Square Lamartine
La mia passione per Parigi ha un epicentro, come si dice per i terremoti, circondato da alti edifici di fine Novecento, un parchetto deserto e viali silenziosi. Così me la immaginavo sempre da adolescente, ancora prima di averla vista. Un marchand de tabacs che mi avrebbe venduto le sigarette senza fare domande; una pâpeterie dove avrei potuto acquistare la tanto agognata Pelikan; il sorriso appena abbozzato delle ragazze fuori da un liceo; un appuntamento segreto al cinema.
Prima ancora di averci messo piede, la Francia era già la mia patria, il luogo a cui sapevo che avrei fatto ritorno. Ma tutto mi remava contro, a partire dal fatto che nei primi anni Sessanta, più o meno il periodo di cui sto parlando, la mia famiglia viveva ancora ad Alessandria, a decenni di distanza dalla Parigi dell’epoca. E le circostanze avverse non finivano qui: molti miei familiari adulti, per quanto avessero frequentato le scuole francofone della Alliance Israélite Universelle, in un modo o nell’altro erano riusciti a diventare cittadini non francesi, ma italiani. Inoltre, io da bambino ero andato alla scuola inglese, e dunque conoscevo meglio l’inglese del francese, al punto da parlarlo con uno strano accento, benché fosse la mia lingua madre. (Cosa che rientrava in un problema più ampio: parlavo diverse lingue con accento francese, tranne il francese.)
Ero, dunque, un ragazzino ebreo intrappolato nell’Egitto antisemita di Nasser, desideroso di tornare in una Francia che non avevo mai visto e a cui non appartenevo. Mentre stavamo perdendo tutti i nostri averi e la polizia egiziana continuava a starci addosso con perquisizioni, telefonate notturne, lettere anonime, denunce segrete, non c’era nulla di meglio che sedersi la sera davanti alla finestra nella camera da letto della mia prozia e immaginarmi di fissare la Senna che scorreva vicinissima all’appartamento dove aveva abitato a Parigi, come non si stancava mai di ripetermi quando mi raggiungeva e appiccicava la fronte al vetro. «Cioè, dalle finestre di casa tua si vede la Senna?» le domandavo. «No, ma sono sette minuti scarsi.» E poi mi recitava il ritornello della poesia di Guillaume Apollinaire, Il ponte Mirabeau:
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure.
Venga la notte, suoni l’ora
I giorni se ne vanno io resto ancora.
Era a quei «sette minuti scarsi» che continuavo a pensare durante i miei ultimi mesi in Egitto, mentre vendevamo il possibile e il resto lo imballavamo, con quotidiani battibecchi fra mia madre e sua suocera e una zia che non riusciva a evitare di prendere una posizione ma si schierava sempre dalla parte sbagliata. In quei giorni imparai a capire che alcuni luoghi del pianeta non li rivedremo mai più, bisogna farsene una ragione, ed ero convinto che uno di essi fosse l’Egitto. Ignoravo però che, come chi continua a perdere la propria donna sempre per lo stesso motivo, alcune famiglie perdono la casa almeno una volta per generazione.
Mi ricordo esattamente gli autori francesi, vecchi e nuovi, che leggevo allora: Molière, François Mauriac, Alain-Fournier, Jean Anouilh, Georges Duhamel, Albert Camus. Come la finestra nella stanza della mia prozia, si affacciavano sul luogo più vicino e al contempo lontano della terra, o almeno così mi sembrava. Non dovevo fare altro che leggere un numero sufficiente di pagine e quasi mi pareva di essere laggiù, nella Parigi di André Gide o nella Marsiglia di Marcel Pagnol, i suoni di quella Francia immaginaria fusi con le continue grida in arabo che si levavano dalla strada di sotto e salivano fino in camera mia.
E poi un giorno apparve dal nulla un altro libro, confuso tra i volumi da scartare che mio padre aveva ammucchiato nella stanza dei bagagli, un libro che all’inizio pensavo non gli servisse, ma poi capii che doveva averlo lasciato in giro apposta, come fanno spesso i genitori per far sapere certe cose ai loro figli prima che le scoprano da fonti più dirette e meno auspicabili. Lo divorai, mi divorò. Ogni frase schiudeva un mondo così vasto ed eccitante che alla fine di ogni sessione di lettura notturna desideravo dimenticare quanto avevo appena letto per poterlo riscoprire daccapo l’indomani mattina. «Quando avrai quattordici anni o anche di più» lessi su una pagina «vedrai che, dovesse capitarti di camminare per strada di notte, alcune donne elegantemente vestite ti si avvicineranno e magari ti chiederanno di accompagnarle. Meglio evitare.»
