PARAGRAFO 17

Al bazar di Arbil c’era un uomo che, in piedi dietro un leggìo, recitava una poesia davanti a un folto pubblico:

Non posso nascondere il Sole con un pugno di Polvere,
Non posso svelare i misteri del segreto Destino;
Dal mare della Meditazione la Sapienza m’ha tratto
una Perla,
Una Perla, che per tremor di paura non posso infilare.

L’uomo che leggeva quella poesia non lo conoscevo, ma le poesie che recitava sì. Erano di Omar Khayyam, il più grande poeta di tutti i tempi.

“Chi è quell’uomo che declama poesie?” chiesi a un vecchio accanto a me.

“È Omar Khayyam!” mi rispose. “Non lo conosci?!”

Non credevo ai miei occhi. Quel viaggio mi aveva regalato un altro piccolo gioiello.

1

Non so perché, ma pensai subito a Sophia, disse Davud.

Guardando la cartina vidi che avevamo fatto una deviazione di cento chilometri e che ci trovavamo dalle parti dov’era cresciuta. Me l’aveva fatto vedere lei giorni prima sulla carta del Sudafrica.

Sentivo che a Oudtshoorn l’avrei incontrata. For-se mi sbagliavo, ma avevo fiducia nel mio presentimento.

La città era in festa e affollata, piena di gente. Tutta la settimana era dedicata alla musica e alla letteratura. Quest’anno il tema era l’afrikaans. Ovunque giovani scrittori e giovani poeti leggevano i loro testi, ovunque c’era un concerto o uno spettacolo teatrale. Dopo un silenzio di mille chilometri eravamo finiti in mezzo a un’enorme confusione. Ovunque bianchi con i loro figli, ovunque tendoni, palloncini colorati e musica.

Ed ecco ricomparire il nostro primo accompagnatore, il professore che era venuto con noi fino a Città del Capo. Era lì per occuparsi di noi.

E io sapevo che dove c’era lui c’era Sophia.

Ci aveva trovato una sistemazione in varie case private. Ognuno di noi avrebbe alloggiato presso una famiglia diversa.

Ma prima ci aspettava un incontro pubblico in uno dei tendoni.

Mi fermai su un angolo del marciapiede a guardare la gente. Pensavo che Sophia sarebbe apparsa da un momento all’altro. Erano quasi le sette e alle sette e mezza dovevo essere al mio tendone.

Feci il giro di tutti i tendoni guardando dentro, spingendomi fino a quello principale, dove suonavano della musica. Poi andai alla biblioteca. Erano tutti diretti lì. C’erano incontri dappertutto. In una delle piccole sale la porta era socchiusa. Attraverso l’altoparlante sentii una voce di donna. Guardai all’interno. La donna indossava un vestito verde ed era in piedi dietro un leggìo. Era Sophia, che recitava una nuova poesia d’amore.

Estate
lascia che le tue mani
si schiudano su di me
le giovani gemme sono appassite
tènere alle dita della bocca
e...

Il resto non lo sentii, qualcuno aveva chiuso la porta.

Che Sophia mi avesse visto? Che si fosse accorta che ero sulla porta?

La sua mezza poesia mi rimase impressa. Al tempo stesso non la capivo. Ma ormai dovevo correre al mio tendone.

Ero un po’ in ritardo, ma non c’era nessuno. L’uomo che sovrintendeva alla regia ha detto che era comunque meglio cominciare. Poi la gente sarebbe venuta da sé.

No, pensai, non faccio una lettura per me solo.

Le poetesse salirono sul palco e recitarono le loro nove poesie davanti alle sedie vuote. Più le due poesie nuove.

Ora toccava a me. Dovevo fare qualcosa. Ero lì per quello. Ma non volevo assolutamente salire su quel palco vuoto a parlare davanti a nessuno.

Decisi di mettermi sul marciapiede e di raccontare una storia come un raccontastorie persiano tradizionale. Era qualcosa che apparteneva alla nostra tradizione narrativa. In Persia il raccontastorie piazza uno sgabello sul marciapiede e ci sale sopra. Non ha ancora un pubblico, ma comincia a parlare. E a poco a poco la gente si raduna attorno a lui.

Ma che cosa potevo dire perché i sudafricani si radunassero attorno a me?

Mi vennero in mente dei versi della poetessa sudafricana Ingrid Fanus. Cominciai a recitarli a modo mio:

Ti ripeto
Ti ripeto
Ti ripeto
Senza inizio e senza fine
Ripeto il tuo corpo
Il giorno ha un’ombra sottile
E la notte croci gialle
Privo di volto è il paesaggio
E la gente una fila di candele
Mentre io ti ripeto
Con i miei seni
Che riproducono i palmi delle tue mani
Ti ripeto
Ti ripeto
Ti ripeto

Dei passanti si sono fermati.

