Alla ricerca del blu
Anni fa, quando vivevo a Roma con mia madre e mio fratello e mio padre era in Francia, a Natale e a Pasqua, e di tanto in tanto anche in estate, riempivamo un paio di valigie e, come se si fosse trattato di un capriccio improvviso, chiamavamo un taxi, trovavamo il direttissimo6 delle tre e mezzo alla stazione Termini, tiravamo fuori i biglietti che avevo comprato il giorno prima tornando da scuola – ero l’unico che parlava italiano abbastanza decentemente – e, ancor prima di sederci e visualizzare il nostro felice viaggio in tutta la sua durata, come per magia partivamo per Parigi.
Naturalmente non pensavo mai al viaggio in anticipo, prima del tempo; fingevo fosse capitato all’improvviso. Considerato quanto eravamo poveri dopo avere lasciato Alessandria, andare a Parigi sembrava un lusso così azzardato, un sogno, quasi un atto di superbia, che ogni volta, più per scaramanzia che per parsimonia, nello sforzo di non compromettere il viaggio stesso dandolo per scontato ci rifiutavamo di comprare regalini per chi di proposito non avevamo avvisato di venirci a prendere in stazione.
Il viaggio in sé era una scocciatura, durava diciotto ore. Il treno partiva da Napoli traboccante di chiassosi soldati in licenza, madri di immigrati che andavano a trovare i figli al Nord con scatoloni di ogni genere tenuti insieme con lo spago e segretarie di mezza età, vessate senza tregua dai militari. Quando venivi svegliato al confine, di solito all’una di notte, e sentivi quelli che credevi fossero i primi accenni di francese, avvertivi una gioia immensa e al contempo una totale disperazione. Eravamo in Francia! Ma quell’affollato scompartimento di seconda classe, dove sei persone o anche di più si erano levate le scarpe per dormire, più che altro sembrava una stalla.
Durante il viaggio, però, c’erano due momenti magici, che io conoscevo benissimo. Uno arrivava verso l’alba, quando dai finestrini appannati sentivi il treno sfrecciare lungo i silenziosi campi di Chambéry, con la nebbia che si levava tra gli alberi ammantando il paesaggio come tempera bianca. Lì mi sentivo nel cuore di quel meraviglioso e accattivante continente chiamato Europa. L’altro momento era di gran lunga più speciale. Arrivava all’incirca un paio d’ore dopo essere partiti da Roma, forse anche un po’ più tardi, quando il treno cominciava a lambire le coste della Toscana e poi della Liguria, superando grandi proprietà e castelli e infinite distese di cipressi, affacciati su quella che appariva la costa più placida del mondo. Ogni tanto, però, questi splendidi panorami venivano interrotti da una galleria, da un vecchio muro o da case costruite troppo vicine ai binari, frustrando così il mio desiderio di gustarmi quelle ville e quei panorami abbastanza a lungo da immaginarmi di vivere lì. E tuttavia è così che ho imparato ad amare il Tirreno e il mar Ligure: a fette improvvise, nel loro splendore ostacolato, come se fosse tutto irreale e inaccessibile – d’altronde, perché succedesse, il viaggio a Parigi doveva restare irreale e inaccessibile.
Non mi prendevo mai la briga di fissare i nomi delle stazioni lungo la costa, il mare giungeva sempre senza preavviso. Parte della magia stava nel non sapere esattamente quando sarebbe arrivato e soprattutto se sarebbe arrivato, e nel fatto che, non essendo bello come pensavo, magari me l’ero perso.
Per anni quella meravigliosa distesa di blu immobile ed eterno, dove colline e spiagge piatte sembravano fatte apposta per esistere solo nella memoria, non apparteneva a nessun luogo. Non la vedevo mai in fotografia, non sentivo mai nessuno citarla; semplicemente si ritirava all’interno, tra minuscoli paesini dai nomi strani: Viareggio, Forte dei Marmi, La Spezia, Cinque Terre, Rapallo. Alcuni di essi li avevo trovati leggendo le vite di Byron, Shelley e Stendhal. Punto.
