affrontare il dolore, i dispiaceri o eventuali perdite, quanto piuttosto la sua abilità nel trovare modi per aggirare il dolore, i dispiaceri o eventuali perdite. È questa capacità creativa che dà significato alla vita, non la vita stessa. Si tratta, chiaramente, di una preoccupazione libresca e di una soluzione altrettanto libresca. Tuttavia è solo scollegando la vita dal presente, liberandola da ciò che Proust chiamava la tyrannie du particulier, dalla tirannia della quotidianità, delle complicazioni pratiche di ogni giorno, che il temporeggiatore, imboccando una sorta di deviazione, avrà davvero accesso al tempo e all’esperienza. Ciò che si frappone fra lui e la vita non è la sua paura del presente; è il presente stesso. Potrei citare ancora Proust, ma è il poeta Giacomo Leopardi che mi salta subito in mente con maggior nitidezza: i suoi momenti di vera felicità non erano nella vita «vissuta». No, quelli non li ebbe mai, perché la vita di Leopardi fu, per come la vedeva lui, un eterno dolore. Era nel ricordare proprio quei dolori, o piuttosto nell’ideare elaborati modi per tornare a essi, che il poeta di Recanati trovava la sua unica fonte di gioia.

In tale contesto il temporeggiare non costituisce solo una strategia per sopravvivere materialmente e psicologicamente in un mondo percepito come ostile, ma diventa anche una forma di consapevolezza. E quando dico consapevolezza non intendo la coscienza dei temporeggiatori – buona o cattiva che sia – o la possibilità di continuare a essere ciò che si è e allo stesso tempo temporeggiare ed essere, come si suol dire, «da tutt’altra parte». Piuttosto, la domanda che vorrei porre – e qui consentitemi di affrontare la terza «via» a cui alludevo prima – è questa: Temporeggiare è una mossa estetica? Si può parlare di estetica del temporeggiamento? Un temporeggiatore potrebbe essere un ipocrita con la coscienza pulita o un uomo sincero con la coscienza sporca; la sua faccia e la maschera che indossa non sono identiche, la sua faccia potrebbe essere l’unica maschera che lui o gli altri vedranno mai. A ogni modo, un temporeggiatore ha la consapevolezza di essere altro da sé, di non essere in sincronia con ciò che è o con ciò che gli altri pensano che sia. È diverso da ciò che è perché vive in un tempo differente rispetto agli altri.

Ogni cosa in lui è mutevole. Il luogo che chiama casa potrebbe cessare di esserlo da un momento all’altro, come potrebbe perdere tutto ciò che possiede. Le persone a lui care sono diverse da quello che pensa, e ciò su cui la gente giura di rado resiste alla prova del tempo. Si potrebbe continuare questa descrizione all’infinito: addirittura il temporeggiatore tratta chi gli sta più vicino come qualcuno che è destinato a perdere. Per parare il colpo, che sa inevitabile, prova e riprova il momento e si prepara all’idea della perdita prima che avvenga. Guarda sua nonna e vede l’anziana che presto probabilmente morirà; guarda la propria amante e già vede la sua Albertine scomparsa. Prende le distanze, anche se la vita non glielo sta chiedendo. Piange persone ancora vive, e parimenti troverà il modo di essere geloso di chi è già morto. Si rammarica per ciò che non ha perso o che nemmeno possiede, e così non ha nulla da temere.

Naturalmente sto pensando a Proust. E tuttavia l’ironia della sorte sta proprio in questo. Marcel vorrebbe essere stato capace di anticipare la perdita subita; così, pensa, avrebbe sofferto meno. Allo stesso modo, vorrebbe che la sua mente riuscisse a stare al passo con i suoi desideri quando stanno per realizzarsi, perché allora otterrebbe il massimo del piacere. Queste, tuttavia, sono semplici strategie per gestire l’ingestibile intensità del presente, per fare delle prove, per «metterlo in scena». Colto impreparato, il protagonista di Proust si ritrova del tutto impotente, devastato. Quando finalmente Albertine è disposta a concederglisi, lui preferisce tenere buono l’invito per un’altra volta. Appena Marcel finalmente si è ripreso da ciò che sembrava un blando dolore per la morte della nonna, all’improvviso mentre si china per allacciarsi la scarpa viene colto da uno spasmo così violento che scoppia a piangere.

