PARAGRAFO 21
Una nuova primavera risveglia un desiderio antico
E ha appeso fuori una ragnatela di pensieri
Come giovani fiori su un vecchio albero
Dalla terra morta ha ricevuto la vita.
Ovunque vado, sento le quartine di Omar Khayyam. Le conosco tutte a memoria. Ma la cosa strana è che ogni volta che sento una sua nuova poesia sono sicuro che non è sua. Secondo me compongono nuove quartine nel suo stile e ci scrivono sotto il nome del maestro. La cosa sorprendente è che a volte sono più belle di quelle originali. Ho trascritto l’ultima e sono andato in riva al mare a studiarla in pace. Quando il sole è tramontato, dall’acqua è spuntato un volo d’uccelli. Scintillavano, ho pensato che fossero di fuoco. Non so perché, ma all’improvviso ho sentito che non volevo più proseguire il mio viaggio. Ero arrivato alla fine, oltre il mare non c’era niente. E se c’era qualcosa, non era per me. Ero stanco, ho appoggiato la testa sulla mia pila di libri e mi sono addormentato. Ho sognato che bussavo alla porta di una casa, dove si vedeva una luce alla finestra. La porta si è aperta!
1
In quella notte serena eravamo nel giardino della casa di Langenhoven, lo scrittore che era stato il paladino dell’afrikaans. La sua casa era diventata un monumento alla lingua. Avevano conservato il suo letto, il suo studio, la sua penna, i suoi occhiali, le sue scarpe, i suoi libri, i suoi vestiti e i suoi manoscritti e creato così un museo.
Seduti sotto il vecchio limone, aspettavamo Davud. Ma lui non arrivava. Eravamo preparati a tutto, ma non al fatto che non si facesse più vedere. Che cosa poteva essere successo? Che cosa poteva impedirgli di venire?
Negli ultimi giorni era triste. Non ne parlava, ma glielo leggevamo in faccia.
Una parte della sua tristezza riguardava noi, lo capivamo. Il resto Sophia. Avrebbero potuto benissimo inventarsi qualcosa per passare quegli ultimi giorni insieme, ma non l’avevano fatto. Sapevano che era meglio non andare oltre. Sophia aveva suo marito, sua figlia, la sua fattoria, le sue viti e i suoi alberi da frutto. E neanche Davud era così libero come credeva. Inoltre vivevano in due continenti diversi. Un addio era tutto ciò che restava.
Pensavamo che forse sarebbe arrivato più tardi. Per questo siamo rimasti ad aspettarlo e nel frattempo ci siamo interessati allo scrittore Langenhoven. Siamo entrati in casa sua e abbiamo guardato i suoi libri e le sue cose. Abbiamo fatto una bella scoperta.
Sulla sua vecchia scrivania di legno scuro c’erano le Robayat , la raccolta di poesie dello scrittore persiano Omar Khayyam. Su un foglio, accanto alla macchina da scrivere, si leggeva: “Langenhoven si è addormentato sulla macchina da scrivere mentre traduceva le Robayat. L’hanno trovato morto. Per questo la sua traduzione è rimasta incompiuta.”
Ci ha commosso. Al tempo stesso ci sentivamo a casa. Eravamo nella casa in cui erano state tradotte poesie persiane. Il manoscritto e le correzioni della traduzione erano ancora sulla scrivania.
Ma che fine aveva fatto Davud? Perché non arrivava? Eravamo preoccupati, doveva essergli successo qualcosa.
Abbiamo deciso di andare a cercarlo.
Siamo andati alla guesthouse dove alloggiava. Era notte fonda, quasi mattina. La sua stanza aveva una finestra che dava sul cortile. Ho scavalcato il muretto e sono entrato. Forugh e Rumi sono rimasti fuori ad aspettarmi.
Era una notte calda e la finestra era socchiusa. Ho guardato all’interno per vedere se Davud fosse in camera. Sì, era a letto.
Forse si è addormentato, ho pensato.
Ma lo sentivo sospirare. Sono scivolato dentro attraverso la finestra.
Al buio non riuscivo a vederlo bene in faccia. Gli ho sentito delicatamente la fronte. Era caldo. Gli ho sentito il polso. Aveva la febbre.
Forugh e Rumi mi guardavano da dietro il muretto.
“È malato”, ho detto a gesti, “ha la febbre!”
Non potevamo restare ancora molto. Tra poco, al sorgere del sole, sarebbe iniziato l’ultimo giorno del viaggio che ci era stato concesso di fare. Dovevamo ripartire, tornare ai luoghi da dove eravamo venuti.
“Che cosa facciamo?” ho chiesto a Forugh e a Rumi.