Tuttavia, quei venti minuti di panorami, per quanto spezzettati e ostruiti, restavano la cosa più bella che avessi mai visto. Forse a renderli così affascinanti era il fatto di lasciare l’Italia, che all’epoca non mi piaceva, o la gioia di andare a Parigi, dove probabilmente alla fine ci saremmo trasferiti. O forse era solo il piacere allora familiare e consueto – adesso un lusso – di godere di una vista prolungata, benché imperfetta, del mare. Per un alessandrino, abituato ad avere la spiaggia davanti agli occhi tutto il santo giorno, era come rivedere un parente stretto due anni dopo l’ultima litigata: una strana sintesi di innaturale familiarità, improvvisa confidenza e malinconici segnali a indicare che forse, abbracci a parte, le cose non sarebbero più tornate come prima.
Non che non avessi mai visto il mare in Italia. Quello, però, era diverso. Aveva un che di eterno, grandioso, spirituale, non lo stesso, misero fascino di una piscina gigante, ovvero la sensazione che provavo a Roma. Questo era il mare tutto l’anno: il mare come stile di vita, il mare a portata di mano, il mare nel sangue. Proprio come ad Alessandria. Passare davanti a un paesaggio marino così esteso era come passare davanti ad Alessandria, come capita a volte nei sogni, quando salutiamo una casa che non è più nostra e che appartiene ad altri ma potrebbe tornare a noi in qualsiasi momento, perché allora sì che l’universo avrebbe molto più senso. Mi spingeva a ripensare alla vita da spiaggia con maggiore entusiasmo, me la faceva bramare, mi faceva capire esattamente cosa riuscivo quasi a toccare e mi mancava e mi induceva alle lacrime. Dopo tutto, per questo era così bello: perché mi risultava familiare, perché finalmente l’avevo ritrovato, perché ormai mi era sconosciuto, perché era fatto per essere perduto. Perdere il mare era un concetto ormai per me connaturato a qualsiasi sua immagine. Lo guardi perché non è davvero lì, né potrebbe mai esserlo; perché non era tuo, e non lo sarebbe stato mai più.
A spezzare l’incantesimo, o piuttosto ad amplificarlo, ci pensò un breve viaggio che feci in treno quindici anni fa con una ragazza. Dopo essere passati a tutta velocità da quello stesso punto e avere stabilito che fosse il posto più perfetto del mondo, all’improvviso scendemmo a Nervi, qualche fermata dopo. Nessuno di noi due l’aveva mai sentita nominare. Non avevamo prenotato alberghi. Erano le dieci di sera. E pioveva. Ma non pensavamo che la situazione ci si sarebbe potuta rivoltare contro. Chiedemmo a un tassista di portarci all’hotel migliore della città, dando per scontato che ci avrebbe offerto una spettacolare vista sul mare, con la paura che fosse tutto pieno. Quando arrivammo, scesi, dissi al tizio di non spegnere il motore – un gesto propiziatorio – e corsi dentro a verificare la disponibilità, convinto che fosse una domanda retorica. La risposta, invece, mi colse di sorpresa. Sì, di stanze ne avevano. Vista mare? Naturalmente, signore. Con il balcone? E come, sennò? Dieci minuti dopo eravamo seduti di fronte alle scogliere poco illuminate di Nervi e Bogliasco, a guardare le riottose onde infrangersi sugli scogli di sera, come in ogni poesia romantica che si rispetti.
L’indomani mattina, quando ci svegliammo e aprimmo la portafinestra, scoprii ciò che temevo non avrei mai più trovato in vita mia. Anzi, mi correggo: scoprii ciò che temevo avrei trovato altre volte ma non mi sarei mai permesso di sperare di trovare di nuovo, continuando in realtà a sperare di non trovare mai più – perché non avrei saputo che farmene di esso, perché perdere il mare aiuta ad accettare di vivere a New York, perché voglio prendere il mare alle mie condizioni, non alle sue, perché voglio o tutto o niente, sapendo benissimo che dare un ultimatum alle persone, a maggior ragione al mare, è inammissibile.
