PARAGRAFO 11

Quando decisi di lasciare la città non c’erano più cammelli. Dicevano: aspetta che tornino quelli che sono andati alla Mecca. Aspettai altri ventun giorni ai margini di quel grande deserto. Neanche l’ombra di un cammello. La mia pazienza finì.

Si può sapere quando arrivano?

All’improvviso ne apparvero migliaia.

Ne affittai uno e partii.

1

Più tardi, quella notte, Davud venne a trovarci. Era stanco e addolorato. Forse è per questo che non si accorse che mancava Soraya.

Ci raccontò una cosa molto triste riguardo alle lettere di Chris:

Essendo l’ultima sera, siamo usciti a cena con alcuni docenti dell’università. Ma Chris non è venuto. È rimasto in albergo. Quando siamo tornati, però, non era in camera. Abbiamo aspettato un po’, ma lui non arrivava. Sua moglie ha cominciato a preoccuparsi. L’abbiamo cercato dappertutto, ma non lo trovavamo da nessuna parte.

Una volta, durante una delle mie passeggiate, l’avevo visto in fondo alla spiaggia, solo. Era seduto per terra e fissava l’Oceano Indiano.

Sono corso in spiaggia, pensavo che forse l’avrei trovato lì. Ho visto una sagoma accanto all’ultimo lampione. Mi sono avvicinato. Era lui. Scriveva e piangeva. Per terra c’erano dei fogli sopra ai quali aveva messo un sasso perché il vento non li portasse via.

“Chris”, ho detto piano.

Ha alzato la testa.

“Che cosa c’è, Chris? Perché sei così triste?!”

“Non è niente”, ha risposto, “non è niente.”

Mi sono seduto accanto a lui.

“Che cosa scrivi?”

“Delle lettere.”

“A chi?”

“Ai miei figli. Ogni tanto penso che devo farlo, altrimenti non ce la faccio ad andare avanti.”

“Ma è bello scrivere ai propri figli. Lo fai spesso?”

“Ho scritto loro centinaia di lettere in questi anni. Sono ancora arrabbiati con me. Io gliel’ho detto che a volte nella vita succedono cose che non puoi controllare. Ma loro mi disprezzano e non mi rispondono. Io gli ho scritto che è quello che è successo anche a me. È come la morte. Gli ho scritto che è mio diritto vederli e parlare con loro. Che se non vogliono vedermi né parlarmi, io questo lo rispetto. Ma glielo devo dire, devono sapere come la penso e come mi sento.

Ma questa è una sera particolare. Questa sera mi ha chiamato un amico. Mi ha detto che sono diventato nonno. Nonno di una bambina.

Allora ho pianto, ho scritto che è mio diritto poter tornare a casa ogni tanto. E che è mio diritto come essere umano vedere mia nipote. Sono già stato punito abbastanza.”

“Ma cosa hai fatto perché vogliano punirti così?”

“Ancora non capisco come sia potuta succedermi una cosa simile. Ero maestro di scuola e padre di cinque bambini. Un bravo padre di famiglia, che rispettava sua moglie. Non bevevo, non fumavo, tornavo sempre a casa presto e dedicavo tutto il mio tempo ai miei figli. Non mi sono mai ammalato e i miei colleghi mi trattavano con rispetto.

Un pomeriggio, a un colloquio con i genitori, è venuta la madre di una mia alunna a parlare della pagella della figlia. Le ho offerto una sedia e sono andato a sedermi alla mia scrivania. Ho esaminato con lei i voti della bambina. Era una madre single. Scriveva poesie. Avevo una sua raccolta a casa. È andato tutto normalmente, come con tutte le altre madri che andavano e venivano. Ma quella notte non sono riuscito a dormire. Mi tornavano in mente le sue poesie. Neanche la notte dopo sono riuscito a dormire. E neanche quella dopo ancora. Non riuscivo più a lavorare, volevo rivederla. Avevo bisogno di sedermi ancora una volta accanto a lei. Ho camminato notti intere per le strade deserte recitando le sue poesie. Tutti pensavano che fossi impazzito. Una sera ho fatto la valigia e sono andato a casa sua. Ho suonato, lei ha aperto la porta. ‘Fammi entrare!’ ho detto.

Lei mi ha fatto entrare. Ho trovato la pace. Mi sono fermato lì.”

Ho infilato le sue lettere nelle buste e ho incollato i francobolli.

Sul viale le abbiamo imbucate.