PARAGRAFO 16
A Karbala mi fermai a parlare con un vecchio arabo. Sedeva contro un muro, all’ombra. Mi sedetti accanto a lui. Mi chiese cosa facessi lì e da dove venissi. Gli risposi che ero in viaggio, che un tempo lavoravo per il re, che da una notte all’altra avevo deposto la penna, infilato le scarpe ed ero partito.
Lui mi raccontò questa storia: “Una volta mi ero perso nel deserto e stavo quasi morendo di fame. Trovai un sacchetto. C’erano dentro chicchi di grano abbrustoliti? No, purtroppo erano gioielli!”
1
Nel tragitto verso Oudtshoorn, Chris è rimasto tutto il tempo accanto a me zitto, disse Davud. In realtà siamo rimasti zitti tutt’e due in quel lungo viaggio. Guardavamo i meravigliosi paesaggi. Il nostro cameraman non sapeva più quale meraviglia riprendere: le montagne? Le valli? I girasoli? Le torri di termiti? Le migliaia di struzzi che si vedevano nei campi? Il sole? La notte? I ragazzi che vendevano zucche lungo la strada? Le donne che portavano sulla testa cesti di verdure? Le povere casupole? Gli uccelli? In realtà, eravamo tutti stregati da quella varietà di bellezza nella natura.
Ma questa volta c’era qualcuno a tenere un po’ allegra l’atmosfera: la moglie del nostro accompagnatore. Essendo un viaggio tanto lungo, era venuta con lui perché al ritorno non fosse solo.
Aveva portato caffè, tè, biscotti e frutta e così manteneva il rapporto con tutti.
Dopo trecento chilometri il nostro accompagnatore si è fermato in un villaggio a fare benzina. È subito comparso un ragazzo nero che si è messo a lavare i vetri, mentre un altro ha preso le chiavi e ha riempito il serbatoio, un altro ha prontamente misurato la pressione delle gomme e un altro ancora è arrivato con il conto e l’ha mostrato all’accompagnatore dicendo: “Sir!”
L’accompagnatore gli ha dato una banconota senza guardarlo. Il ragazzo è corso dentro ed è tornato con il resto. L’accompagnatore gli ha dato una moneta.
Era un vero sir. Non me ne ero accorto prima. Adesso lo vedevo, camminava con il collo diritto come un vecchio gallo.
L’apartheid è stato abolito, ma quanto tempo ci vorrà prima che scompaia la cultura dell’apartheid?
Il villaggio in cui ci eravamo fermati consisteva in due strade e qualche negozio spoglio, gli abitanti erano tutti neri. Poco più avanti abbiamo visto una piccola casa sotto gli alberi. Fuori c’erano delle sedie decenti e tavoli con vasi di fiori.
Su un cartello appeso al ramo di un albero c’era scritto in afrikaans:
“Qui potete riposarvi un po’. Anche mangiare qualcosa di leggero se volete.”
Ci ha accolto una giovane bianca: “Che cosa posso offrirvi? Tè, caffè, succo o volete mangiare qualcosa?”
“Vorremmo mangiare qualcosa di leggero”, ha risposto l’accompagnatore.
In un angolo c’era una capanna, dove una giovane nera stava cucinando: “Salve signora!”
L’erba del giardino era appena tagliata e i fiori ben curati, non c’erano foglie gialle o fiori secchi. Mi sono sdraiato sull’erba a guardare il cielo. Era azzurro, di un azzurro intenso e il sole era caldo. Accanto a me un rubinetto perdeva. Tic. Tic. Tic. Tic. Ho chiuso gli occhi, non volevo svegliarmi più, come i girasoli. Volevo rimanere lì per sempre.
“Sir”, mi ha chiamato la donna nera dalla cucina.
Ho aperto gli occhi. Non c’era nessuno. Mi ero addormentato. E la donna mi aveva chiamato perché non morissi come i girasoli.
Mi sono alzato e ho raggiunto il tavolo dove erano già seduti tutti.
