Arbitraggio
Un pomeriggio dei giorni dell’estate di san Martino del 1973, durante il primo semestre di dottorato, andai a trovare una ragazza che mi aveva invitato nel suo monolocale dopo un seminario. Mi aveva offerto un tè, ma io ero convinto che in realtà avesse ben altro in mente. Quando ci sedemmo sul divano, però, scoprii che voleva che la aiutassi a scrivere una relazione su Tintern Abbey di William Wordsworth, che già avrebbe dovuto consegnare. Vedendomi un po’ riluttante, dapprima le venne un’espressione turbata in viso e di colpo scoppiò a singhiozzare. Mi dispiaceva per lei, e la tenni fra le braccia finché la crisi di pianto non passò. Quando infine accettai di aiutarla, però, si alzò all’istante, svanì in cucina, riempì d’acqua un vecchio bollitore e lo mise sul fuoco. Poi mi condusse a uno scalcagnato tavolo di legno appoggiato alla parete, tirò fuori due sedie e, dopo essersi accesa una sigaretta, inducendomi a pensare che avremmo lavorato insieme a lungo, all’improvviso la spense, perché le era venuto in mente che doveva incontrare una persona. Mi scocciava continuare con la relazione mentre lei era fuori? No, ci mancherebbe, le risposi accigliato. Su di noi calò un imbarazzante silenzio. Se volevo aspettarla, volentieri, mi disse, infilandosi di corsa il cappotto. Qualche secondo dopo, il grosso pannello di vetro del portone giù all’ingresso sbatté con un forte rimbombo.
Ancora sbalordito per il rapido susseguirsi degli eventi, ripensai a prima, quando aveva piegato un tovagliolino di carta celeste e l’aveva posato con estrema delicatezza sotto il mio cucchiaino, dicendo con pungolante ironia, prima di fiondarsi fuori dalla porta: «Per lo zucchero, per il tè, per lo scrittore», come a voler suggerire con quel minimo gesto di premura di non essere quel genere di persona. Mi accesi una sigaretta e lasciai vagare lo sguardo nel minuscolo monolocale che aveva menzionato spesso durante le nostre passeggiate, ma che non corrispondeva affatto a come me lo aspettavo. Dal tavolo, guardai fuori dalla finestra all’angolo tra Mount Auburn e Linden Street, mentre l’incombente sera di fine estate si adagiava piano sui tetti vicini e una folla di studenti usciti dalle biblioteche si sparpagliava tutt’intorno, alcuni già diretti a cena. Il monolocale, piccolo, ingombro e caldissimo nonostante le finestre aperte, appariva stranamente rassicurante, candido e, come un bambino a cui la mamma ha chiesto di intrattenere uno sconosciuto mentre lei va di sopra a vestirsi, mi ricordò educatamente che potevo fare come se fossi a casa mia: prepararmi un altro tè, cercare qualche dolcetto – dovrebbe essere rimasto qualcosa, aveva detto lei, indicando il frigorifero e un minuscolo pensile in cucina, che poi aveva spalancato per incoraggiarmi a fare altrettanto quando fosse uscita e indicare, con finta distrazione, che ne ignorava il contenuto quanto un ospite di passaggio. Mi ci volle un po’ per realizzare che mostrarsi così eccessivamente inconsapevole di quanto contenesse la propria cucina era soltanto un modo per dimostrare che nella vita trattava tutto con la stessa indifferenza.
Quanto possedeva era in bella vista: i quaderni, i maglioni, La passione secondo Matteo di Bach goffamente sparpagliata per terra, un’asse da stiro a strisce in piedi accanto al letto, un’icona greca e un ingranditore fotografico bombato relegato ai margini della stanza come un parassita di quart’ordine. Tra questo parapiglia di oggetti c’era la teiera, su cui la ragazza aveva posato un copriteiera patchwork. Nella nauseante comodità di quella stanza calda, la presenza di quell’insolito pezzo di stoffa trapuntata mi riportò all’improvviso a un decennio prima, al languido mondo fin d’été dell’infanzia ad Alessandria, dove i miei attempati insegnanti privati del pomeriggio, che ogni anno cominciavano a vestirsi di lana già a inizio autunno, avevano sorseggiato il tè alla scrivania in cui studiavo. Tutto a un tratto quel minuscolo monolocale mi sembrava così familiare, così accogliente nel suo calore europeo da farmi quasi dimenticare che appartenesse a un’appariscente signorina di mondo con cui ogni maschio della nostra classe sosteneva di avere avuto la stessa avventura.