Quattordici anni li avevo già compiuti. Ma chi erano queste donne, e perché mai nessuna prima d’ora mi si era avvicinata? E perché non ero già in Francia, dove a quanto pareva c’erano donne elegantemente vestite che, approfittando del buio della notte, ti chiedevano di accompagnarle chissà dove? Guardai fuori dalla finestra la mia Senna immaginata con i suoi ponti e quais immaginati che distavano sette minuti dalla nostra nuova casa immaginata. Ma questa non era Parigi: era ancora Alessandria.
Negli ultimi giorni in Egitto, appresi con mio sommo sgomento che la nostra destinazione non era la mia Parigi immaginata, ma un umile quartiere proletario di Roma. E così finimmo in Italia, solo io, mia madre e mio fratello, perché mio padre rimase in Egitto. Non conoscevamo nessuno, l’italiano lo parlavamo a stento e non sapevamo dove andare a fare la spesa, nemmeno come si faceva. Di sera, sentendoci totalmente soffocati da quel paese che non riuscivamo ad amare né a comprendere, chiudevamo le persiane per tenerlo lontano. L’Italia, però, non scompariva: dagli edifici intorno al nostro cortile ogni sera giungeva l’eco di un’intera società sintonizzata sullo stesso canale tv. A volte il rumore si levava da un cinema vicino che, nelle calde sere d’estate, apriva il tetto per permetterci di sentire il boato delle risate o la voce doppiata di Sean Connery. Quando cominciò la scuola, in autunno, la nostra via male illuminata, con le sue drogherie non proprio pulite, i venditori di caffè le cui stanze buie assomigliavano più all’antro di una grotta che a un negozio, il bar all’angolo gremito di operai che si fermavano a bere un bicchiere di vino prima di rincasare dopo il lavoro, diventò ancora più brutta. Come poteva, quella, essere casa mia?
Poi, il miracolo. Mio padre, che abbandonato l’Egitto aveva trovato un impiego temporaneo in Francia, ci convocò per due settimane durante le vacanze di Natale, pour voir, per vedere un po’. Fece in modo che la nostra visita sembrasse un semplice scalo, Parigi in conto deposito, in prova. Più di trent’anni dopo, ancora mi ricordo cosa facemmo in ciascuno di quei quindici giorni.
Mi ricordo la prima volta che visitai il Quartiere Latino, insieme alle mie cugine più grandi e ai loro fidanzati, tutti studenti universitari e, apparentemente, parigini. Un pomeriggio piovoso sfrecciammo lungo anguste stradine affollate a bordo di due piccole Citroën deux chevaux per andare a vedere una retrospettiva su Humphrey Bogart. Uno saltò giù a prendere i biglietti, un altro a cercare qualche stuzzichino e noi, invece, cercammo parcheggio. Dopo il cinema ci fermammo in un bar, dove ordinarono tutti un tè.
Un altro giorno, mentre stavamo andando a comprare le sigarette, mia cugina mi portò in un negozio di dischi. Stava cercando il concerto di Bach per due violini. Seduti in un minuscolo séparé, ci fermammo qualche minuto per ascoltare la registrazione con David Oistrakh nel ruolo di solista principale, che lei non trovò di suo gradimento. Menuhin ce l’avevano? No. Andammo nel negozio di fronte, dove non avevano né Oistrakh né Menuhin ma Heifetz, secondo la commessa il migliore. No, grazie. Nei giorni successivi ascoltammo un violinista dopo l’altro. Ancora oggi, il suono di quel concerto mi riporta alla mente i miei primi inebrianti incontri con Parigi, quando cercavo segnali di un’imminente nevicata che non arrivavano mai e mi ero innamorato del freddo grigiore che calava sulla città nel tardo pomeriggio, lasciando presagire serate in cui ci saremmo stipati in macchina per visitare Parigi by night, finendo la nostra avventura sempre con crêpe, zuppa di cipolle e caramelle Vichy.