Ciò che trovai quella mattina fu un clima perfetto per nuotare, un mare blu perfetto, un cielo turchese perfetto, una colazione perfetta servita nella nostra piccola stanza perfetta e consumata su un tavolino perfetto e su un balcone perfetto. Dopo avere fatto il bagno, di nuovo sul balcone. Dopo pranzo, balcone. Dopo un lungo pisolino, balcone. Poco tempo per visitare. A Nervi non c’era nulla da vedere. Presi il diario e, pur sentendomi piuttosto ispirato, riuscii a scrivere solo queste parole, terribilmente umilianti: «E di tutto questo mare, cosa faccio?»
È impossibile tradurle in inglese. Primo perché non sono sicuro che siano scritte in un italiano corretto. Più o meno il senso è questo: «Che me ne faccio adesso di tutta quest’acqua?» Era un’ammissione di impotenza davanti a tanta travolgente abbondanza. È ciò che si dice quando ti danno un regalo immenso e ingombrante, che non puoi accettare (o non hai molta voglia di accettare), come uno scatolone pieno di libri, una grossa confezione di cioccolatini, addirittura una seconda vita, completa di infanzia e adolescenza da rivivere daccapo. O come avere nel piatto un dolce immenso e pensare con avidità e gratitudine e non pochi dubbi: Davvero devo finirlo tutto? Non posso rimandarne indietro un po’? Non sono abituato a simili porzioni. Devo proprio mangiarlo tutto adesso? Posso portarmelo a casa? Come faccio a superare questo momento? Non puoi farlo sparire?
Mi sembrava quasi... sì, di avere subito un torto. Invece di restare ammaliato dalla vista, invece di esprimere tutta la mia gioia per essere nello stesso luogo che anni prima mi aveva ricordato Alessandria ma in versione migliore, le parole che mi uscirono erano quasi un rammarico, una lagna. Magari era proprio quello, mi stavo lamentando. Ero così abituato a rimandare e negare che, al cospetto di tanta ricchezza, mi ritrovai a desiderare che non fosse vera.
Forse la mia apparente noncuranza o delusione dipendeva da qualcosa di troppo frontale, troppo invasivo, troppo munifico in quello spettacolo. Lo volevo più diluito, più frammentato, obliquo, ostacolato, come succedeva nei viaggi in treno fino a Parigi tanti anni prima, anche se allora a infastidirmi era proprio la natura spezzettata del panorama. Seduto sul balcone continuavo a fissare quella favolosa distesa di blu, e l’unica cosa che riuscivo a pensare, oltre a sentirmi impotente, era: Eccoci qua. Fra tre giorni riparto! Volevo chiudere gli occhi. Ero nel posto più perfetto della Terra. Adesso che ci penso, non si poteva desiderare di meglio. Non c’era altro da aggiungere.
Il problema, invece, era proprio quello. Non c’era nulla su cui scrivere, nulla da invocare; non succedeva nulla. In quel momento tutto ciò che sapevo fare si rivelò inutile. Per usare un termine attuale, non c’era una narrazione.
Come ben sa qualsiasi letterato messo di fronte a concetti impegnativi quali la vita, il corpo, il piacere, pensare viene dopo, non prima, e di sicuro non durante. La risposta alla domanda: «E adesso che me ne faccio di tutta quest’acqua?» doveva essere: «Vado a nuotare».
Mai nella vita mi era stato offerto un piatto tanto gustoso che mi aveva lasciato così affamato, così teso. Come un emigrato che, una volta arricchitosi, torna nel suo paesello natio sperando di fare colpo sui concittadini ma scopre che a loro non potrebbe importare di meno se anche non li riconoscesse più. Non sapevo nemmeno quali sensazioni provare, figuriamoci capire cosa provavo davvero, oltre a un misto di insensibilità e gioia. Infine decisi di pubblicare queste parole in un memoir: «Quanto cielo e quanta acqua. Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu?» Non era tanto una domanda quanto un’affermazione di sconforto, sconfitta, profonda ironia. Era solo una domanda per cui sapevo che non esisteva risposta.
Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu? significava: Non posso toccarlo, ma solo guardarlo ed esserne felice. Ma come si fa a starsene lì a fissare e basta, fregandosene di tutto il resto?
Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu? significava: Come faccio a portarmi quest’incredibile distesa d’acqua in America? E perché, perché sono così tentato ora che ho fatto pace con l’America? Non è del tutto inutile ricevere questo blu, che amo tanto ma mi sono abituato ad amare solo perché mi sono concesso di pensare che poteva esistere soltanto nella memoria ed è pertanto irreale?
Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu? suonava quasi come un rimprovero, come se stessi vivendo il mare nel modo sbagliato, al pari di quando, da adolescente in Egitto, non volevo mai andare in spiaggia per paura di imbattermi in chi morivo dalla voglia di incontrare e quindi fingevo di evitare sperando che mi avrebbero chiesto perché.
Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu? Che cos’è se non il desiderio di sollecitare una specie di ammissione da parte di chi non possiamo avere e vorremmo non avere mai incontrato o amato, ma che siamo condannati a desiderare?
Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu? È ciò che chiedi invece di fare, come se le parole potessero dare qualcosa in più oltre all’esperienza nuda e cruda.
In parte il mio amore per il mare deriva dall’avere perso Alessandria, una cosa che non necessariamente ho sperimentato laggiù. Lo adoro proprio perché l’ho perduto. L’odore del sale, il tocco dei raggi del sole sulla pelle nuda e soprattutto la magia della vita da spiaggia, con i suoi strani ed elaborati rituali.
Quando ho imparato a venerare il mare? potreste anche chiedermi.
Quando, per esempio, ho imparato a decifrare quegli impercettibili segnali grazie ai quali, mentre te ne stai ancora a letto con gli occhi chiusi, puoi già determinare se in spiaggia sventola la bandiera bianca o quella rossa, o nessuna delle due?
Quando ho scoperto la magica sensazione di camminare verso la spiaggia senza vederla e, come tutti gli alessandrini autoctoni e i superstiziosi bagnanti esperti, quando ho imparato a distogliere lo sguardo, magari anche solo per fingere di non sapere che ero diretto proprio in quel posto che mi dà tanto piacere?
Quando ho scoperto la lieve angoscia, la légère angoisse, di camminare verso la spiaggia e ritrovarmi a provare qualcosa che, mi resi conto molti anni dopo, probabilmente con la sensazione di non averlo ancora superato, era un senso di apprensione e sgomento causato dall’immagine delle ragazze sulla sabbia, desiderabili e inquietanti, sui cui corpi ancora aleggia la mia paura di desiderare, o di desiderare troppo, o di essere snobbato perché li desideravo?
Dove ho imparato ad amare la spiaggia alle sette del mattino, o appena prima di mezzogiorno, o appena dopo pranzo, o nel tardo pomeriggio quando, dopo il secondo bagno della giornata, ci si fa la doccia per poi essere accolti dalla fresca sensazione di una camicia di cotone che sa di pulito? O il piacere di asciugarsi al sole e nel dormiveglia sentire le voci degli amici, magari per effetto di un breve inconsapevole, sonnellino, non può essere stato altrimenti, per quanto uno giuri e spergiuri di non essersi addormentato? C’erano giorni in cui, essendo gli esami di fine anno a ridosso dell’estate, guardavo fuori dalla finestra e all’improvviso sapevo che quel giorno aveva scritto «spiaggia» ovunque, che potevo quasi toccare quel blu, anche se le spiagge non si vedevano e non si sentivano.
Lasciatemi a Nizza o ad Anzio o a East Hampton, ospite di qualcuno, e la domenica mattina presto cercherò una scusa qualsiasi per uscire a comprare il giornale e prenderò la strada più lunga, non perché debba davvero leggere le notizie o abbia bisogno di stare da solo, ma perché voglio passare un po’ di tempo all’aria aperta e pensare che sto per sbrigare una commissione molto familiare, che so esattamente cosa sto facendo e che da un momento all’altro mi ritroverò ad aprire un vecchio cancello il cui cigolio non riesco a dimenticare. Finché continuo ad aspettare di arrivare laggiù e non mi affretto a tornare, se mi sforzo, distinguerò le voci di persone ormai morte da tempo ma che sono tornate d’improvviso e stanno cominciando a lamentarsi perché ci sto mettendo troppo e rischio di saltare la colazione.