E così, mentre versavo il tè come avevano fatto i miei insegnanti privati, lì dentro cominciai a sentirmi non felice, ma eccezionalmente protetto e al sicuro. Volevo restarci a lungo, e trascurai perfino di maledirmi di non averne approfittato quando l’avevo stretta tra le braccia, sapendo che mi avrebbe baciato con passione se solo fossi stato più coraggioso. Mi piaceva quella stanza. La conoscevo. Forse una piccolissima parte di me alloggiava già lì e nei giorni a venire ci sarebbe voluta tornare più e più volte, alla ricerca di quei momenti appena dopo il tramonto quando, accendendo le prime luci e aspettando che le finestre si tramutino in specchi contro il cielo sempre più scuro, avrei osservato Cambridge svanire e Alessandria sorgere all’improvviso dal davanzale.
Scrivere la relazione su Tintern Abbey non era un’impresa ardua. Avevo consegnato la mia una settimana prima, e avevo già detto tutto ciò che pensavo si potesse dire sulla poesia, dunque mi sarei messo al lavoro più con lo spirito di chi va a farsi una passeggiata serale, di chi sa di non essere obbligato a scriverla e di non dover ricevere un voto. A una parte di me non interessava che fosse ben fatta, soprattutto perché provavo un certo disprezzo. Tuttavia, sebbene ancora inconsapevole, un momento di ispirazione lo ebbi: percepii qualcosa dentro di me, in Wordsworth, nella ragazza, nel monolocale e nel fatto di riconoscere tutto con eccessiva prontezza, adesso, anni dopo avere lasciato l’Egitto, anni dopo avere letto Proust e Leopardi, insomma i segnali inconfondibili che stava per sbocciare un ricordo.
Mentre scrivevo, di tanto in tanto mi alzavo per bere un goccio d’acqua, andare in bagno o dare un’occhiata in giro. Mi ricordo poca luce, e poi mi colpì il fatto che, nonostante l’ora, quella strana stanza buia e silenziosa, la ragazza e lo studente che ero all’epoca fossero legati più di quanto pensassi da una poesia di Wordsworth intitolata Versi composti ad alcune miglia dall’Abbazia di Tintern, rivisitando le rive del fiume Wye durante un’escursione.
Il giorno prima della presa della Bastiglia, il 13 luglio 1798, William Wordsworth, che allora aveva ventotto anni, andò con la sorella a visitare l’abbazia di Tintern, sulle rive del fiume Wye, dove era già stato cinque anni prima. Quella sera stessa, compose una poesia per celebrare il suo ritorno:
Cinque anni son passati; cinque estati, con la durata
di cinque lunghi inverni! E di nuovo torno ad ascoltare
lo scorrere di quest’acque giù dalle loro sorgenti montane
con un dolce murmure d’interno. Una volta ancora
contemplo questi erti, eccelsi colli
che su una scena selvaggia ed appartata imprimono
sensi di più marcata solitudine...
La poesia, tuttavia, celebra non solo il momento presente, ma anche l’altra visita, quella del 1793, e il ricordo futuro di entrambe.
Io mi soffermo qui, e non godo soltanto del senso
del presente piacere, ma anche della soddisfazione
che in questo momento c’è vita e nutrimento
per gli anni futuri...
Wordsworth teme di perdere quel ricordo futuro, e difatti alla fine della poesia dice alla sorella che, dovesse morire, lei dovrà ricordare la loro visita per lui.
Né forse,
s’io fossi là dove non potessi più udire
la tua voce, né ghermire ai tuoi occhi selvaggi
quei bagliori di vita trascorsa, dimenticherai
che sulle rive di questo dolcissimo fiume
noi sostammo assieme, e che io, vecchio
adoratore della natura, qui venni,
mai stanco di questo culto...