La donna nera è venuta ad apparecchiare.
“Posso farle una domanda?” le ho chiesto.
Lei mi ha guardato in silenzio.
“Abita qui nel villaggio?”
Lei ha guardato la padrona e poi ha risposto: “Sì.”
“Conosce la gente del posto? Intendo dire, conosce bene gli altri abitanti?”
Lei ha guardato di nuovo la padrona e poi ha detto: “Sì!”
“Potrebbe dirmi qualche nome di gente che abita o ha abitato qui?”
Lei ha guardato gli altri sorpresa.
“Tranquilla, non è niente”, hanno spiegato le poetesse, “devi solo dirgli qualche nome. Lui scrive tutto.”
“Sì, solo qualche nome”, ho ripetuto io. “Li voglio portare con me. Per esempio, i nomi delle persone che scendono a piedi dalle montagne. O i nomi delle donne che vendono i pomodori al mercato. O i nomi dei ragazzi che lavorano al distributore.”
Tutti la guardavano. La donna bianca le ha fatto cenno che poteva tranquillamente dire dei nomi. Allora lei ha raddrizzato la schiena e ha pronunciato solennemente questi nomi:
“Thabo. Jakob, Bonnie. Fanus.
Pert e Christa di Roodefoort.
Douglas
Adelle
Betaie di Dinban
Hani e Linda.
Dnie di Preoria
Zouis
Adam
Wium
Bertus e Christine di Barrydale
Albie
Darah di Kimberley
Biko di Kemtou
Ermi
Dingaan di Tobery
Marali, Sissi, Dle, Chantel e Antjie
Mamasela
Thabao
Mogojo Madikizela
Mkhize di Greyhound
Zeph
Almond
Mapule Khampepe
Desmond
Gelenda Wynand
Asmal è il nome di mio padre
E io mi chiamo Sisulu!
Quando Sisulu ci ha servito il pranzo, tutti hanno visto che il mio piatto era diverso dagli altri: l’aveva decorato con foglie aromatiche.
“Ma cosa sono queste preferenze!” hanno detto le poetesse.
Quando stavamo per ripartire, la proprietaria ci ha chiesto di fare una fotografia insieme a lei, per il suo album dei clienti. Ci siamo disposti a gruppo con la proprietaria al centro. E chi doveva scattare la foto? Il cameraman, naturalmente. Sisulu era dietro di noi, sulla porta della cucina.
Ci siamo rimessi in viaggio. Dopo qualche centinaio di chilometri è calato di colpo il buio, come un velo caduto dal cielo. Senza crepuscolo, senza preavviso. È diventato tutto nero.
Le montagne sono diventate sagome scure, i ra-gazzi che fino a un attimo prima vendevano grandi zucche rosse lungo la strada sono stati inghiottiti dalla notte con le loro zucche.
Le migliaia di uccelli che fino a un attimo prima volavano nella nebbia azzurra in lontananza, sono scomparsi tutti.
Si vedeva solo un breve tratto di strada illuminato dai fari. Abbiamo viaggiato per altri cento chilometri, fermandoci poi a dormire in una pensione.
2
A poco a poco ho scoperto una cosa curiosa, disse Davud proseguendo il suo racconto.
Ovunque ci fermassimo in quella regione, i camerieri mi chiamavano sir. E a furia di sentirmi chiamare sir, a un certo punto ho cominciato anche a sentirmi un sir.
La pensione era una semplice locanda, ma in una bella posizione, in cima a una collina con vista sulla diga più vecchia del Sudafrica.
Mentre mi avviavo verso la mia stanza, una cameriera mi è corsa dietro per prendermi la valigia, come se commettessi un peccato a portarmi i miei bagagli. Di colpo ho fatto una spiacevole scoperta su me stesso. Ho raddrizzato la schiena e ho pensato: che mi portino pure la valigia come fanno con tutti. Sono un signore.