Se sento la mancanza del mare o di Alessandria è perché, con il mare tutt’intorno a me, posso cominciare a ricostruire la mia vita, a rimettere insieme i pezzi, a riprendere da dove mi ero interrotto. Collaziono minuscoli frammenti del passato, come fanno i deportati, che tracciano sulla cartina ogni angolo della città, della strada, del tempio.
Cerco il mare ovunque, perché il mare ha fatto da sfondo a quasi tutte le scene della mia infanzia. Cerco la mia infanzia, il mio sguardo rivolto al mare. Ciò che voglio non è nuotare ma avere il piacere di «trovare il mare», di indovinare e spiare il mare, di suggerire il mare, come i bambini di oggi quando giocano a «Ubaldo dove sei?», perché trovando il mare io trovo me stesso.
Chi è nato nel bacino del Mediterraneo, e non mi riferisco solo a luoghi rinomati per le spiagge ma anche a città marittime come Algeri, Marsiglia, Napoli, Trieste, Istanbul, Beirut o Alessandria, ha dentro di sé una sorta di bussola che rileva subito la presenza di acqua nei paraggi: lo chiamano talassotropismo. Ti giri verso l’acqua. Non è un suono o un odore in particolare ad allarmarti, ma un silenzio intenso, di quelli che in altre città calano grevi nel tardo pomeriggio prima di una bufera di neve, un silenzio sordo, vago, non invadente, in cui i rumori più forti sono attutiti all’istante dal placido mare, non potrebbe essere che lui. Anche quando sei in una grande città, i sensi ti mettono subito in guardia che, se ti incammini per le stradine più anguste, alla fine verrai condotto davanti a questa abbagliante distesa turchese e acquamarina.
Se, mentre mi avvicino, fingo di non accorgermi del mare, non è solo per intensificare il piacere disseminando il tragitto di continue interruzioni e intrusioni. Vado alla ricerca di stralci, di brandelli di blu, non di grandi panorami, perché chi ha vissuto sulla costa il mare lo vede tutti i giorni, anche se di rado si concentra su di esso. È ignorandolo, oppure ricreando la naturalezza con cui lo ignoravo, che per me il mare prende vita oggi. Perfino la mia riluttanza nell’andare a fare il bagno due volte lo stesso giorno adesso diventa il segnale più inconfutabile del mio amore per il mare.
È quando sono quasi accecato dalla luce a New York che mi torna in mente il mare negli abbacinanti giorni di sole. È non guardando, come si faceva ad Alessandria, che mi convinco che mi stia aspettando al di là della strada. Non guardo perché non voglio scoprire di essermi sbagliato. Non guardo perché sto cercando di evocare ciò che cautamente sostengo di non volere.
Alla fine è così che amo il mare. Lo amo al di là della strada. Ho bisogno di distanza, di ostacoli tra me e ciò che voglio. Mi piacciono frammenti di spiaggia, perfino simboli, segni, indizi, totem, feticci della spiaggia, come mi piace la promessa di vedere Parigi più che Parigi stessa, un panorama smozzicato più che viste grandiose.