Pensai che all’abbazia di Tintern Wordsworth faceva più o meno quello che stavo facendo io nella stanza della ragazza: fissare il presente sperimentandolo sotto forma di ricordo, sperimentandolo dal futuro come un momento del passato. Ciò che Wordsworth ricorda lì non è il passato, ma se stesso nel passato a immaginare il futuro; e la cosa a cui aspira non è il futuro ma se stesso, nel futuro, che dissotterra un osso sepolto nel passato. Compra dalla Borsa del Tempo ciò che vende alla Borsa del Luogo, sapendo che, terminata la transazione, prenderà in prestito dal Luogo per comprare dal Tempo, per poi rivendere al Luogo, e così via daccapo.
In gergo finanziario tutto ciò, ovvero l’acquisto di titoli in un mercato per poi rivenderli in un altro, si definisce «arbitraggio». Una volta realizzato il profitto, il ciclo ricomincia daccapo e di conseguenza si procede a nuovi acquisti, magari pagati usando il credito non realizzato ottenuto da operazioni precedenti. In queste procedure non si vende mai vera e propria merce, e ancor meno la si consegna. Ci si limita a speculare, e spesso ciò non ha nulla a che vedere con il mondo reale. Gli arbitraggisti tengono il piede non in una, ma in due Borse, proprio come i milionari, che possiedono case non in uno, ma in due fusi orari, o gli esiliati, che possiedono due case anche loro, ma entrambe nel posto sbagliato. È sempre l’altra che si desidera, ma quello che chiamiamo casa, lo si capisce fin da subito, in realtà è un luogo dove se ne immaginano o ricordano altre.
Wordsworth era abbastanza portato per questi arbitraggi mnemonici. Lui costruisce sull’aria proprio come gli operatori dei futures speculano sul margine; lui fonda il presente sul passato e il futuro sul passato recuperato. Il suo è un sistema ellittico: per usare il punto focale A, bisogna stabilire il punto focale B, ma per stabilire B serve comunque A. L’atto stesso di anticipare un’epifania si trasforma nell’epifania stessa.
In alcuni casi, Wordsworth sovrappone addirittura l’anticipazione di quell’epifania con il ricordo di altre anticipazioni simili, e di conseguenza epifanie simili, del passato. Quando andò all’abbazia di Tintern nel 1793, infatti, probabilmente stava ripensando a un viaggio in Galles compiuto nel 1791. A sua volta ciò fa pensare che nel 1798, quando compose Tintern Abbey, stesse riecheggiando un’altra esperienza mnemonica. Non si limitava, quindi, a ricordare qualcosa, si stava ricordando di ricordare. Per inciso, la sua ultima visita all’abbazia sarebbe avvenuta nel 1841, anno in cui Wordsworth non scrisse poesie. Abbiamo però queste parole prese da una lettera all’amico Robinson:
Quindi giungemmo al nobile Wye, le rive del quale ero sinceramente lieto di poter visitare di nuovo, e all’abbazia di Tintern, dove martedì scorso avemmo l’immenso piacere di incontrare Miss Fenwick e Dora.
Trattandosi dell’uomo che compose quella che forse è la poesia più commovente di tutto il Romanticismo inglese, e con ogni probabilità la più eloquente mai scritta sul concetto di memoria, questa lettera appare piatta, quasi di proposito. Forse, però, non era sua intenzione. Forse è semplicemente il modo in cui un Wordsworth attempato e confuso reagiva a una situazione che era diventata fin troppo contorta per la sua immaginazione poetica. In fondo l’elegia sul ritorno a Tintern l’aveva già scritta. Per scrivere di nuovo sull’abbazia nel 1841 avrebbe dovuto comporre una poesia per invocare non solo quella visita, ma anche quelle del 1793 e del 1798 (e volendo anche quella del 1791). E come mostra il trittico su Yarrow, oltre un certo punto era incapace di cogliere le elaborate implicazioni dei suoi versi.
Finii la relazione e, dopo avere strappato i fogli gialli dal bloc-notes e averli pinzati e deposti con cura sul tavolo della ragazza, passai a una nuova pagina. Senza pensarci troppo, cominciai a scrivere sul ritrovare un luogo che per me era come l’abbazia di Tintern: Alessandria.