“Non possiamo fare niente per lui”, ha risposto Rumi. “Comunque tra poco la sua padrona di casa si accorgerà che è malato.”
“Secondo me non è malato”, ha detto Forugh, “ieri notte stava bene. Non mostrava alcun segno di malattia.”
“Ma ha la febbre”, ho replicato io, “l’ho sentito dal polso.”
“È la febbre dell’amore!” ha esclamato Forugh. “Non vuole partire!”
“Che cosa intendi dire?”
“La conosci, no, la storia del principe persiano?” E Forugh ha iniziato a raccontare:
“Il figlio maggiore di Qabus ebn-e Voshmghir, il re del Gorgan, si era ammalato.
Qabus amava molto suo figlio. I dottori facevano tutto il possibile, ma non riuscivano a guarirlo.
A un tratto qualcuno nominò il famoso medico Abu Ali Sina39. Qabus ordinò che andassero subito a chiamarlo. Partirono alla ricerca del medico. Nel cuore della notte lo portarono al capezzale del principe malato.
Abu Ali trovò un bel giovanotto, con un corpo robusto e armonioso, che giaceva a letto debole e pallido come un morto. Gli sentì il polso, gli controllò gli occhi e chiese di esaminare la sua urina.
‘Qualcuno sa qual è il posto dove è andato più spesso in quest’ultimo anno?’ domandò.
‘Khorasan’, fu la risposta.
‘Mi serve una persona che conosca tutti i quartieri e le strade di Khorasan’, disse Abu Ali.
E gli condussero un esperto della città di Kho-rasan.
Abu Ali prese il polso del malato e chiese all’esperto di nominare uno per uno i quartieri della città.
L’uomo li nominò uno per uno ad alta voce. Improvvisamente, in corrispondenza di un certo quartiere, il polso del principe accelerò.
‘Adesso nomina le strade di quel quartiere’, disse Abu Ali.
L’esperto nominò le strade del quartiere. Di nuovo, in corrispondenza di una certa strada, le pulsazioni aumentarono.
‘Fate venire adesso qualcuno che conosca tutte le case e tutti gli abitanti di quella strada’, disse Abu Ali.
E gli condussero un uomo che conosceva tutta la strada. L’uomo nominò ad una ad una le case della via, mentre Abu Ali sentiva il polso del principe. In corrispondenza di una di quelle case, il polso del malato reagì violentemente.
‘Nomina le donne di quella casa!’
L’esperto le nominò. In corrispondenza di un certo nome, il polso del principe diede una risposta chiara e precisa.
Abu Ali scrisse la sua ricetta: ‘Il principe è innamorato. Nella città di Khorasan, nel quartiere di Ghalishojan, in via Sahhaf, nella terza casa da sinistra abita una donna di nome Tahminé. Portatela qui.’
Andarono a cavallo a prendere la donna.”
2
Era l’ultimo giorno e sapevamo che tra poco saremmo scomparsi. Forugh sarebbe tornata a casa, aveva una speranza, portava in grembo un bambino. Anche Rumi era contento di tornare a casa. La sua famiglia lo aspettava.
Ma io? Io non volevo tornare. Che cosa mi aspettava? Una tomba fredda?! No, non volevo tornare, ma come facevo a rimanere lì?
Ho pensato a Soraya e a Malek. E al fatto che loro erano riusciti a restare, e io no.
Verso sera eravamo seduti su una roccia ai piedi di una collina, in un prato dove i turisti venivano a vedere gli struzzi. Organizzavano visite guidate per piccoli gruppi.
Una volta Davud ci aveva raccontato una storia sugli struzzi:
“Secondo un mito, un tempo gli struzzi erano giovani cammelli che vivevano nel deserto, ma ardevano dal desiderio di volare, di lasciare la loro casa e il loro focolare. Il loro desiderio era così grande che una notte spuntarono loro le ali e poterono andare via. Volarono lontano e finirono in Africa. Ma dopo essere atterrati non poterono più volare. Con la loro pelle gli uomini fecero vestiti, scarpe e borse. E furono costretti a deporre uova per l’eternità.”
Mentre eravamo lì a guardare gli struzzi, abbiamo visto arrivare i compagni di viaggio di Davud. Le poetesse con i loro mariti e l’accompagnatore. Dovevano essere gli ultimi visitatori, perché il sole stava tramontando lentamente dietro le montagne. Li portava in giro un uomo che ripeteva le stesse cose che aveva già raccontato agli altri visitatori. Prima la guida ha mostrato loro i cuccioli di struzzo, che erano alti due metri, e tutti si sono stupiti che fossero cuccioli. Poi ha parlato delle loro piume e della loro pelle molto pregiata. Dopo di che è salito con tutti e due i piedi sopra un uovo, per dimostrare quanto fosse solido. Quindi ha srotolato dei poster dove si vedevano fotomodelle che indossavano scarpe di pelle di struzzo verde e portavano una borsa di pelle di struzzo rossa. Alla fine li ha accompagnati in un campo dov’era possibile cavalcare gli struzzi.