Le circostanze mi costringevano a essere un sir.
La cameriera ha posato la valigia accanto al letto, chiedendo: “Le serve qualcos’altro, sir?”
Come un signore le ho fatto segno che poteva andare.
“Yes, I am a sir28”, mi sono detto guardandomi allo specchio.
Ero sorpreso da quel sentimento affiorato all’improvviso dentro di me. Solo più tardi, a letto, ho capito da dove veniva.
Quando la Persia era ancora una nazione feudale, mio nonno era ricco e occupava la stessa posizione dei grandi agricoltori bianchi qui. Gli abitanti dei villaggi intorno lavoravano tutti per lui. Lui era il signore e il resto i suoi sudditi. Poi quei villaggi gli furono portati via e lui si trasferì in città. Diventò un cittadino come tutti gli altri, ma camminava per le vie principali con la schiena diritta come un signore. E quel sentimento diventò nostro, diventò mio. Evidentemente l’avevo nascosto bene in qualche angolo della mia memoria.
Mio nonno ci diceva sempre che noi eravamo diversi dagli altri abitanti della città. Che eravamo di origine nobile. Me lo ricordo ancora quando da bambino lo accompagnavo nei villaggi che una volta erano suoi. Tutti gli baciavano la mano e si inchinavano. È morto che ero ancora piccolo e avevo dimenticato quella sensazione di nobiltà, fino a quando non è riaffiorata qui dentro di me.
Mi sono riposato un po’ e, dopo una doccia, ho raggiunto gli altri al ristorante della pensione. Era un ristorante all’antica, ma bello, tutto rimandava all’epoca in cui andavano a mangiare lì i veri signori. Noi eravamo gli unici ospiti. I camerieri correvano da una parte all’altra e il tavolo era apparecchiato con eleganza.
Ogni volta che veniva al nostro tavolo, la capo-cameriera nera metteva i guanti bianchi. E quando si allontanava li toglieva.
La cuoca ci aveva preparato un piatto tradizionale particolarmente buono. Ogni cosa aveva il suo profumo naturale. Il pane profumava di pane.
Tutto quello che le cameriere portavano in tavola non potevo chiamarlo semplicemente cibo, erano autentici miracoli. Volevano costringerci, no, costringermi, a non dimenticarle.
E io non le dimenticherò. Perché so qualcosa di loro.
Si chiamavano Muher (41), Antje (27), Sara (35), Mari (21), Sabra (55) ed Elsa (19). Avevano in totale ventun bambini. Il marito di Muher era morto. Sara non aveva figli suoi, ma sua cognata le aveva affidato una delle sue bambine. E Sabra era appena diventata nonna, di un maschietto, di nome Uyse. O Uys. O Oose.
3
Dopo cena sono uscito, avevo bisogno di fare quattro passi.
Era buio e non si vedevano case nei dintorni. Sono salito sulla collina e ridisceso costeggiando la più grande centrale elettrica del Sudafrica. Il lago dietro la diga si estendeva fino alle pendici delle altre montagne, si udivano intorno gli animali notturni.
Ho visto piccole luci in lontananza, forse laggiù c’era un villaggio. Ha cominciato a piovere, camminavo al buio su sentieri sconosciuti.
Dopo una mezz’oretta ho raggiunto le luci. C’erano case sorvegliate da cani. Appena mi hanno sentito, si sono messi ad abbaiare violentemente precipitandosi verso di me.
Io sono scappato di corsa sui miei passi, ma non volevo ancora tornare alla pensione.
Avevo bisogno di stare all’aperto, di camminare, di ascoltare la notte.
Ma alla fine sono dovuto rientrare.
Al mio arrivo mi sono reso conto che erano tutti preoccupati per me.
Appena mi hanno visto bagnato fradicio sul portone, hanno capito che non stavo bene.
Chris mi ha preso per un braccio: “C’è qualcosa che non va?”
“No, è tutto okay.”