Nella storia, un giovane torna ad Alessandria. Non si tratta, però, di un ritorno consapevole. In realtà sbarca ad Alessandria per caso, perché la nave con cui stava andando in Grecia ha dovuto fare uno scalo imprevisto a causa di un guasto tecnico. Mentre l’imbarcazione viene riparata, lui decide di approfittare della sosta e scende a fare due passi nella città abbandonata un decennio prima. Indossa un paio di pantaloni di flanella scuri e una camicia bianca sgualcita. Non sapendo dove altro andare, si ritrova a dirigersi verso il cimitero ebraico, dove decide di visitare la tomba del nonno. La strada è molto polverosa, come tutte le strade sterrate del Mediterraneo.
Fuori dal cimitero ebraico, bussa al cancello; non ricevendo risposta insiste, stavolta con più forza. Finalmente il custode borbotta qualcosa e va ad aprire. Il luogo è identico a come se lo ricordava: una fila di alberi, un sentiero di ghiaia, un vialetto in acciottolato tra le tombe e tutt’intorno un placido silenzio mattutino. Si guarda intorno tra le vecchie lapidi e poi, forse per fare due chiacchiere, chiede all’attempato becchino come tira a campare, visto che ad Alessandria ormai non ci sono più visitatori o «clienti» ebrei. L’uomo indica un vecchio frigorifero della Coca-Cola. A volte gli studenti diretti all’università o a casa entrano a comprarne una. Questo è il viale del cimitero di Alessandria, la gente si ferma. Mentre parlano, il giovane sente uno scricchiolio: è una nidiata di polli che avanza tra le tombe. Come molti beduini in Egitto, per arrotondare il custode vende uova fresche.
Insieme vanno a cercare la tomba del nonno. Non hanno idea di dove sia. D’impulso, il giovane ripensa all’ultima volta in cui è andato al cimitero – con suo padre, dieci anni prima – e, come per miracolo, si ritrova a camminare tra lapidi dalla forma bizzarra; all’improvviso scorge quella che sta cercando. Mentre fissa l’iscrizione sul marmo, capisce che, se dovesse tornare lì negli anni a venire, non sarebbe mai in grado di ritrovarla, a meno che non si sforzi di ricordare dov’è. L’idea lo diverte, perché dubita di tornarci.
Il custode, che nel frattempo è tornato nella sua casupola, arriva con un secchio pieno d’acqua per pulire la lastra. Il giovane la versa piano, svolgendo il compito con inaspettato zelo, forse per evitare di domandarsi perché sia andato lì o cosa si aspettava di trovare. Dà qualche moneta al custode e gli chiede di prendergli una Coca-Cola. L’uomo corre dietro la casupola e torna reggendo goffamente una bottiglietta con entrambe le mani, come se avesse afferrato per il collo una gallina che tenta di divincolarsi. Presa la bibita, il giovane fa una cosa che si ricorda suo padre gli aveva detto di non fare mai: la appoggia sul marmo scintillante, poi si siede sulla lastra calda. È una bella giornata di sole. Sta sudando. Sa che il caldo aumenterà. Si accende una sigaretta. Da dov’è appollaiato, fa dondolare i piedi nel vuoto. Potrebbe anche essere seduto sul bordo di una piscina.
E mentre se ne sta lì, sotto la misera ombra di una palma, i suoi pensieri vanno alla spiaggia, soprattutto alle spiagge egiziane, e alle volte in cui le ha pensate nel corso degli ultimi dieci anni, prima in Italia e poi a New York. All’improvviso, quasi a scoppio ritardato, realizza che, se guarda oltre il muro di cinta del cimitero, vedrà la massa d’acqua a lui più cara al mondo a un paio di minuti da lì.
L’ultima volta che si era trovato davanti a quella lastra di marmo, ricorda, stava pensando all’Italia, un paese mai visto di cui aveva paura. Suo padre aveva già comprato i biglietti per una nave di linea italiana, e uno zio aveva promesso di andare a prenderli a Napoli. Adesso, pensare alle spiagge egiziane lo spinge a desiderare le fontane di Roma, soprattutto in quelle torride e secche giornate d’estate, quando una fontana è l’unica spiaggia a cui un povero esiliato può aspirare.