Era Parigi o solo la macchina piena e la piacevole compagnia delle mie cugine che non vedevo da almeno un decennio a darmi la sensazione che non me ne sarei più andato? Le strade brulicanti di coetanei che parlavano la mia lingua; le battute di spirito; i cinema affollati... Non era solo il centro del mondo, o della mia vita, ero io. Era la mia voce, e non quando parlavo, no, era più chiara e profonda, come quando ridevo.
Forse non era neppure una voce, ma un modo di essere nel mondo che me lo faceva amare e, ripensandoci, mi faceva amare anche me stesso.
Quando, dopo circa quattro giorni, andammo a trovare la mia prozia nel sedicesimo arrondissement, fu come entrare nella nostra vecchia casa di Alessandria; la tipologia dell’appartamento era la stessa, benché sicuramente più piccolo: stessa atmosfera, stesso odore, stesse ingiunzioni a fare silenzio e a comportarsi bene. Questo, però, richiamava la versione finita dello schizzo appena abbozzato che era invece la nostra casa laggiù. Se l’Egitto corrispondeva a una melodia di basso, Parigi era una partitura d’orchestra completa, una città che risplendeva della gloria di un déjà vu rivisto e corretto. Come sant’Agostino quando ripensava ai giorni in cui ancora non amava Dio, chiedendosi stupito come mai non l’avesse scoperto prima, anche io mi domandavo: Perché non sono nato qui, perché non posso vivere qui, verrà mai il giorno in cui mi sarà concesso, perché sono arrivato qui quando ormai mi sembra troppo tardi?
Mio padre aveva detto che queste due settimane erano una prova. Ma non c’era alcun bisogno di preliminari. Ero pronto a stabilirmi lì anche senza preavviso.
Una sera, in un minuscolo parchetto non lontano dalla casa della mia prozia, mio padre mi indicò due ragazze sui quindici anni: «Ci scommetto quello che vuoi che vivono nel quartiere; probabilmente vanno al Lycée Janson de Sailly». All’istante mi venne voglia di andarci pure io.
Ero troppo piccolo per sapere come sfruttare le eventuali opportunità che mi si fossero presentate. Ma l’amore era nell’aria, coglievo strani presentimenti. Da come mi guardavano le donne intuii una lingua di cui conoscevo la sintassi, ma di cui mi mancava il vocabolario. E poi c’erano quelle donne elegantemente vestite che, approfittando del buio della notte, di sicuro mi si sarebbero avvicinate e mi avrebbero chiesto di accompagnarle. Ecco perché non vedevo l’ora di ritrovarmi da solo a Parigi, impresa peraltro proibitiva, visto che eravamo ospiti da vari parenti. Finalmente, però, la mia prozia mi diede l’occasione di aprire le danze. Le piaceva tenere in frigo bottiglie riempite alla fontana di Lamartine, in fondo all’isolato, un pozzo artesiano la cui acqua, almeno secondo Jacques Hillairet nel suo Dictionnaire historique des rues de Paris, aveva un goût fade, un «sapore insipido». Affidò a me il compito di assicurarmi che fossero sempre piene.
Nessuno è mai riuscito a trasformare una commissione così banale in un’attività tanto dispendiosa in termini di tempo. In square Lamartine c’era sempre gente, compresi miei coetanei che probabilmente facevano la stessa cosa per nonni o genitori. Stretto tra loro in attesa che venisse il mio turno alla fontana, mi trasformavo non solo in un vero parigino ma anche in un giovane Giacobbe in attesa di incontrare la sua Rachele al pozzo di Beer Sheba. La prossima volta, pensavo, non riuscendo mai a trovare il coraggio di parlare.
Ci andavo tutti i giorni, a volte anche due volte al giorno nella stessa giornata, se non faceva troppo freddo mi sedevo su una panchina a leggere, ammazzavo il tempo fino al momento di ammirare il tramonto e osservare le ultime ragazze andare via, poi trascinavo a casa le pesanti bottiglie infilate in due reti della spesa di plastica e infine chiamavo i miei genitori da un telefono pubblico per avvisarli che stavo per arrivare. Una sera a cena, mia zia sostenne che secondo lei fumavo, mentre mia nonna era dell’idea che fossi solo lento e mia madre che avevo ceduto il posto a qualche casalinga aggressiva. Riguardo a mio padre, mi attribuì il concepimento di astute strategie che gli lasciavo credere fossero andate a buon fine.