Ormai dovevo continuare. Ma non sapevo a memoria altre poesie sudafricane. All’improvviso me ne venne in mente una della moglie di Chris. Trovavo che fosse una delle sue poesie più belle, e l’avevo sentita così tante volte che mi sentivo in grado di recitarla:

Poiché camminare è meglio
che restare fermi, non hanno
atteso l’autobus,
ma con passo fermo
si sono incamminati
verso l’orizzonte, con sguardo incredulo
gli animali li seguono
Si sono congedati,
dicevano, non piangete,
poiché le parole sono meglio
del silenzio.

E poi dei versi sparsi dell’altra poetessa che unii insieme a modo mio:

Non essere troppo pesante
fruga piano dentro di me
quando domani ti giacerò accanto
posa la tua guancia calda contro la mia

A Stellenbosch avevo conosciuto un poeta, Wium van Zyl. Mi aveva letto alcune sue poesie in un bar. Mi accorsi che me ne era rimasta impressa una:

Per te
Per te porto un mazzo di fiori notturni
Da paludi e dolore
Eppure so che nella vecchia Bergplaats grida ancora
Stasera un piviere.

Sempre più persone si fermavano attorno a me. Vidi Sophia.

2

Quella sera tardi il nostro accompagnatore ci portò nei nostri rispettivi alloggi. Superato un ponte, girò a sinistra in una stradina buia e si fermò davanti a una casa dov’era parcheggiata una grossa Mercedes.

“Tu stai qui!” mi ha detto.

Mi sarebbe piaciuto essere ospitato da una famiglia nera, ma vedendo la grossa Mercedes capii che ero finito in casa di bianchi. La notte, però, mi portò una sorpresa.

Suonai. Silenzio. Non c’erano luci accese all’interno.

Suonai di nuovo. Questa volta sentii dei passi. La porta si aprì e apparve una bambina nera di una decina d’anni.

Hello! Is someone at home?29

La bambina sorrise e disse che potevo entrare. Era vestita bene e aveva una fascia rossa tra i capelli.

Is no one at home?

Nobody is at home30 ”, mi rispose.

Era una casa semplice, ma accogliente.

“Desidera un caffè o un tè?” mi chiese la bambina in inglese.

“No, grazie, aspetto che arrivino i tuoi genitori.”

“Non sono i miei genitori, sono il nonno e la nonna.”

“Allora, se ho capito bene, questa è la casa dei tuoi nonni.”

“No, è anche casa mia. Viviamo insieme.”

“Adesso capisco: il tuo nonno e la tua nonna vivono con voi, o voi vivete con loro, intendo dire, vivete insieme. Giusto?”

“No, io vivo con i miei nonni. Non ho papà e mamma.”

“Oh, scusami, scusami! Forse faccio troppe domande. Ma se mi dici il tuo nome, prometto che non ti chiederò più niente.”

“Dolanthe!”

“Che bel nome!”

Mi sedetti sul divano e rimasi zitto. Lei si sedette di fronte a me.

“Allora tu sei Dolanthe. Che cosa significa Dolanthe?”

“Dolanthe era il nome di mia madre. Adesso sono io Dolanthe.”

Rimasi di nuovo zitto.

“Se vuole posso farle vedere la sua stanza. Così può lasciare giù la valigia, se vuole. La nonna arriva subito.”

Era una cameretta semplice, con un letto, una brocca d’acqua e una radio.

Alle pareti del corridoio e a quelle del salotto erano appesi diversi ritratti di una giovane donna.

“Mia madre!” disse Dolanthe.

“Ah, capisco! Ma tutte quelle foto? Tutte di tua madre?”

Il caso mi aveva portato in una famiglia in cui la figlia, in gravidanza avanzata, aveva avuto un incidente. La giovane madre era morta, ma la bambina si era salvata: Dolanthe!

La guardai di nuovo: la traccia di una ferita le correva da sotto il mento fino all’orecchio sinistro, poi scompariva tra i capelli neri.

Sentii girare una chiave nella toppa ed entrò un uomo sui cinquantacinque anni. Aveva una macchina fotografica al collo.

“Mio nonno”, disse la bambina, “fa il fotografo.”

L’uomo mi porse timidamente la mano e si presentò: Fanus.

La porta si aprì di nuovo ed entrò una donna nera dall’aria allegra e piena di vita.

“La nonna!”