Nei tre anni passati in Italia subito dopo l’espulsione dall’Egitto, i miei genitori avevano così pochi soldi che mia madre dovette adattare gli abiti smessi di mio padre per me. Il compito la tenne impegnata per settimane. Lui possedeva diverse paia di pantaloni di flanella, i più facili da modificare. E così, come il giovane della mia storia, ogni anno mi ritrovavo a indossare pesanti pantaloni di lana grigia fino a primavera inoltrata, al punto che finii per avere il terrore di quell’insopportabile tessuto ruvido, soprattutto quando cominciava a fare caldo, e imparai a leggere nel mio malessere i primi, inconfondibili segnali dell’imminente estate. Un giorno a New York, anni dopo, uscito con un paio di pantaloni di flanella avvertii un’ondata di piacere quasi sessuale scorrermi lungo le cosce: non perché quella sensazione di calore mi piacesse particolarmente, ma perché all’improvviso mi riportò ai giorni a Roma, quando quel sudario di lana mi spingeva ad andare alla ricerca di una fontana dove potessi nutrire l’illusione di essere un po’ più vicino alla spiaggia in Egitto. E, sempre che l’illusione durasse a sufficienza, alla nostra casa al mare, ai miei amici e parenti, a un mondo che avrei voluto riavere: la città che avevo conosciuto da bambino, gli odori, il caldo, la luce, il sapore della frutta matura nelle mattine d’estate, il rumore di un’auto che avanza sul sentiero di ghiaia a motore spento, perfino il ronzio delle mosche e il brusio dei venditori ambulanti, o il rumore della città nelle piazze affollate dopo la messa della domenica. Tutto ciò di cui avevo bisogno in quegli anni trascorsi in Italia era una lieve sete, un paio di pantaloni di lana e una silenziosa pozza d’acqua che attutiva il suono della città e dava l’impressione che, se la giornata fosse stata più tersa, all’improvviso sarebbe apparsa una luminosa Alessandria, come l’ampia distesa di mare davanti ai soldati di Senofonte durante il disperato viaggio di ritorno attraverso l’Asia Minore. Imparai ad amare Roma per vie traverse, riversando su di essa la nostalgia che provavo per la mia prima patria, e allora la lana, il caldo e il sudore risultavano un prezzo che pagavo volentieri, come volentieri avrebbe accolto il puzzo dello sterco di cavallo attorno a Claremont Stable sull’Ottantanovesima Ovest chi si fosse appena trasferito in città dopo aver trascorso l’infanzia in una fattoria.
Ecco, questo è un arbitraggio mnemonico. Nel monolocale di quella ragazza a Cambridge non solo scoprii una sensazione già provata a Roma che mi aveva evocato Alessandria, ma, scrivendo sull’Egitto a New York anni dopo, mi ritrovai a ricordare impressioni che mi riportarono non ad Alessandria, ma a Roma, e infine a Cambridge.
L’arbitraggio inverso non è meno ingombrante: quando tornai in Egitto nel 1995 mi sorpresi a guardare il mio adorato Mediterraneo da minuscole stradine laterali e a provare un improvviso desiderio per la West End Avenue, volevo guardare l’Hudson dalla Centoseiesima, che era diventata il luogo a me più caro sulla terra proprio perché mi ricordava Alessandria. Lì, ad Alessandria, avevo nostalgia di un luogo in cui avevo imparato a ricrearla, proprio come facevano i rabbini in esilio, costretti a reinventarsi la propria patria sulla carta per poi scoprire, forse, che adoravano la carta più della stessa patria, o come i carcerati che esprimono il loro amore per il mondo libero disegnandolo sulle pareti della cella e poi finiscono per adorare più quella che non il mondo stesso.
Nella mia storia al cimitero, quando il sole si fa troppo opprimente, il giovane scende dalla tomba e si dirige verso la casupola del custode. Immaginando che l’uomo non riceva una mancia da anni, si infila la mano in tasca e gli allunga una banconota da venti dollari, probabilmente più di un mese di salario; il custode la accetta con riluttanza e in cambio gli offre un’altra Coca-Cola. Al giovane torna in mente l’ingiusto scambio d’armatura tra Glauco e Diomede e la prende.
