Barcellona
La vista dalla stanza dell’hotel in questa tersa mattinata appartiene a un qualsiasi dipinto impressionista. Passata la portafinestra e le svolazzanti tende velate che si gonfiano di continuo, a indicare che avremo un altro giorno mite di fine estate sul Mediterraneo, esci sul balcone, ti appoggi alla ringhiera sottile e là, dritto davanti a te, c’è la grande cattedrale di Barcellona, La Seu, che scintilla al sole. Si trova nel cuore del Barri Gòtic, il quartiere antico della città. Tante grosse chiese si collocano nel bel mezzo di città medievali che sono sopravvissute a diverse epoche, si sono ingrandite eccessivamente e hanno visto troppo per ricordare chi ha fatto cosa a chi, quando, come e perché. Parigi, Milano, Londra e Berlino non sono più soltanto imponenti centri culturali, turistici e finanziari. Sono ipercittà globali. E Barcellona, dopo quasi quarant’anni passati sotto l’implacabile dittatura del generalissimo Franco, non si sta semplicemente ingrandendo. È sulla ipermappa, e lì vuole restare.
Dal balcone in cui cerco di abbracciare tutta questa città che, invece, continua a eludere il mio controllo, scorgo la stessa barbona che vedo ormai da giorni. È vestita di nero e se ne sta sempre seduta sui gradini davanti alle porte della cattedrale, il braccio eternamente teso e irrigidito che quasi sfiora i turisti dentro e fuori le anguste entrate. Starà lì, come probabilmente ha già fatto, per molti anni, a pronunciare dolenti parole di ringraziamento a chi dà e a chi no.
Avevo un motivo per venire a Barcellona, ma il motivo, come mi avevano messo in guardia tutti, non poteva essere più azzardato. Sono venuto in Spagna a cercare i resti delle mie origini ebree. «Resti» è la parola sbagliata. So che di resti non ce ne sono, e nemmeno vestigia. Ma non so come altro definire quanto sono venuto a cercare. Andiamo in certi posti per trovare ciò che corrisponde a qualcosa che sospettavamo fosse dentro di noi già da tempo; il fuori ci aiuta a configurare, ci aiuta a vedere meglio il dentro. Senza il fuori – a volte basta anche un fuori arbitrario – alcuni di noi potrebbero anche non arrivare mai al dentro.
Stando alle informazioni che ho ereditato, i miei antenati provenivano da varie zone della Catalogna e dell’Andalusia. In cinquecento anni, sono il primo della famiglia che visita la Spagna. Ma è come quando penso a miliardi di dollari, non so cosa vogliano dire cinquecento anni applicati a me, al mio corpo, alla mia mano viva, a mia madre. Cinquecento anni sono un periodo inimmaginabile.
Qui a Barcellona, nell’agosto 1391, l’intera popolazione ebraica venne spazzata via con un brutale pogrom. Fu anche l’anno in cui in tutta la penisola iberica un gran numero di ebrei cominciò a convertirsi al cattolicesimo, o venne costretto a farlo. Un centinaio d’anni dopo, questi nuovi cristiani convertiti, chiamati conversos e sospettati di essere falsi cristiani, vennero perseguitati dall’Inquisizione con una tale sistematicità che oggi, dopo un paio di secoli di caparbie vessazioni, è giusto dire sia che più spagnoli di quanti non si preoccupino di verificarlo hanno tracce di sangue ebraico nelle vene, sia che l’opera di sradicamento a tappeto dell’ebraismo non ha mai avuto tanto successo come in Spagna.
Gli ebrei che si rifiutarono di convertirsi nel 1391 vennero espulsi dal re Ferdinando e dalla regina Isabella centouno anni dopo, nel 1492. Gli ebrei che vivono in Spagna oggi o sono tornati «secoli» dopo l’espulsione dei loro antenati o sono arrivati di recente dall’Europa dell’Est, dall’America e dal Nord Africa. Si tratta, però, di ebrei trapiantati, di importazione. Gli ebrei autoctoni sono scomparsi.
Ironia della sorte, a Barcellona capita spesso che qualcuno sospetti di avere antenati conversos. Ammetterlo rivela un qualcosa di sfacciato e un po’ furbo, come se avere sangue ebreo fosse quasi una devianza, un abbellimento del proprio albero genealogico. Questi individui, per distorcere le parole di Freud, sono convertiti-ombra, gente che estrapola un passato ebreo quando forse non è mai nemmeno esistito. Se inventarsi un lignaggio giudaico ha un quid di maliziosa eleganza è anche perché sembra una possibilità remota o semplicemente irrilevante.