Ogni cosa nell’universo di Proust punta a prevenire simili sfoghi. I suoi lazzi temporeggiatori mirano a disperdere l’esperienza, a renderla inaccessibile, a ostacolarla nel mondo reale, a meno che prima non sia passata attraverso ciò che si potrebbe definire un filtro temporale letterario. Lui stesso ha trascorso una vita intera a costruire quel filtro. Lo si vede anche nelle sue frasi: sono come prototipi, costruite per fare una sola cosa, il meglio possibile, cioè temporeggiare. Gettano la loro rete sempre più ampia e poi aspettano, senza fretta, pungolano, insistono, blandiscono, allettano, attirano. Come se qualcosa di molto più grande, il cui carattere o profilo l’autore ignora ancora e di sicuro non vuole disturbare o rischiare di perdere svelandolo troppo presto, lo aspettasse in fondo alla frase, in un punto fino a quel momento sconosciuto del futuro in cui, una volta arrivati, getterà – com’è tipico del raggio d’azione di ognuna delle frasi di Proust – «una luce introspettiva» sul suo lavoro.

Nonostante l’astuto e frenetico andirivieni di Proust da un fuso orario all’altro, Marcel, il suo personaggio, non si prepara mai in anticipo. Viene sempre colto di sorpresa, come se Proust continuasse a ricordare a se stesso che, per quanto Marcel sia cauto nel proteggersi e nel procrastinare il contatto con il crudele mondo esterno, proprio come Edipo cercava di cambiare il corso del suo destino, quel mondo ritorna sempre insidioso e di soppiatto. Proust ha trasformato la goffaggine e l’essere colto alla sprovvista – il famoso scivolone proustiano – in una forma d’arte genuina, un momento davvero privilegiato, perché è solo inconsapevolmente, incappando in uno scivolone, che Marcel incontra il presente e, come sa benissimo anche lui, la vita, con i suoi piaceri, pericoli e dolori. E tuttavia l’unica cosa che desidera disperatamente imparare a fare è proprio filtrare il presente dai pericoli e dai dolori in agguato. Deve imparare a fidarsi di meno, a prendere le distanze, a non essere mai frettoloso o entusiasta nel volere una cosa subito, all’istante. La lezione che deve imparare è abbastanza semplice, e lui l’ha trasformata anche in una forma d’arte: ciò che è dovrebbe sempre essere trasformato in ciò che sembra; ciò che sembra deve diventare ciò che non è; e ciò che non è, ciò che era. È così che le cose acquistano significato, non trovandosi vis-à-vis con il presente reale, ma davanti alla corte suprema di qualcosa che vorrei chiamare preterito-anteriore-condizionale-imperfetto: ciò che era e sarebbe potuto essere è più significativo di ciò che è e basta. È qui che Proust vuole posizionare l’esperienza, ed è qui che avviene la vraie vie, la vita vera. Il ricordo e il desiderio sono filtri attraverso cui registra, analizza e comprende l’esperienza presente. Per un temporeggiatore, l’esperienza non ha significato, anzi, non è nemmeno esperienza, a meno che non giunga come ricordo dell’esperienza stessa o – che poi in fondo è la stessa cosa – come ricordo di un’esperienza mai realizzata. Per Proust è solo in retrospettiva che si vede il quadro più grande, molto dopo che il presente è scivolato via. Solo quando è troppo tardi si comprende di essere stati a tanto così dalla felicità... o quanto fosse inutile soffrire quando siamo ormai alla disperazione. I versi che seguono sono di Emily Dickinson:

Se solo il Cielo non fosse venuto così vicino

Tanto da sembrare di aver scelto la mia Porta

La distanza non mi perseguiterebbe così

Non avevo sperato – prima

Ma sentire allontanarsi la grazia

Che mai avrei pensato di vedere

Mi affligge con una duplice perdita

Essa è perduta – e perduta per me...

Ciò che fa Proust è riportare l’esperienza nel passato e da lì – consentitemi di usare un verbo che ho introdotto prima – attirarla a sé dal futuro, in retrospettiva. Ecco perché le sue frasi possiedono quell’ampiezza, quell’inconfondibile raggio d’azione. Ed è proprio in quel raggio d’azione che passato e futuro – e, di conseguenza, presente – coesistono nello stesso medesimo tempo.

Temporeggiando si arriva al presente prendendolo alla larga, come certe persone trovano l’amore per controintuizione. Alcuni afferrano l’oggi a condizione di tornarci anche l’indomani. Altri prendono ciò che la vita gli lancia, basta arrivare abbastanza vicini al rischiare di perderlo. E altri ancora fanno elegie sul passato, sapendo che quanto amano davvero non è il passato perduto o le cose per cui compongono l’elegia ma la loro capacità di verbalizzare il loro amore per esso, un amore che magari non c’è mai stato ma che non è altro che il figlio della loro capacità di costruirsi una strada in una specie di preterito imperfetto-condizionale-anteriore. Scrivere funziona, sembrano dire. Scrivere ti porta a destinazione. Rintanarsi in una stanza rivestita di sughero a reinventare la tua vita è vita, è il presente.