“Qualcuno vuole provare?” ha chiesto.
I compagni di viaggio di Davud si sono guardati ridendo. No, nessuno.
“Signore! Neanche voi?”
“No, no”, hanno risposto le poetesse, ridendo e scuotendo la testa.
“Guardate che è divertente”, ha detto l’accompagnatore, “provate, magari un domani ci scriverete sopra una poesia.”
Le poetesse si sono scambiate un’occhiata.
“Non è pericoloso?” ha chiesto la moglie di Chris.
“Ma, no, guardate, ci sono i nostri inservienti pronti ad aiutarvi”, ha risposto la guida, indicando quattro uomini neri.
“Proviamo?” hanno detto le due poetesse.
“Ma sì, provate”, hanno risposto tutti.
“Prendetene due di quelli più vecchi”, ha ordinato la guida.
Gli inservienti sono corsi alla stalla e sono tornati con due grandi struzzi che sembravano davvero dei cammelli. Avevano un cappuccio nero in testa e ognuno era tenuto fermo da due inservienti.
La guida ha aperto il cancello, ha fatto entrare le poetesse e le ha aiutate a salire in groppa agli struzzi.
“Tenetevi forte al collo”, ha detto.
Le poetesse si sono protese in avanti e hanno afferrato gli struzzi per il collo.
“Pronte?” ha chiesto la guida e con uno strattone ha tolto agli uccelli il cappuccio nero.
All’improvviso gli struzzi si sono messi in moto come cammelli ubriachi, mentre gli inservienti cercavano di trattenerli. Le poetesse hanno cominciato a urlare, al che gli struzzi si sono messi a correre ancora più forte.
“Tenetevi forte al collo!” continuava a urlare la guida. Ma le poetesse non ci riuscivano. Erano sedute sempre più di traverso e all’improvviso gli uccelli sono andati a sbattere contro la recinzione. Per un attimo sono stati colti tutti dal panico. La guida ha preso i cappucci neri e si è messa a inseguire gli struzzi per cercare di bendarli agli occhi, ma senza riuscirci. Il cameraman correva da una parte all’altra riprendendo tutto. Per la tensione anche noi ci siamo alzati in piedi per vedere come andava a finire. Una delle poetesse scivolava sempre più sotto la pancia dello struzzo, mentre cercava con tutte le sue forze di aggrapparsi al collo. L’altra si era quasi lasciata cadere tra le braccia di un inserviente. Sono spuntati altri quattro uomini, che hanno subito afferrato gli struzzi per il collo infilando le teste nei cappucci neri.
Poi hanno aiutato le poetesse a scendere e le hanno portate fuori dal campo.
I compagni di viaggio di Davud hanno lasciato il parco in silenzio. E il sole è sparito dietro le montagne.
L’ora era giunta. Sapevamo che tra poco con il sole saremmo scomparsi anche noi.
Ma io, Attar non volevo andarmene.
Forugh, Rumi e io eravamo seduti sulla roccia e sulla cima della montagna più alta si vedevano gli ultimi raggi di sole. Ci restava ancora qualche minuto, qualche istante. Abbiamo sentito degli strani rumori alle nostre spalle. Ci siamo girati: nel campo c’erano centinaia di struzzi che allungavano la testa verso di noi. Ci stavano aspettando. Anche loro sapevano che era arrivata la nostra ora della partenza. Li abbiamo raggiunti. Prima Rumi e io abbiamo aiutato Forugh a salire in groppa a uno degli animali più vecchi ed esperti. Poi io ho aiutato Rumi, mentre guardavo l’ultimo raggio di sole.
Ma io non volevo partire. Volevo continuare a vivere. Volevo godere ancora di tante cose, vedere ancora tante volte il sole, vederlo sorgere, vederlo tramontare.
A un tratto gli uccelli si sono messi in moto, hanno preso la rincorsa e staccandosi da terra hanno spiccato insieme il volo.
Il campo era deserto. Il sole era tramontato e gli uccelli erano scomparsi, ma io ero rimasto. Mi era stato concesso di vivere.
Ho lasciato il campo e sono salito sulla collina da dove potevo vedere la città, le case con le luci accese dietro le finestre. Un giorno una di quelle case sarebbe stata la mia, con il sole che al mattino presto si rifletteva sui vetri. Ho guardato la città e sono sceso.