E camminando per quello che un tempo era il quartiere di El Call, accanto alla cattedrale (forse dalla parola ebraica kahal, congregazione), se ne capisce subito il motivo. Fatta eccezione per quegli ebrei che, armati di guide Michelin, cercano in modo sconnesso un indizio che, già lo sanno, non troveranno mai, un ebreo che vaga per El Call è come una specie estinta da secoli che all’improvviso ricompare nel proprio piano ancestrale. La morte la tolleriamo. L’estinzione, invece, è un concetto impensabile. Mi sento come un viaggiatore del tempo che ritorna nel passato per scongiurare la fine dei suoi predecessori.
Durante il tour della «Barcellona ebraica» proposto dalla Urban Cultours vengo accompagnato per quello che un tempo veniva chiamato call mayor, il ghetto più grande, e poi per il call menor, una specie di «dépendance» nelle vicinanze. Mi mostrano il posto dove una volta forse sorgeva un tempio ebraico, e quello di un altro più piccolo. Poi mi viene indicata la casa di un alchimista ebreo. Un giorno un giovane bussò alla sua porta per chiedergli una pozione d’amore. L’alchimista, pronto a compiacerlo, gli preparò il filtro desiderato, senza rendersi conto che era destinato nientemeno che a sua figlia. Il racconto presenta elementi tratti da Boccaccio, Ben Johnson e dal film Arianna. A quanto mi risulta, poi i due innamorati vissero per sempre felici e contenti.
Fuori dalla casa dell’alchimista mi sorprendo a cercare ciò che immagino ogni ebreo segretamente spera di trovare. Non sono credente, e c’è quasi qualcosa di kitsch nel mio gesto, ma con una mano sfioro l’architrave destro della porta nella speranza di toccare un’inequivocabile incisione che indica il punto dove si trovava la mezuzah. So che la guida ha visto e capito, ma dimostra abbastanza tatto da tacere. Io so che lei sa che io so che lei sa... Ci sono cresciuto con certe stramberie da conversos.
Le anguste viuzze del Barri Gòtic promettono di portarci da qualche parte, ma mentre vaghiamo per strade che non potrebbero essere più pittoresche di così, un attimo silenziosissime e, un secondo dopo, invase da rumori di artigiani che martellano e forgiano, intenti a sbrigare le loro faccende manuali, il tour della «Barcellona ebraica» finisce dov’era cominciato, nella minuscola plaça de Sant Felip Neri. Ho fatto tutto il giro, e alla fine ho capito di avere visto solo luoghi ipotetici. Qui forse c’era un tempio, qui forse sorgeva la casa di un usuraio, qui quella di una famosa cortigiana, qui un altro tempio. Perfino l’iscrizione in ebraico sul muro di un edificio è una riproduzione. L’unica cosa genuina e autentica, tuttavia, è che dopo cinquecento anni non è rimasta traccia di un solo ebreo.
Per vedere come vivevano gli ebrei nel Medioevo mi viene suggerito di visitare la piccola cittadina di Girona, a meno di un’ora di treno da Barcellona.
A Girona, però, ricompaiono gli stessi paesaggi: stretti acciottolati tortuosi e bui, un ghetto che ha attraversato giorni di gloria e periodi infernali, l’odore malsano e nauseante della creta e del gesso al chiuso, il latrato di un cane che abbaia a mezzogiorno, la presenza ubiqua della grossa cattedrale che sovrasta il ghetto antico e l’olezzo dolorosamente dolce dei fiori ormai appassiti. A giudicare dal profumo, sento che qualcuno sta preparando il pranzo e allora capisco all’istante come doveva svolgersi la vita qui. A Girona la gente non si è dimenticata degli ebrei; si è dimenticata di essersene dimenticata.
La cittadina è uno splendore: una specie di parco dei divertimenti a tema, ricostruito con cura e preservato con meticolosità. Alcune lapidi del vecchio cimitero sono state portate nel Museo di storia ebraica; per puro caso, su alcune iscrizioni, date e poche parole di ricordo per Tal dei Tali e Pincopallino compaiono gli stessi nomi delle mie prozie e dei miei prozii.