Poi, però, il custode torna nella casupola e gli porta qualcosa di minuscolo avvolto in un vecchio fazzoletto, o almeno così sembra. È un antico accendino d’argento con sopra un’iscrizione, probabilmente smarrito anni prima da un ebreo devoto. Forse anche quella persona era tornata lì, come lui, aveva girato un po’, si era fumata una sigaretta e poi se n’era andata, dimenticandosi l’accendino. Con somma sorpresa del giovane, l’iscrizione reca le tre iniziali del suo nome. Sa che non è suo. Non ne ha mai avuto uno così. Quel signore l’aveva lasciato lì apposta per lui? Il giovane era andato al cimitero in cerca di qualcosa, ed ecco cosa aveva trovato.
Banale, certo, ma questo è il mistero, o l’epifania, che la mia immaginazione escogitò quella sera d’estate a Cambridge. Mi ci sarebbero voluti anni per capire il significato del dono che mi ero inventato. L’accendino poteva appartenere solo al giovane, che poi, naturalmente, ero io. Lui/io eravamo già stati al cimitero, anche se non ce n’eravamo accorti. Da anni ci tornavamo a turno ogni giorno, e ogni volta affidavamo il nostro accendino al custode per ricordarci a vicenda che una parte di noi sarebbe rimasta per sempre in Egitto, che una parte di noi non si era mai imbarcata, né l’avrebbe fatto.
Non la finii mai, la storia. Un altro pomeriggio di un’altra estate di san Martino, quattro anni dopo, la ripresi e, guardando i fogli giallo canarino, mi ricordai esattamente di quel monolocale in Linden Street. Mi tornò in mente la luce, il caldo e l’inquietante sensazione di essere stato raggirato. Ci lavorai due mesi, poi la abbandonai. Era diventata troppo complessa, avvolta in troppi ricordi come nella storia delle sue stesse revisioni.
Ci tornai sopra in tutt’altre circostanze in un altro giorno di un’altra estate di san Martino in una città diversa. Ero seduto in terrazza e avevo tentato di ricreare un’immaginaria giornata d’estate della mia infanzia scrivendo sul mio ritorno in Egitto durante una giornata di sole. Fu quando spostai la sedia all’ombra che all’improvviso mi ricordai del bagliore del sole egiziano, così potente da costringerti a strizzare gli occhi o a non guardare nulla in maniera diretta, motivo per cui non si riesce a fissare il mare e per cui il non vederlo è il segnale più eloquente che ci sia una massa d’acqua così vasta nei paraggi.
Nella versione della storia che riscrissi quel giorno al giovane tornano in mente le spiagge della sua infanzia non perché ha le gambe penzoloni come sul bordo di una piscina, ma perché il bagliore della lapide di marmo lo lascia momentaneamente accecato.
È possibile che il mio amore per gli splendidi panorami marini sia cominciato non sulle spiagge alessandrine, come mi è sempre piaciuto pensare, ma su quella terrazza, proprio come ho imparato ad amare il sole da turista e non da nativo, a ottobre e non a giugno. Volevo prendere questo amore, sbocciato a Roma, a New York e a Cambridge, e trapiantarlo di nuovo nella città conosciuta da bambino. Volevo rimpatriare i miei ricordi, rispedire tutto a casa, compresa la storia del mio apprendistato la sera di quell’estate di san Martino quando, passando per i lunghi e tortuosi sentieri della memoria, avevo concentrato quasi tutto quello che sapevo ed ero diventato in una stanza.
Continuai a scrivere su questa storia per un ventennio. Nel corso degli anni, era a quelle pagine che tornava il mio pensiero ogni volta che pensavo di scrivere qualcosa; mi aleggiavano sopra la testa come un fantasma non reclamato che implorava una degna sepoltura. Fatto ancor più insidioso, quella storia incompiuta a poco a poco cambiò ciò che significava per me la scrittura. L’impossibilità di riscriverla rispecchiava l’impossibilità di tornare in Egitto, e alla fine cominciai a sentire che l’atto di scrivere e l’atto di tornare erano connessi tra loro in modi così complessi che, se non fossi tornato laggiù, non sarei mai più stato in grado di scrivere, anche se tornare in Egitto avrebbe chiuso quella storia prima che ciò avvenisse sulla carta.