E quando hai qualche dubbio, anche solo riconoscere quanto sia fragile la tua presa sul presente può risultare un gesto gratificante. È in questo che sta la vera estetica del temporeggiare: ammettendo, dimostrando che non sappiamo come vivere nel presente e che forse non lo impareremo mai, o che siamo inadeguati e impreparati a vivere le nostre vite, non necessariamente rimediamo a tale incapacità. Tuttavia, riveliamo un piacere surrogato fino ad allora impensabile: nel far diventare la realizzazione di tale inadeguatezza un tributo redentore. Giocare con la disparità tra tutte le possibilità implicite nel preterito-imperfetto-condizionale-anteriore può essere una mossa altamente disfunzionale, destinata a risultare ogni volta controproducente, ma ci restituisce anche la nostra vita come... finzione.

In realtà, per capire qual è il nostro posto nel mondo non abbiamo altro mezzo se non la disparità, lo iato, la minuscola sinapsi o, di nuovo, la distanza tra noi e il tempo, tra ciò che siamo e vorremmo poter essere stati. Il tempo non si misura in unità di esperienza, ma in incrementi di speranza e rimpianti anticipati.

Uno dei motivi per cui penso di essere un pessimo giornalista di viaggio è che non riesco mai a scrivere di un posto appena lo visito. Non che senta il bisogno di lasciare «sedimentare» le cose (come si suol dire), ma prima devo sentire che il posto tal dei tali non è più presente, è diventato inaccessibile, che potrei anche non rivederlo mai più. Cammino per strada e tuttavia, per poter scrivere l’articolo che mi hanno commissionato e ho promesso di inviare non appena rientrato negli Stati Uniti, devo fingere di non essere più nello stesso posto. Se voglio scrivere, devo fare finta di ricordare. Se non scrivo in conseguenza di una perdita, mi sento perso...

In un passaggio di Ultima notte ad Alessandria descrivo il grido di mia madre sorda dicendo che mi ricordava lo stridio degli pneumatici di un veicolo che si ferma all’improvviso. Pneumatici grandi. Pneumatici di autobus.

Un giorno [mio padre] avrebbe scoperto che quello era il gemito dei sordi quando soffrono, litigano, strillano, quando le parole vengono loro meno ed emettono solo queste grida farfugliate, più simili allo stridio dei freni di una flotta di autobus in una calma domenica di sole, ideale per andare in spiaggia, che alla voce della donna che aveva sposato.

La parte su cui vorrei soffermarmi un istante non è l’urlo in sé, ma la «calma domenica di sole», che nell’originale inglese era quiet beachday Sunday, con cui contrasta. I traduttori non l’azzeccano mai, perché è intraducibile, perché in teoria l’immagine non esiste nemmeno e non ha alcun senso: che cos’è una quiet beachday Sunday?

E tuttavia, se quelle calme domeniche di sole significano qualcosa per me ancora oggi e se, come mi hanno scritto tanti alessandrini dopo avere letto Ultima notte ad Alessandria, l’idea di un momento di calma la domenica poco prima che la massa di gente cominci a dirigersi verso il mare cattura la vera essenza della vita ad Alessandria in primavera inoltrata o a inizio estate, quando le spiagge non sono ancora diventate la congestionata baraonda in cui si trasformano inevitabilmente a luglio, ma mantengono una promessa di magia nelle settimane a venire, se tutto ciò ha per me un significato oggi, dicevo, non è tanto per Alessandria in sé, ma per il modo in cui ho imposto l’Egitto alla mia vita attuale negli Stati Uniti. Perché questa immagine della calma domenica di sole in spiaggia è nata non in Egitto ma in America, una mattina del nostro primo anno laggiù in cui stavo camminando con mio padre lungo Riverside Drive e, vedendo un gruppo di ventenni che prendevano il sole su un praticello in discesa nei pressi della Novantottesima, gli avevo chiesto: «Questa sarebbe una mattina da spiaggia, vero?».

Ho dedicato una ventina di pagine di Ultima notte ad Alessandria alla descrizione di una domenica mattina presto in spiaggia. Poi ho chiuso quel segmento raccontando che molti anni dopo, durante il dottorato a Cambridge, ricordavo spesso quelle mattine con un amico. Questo ricordo, tuttavia, nacque a New York, fu spedito poi a Cambridge e infine riportato a New York dove, dopo tanti altri anni ancora, scrissi il mio memoir e, così facendo, finalmente inviai questo entassement ed embricatura di città a un’Alessandria immaginata.