Quando, ai primi di gennaio, fu chiaro che dovevamo tornare a Roma, sentii che sarei morto ancora prima di salire sul treno. Saremmo partiti di sabato sera e arrivati a Roma la domenica pomeriggio; lunedì avremmo ripreso la scuola. L’unica cosa a cui riuscii a pensare l’ultimo giorno a Lamartine era l’imminente domenica sera a Roma: disfare le valigie, rimettere ogni cosa al solito posto in un appartamento dalle cui finestre chiuse filtravano suoni indelebili che avrebbero reso impossibile immaginare di essere a Parigi, anche se i bagagli emanavano ancora l’odore di quella città e la musica di Bach me l’avrebbe ricordata, proprio come le penne da quattro soldi con dentro la torre Eiffel che andava su e giù che volevo comprare prima di partire, o il biglietto della metrò forato e il pacchetto di caramelle Vichy infilato distrattamente nelle tasche del cappotto che avrei ritrovato settimane dopo avere ripreso le nostre monotone vite romane. Pensai a square Lamartine e alla fontana che avevo di fronte, anche se già non c’era più. Quello che in Egitto sembrava un sogno era divenuto prima realtà, e poi pian piano era tornato nel mondo dei sogni.
Forse, pensavo, tra qualche giorno mi sarà di aiuto tornare con la mente a quel preciso istante, quando ancora mi stavo divertendo a Parigi e ignoravo il dispiacere che inevitabilmente deriva dal ripensare a quella fontana. Forse, provando tutto ciò in anticipo, in qualche strana maniera avrei potuto attenuare il dolore. La fontana sarebbe rimasta, io me ne sarei andato. («I giorni se ne vanno, io resto ancora.») Ma almeno l’avevo anticipato; almeno sapevo.
Alla Gare de Lyon, mio padre salì sul treno per salutarci. Mi intimò di non essere triste: ci sarebbero state tante altre occasioni. Guardai fuori dal finestrino. Non potevo sapere che sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di volte in cui pensavo che non avrei mai più rivisto Parigi.
Per i successivi tre anni, dopo le vacanze estive, quelle di Natale e di Pasqua, mi sarei ritrovato sullo stesso medesimo binario il sabato pomeriggio a salutare Parigi, a temere che mio padre non sarebbe sceso in tempo dal treno, a cercare di convincermi che fosse davvero la nostra ultima visita, così da allontanare la speranza e la delusione quando, una volta arrivati a Roma, mi sarei scoperto a desiderare di tornare a Parigi, i miei libri francesi come unico appiglio. Nei giorni che precedevano l’istante del congedo in stazione avevo pochissime pretese, solo di poter rivivere le mie prime due inebrianti settimane a Parigi. Come Stendhal, che gettava un rametto in una fonte a Salisburgo e, settimane dopo, lo trovava ricoperto da una miriade di cristalli, anch’io sarei tornato a Parigi e avrei trovato il ricordo della mia prima visita in square Lamartine completamente cristallizzato.