L’Egitto stesso era diventato una metafora. Perdere l’Egitto, reclamare l’Egitto o addirittura cercare di dimenticarlo erano una metafora quanto scrivere su di esso. Avevo inventato un altro Egitto, un Egitto speculare, un Egitto su cui meditare, collocato al di fuori dal tempo, perché, pur essendo palese che l’avessi perso, la sua esistenza non risultava altrettanto certa. Era un Egitto che tenevo congelato, al sicuro, segreto, protetto, un Egitto «al margine», un Egitto «in prova», un Egitto che «arroccavo» su ogni altro luogo che avrei potuto chiamare casa, un Egitto che dal passato continuava a intromettersi nel presente per ricordarmi, tra le altre cose, che se amavo l’evocazione del passato più del passato stesso, e se non era l’Egitto che amavo quanto piuttosto l’atto di ricordarlo, dipendeva anche dal fatto che non avevo più un problema con l’Egitto, semmai con la vita. Ignorare come liberarsi delle cose trovava il suo speculare corrispettivo nell’ignorare come fare a prenderle quando mi venivano offerte, perché la mia paura più profonda, che avevo provato indirettamente quella sera a Cambridge mentre pensavo a Wordsworth e a quella ragazza la cui vita sembrava così radicata nel presente, era vivere sempre sotto il sole a picco di mezzogiorno, senza l’ombra del passato né del futuro.
Una domenica pomeriggio di molti anni dopo, mentre stavo camminando con mio fratello lungo l’Upper West Side, cercai di spiegargli perché stare in quel punto della West End Avenue a guardare l’Hudson mi ricordava tanto la nostra infanzia e perché non mi capitava da tempo di sentirmi così vicino a lui, ma avvertii che non avrebbe avuto la pazienza di ascoltarmi e, dunque, evitai.
Volevo dire a mio fratello che quel particolare punto della West End Avenue per me sarebbe sempre stato speciale, che negli anni a venire avrei fatto in modo di tornarci, che se io non ci fossi riuscito se lo doveva ricordare lui. Volevo dirgli che avevo imparato tutto questo non in Egitto, non in Italia, non a Cambridge, non a New York, ma grazie a Wordsworth, e che semmai avessi scritto il mio libro sull’Egitto sapevo già che l’avrei concluso con Wordsworth, con me e mio fratello ad Alessandria che guardiamo il mare, già pensando alla sera in cui, anni dopo, che fosse in Europa o in America, avremmo ricordato la nostra ultima notte ad Alessandria cogliendo, se possibile, il nostro stesso sguardo dalla parte opposta.
Ma a mio fratello non interessava granché dell’Egitto come metafora. Quella sera diedi un’occhiata a Tintern Abbey in una vecchia antologia di letteratura inglese curata da Scott Foresman comprata l’ultimo giorno di scuola prima di lasciare l’Egitto. Il volume l’avevo usato anche in quinta superiore a Roma, poi al primo anno di università, ma per me quella poesia resterà per sempre racchiusa in quella sera a Cambridge dove, dopo avere scritto una relazione per una ragazza e avere finito la terza tazza di Earl Grey versato da una vecchia teiera che mi aveva lasciato sul tavolo, guardai dalla finestra verso quello strano viottolo laterale buio, da cui le tonalità grigio brunastre del crepuscolo erano entrate nella stanza, depositandosi su ogni cosa. E piuttosto che riporre la penna, forse perché mi serviva una scusa per trattenermi ancora un po’, o forse perché avevo appena compreso un legame che mi si era palesato sotto forma di parabola, cominciai ad abbozzare un racconto che, negli anni, si è evoluto in un libro non solo sui ricordi dell’Egitto, ma su tutte le volte che l’avevo ricordato dopo essere andato via. Scrissi quella storia sia per ricordare l’Egitto e caricarmelo in spalla, sia per tornare a tutte le volte in cui avevo cercato l’Egitto in Italia o a Cambridge o a New York, in Wordsworth, in Dante, in Omero o in Proust.