Ho bisogno di queste misure di dilazione proprio come ne aveva bisogno Matisse quando dipingeva a Nizza. Tra le opere che vi realizzò tra il 1916 e il 1930, soprattutto quelle dell’Hôtel Méditerranée et de la Côte d’Azur, ci sono pochissimi dipinti con la parola «mare» nel titolo. Interno con custodia di violino, Interno con taccuino nero, Donna con parasole verde sul balcone, Donna con parasole rosa sul balcone, Pensieri di Pascal, Finestra chiusa: perlopiù ritraggono una stanza che conduce a un’altra che conduce a un’altra ancora, fino a una finestra lontana. Alcuni di essi, tuttavia, mostrano una camera che conduce a una portafinestra aperta su un balcone, dietro la balaustra del quale finalmente appare ciò che, secondo me, costituisce il cuore del quadro: chiazze di blu messe lì per caso, catturate quasi involontariamente, come se il pittore ci avesse ripensato all’ultimo momento limitandosi a stendere qualche leggera pennellata di colore tra una sbarra di ferro e l’altra. I pubblicitari hanno colto l’occasione al volo: compagnie aeree, agenzie di viaggio, grandi magazzini, produttori di sigarette, profumi, lingerie, saponi e creme solari hanno reinventato la magica risonanza di quello spazio blu catturato tra ringhiere ricurve.
A volte in Matisse il balcone o la balaustra nemmeno si vedono. Le persiane sono chiuse e la stanza è in penombra. Ciononostante, le fessure tra una listarella di legno e l’altra tradiscono l’esplosione di luce lungo la promenade des Anglais a mezzogiorno. Nei cupi interni della Posa indiana, per esempio, dietro una donna a seno scoperto un esiguo spiraglio tra le persiane rivela subito l’intensità della luce d’estate a Nizza. Il vero soggetto dell’occhio di Matisse sembrerebbe essere la custodia del violino aperta, la donna con il parasole rosa o lo specchio nero posizionato dietro una ciotola di anemoni di mare che riflette uno scorcio laterale del letto del pittore, in realtà era sempre il mare. A scaglioni, però, dilazionato, ritardato, in lontananza, nei recessi, quasi una sorta di sfondo indistinto, schizzato in fretta e furia attorno a una balaustra tratteggiata invece con precisione e, a quanto pare, con l’unico scopo di aggiungere colore a ciò che altrimenti sarebbe risultata una soffocante scena d’interni.
Certo, quando osservo questi dipinti, soprattutto quelli del 1919, e quella camera che mi pare di conoscere bene quanto la mia, li ammiro come chi ama le sue spiagge perdute guarda l’amore altrui per il colore del mare. E ci voglio andare in quella stanza, perché voglio vedere il posto da cui Matisse fece l’unica cosa che a un artista interessa fare con il mare: non descriverlo, nemmeno evocarlo, ma invocarlo. Voglio vedere la stanza in cui di proposito coltivò la distanza fra sé e i flutti, distraendo lo sguardo, disseminando il proprio campo visivo di qualsivoglia oggetto come se fossero ostacoli, frapponendo spazi e tendaggi di ogni sorta tra il cavalletto e il mare, perché adesso anche io voglio fare la stessa cosa, come gli accademici, che inseriscono una nota a piè di pagina tra l’argomento del loro studio e l’amore che provano per esso. Un giorno o l’altro andrò a vedere la stanza di Matisse, spalancherò le persiane come fa sempre il personale alberghiero dopo averti sistemato i bagagli e poi, fissando il mare, invece di osservare i miei pensieri vagare verso quella vasta distesa di blu mi ricorderò che si tratta di una visita alla portafinestra da cui forse lo stesso Matisse avrebbe potuto dire: «Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu?» E mentre me ne sto lì a cercare di officiare l’atto solenne di «assorbire» ogni cosa, pensando a Nizza e agli anni trascorsi tra il 1919 e il 1999 e al mare che mi permette di guardare in profondità e immaginare l’indistinto profilo del Porto Grande di Alessandria in lontananza, so che mi ritroverò a pensare alla custodia di violino nera con la balaustra e al raggio di luce che invade il pavimento della stanza di Matisse. Solo che non starò pensando a quella stanza a Nizza, ma a un dipinto nella Cinquantatreesima Ovest a Manhattan, al Moma. Non potrò fare a meno di questa nuova deviazione, di questo nuovo ostacolo tra me e il mare. Adesso, però, l’ostacolo sarà proprio il dipinto.