Non passava giorno senza che registrassi le mie impressioni, per ricordarle meglio a Roma, sapendo che, privando Parigi della sua magia, obnubilando il piacere del momento con costanti riferimenti all’inevitabile viaggio di ritorno, stavo mitigando, per non dire prevenendo, il trauma della partenza. Era il mio modo di anticipare le preoccupazioni di domani facendo in modo che il domani sembrasse ieri, di allontanare le avversità allontanando anche la gioia. Alla fine imparai a detestare quei viaggi a Parigi, e pure i miei soggiorni laggiù... perché mi piacevano troppo. «Ecco, fra una settimana saremo a Roma e ripenseremo a cosa abbiamo fatto e detto a Parigi...»: era proprio questa mia bislacca ossessione che faceva diventare matto mio fratello. Mi comportavo al pari di un moribondo che prendeva nota mentalmente e con dovizia di dettagli della luce del sole, di facce, cibo, luoghi, emozioni, non solo per ricordarsele meglio una volta raggiunto l’aldilà, ma anche per convincersi di essere ancora radicato nel presente, di poter mantenere un legame, lasciare un’immagine residua, simile alle ombre dei morti impresse sui ponti di Hiroshima. A oggi mio fratello conosce Parigi meglio di me, e sarà sempre così, anche se io ne conosco un minuscolo pezzetto meglio di qualunque parigino. La Parigi che coltivavo io era una Parigi in cui non bisognava fermarsi troppo. Era una Parigi fatta per essere desiderata e ricordata, una Parigi per la mente, una Parigi che simboleggiava la vita vera, la vita rinnovata, la vita migliore, inondata di luce bianca, completa di lucine, colonna sonora e costumi. L’esistenza che non crediamo di meritarci e per cui non siamo pronti, forse, e che perciò non impariamo mai a volere abbastanza intensamente e aspettiamo a viverla nella speranza che, quando non stiamo guardando, quando abbiamo smesso di sperare e di pensare e di sognare, stanata dal suo nascondiglio finalmente potrebbe decidere di darci un colpetto sulla spalla e blandirci con una promessa di gioia. Il fascino di Parigi, così lo chiamiamo.
Il mio passaggio in Francia non è più così facile. Ci posso andare, ma non ci posso restare. Altrimenti penserei a tutte le volte che sono arrivato a tanto così dallo stabilirmi lì e ho fallito, che ho mancato l’obiettivo per un soffio o per un pelo. Il verso di Emily Dickinson «se solo il cielo non fosse venuto così vicino» mi risuona nelle orecchie ogni volta che dimentico che forse non ci dovrei nemmeno provare.
Non appena arrivo a Parigi, sbrigo quelle che mi piace chiamare le mie commissioni nel tempo: passo da tutte le mie reliquie private e le tocco, per assicurarmi che siano ancora lì, per calmarle come con un parente in stato catatonico che immagini ti sia riconoscente perché ti sei preso la briga di andare a trovarlo. Le tocchi, sapendo che non otterrai nessuna reazione da parte loro e nessuna sensazione da parte tua. Per quanto ne sa la città, tu non esisti.
Una sera, tornato a Parigi dopo molti anni, mentre mi stavo incamminando verso il mio hotel sentii una voce alle mie spalle e, voltandomi, vidi una ragazza di diciannove anni al massimo uscire dall’oscurità e pormi la domanda che avrei dato qualsiasi cosa per sentire pronunciare da una donna. Mi ritrassi, come con un barbone che ti si è avvicinato troppo al quale allunghi una moneta senza toccargli le mani. Da tempo avevo imparato a preferire l’incontro immaginato, o il ricordo dell’incontro immaginato, a quello vero.
Adesso, ogni volta che mi congedo da Parigi, non mi pongo problemi. All’aeroporto non penso più che sia l’ultima volta. Sono felice di andare a casa mia, mi dico. Apro un libro, parlo con gli altri passeggeri, guardo il telegiornale. Non mi volto, nemmeno una volta. Sono consapevole, vero, che gli amori a cui evitiamo di ripensare sono proprio quelli che non siamo sicuri di avere superato? In tal senso, Lot era di gran lunga più colpevole della moglie: fuggendo da Sodoma e Gomorra, lei si limitò a girare la testa, lui si impose di non farlo.
Qualche anno fa chiamai una cara amica in Francia per informarla che a Natale sarei andato a Parigi con mia moglie.
Quando rispose, le chiesi com’era Parigi. La sua risposta non mi colse affatto di sorpresa: «Grigia. Parigi è sempre grigia in questo periodo. Non cambia mai». Era esattamente come me la ricordavo io, ovvio. «E New York com’è?» mi domandò lei. Le mancava New York. «C’è il sole» risposi, «come sempre d’inverno.» Le mancava l’inverno a New York, mi disse che le mancava uscire dalla metropolitana nella Quarta Ovest. Balducci’s, Bleecker Street e infine Horatio Street, dove, anni prima, aveva guardato fuori dalle finestre che davano su West Street e le era piaciuto immaginare di essere... be’, a Parigi. Scoppiammo a ridere. E all’improvviso, ascoltandola, mi resi conto che anch’io sentivo la mancanza di Horatio Street, come se pur distando solo una corsa in metrò, avessi perso anche lei.