Nell’ottobre del 1995, dopo la pubblicazione di Ultima notte ad Alessandria, alla fine in Egitto ci tornai davvero e decisi di andare a visitare il cimitero ebraico, non solo per mio nonno e mio padre, ma anche per rivivere una scena che mi ero immaginato a Cambridge quasi vent’anni prima. Strano a dirsi, ma tutto ciò che avevo inventato nel racconto nasceva da un’esperienza reale: il custode, la mia incapacità di localizzare la tomba, il lavacro della lapide, il silenzio intorno a me, il figlio del custode, il cane e la strada polverosa, anzi polverosissima. Finalmente trovai la tomba, ma fu solo perché mi ricordai come avevo fatto a trovarla nella storia. Ero tornato alla finzione, o perlomeno avevo messo piede in un regno dove memoria e immaginazione si barattavano il posto con la vertiginosa agilità di un entrechat.
Qualche differenza, però, c’era: per esempio mancava la lastra su cui sedersi e ammirare la calda luce autunnale del pomeriggio. E anche da bere. Cercai di pensare al significato della mia visita e ai decenni che avevo passato aspettando quel momento, e cercai di decidere, benché certe decisioni non abbiano alcun significato, quali dei tanti luoghi in cui avevo vissuto mi sembravano più reali adesso che finalmente avevo rivisto l’Egitto. Non ne avevo idea. Pensai all’accendino con le mie iniziali e al frigo della Coca-Cola, ai pantaloni di flanella scuri nelle calde giornate di sole, a Roma e a Linden Street e alla ragazza nel cui monolocale questo racconto era venuto alla luce più di un quarto di secolo prima. Pensai all’Earl Grey, ai miei insegnanti privati e al cucchiaio che lei aveva appoggiato alla mia destra con tanta abilità prima di congedarsi. Avevo portato tutte quelle immagini con me, quasi per liberarle tutte, una dopo l’altra, come quegli ornitologi che, dopo avere studiato ed etichettato diversi uccelli nei loro laboratori americani, tornano in Amazzonia per riportarli nel loro habitat naturale. Io ero andato a posarle sulla tomba di mio nonno come minuscoli sassolini, già avvertendo, come nella Parabola dei talenti, che forse ero stato anch’io un intendente disonesto, «che molto ha ricevuto e nulla rende». Avevo aspettato troppo. Non avevo altro da mostrare dopo tutti quegli anni? Mi tornarono in mente le parole di Wordsworth, non riuscivo a pensare ad altro:
Fu solo per questo
che un fiume, il più bello di tutti, volle
mescolare il suo mormorio al canto della mia nutrice...
Non volevo rispondere alla domanda. Non volevo stare con i morti. All’improvviso mi ritornò la voglia di essere altrove.
Quando ebbi finito di scrivere, quella sera a Cambridge molti anni prima, e stavo per tornare a casa, andai in cucina a lavare la tazza, ma mi limitai a depositarla nel lavello dopo averla risciacquata alla bell’e meglio, per far vedere che ero educato ma non servile.
Mi ricordo che, nella stanza accanto, lei aveva lasciato il letto sfatto. Mi ricordo il profumo delle lenzuola stropicciate quando mi chinai a toccarle, come se conservassero profondi segreti di cui non avrei mai osato chiedere. E mentre passavo in rassegna la camera, pensai che ci sarebbe voluto un nonnulla per convincermi ad aspettarla, soprattutto poiché me lo aveva detto lei, perché non solo già sapevo che prima o poi avremmo dormito insieme su quel letto, tra quelle lenzuola, ma che la sera in cui ciò fosse accaduto avrei ripensato a questo momento, quando mi ero alzato dal tavolo piuttosto compiaciuto e, avanzando verso il letto, avevo giurato di ricordare che, pensando a Tintern Abbey e ad Alessandria e a questa ragazza e al suo letto e alle lenzuola e a tutto il resto su cui volevo scrivere, avevo compiuto anche un atto di arbitraggio. Avevo stabilito che era un momento su cui sarei tornato più e più volte, e non solo la nostra prima notte insieme ma anche negli anni successivi, e in altre case, con altre donne, e in altre città o magari anche ad Alessandria, chissà, perché non era questo momento, o questo luogo, o questa ragazza che contavano ma il modo in cui avevo intrecciato il mio desiderio di vivere ed essere felice con tutto il resto, e se anche nella mia vita non mi fosse accaduto nulla che mi avrebbe reso felice, l’atto stesso di ripensare alle cose poteva rendermi non meno felice di un esperto Ulisse che si sveglia a Itaca ripensando ancora al viaggio verso casa.