14
“I believe I can fly”
Robert Kelly
Parcheggiai l'auto sul selciato all'ingresso della villa dei miei genitori. Dal numero di macchine posteggiate, conclusi che all'interno non mancava nessuno.
Questa è la volta che la faccio franca!
Abbracciai Marisa, la governante che mi aveva vista crescere.
«Che si dice di là?»
La sua espressione non lasciò spazi a dubbi. Il plotone era schierato in attesa della condannata.
Varcai il grande arco dove ancora erano incise le linee che, anno dopo anno, segnarono i nostri progressi nella crescita. Un dito passò su quei solchi pieni di risate e gioia.
Dal lampadario al centro del soffitto, come lacrime, scendevano i cristalli che riflettevano arcobaleni sulle pareti. Seduta sui candidi divani Roche Bobois disposti uno di fronte all'altro, c'era riunita la mia famiglia al completo, nonni paterni inclusi.
Inspirai profondamente ed espirai piano; socchiudendo leggermente gli occhi feci un passo nella stanza. La voce mi uscì troppo euforica per essere autentica. «Ciao a tutti!»
Papà mi venne incontro abbracciandomi. Il suo profumo intenso e deciso penetrò nelle narici. In un attimo mi sentii catapultata a quando ero bambina e gli davo baci sulle guance appena sbarbate e profumate. Potevo sentire ancora il sapore del dopobarba sulle labbra. Usava lo stesso da sempre. Diceva che un profumo fa parte dell'anima di una persona, cambiarlo era come cambiare pelle.
A mia madre mandai un bacio con la mano, meglio starle lontana finché non avessi capito di che umore era.
«Toh! Guarda chi si vede, la smemorata.» Il suo sarcasmo non era un buon segno.
Mi sedetti tra James e Janet rubando il Martini dalle mani di mio fratello, lo trangugiai tutto d'un fiato.
Mormorai ai miei fratelli. «Mi sono persa qualcosa?»
«No briciola, il meglio deve ancora venire.»
Guardai mia sorella e la sua aria divertita.
La voce di mia madre mi fece trasalire. «Vuoi darti all'alcool per invocare la temporanea incapacità d'intendere?» Le cose erano peggiori di quanto potessi immaginare.
«Mamma ti avevo detto che ci avrei pensato.»
Era furente. «Non mi hai fatto sapere più niente, ho dato per scontato che saresti venuta.»
Mio padre s'intromise tra me e mia madre. «Chi è questo tuo fantomatico amico dove hai dormito ieri? Alberto?»
«È uno nuovo che non conosci», risposi. Via il dente, via il dolore.
Cosa avevo fatto di male per avere entrambi scagliati contro? Avrei dovuto controllare l'oroscopo prima di uscire di casa, di sicuro avevo qualche pianeta contro. Di certo mamma e papà insieme.
«Tommaso non è questo il punto che ci interessa, per ora», disse lei mettendosi le mani sui fianchi. Ahi! Brutto segno.
«Parla per te, a me interessa solo questo. Che razza di amico è uno che ti invita a dormire da lui?» Il suo sguardo accigliato era un chiaro segno di come la pensava.
Forse s'intravedeva uno spiraglio, magari se avessero litigato tra loro...
«Papà, è solo un buon amico.» Non mi andava di raccontare di Arturo, non volevo farli preoccupare.
Avrei dovuto chiamare il mio avvocato, solo che ero già in presenza dei miei avvocati, peccato che mia madre era troppo impegnata a farmi la ramanzina e mia sorella a godersi la scena della mia disfatta.
Papà continuava a blaterare. «Cos'è uno di quelli che si usano oggi... baby toy?»
Janet non sapeva stare zitta. «Si dice toy boy.» Invece di darmi man forte lei lo correggeva anche.
Sorrisi pensando a Christopher come mio toy boy. Diedi una gomitata a mia sorella e sussurrai. «Tu dovresti difendermi!»
«Sto studiando una linea di difesa!»
Papà non intendeva mollare. «Ci hai fatto sesso?», sgranai gli occhi e lo fissai incredula. Ci eravamo evoluti! Finalmente aveva capito che ero diventata una donna.
La voce di mia madre ci bloccò. «Tommaso! Victoria è abbastanza adulta da prendere le sue decisioni senza mettercene a conoscenza.»
Mormorai tra i denti. «Tranne decidere se venire o meno a una cena...»
«Infatti. Alla cena dovevi venire!»
Che diavolo aveva, le orecchie bioniche?
Mio padre continuava a borbottare tra sé facendo degli strani ragionamenti che non riuscii ad afferrare. Alzai gli occhi al cielo sperando che un fulmine mi colpisse in pieno. Peccato che fosse una bella giornata.
Nonno intervenne zittendo i miei genitori. «Insomma! Vogliamo mangiare o no? Ormai la cena è passata e tutti abbiamo capito che Victoria non ha dormito a casa sua, vogliamo fucilarla?»
Sillabai un grazie nella sua direzione e lui mi strizzò l'occhio.
«Quando ero in guerra non c'erano di questi problemi, dovevamo solo preoccuparci di sopravvivere e mangiare.»
Il nonno si stava cimentando in uno dei suoi argomenti preferiti. Da piccola stavo seduta sulle sue ginocchia e lui andava avanti per ore a parlare della sua prigionia in una miniera di carbone e della paura di non riuscire più a rivedere la sua famiglia.
Per mia fortuna il pranzo si svolse in tranquillità: mio padre parlava con Gianni, il marito di Janet, di tassi d'interesse e spread, io parlavo con Lavinia, la compagna di James, del perfido Nunù e della sua scomparsa dalle nostre vite.
Mia mamma odiava parlare mentre mangiava, quando lo faceva, non era mai per dare buone notizie, anche quella volta non si smentì: «Victoria, ricordati che tra due settimane c'è la cena dei notai e ricordati di avvisare Alberto in tempo, altrimenti ci andrai con Gianmaria.»
La fronte s'imperlò di sudore solo al pensiero. Presi il telefono e mandai subito un messaggio al mio amico. Meglio non rischiare.
«E segnati che sabato pomeriggio andiamo a scegliere i vestiti insieme a tua sorella.»
Annuii rassegnata, mi attendeva un pomeriggio di shopping da incubo, meglio non pensarci per il momento.
Stavo consolando il corpo mangiando le famose lasagne di Marisa, quando il telefono nella mia tasca vibrò.
Lessi un messaggio.
“ Sei ancora viva?”
Sorrisi, almeno Chris aveva sempre il senso dell'umorismo.
“ Sono ancora intera, ma ci è mancato poco che dovessi chiederti asilo politico a vita, attacco su due fronti, dei peggiori.”
“ Per precauzione espongo il vessillo della Bantor al balcone e schiero davanti il portone due soldati armati fino ai denti.”
Scoppiai a ridere, gli occhi dei presenti erano puntati su di me.
Mio padre indicò il telefono. «È lui?» Non ne sarei mai uscita viva da quella situazione.
Mamma si asciugò la bocca con la punta del tovagliolo e con un movimento di stizza lo appoggiò sul tavolo. «Tommaso, dacci un taglio!» Come un cagnolino ubbidiente, papà abbassò gli occhi e continuò a mangiare.
“ Digli di prendermi al volo, mi butto dalla macchina in corsa.”