Mi trovavo non dov’era lei, ma dove voleva essere, anche se pensavo di volere essere esattamente dove stava lei, e forse era proprio quello che volevo, essere dov’era lei, a struggermi per Horatio Street così che all’improvviso potessi voltarmi e dire a me stesso: Ma Horatio Street è qui dietro l’angolo, mi piace vivere a New York. Prendo le distanze da qualcosa affermando che sia irraggiungibile, per lasciarle credere che ci ho rinunciato e che ormai può anche abbassare la guardia e poi, quando meno se lo aspetta... zac!
Come al mio solito, dissi che non mi piaceva viaggiare, che Parigi non la trovavo mai rilassante, anzi, avrei preferito di gran lunga starmene a New York e piuttosto immaginare le cene meravigliose che mi sarei gustato a Parigi. «Certo, come no» convenne la mia amica, già infastidita. «Visto che a Parigi ci devi venire, adesso non ti va più. Se, invece, dovessi rimanere a New York, vorresti venire a Parigi. Ma poiché non te ne starai a casa e, invece, verrai qui, fammi un favore...» Nella sua voce vibrava una certa esasperazione. «Quando sarai a Parigi, immaginati di essere a New York che ti struggi per Parigi, e vedrai che andrà tutto bene.»
Ed è esattamente ciò che feci. Io e mia moglie girammo per la città, andammo per negozi, visitammo una serie di luoghi. L’unica cosa che volevo fare davvero, però, e cioè tornare alla Parigi della mia adolescenza, continuavo a rimandarla, perché, pur sapendo che fino ad allora non avrei trovato pace, non volevo che quel momento arrivasse troppo presto. Sapevo che, una volta tornato nei miei luoghi preferiti, per me Parigi avrebbe perso qualsiasi interesse.
Mia moglie aveva poca familiarità con la mia Parigi. Ce l’avevo portata in viaggio di nozze dieci anni prima, e poi ancora tre anni dopo, quando nostro figlio aveva dieci mesi. Volevo mostrarle la casa dove abitava la mia prozia, le strade in cui andavamo a passeggiare insieme ogni tanto e la fontana dove mi recavo per riempire le bottiglie e guardare le ragazze.
Ancora ricordo il primo giorno della nostra luna di miele a Parigi, quando camminando lungo i grandi viali del sedicesimo arrondissement e fissando gli edifici illuminati, promessa di intimi ritrovi, avevo cominciato a raccontarle del mio primo soggiorno a Parigi e del mio amore contrastato per una città in cui sarei tornato spesso durante gli anni trascorsi a Roma, ogni volta rievocando il ricordo della visita precedente o anticipando quella successiva, quasi non lasciando spazio alla visita attuale. Raggiungemmo place de Barcelone e ci fermammo davanti al Pont de Grenelle, non lontano da Pont Mirabeau, poi le indicai la Statua della Libertà in scala ridotta, un’imitazione di quella di New York, nel frattempo pensando a come le cose si sovrappongano tra loro e che città, parchi e ponti, come cugini lontani, finiscano per diventare immagini speculari delle proprie repliche.
Arrivati a La Muette, uno dei miei angoli preferiti, raccontai a mia moglie della casata reale di falconieri da cui prende il nome il quartiere – dal verbo muer, fare la muta – e che, secoli prima, gli uccelli di proprietà del re venivano portati lì ogni anno a cambiare il piumaggio. Cammin facendo, cominciai a chiedermi quale fosse il contrario di «fare la muta» e perché a differenza del corpo, che si libera di qualsiasi cosa, l’anima non possa fare altrettanto invece di ammassare e accumulare, facendo crescere cerchi annuali intorno alle cose che vuole, sogna e ricorda. Sapevo già che negli anni a venire avrei ripensato a questa serata a La Muette e mi sarebbe tornato in mente che ci ero andato con mia moglie in viaggio di nozze e che, insieme a lei, mi ero ricordato del giovanotto che camminava su quegli stessi marciapiedi per cercare una Parigi che, inconsapevolmente, si era inventato di sana pianta.