L’Egitto è solo la griglia, la matrice, la cavità in cui «ributto» la mia vita molto tempo dopo essermene andato. Il mio presente non ha alcun significato se non lo ributto in Egitto. Tutte le immagini che ho di quel luogo, mi verrebbe da dire, non sono altro che disordinati pezzi della mia vita lontano da lì, uniti insieme e poi ributtati in un filo narrativo che ho deciso di chiamare Egitto. Vedendo l’Egitto, e non l’America: così vedo l’America. Vedo il presente solo se è come il passato, se diventa il passato. Quando tornai in Egitto dopo avere pubblicato Ultima notte ad Alessandria, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare, o a cui continuavo a pensare, era New York, un posto che incombeva sempre su di me da ragazzo come un futuro distante e che all’improvviso era diventato il mio presente, ma solo quando non ero lì! L’Egitto, tuttavia, quell’Egitto che avevo sognato per decenni, non era mai stato davanti a me, nemmeno una volta.

Quando vedo qualcosa di bello o di toccante, o addirittura qualcosa che desidero nel presente, l’impulso è di ributtarlo in Egitto, per vedere come ci sta laggiù, se per caso non appartiene a quella miriade di pezzi mancanti o che andrebbero riportati là, oppure che dovrebbero essere fatti come se fossero nati là. Come se, perché qualcosa abbia un senso per me, debba avere radici che arrivano fino in Egitto, come se l’atto di rimettere insieme quel luogo, addirittura di ricostruire un Egitto immaginario da questa confusione di immagini di New York fosse un interminabile progetto di restauro il cui scopo è evitare qualsiasi contatto con il presente, in modo che tutto ciò che incontro e che mi colpisce deve, in un modo o nell’altro, corrispondere a qualcosa di egiziano, avere un coefficiente egiziano, altrimenti non significa nulla. Ciò che non ha un analogo egiziano non mi resta impresso, non ha una storia. Tutto ciò che accade nel presente senza riecheggiare un passato, sia pur immaginario, non mi resta impresso. Cessa di esistere. Non conta. Ci sono enormi tratti di New York che per me non esistono: non hanno l’Egitto dentro di sé, non hanno un passato, non significano nulla. A meno che non riesca a forgiare e inventare una storia egiziana intorno a essi, o a cogliere un’atmosfera che riconosco come innegabilmente egiziana, per me sono morti, come io lo sono per loro.

L’Egitto è il mio catalizzatore; suddivido la vita in unità egiziane, proprio come gli archeologi hanno tagliato il tempio di Dendur in blocchi numerati da ricomporre... altrove.

Forse quella mattina con mio padre era per alleviare la sensazione di solitudine ed estraneità lungo Riverside Drive che mi sono immaginato una scena simile sulle spiagge di Alessandria a quell’ora magica di domenica.

Provavo molta invidia per quelle persone sul praticello che probabilmente abitavano vicino al parco e facevano la spola dalle loro case negli edifici dell’anteguerra nei paraggi per portare tè freddo, che sapevano chi erano e chi sarebbero diventati, e che sembravano del tutto radicati nel presente. Desideravo solo essere portato via da dove mi trovavo e diventare uno di loro, abbandonare il mio schema temporale e unirmi al loro. Invece presi quelle persone e le riportai con me nel mio Egitto immaginario, le feci diventare miei amici e bevvi limonata fresca insieme a loro sulle spiagge della mia adolescenza e con loro camminai lungo le dune di sabbia e, per mettere a segno il punto finale, feci addirittura in modo che uno di loro mi dicesse, come avevo detto io a mio padre quel giorno: «Questa sarebbe una mattina ideale per andare in spiaggia, vero?»

Alla fine ciò a cui ripensavo mentre scrivevo Ultima notte ad Alessandria non era la nostra vita in spiaggia, ma la storia che mi ero inventato quel giorno sulla nostra vita in spiaggia.

In realtà le parti del memoir a cui resto più legato non sono quelle ambientate in Egitto, ma quelle in cui il narratore solitario, goffo e inadeguato va a cercare i resti dell’Egitto in Europa e in America. Si strugge di desiderio per l’Egitto, ma non nel modo in cui quel posto a volte manca a chi si è goduto la vita laggiù. Chi lo ha fatto non brama quasi mai il passato; anzi, deride la nozione stessa di ricordo. È sempre stato ancorato alla vita, alle cose del presente, e adesso che si trova altrove, lì reclama la sua vita, lì l’ha fissata. Il narratore di Ultima notte ad Alessandria, invece, ha un punto d’appoggio liquido e instabile. Non è nemmeno l’Egitto o quanto ricorda che lui ama; lui ama ricordare e basta, perché gli assicura che il presente non prevarrà mai. Ricordare significa semplicemente assumere una determinata postura, voltare la testa dall’altra parte e, mentre ricorda, anche quando non c’è nulla da ricordare, è abbastanza astuto da inventarsi ricordi – ricordi surrogati, rimpiazzi – fosse anche solo per giustificare il fatto di non avere guardato il presente dritto in faccia.

Come scrisse una volta Lawrence Durrell, davvero Alessandria potrebbe essere la capitale della memoria. Ma se non l’avesse inventata la memoria, Alessandria non esisterebbe.