Ma nel «ricreare se stessa» Girona ha aperto vicoli e alterato muri, si è ridisegnata, che poi è più o meno quello che avevano fatto i suoi abitanti secoli prima nel tentativo di respingere e ghettizzare gli ebrei. Hanno abbattuto muri e ne hanno costruiti di nuovi. Non sempre gli urbanisti moderni hanno seguito il procedimento contrario; la vera Girona non l’hanno ripristinata ma, cercando di svelare una Girona-ombra, ne hanno inventata una completamente nuova. In essa c’è tanta accuratezza storica quanta eleganza maliziosa.
A Barcellona fare tira e molla con la memoria non è poi così strano. Deturpando i manufatti, deturpiamo anche quella. Lo facciamo ogni giorno. Forse le città dovrebbero mantenere standard più elevati, non fosse altro perché le pietre ricordano al posto nostro. Modifichiamo le pietre per modificare chi siamo.
La cattedrale è stata costruita sui resti di una vecchia basilica rasa al suolo nel Decimo secolo, ricostruita una prima volta nell’Undicesimo e poi di nuovo nello stesso punto nel Tredicesimo. La facciata, che di sera è illuminata dall’interno, è un’imitazione del gotico che risale non al Medioevo, ma alla fine dell’Ottocento.
E c’è dell’altro. La plaça Nova, a circa un isolato a ovest dalla cattedrale, si affaccia sui resti dell’entrata principale dell’antica città romana di Barcino. Le sue mura spuntano ovunque come desideri repressi, sopra il terreno, sotto, perfino in un negozio di accessori femminili nel Barri Gòtic. Accanto alla plaça Nova c’è l’avinguda de la Catedral, uno spiazzo pedonale e un’invenzione moderna. Per creare un ampio spazio pubblico, sotto il quale si trova un immenso garage, sono stati abbattuti edifici vecchi – e presumibilmente traballanti – costruiti a ridosso delle mura romane e quindi sostituiti da una marea di lastre di pietra rettangolari rinforzate color grigio scuro. (Adesso tutto il Barri Gòtic è rivestito di queste lastre. Il selciato originario e i canali di scolo sono stati rimossi, dando così alla città vecchia, comprese le rinomate Ramblas – la lunga passeggiata metropolitana della città – un’aria fredda e sintetica. Le mattonelle delle Ramblas sono leggermente diverse, a dire il vero, ma l’effetto è identico.) In un angolo dell’avinguda de la Catedral da un antico muro spunta un arco finto romano e una rampa, fatta in modo che ricordi un ponte levatoio abbassato, conduce a una minuscola stradina adiacente alla cattedrale. Anche il Pont dels sospirs che unisce tra loro due edifici è un’invenzione del Ventesimo secolo. Tutta l’area comincia ad assumere l’aspetto di un gigantesco spazio bionico dove il vecchio e il nuovo, ciò che è genuino e ciò che è protesico, si sono fusi indissolubilmente. Trovare su alcune pietre dell’edificio contiguo alla cattedrale che un tempo ospitava gli archivi reali di Aragona iscrizioni scritte, tra tutte le lingue possibili, proprio in ebraico dà una strana sensazione. Sono frammenti di lapidi presi dal cimitero giudaico sulla collina di Montjuïc.
Non si tratta di un semplice palinsesto. È più simile a un’invenzione a cinque parti di Bach, che mi ricorda una particolare tapas di Barcellona, i cosiddetti montaditos, preparati in uno dei miei ristoranti preferiti, il Ciudad Contal. Si strofina del pomodoro su una fetta di baguette, su cui poi viene spalmato un sottile strato di foie gras, ricoperto (sormontato) a sua volta da un filetto di acciuga, sopra il quale si mette quindi una fetta di dattero disidratato e in cima una minuscola pallina di Roquefort. Un’invenzione a sei parti. Insomma, un gran caos; nessuno avrebbe mai immaginato che ingredienti tanto diversi potessero stare bene insieme, invece funziona. E in questo Barcellona è maestra. Si tratta di archeologia al contrario in una città dove il contrario dell’eleganza abbonda sotto molteplici forme.