E adesso rieccoci qui, nello stesso posto, benché non più sposi novelli, a pensare a quanto siano o non siano cambiate le cose dalla nostra ultima visita. Più tardi pranziamo nello stesso café in place du Trocadéro dove ci eravamo fermati un decennio fa e, senza pensarci, finiamo per ordinare le stesse pietanze. Mia moglie sa dove siamo diretti, anche se non gliel’ho ancora detto, come non le ho ancora rivelato che andremo a visitare non solo l’edificio dove abitava la mia prozia, ma anche il piccolo parchetto.
Quando lasciamo il café e imbocchiamo l’inevitabile strada verso l’appartamento il cielo è di un grigio argenteo, come sempre, e la città in pieno fermento. Riconosco il silenzio che cala su quel meraviglioso angolo del sedicesimo arrondissement nel tardo pomeriggio di un giorno feriale, all’ora in cui i bambini escono da scuola, con le cartelle e tutto il resto, sgambettando davanti al nugolo di babysitter che li accompagna. E lì, come sempre, alzo la testa e guardo il quinto piano, dove abitavano mia nonna e la mia prozia. Ancora ricordo l’ultima volta che ho visitato l’edificio con mia moglie.
Naturalmente, come sappiamo entrambi, ho già descritto quella visita nel mio memoir. Ciò che rende la situazione ancora più inquietante è che prima, mentre vagavo in una delle mie librerie straniere preferite in rue de Rivoli, con la tipica, studiata naturalezza degli scrittori, avevo chiesto proprio quel libro. Volevo scoprire se avevano l’edizione tascabile britannica, che non avevo mai visto. La commessa, ignorando chi fossi, mi aveva spiegato che il titolo lo conosceva, ma non riusciva a trovarlo in nessuno scaffale. Mentre stavo passando in rassegna un’altra sezione, mi era corsa incontro. «Monsieur, l’ho trovato!» Accidenti! A quel punto o compravo il mio libro o confessavo che volevo solo «mettere alla prova» il negozio.
E così due ore dopo mi ritrovo a camminare con il mio libro in mano davanti a un edificio che avevo descritto proprio in quelle pagine, sentendomi come Don Chisciotte nella seconda parte del suo romanzo o come Saint-Simon che regge il ritratto del vile marrano ispirato alla persona su cui adesso riversava un complimento dopo l’altro. Non provo nulla. Mia moglie, che nel libro mi chiede: «Non ti è mai venuta voglia di salire?», tace mentre io non ricordo la mia battuta, e chiaramente non voglio farmi scoprire a cercarla di capitolo in capitolo. Dunque abbandoniamo la scena piuttosto insoddisfatti, sapendo che molto probabilmente non ci torneremo più.
Chiedo a mia moglie se le scoccia fare due passi nel parco in miniatura incastrato tra i grandiosi palazzi di fine secolo. Mi sento come un bambino che chiede ai genitori infastiditi di fermarsi davanti alla vetrina dell’ennesimo negozio di giocattoli. Ci sto mettendo troppo, però, non so cosa sto cercando, siamo entrambi stanchi per via del fuso orario, e da un momento all’altro potrebbe mettersi a piovere. E ancora nessuna epifania, niente di niente, solo un aggirarsi frettoloso e sconnesso attorno a ciò che sembra una piccola fontana in una petit square che molto tempo prima si chiamava place Victor Hugo ed è poi diventata square Lamartine. Cosa cercavo, comunque? Abbacchiato, accompagno mia moglie alla stazione della metropolitana più vicina. Pensavo che il parco me ne avrebbe riportato alla mente uno simile a New York.
Quattro giorni dopo la nostra visita di circostanza, alla vigilia della partenza, decido di tornarci da solo. Rifaccio i miei giri, perlustro la zona, cercando di tirar fuori uno straccio di sensazione, almeno una goccia. Nulla. Mi ricordo solo di esserci venuto quattro giorni prima. Sono le cinque. Potrei telefonare e salire per il tè – il pensiero mi balena in testa prima che possa fermarlo.
L’estate successiva tornai a square Lamartine, stavolta con mio figlio di sette anni. Gli mostrai dove abitavo quando avevo sette anni più di lui, cercando di spiegare a me stesso che, a dispetto delle apparenze, pur essendo lui molto più vicino all’età che avevo all’epoca, da allora quasi non avevo voltato pagina. Gli scattai fotografie davanti al palazzo della mia prozia, proprio come avevo fatto con mia moglie in luna di miele, poi feci due passi nei paraggi, scattai altre foto al parco, agli edifici circostanti, a lui che giocava nel piccolo recinto vicino al mucchio di sabbia, sapendo che un giorno il suo passaggio qui, come il mio, quello di mia moglie, di mio fratello, di mio padre e della mia prozia, avrebbero trovato posto nel concentrico planisfero chiamato square Lamartine.