“Ma hai un’aria così triste. Non parli mai, in macchina te ne stai sempre zitto. Dimmi cosa c’è.”
“Lo sai, Chris? La libertà che ho qui adesso, non me la merito. Non ho diritto a questo viaggio. L’amore che l’Africa mi ha dato, non l’ho meritato. Tutta la bellezza che ho visto in questi giorni non mi spetta. Sulla strada che ho scelto nella vita ho perso miei amici e miei cari. Erano più giovani di me e mi ammiravano. Seguivano la strada che io avevo scelto. Ma loro sono stati arrestati, io no, io sono potuto fuggire. Tre di loro sono stati uccisi e due sono rimasti per anni in prigione. Mi sento in colpa e questo senso di colpa non mi dà tregua. Non faccio che pensare a loro. Ovunque vada, qui in Sudafrica, quei cinque amici sono con me. Qualunque cosa io beva, bevono con me. Mi seguono, fanno anche loro questo viaggio. A volte non ho alcun controllo su di loro. Vanno in giro a loro modo, vanno a vedere cose che io non posso andare a vedere. Da un lato sono triste, dall’altro sono così felice della loro presenza! Questo viaggio ha assunto un valore in più! Sono presenti ovunque, Chris, ovunque. Sento i loro passi dietro di me!”
4
Il giorno dopo, sul pulmino, mi sono seduto accanto alla moglie del nostro accompagnatore. Era una donna cordiale, simpatica, con molta esperienza della vita. Durante il viaggio parlò in tono energico e allegro dei suoi figli e dei due nipotini arrivati quest’anno. Era credente, andava in chiesa e aveva sempre fatto del bene ai poveri. Rideva ed era contenta della sua vita. Non riuscivo a credere che in passato avesse sostenuto l’apartheid.
“Com’era a casa vostra?” le ho chiesto. “Avevate anche una domestica nera?”
“Sì, c’era una famiglia che lavorava per noi. Noi abbiamo davvero cuore per i neri. Devi venirmi a trovare una volta, così lo vedrai con i tuoi occhi. Mio marito li ha sempre aiutati. Quando si sono sposati i loro figli, quando sono morti i loro genitori.”
Era la prima volta che incontravo qualcuno che parlava di quell’argomento a cuore aperto. Avrei voluto proseguire la conversazione e farle qualche altra domanda, ma in quel momento l’accompagnatore si è fermato in cima a una valle e ha detto: “Do-vete ammirare questa vista paradisiaca!”
Siamo scesi tutti dal pulmino a contemplare la valle.
L’accompagnatore si è messo all’ombra di un grande albero. Beveva il suo tè e guardava la valle.
Mi sono avvicinato e gli ho chiesto a bruciapelo: “Lei prova rispetto per Nelson Mandela?”
Credevo che la domanda l’avrebbe imbarazzato, invece ha continuato a guardare la valle dicendo: “Provo rispetto per lui, molto rispetto.”
“E i suoi amici?”
“Molti bianchi apprezzano quel che ha fatto. Solo lui poteva impedire un bagno di sangue. Credo che questo l’abbia capito chiunque. Abbiamo passato un periodo nero di paura. Siamo vissuti a lungo nell’incertezza. Grazie a Dio l’incubo non è diventato realtà. Abbiamo costruito il Sudafrica con le nostre mani. Questo è il nostro paese. Questa valle ce l’ha data Dio. Non c’è altro posto per noi sulla terra. È qui che abbiamo fondato le nostre case. Per questo non poteva scorrere sangue in casa mia. Siamo molto contenti di come sono andate le cose. Adesso dormo tranquillo.”
“Lo sai qual è il problema?” è intervenuta sua moglie. “I neri non sono in grado, non sono ancora neanche lontanamente pronti a prendere in mano questo paese. Non possono subentrare ai bianchi in tutto e progredire.”