Pensavo di avere scoperto un’alcova autentica nella piccola plaça de Sant Felip Neri. È un luogo tranquillo, con pochissimi alberi e una minuscola fontana da cui l’acqua zampilla placida. Qui veniva sempre Antonio Gaudí, l’architetto più pubblicizzato di Barcellona, morto nel 1926. Si metteva a sedere e restava solo con i propri pensieri. Si dice che venne investito e ucciso da un tram proprio mentre se ne stava andando. E qui ci tornerei anch’io a pensare a questa città che non comprenderò mai perché mi gioca sempre tanti scherzi. Come un eterno spogliarello, con una mano si leva ciò che si rimette con l’altra, rimuove una bugia per rivelarne una di gran lunga più sottile, senza mai scoprire un briciolo di verità, nemmeno per un secondo.
Tuttavia, perfino in questa oasi silenziosa mi sono imbattuto in invenzioni multistrato. Le facciate degli edifici che ospitano la corporazione dei ramaioli e quella dei calzolai non sono originali; una cinquantina d’anni fa sono stati presi da un altro punto della città e innestati qui. Come a Girona, il lavoro è ben fatto, nessuna sbavatura. Dietro una delle facciate, attaccata alla iglesia de Sant Felip Neri, c’è una piccola scuola. Pare che nella piazza ci costruiranno un hotel. Infine c’è la chiesa barocca. Su uno dei muri si vede ancora il punto in cui cadde una bomba durante la Guerra Civile. Qualcuno dice che qui gli scagnozzi di Franco giustiziassero i prigionieri. Il muro è crivellato di proiettili, quei buchi non potrebbero avere altra spiegazione. Impossibile dirlo con certezza, però. Non c’è nessuna targa che confermi e spieghi l’accaduto. Anzi – e il pensiero non mi abbandonerà mai – a Barcellona non sembrano esserci targhe commemorative da nessuna parte. La città non solo si trastulla con il proprio passato, ma soffre anche di amnesie volontarie. E come se non bastasse si ricopre di lastre di pietra. Qui le pietre non parlano, oppure quello che dicono è contraffatto, se non zittito.
Gli abitanti di Barcellona non parlano mai della Guerra civile. Non se la ricordano, come non si ricordano dei loro ebrei. Eppure sono due delle pagine più atroci della storia cittadina.
Come già le Ramblas, l’avinguda de la Catedral è diventata la sede di un’economia marginale composta da artisti di strada e da una macedonia di gente bizzarra e ciarlatani. I più popolari sono le statue viventi, ormai vanno di moda in tutto il mondo. Ragazzi e ragazze si dipingono la pelle di argento, bianco o rame, indossano un costume e, mantenendo la stessa posizione per ore, imitano le statue, cioè imitano l’imitazione degli esseri umani. A differenza della barbona fuori della cattedrale, non ti ringraziano se gli lasci una moneta nel cappello, ma eseguono un elaborato inchino-piroetta che sembra meccanico e consente loro anche di distendere i muscoli. La «statua» di Colombo, che imita quella imponente all’inizio delle Ramblas, che ritrae il navigatore genovese mentre guarda verso il Mediterraneo e, ancora oltre, verso il Nuovo Mondo, quando gli dai una moneta tira fuori il telescopio, passa in rassegna l’orizzonte, poi abbassa il braccio, torna ad alzare la testa e assume di nuovo la sua postura eterna. Chiaramente questa esibizione non passa inosservata e i bambini chiedono sempre ai genitori di lasciare altre monete. Nessuno, però, né i bambini, né i genitori, né i turisti, né tanto meno lo stesso Colombo, avrebbe potuto predire che la scoperta del Nuovo Mondo nel 1492 non solo sarebbe coincisa con la partenza di tutti gli ebrei dalla Spagna ma che, aprendo nuove rotte e nuovi porti, avrebbe segnato la rovina di quello di Barcellona. Che Colombo possa discendere da una stirpe di conversos viene considerato un dettaglio apocrifo. Che forse l’esodo degli ebrei si sia rivelato disastroso per il regno di Spagna o che la Spagna, almeno fino alla morte di Franco, non si fosse ancora ripresa da quello che probabilmente era stato il suo peggiore errore è una cosa su cui probabilmente il paese sta lavorando – anzi, che sta affrontando. Il vero miracolo, tuttavia, è che Barcellona si sia ripresa dopo cinquecento anni. E che io sia vivo e possa raccontarlo non è un miracolo meno grandioso, considerato che, non fosse che per una serie di circostanze fortuite, quasi sicuramente i miei antenati sarebbero morti tra le braccia dell’Inquisizione. Sono disposto a perdonare. E Barcellona è disposta a dimenticare.