Mio figlio gioca nel parco. Naturalmente non può sapere cosa sto pensando. Ma io sono lì in piedi come faceva mio padre quando da piccolo mi portava a visitare la tomba del nonno ad Alessandria, perché in quel momento non c’era nessun altro al mondo con cui avrebbe preferito stare. Io, però, ho accompagnato mio figlio non in un cimitero, ma nel luogo dove riposa una parte della mia vita che non ho mai nemmeno vissuto, un capitolo scritto con inchiostro invisibile. Nei giardini Lamartine sto ancora passando al setaccio la scena in cerca di reliquie e indizi, non semplici ricordi ma generazioni di ricordi, ricordi profondi, artesiani, come i detective nei film polizieschi raccolgono capelli, unghie e lanugine con le pinzette e li infilano in una bustina di plastica, come le persone passano al setaccio le spiagge di sera alla ricerca di gioielli persi non solo quel giorno, ma molte estati prima.
Mentre fisso il minuscolo parchetto penso a tutto quello che ho registrato e messo via e al perché mi sento sempre come se nulla, benché scritto, rimanga fissato abbastanza a lungo prima di cominciare a svanire dalla pagina, come se fosse stato sepolto nella carta solo in senso figurato e adesso desiderasse tornare in vita.
E mentre ci rifletto, all’improvviso mi viene in mente un personaggio della letteratura italiana a cui non pensavo più da quando avevo lasciato Roma trent’anni prima. Si tratta di Astolfo, dell’Orlando furioso, il poema epico scritto da Ludovico Ariosto nel Cinquecento. Dunque, Astolfo atterra sulla Luna, una sorta di gigantesco ufficio degli oggetti smarriti, un immenso mercatino di cianfrusaglie contenente tutto ciò che è stato smarrito o desiderato invano. La superficie lunare è cosparsa di artefatti umani mai realizzati, dunque bisogna stare attenti a camminare in mezzo a quel pandemonio, perché sotto i piedi scricchiolano fiale con dentro merci rubate e progetti mai realizzati, e ovunque si trovano anni buttati al vento e speranze abbandonate.
Come Astolfo che vagava alla ricerca dell’ampolla con il senno perduto di Orlando, sapevo che in quel luogo silenzioso avrei trovato tutta la mia Parigi: la Citroën stipata insieme alle mie cugine – eccola là! –, la caccia al concerto per doppio violino di Bach – sì, c’era pure quella –, il mio amore per la metropolitana, la poesia di Apollinaire, la retrospettiva su Bogart, l’odore delle sigarette e i soprabiti di lana umidi, le ragazze il cui sguardo era diverso da tutti quelli che avevo visto in vita mia, la donna che finalmente era spuntata dal buio ma che avevo cacciato via, le opere teatrali, le brasserie, i libri. Ogni cosa, perfino il tè nel tardo pomeriggio che avevo evocato il giorno in cui ero andato senza mia moglie e pensavo di essere a una telefonata di distanza da persone morte da un pezzo, la lieve pioggerellina nei giorni grigioargento quando Parigi è inondata dalle luci dei semafori, la mia prima passeggiata verso la casa dei falchi reali, il giorno in cui finalmente avevo capito che la mia vita non era nemmeno cominciata o che la vita in generale, come Parigi, era poco più che una raccolta di occasioni mancate per un pelo o perse per un soffio. E che gli oggetti che amavo, e di cui non mi sarei mai liberato e volevo portare con me, avrebbero sempre occupato questo paesaggio, perché erano perduti o mai esistiti, perché perfino l’esistenza che avevo bramato di vivere quando guardavo fuori dalla finestra con la mia prozia ad Alessandria e sognavo una Senna a sette minuti scarsi da casa era proiettata su quel paesaggio, una vita passata, una vita piuccheperfetta, una vita condizionale, una vita fatta, come Parigi, per la mente. O per la carta.