Di sicuro l’aveva capito anche Monet. Ci sono scene di Bordighera dove, dalla cima di una collina, Monet dipingeva nei dettagli un folto di pini nodosi e scheletrici immersi nel verde; ma ho come il sospetto che sia la distesa di blu racchiusa tra i fitti aghi e sopra di essi a contare davvero, lo sfondo che diventa il primo piano: la luce dal mare, quella luce determinata dalla presenza del mare che Monet voleva e che Proust rese benissimo come «il sole che splende sul mare». Gli alberi stanno davanti a noi, e sotto si trova la città di Bordighera. Anzi, durante la sua visita a Bordighera, pare che Monet abbia dipinto direttamente il mare una volta sola, Borgo Marina a Bordighera, un’opera peraltro non molto interessante. Sembra piuttosto che abbia evitato qualsiasi contatto diretto con esso. Invece, ci ha lasciato varie scene di Bordighera: i giardini Moreno, per esempio, con le loro palme lussureggianti, i lunghi pennacchi che concedono solo un fugace e scarno sguardo a quel blu distante e immateriale – gli occhi sono costretti a sforzarsi per trovare il mare, proprio come la plante grimpante di Proust ricerca l’oggetto del suo desiderio. A volte non c’è neanche il minimo accenno all’acqua. Monet, che aveva scritto a sua moglie «acqua, bell’acqua blu», si astenne dal dipingerla. Paesaggi marini senz’acqua.
Guardando Le ville di Bordighera, Strada romana a Bordighera, La valle del sasso, Uliveto nei giardini Romano, Impressioni al mattino, Sotto i limoni, Piccola fattoria a Bordighera e Palme a Bordighera, se avete un minimo di istinto talassotropico intuirete subito, come se di proposito ciascuno di essi si mostrasse schivo con voi, l’indelebile presenza del mare. L’intento di Monet era infondere in chi guarda il sospetto che, sbirciando tra le case, o tra il fogliame nella villa del signor Moreno, oppure svoltando a sinistra o a destra lungo via Romana – come se lui stesso fosse uscito la domenica a sbrigare una commissione, comprare il giornale o del latte fresco – sicuramente, forse senza volerlo e pur senza il minimo interesse, si ritroverebbe davanti un’incredibile vista mozzafiato del mare, dove, per citare Eschilo, «il mare – né soffio di brezza, né onda – crolla di sonno e stagna nel covo, a mezzogiorno».
Forse questo spiega perché rimasi così deluso quando tornai in Egitto. Un giorno, nel primo pomeriggio, mi diedero una macchina con autista. Gli chiesi di portarmi alla nostra casa sulla spiaggia, o almeno dove mi ricordavo che si trovasse. Non ci riuscimmo. Invece, lungo la strada costiera, passando davanti al posto in cui per un decennio, quasi quarant’anni prima, giorno dopo giorno avevo trascorso tutte le estati, sentii la tipica delusione che si prova in occasioni che, invece, dovrebbero essere indimenticabili. Ma davvero quella era la spiaggia che tanto avevo bramato nei viaggi in treno tra Parigi e Roma?
La spiaggia era deserta e insolitamente pulita in quel caldo pomeriggio di fine ottobre. Dopo la scuola, ci venivamo sempre a nuotare prima di tornare a casa a fare i compiti. Un altro magari sarebbe corso a riva, si sarebbe fatto un bagno e ci avrebbe messo una pietra sopra. Provai di nuovo ad assorbire il mare, con gli occhi, con il respiro, cercando parole quando tutto il resto veniva meno. Ma non si trattava di «un giorno di nubi screziate sul mare», alla Joyce. Non entrò nulla. Anzi, mi stava capitando la cosa più naturale del mondo: non sentivo nulla. Facevo paragoni, invece. Paragonai questa spiaggia a quella in Italia, a un’altra di East Hampton, a quella che sognavo di trovare quel giorno di qualche anno prima, quando ero entrato al Moma e, guardando Matisse, avevo lasciato che la mia mente vagasse ad Alessandria, e pensai che, trovandomi lì adesso, forse era davvero arrivato il momento di pormi con la dovuta diffidenza una domanda, che ogni volta mi abbatte e mi torna sempre in mente: Dopo che l’hai visto, che te ne fai di tutto questo blu?