Le parole che aveva appena pronunciato erano in contrasto con il suo atteggiamento. L’impressione era che avesse espresso il resto del pensiero di suo marito: “Molte grandi fattorie sono state tolte ai bianchi e date ai neri. Il risultato è stato terribile. Hanno ucciso tutte le mucche e le hanno mangiate. Non si prendevano cura del bestiame, rubavano i motori, le ruote e vendevano tutto al mercato nero. Di quelle fattorie non è rimasta che l’ombra.”
“Non devi dire così”, l’ha interrotta l’accompagnatore. Ma lei ha continuato: “Quella gente non è abituata a lavorare, non è ancora preparata a riflettere, non è capace di fare progetti. Il futuro non esiste per loro. Non fa parte della loro natura, vivono nell’oggi, non sanno cos’è il domani. Sono più di trent’anni che ho dei neri in casa mia. Li conosco meglio di quanto non si conoscano loro stessi. Ho visto come vivono, i loro figli sono cresciuti in casa mia e adesso continuo a vedere i loro nipoti. Non è possibile, è troppo, troppo presto per mettere il destino del Sudafrica nelle loro mani. Hanno bisogno del buon senso, dell’esperienza e della guida dei bianchi. Senza i bianchi distruggerebbero questa terra meravigliosa. E per me sarebbe un dolore immenso. Ma poteva anche andare peggio.”
“È vero. Il rischio che ci facessero fuori tutti quanti era grosso. Comunque regolarmente succedono cose terribili, dei neri hanno ucciso dei vecchi agricoltori bianchi. Lo sentiamo dire spesso e lo si legge sui giornali.”
“Sì, puoi ben dirlo, poteva anche andare peggio, ma Dio non l’ha voluto. A essere sincero, devo ammettere che adesso non abbiamo più paura. Siamo riconoscenti. A volte uccidono qualche bianco, ma secondo me si tratta dei ricchi agricoltori bianchi che si rifiutano di accettare la realtà. Sono quelli che non hanno mai avuto rapporti con i neri e continuano a non volerne avere. Se non hai un buon rapporto con i neri, non sei al sicuro in questo paese. Se non hai amici neri, corri dei rischi. Devi circondarti di neri, altrimenti non sai quello che potrebbe succederti. Se prendi le distanze da loro ti esponi e diventi un facile bersaglio dei criminali. Ti assicuro, abbiamo una famiglia nera che lavora per noi da più di trent’anni e grazie a loro abbiamo un forte legame con il resto della comunità. Erano il nostro legame con la realtà, tramite loro eravamo sempre al corrente delle tensioni che rischiavano di esplodere attorno a noi. La nostra casa è sempre stata la loro casa e la loro casa, in realtà, era una parte della nostra, perché tutto quello che la donna aveva in casa sua l’aveva ricevuto da noi. Era giovane, quand’è venuta lavorare da noi, aveva la stessa età di mia moglie.”
“Le ho insegnato io a cucinare”, ha detto la signora, “le ho insegnato a cucire, ad apparecchiare la tavola, a lavare e un po’ anche a leggere. Parlavo con lei, lei mi parlava dei suoi problemi e io ero sempre pronta ad aiutarla. Quando era incinta mi occupavo di lei e anche mio marito era informato di tutto. Volevamo sempre sapere quello che succedeva a lei e a suo marito, era importante per noi, erano nostri. Anche suo marito è invecchiato a casa nostra. È stato il nostro sostegno negli anni difficili in cui vivevamo nella paura.”
“Sapevano che non avevamo mai fatto niente di male”, ha concluso l’accompagnatore, “e quindi ci hanno protetto. Non ci hanno mai abbandonato. Adesso ho chiesto a mio figlio, a Johannesburg, di assumere la loro figlia più giovane come segretaria. È una brava dattilografa e le piacerebbe trovare un buon lavoro. Suo padre è venuto a chiedermi di fare qualcosa per lei, e io, naturalmente, lo faccio. È così che si fa.”
Siamo risaliti sul pulmino e partiti per l’ultimo tratto di strada per Oudtshoorn.