“Benvenuto! Benvenuto!” mi disse in inglese. “Sono contenta di averla nostro ospite. So che lavora in un giornale. È la prima volta che ospitiamo uno scrittore. Io amo leggere. Una volta facevo l’insegnante, e anche mio marito. Adesso siamo tutti e due in pensione. È da allora che ho aperto questo hotel, cioè non proprio un hotel, un bed and breakfast.”

Senza neanche chiedermelo, mi preparò subito qualcosa da mangiare.

“Lei è stanco, glielo vedo in faccia. Si sieda, si riposi. Mangi un boccone. Faccia come se fosse a casa sua.”

Mangiai un paio di stuzzichini e bevvi un bicchiere di tè.

Ma la padrona di casa era seduta davanti a me e continuava a parlare: “Ho sempre sognato di avere un hotel, un mini-hotel. Durante l’apartheid non era possibile, ma adesso sì. In realtà lei è il mio primo cliente. Sono così contenta che il mio primo ospite sia uno scrittore.”

Poi mi parlò di suo figlio, che si era appena laureato e che ogni tanto le avrebbe dato una mano con i documenti e le fatture.

Mi sentivo a casa, sarei rimasto lì ancora un po’, ma era tardi. Mi ritirai in camera.

Qualche minuto dopo, la signora bussò alla porta porgendomi una penna e dei fogli. “Lo vede? Sono proprio una principiante. Lei è uno scrittore: avrei dovuto metterle sul tavolo carta e penna.”

Non riuscivo a dormire, era stata una giornata densa e avevamo viaggiato nove ore.

Mi sarebbe piaciuto andare a cercare Sophia, ma non sapevo dove alloggiasse.

Non riuscivo a dormire. Dovevo uscire.

La casa era immersa nel silenzio. In punta di piedi raggiunsi il salotto. Fanus si era addormentato sul divano. La tv era accesa, ma non si sentiva niente.

Aprii piano la porta. Fanus si svegliò di soprassalto.

“No!” disse subito. “Fuori è pericoloso. Elsa!”

Un attimo dopo è apparsa la padrona di casa.

“Cosa c’è?”

“Vuole uscire.”

“No, non può”, disse lei. “Gira molta gente da queste parti. Dangerous people31 , e lei è il mio primo cliente. Non voglio che le succeda qualcosa. Metta che il primo giorno che lavoro capiti un incidente. No no, la prego, non esca, resti qui. Ho una libreria piena di libri, vada a letto a leggere. Oppure parli con noi, le storie degli altri fanno bene agli scrittori. Si sieda, le racconterò la storia della mia vita. Magari ci scriverà sopra un libro. Fanus, apri una bottiglia di vino!”

Fanus tornò con una bottiglia di vino e tre bicchieri. Andai a sedermi a tavola con loro.

“Una volta leggevo, prima che mia figlia morisse in quell’incidente. È stato davvero un miracolo. Mia figlia era incinta, mi hanno chiamato dall’ospedale e io sono corsa. Lei era lì, morta, sotto un lenzuolo bianco. Ma il dottore mi ha messo tra le braccia un neonato, una bambina, e ha detto: ‘Tenga, è uno splendore di bambina. Adesso è lei la sua mamma, la porti a casa!’

Non sapevo se piangere o ridere. Abbiamo preso la nostra bambina e siamo tornati a casa.”

Il viso della donna si velò di tristezza. “Mia figlia non sapeva chi fosse il padre.”

Per cambiare discorso alzai il bicchiere. “A cosa brindiamo? Alla sua bambina! A sua figlia! Al suo hotel!”

Lei sorrise contenta e disse: “Non è un hotel. È solo un mini-hotel!”

3

Mi svegliai presto. Era ancora buio, ma non riuscivo più a dormire. Mi alzai, presi un asciugamano e uscii dalla mia stanza in punta di piedi per andare in bagno.

Aprii piano la porta e accesi la luce.

Una donna urlò. Sobbalzai. Nella vasca da bagno vuota c’era una giovane nuda insieme a un ragazzo.

“Oddio! Scusatemi! Scusatemi!” dissi. “State lì! Nessun problema! Me ne vado!” E mi voltai per uscire.

“Sono il figlio della casa”, disse il giovanotto in inglese. “Era tardi e non sapevamo dove andare a dormire. La camera, la mia camera è... Ma se vuol fare una doccia, noi ce ne andiamo!”

“No, no, non c’è problema, state pure lì.”

Il ragazzo si sedette sul bordo della vasca.

“Non c’è nessun problema”, ripetei. “Resta tranquillamente lì.”

La giovane donna scomparve sotto una coperta lisa.

“Tua madre mi ha parlato di te”, dissi poi. “So che studi, immagino che tu viva a Johannesburg.”

“No, non più”, rispose lui, “ho finito l’università e vivo di nuovo a casa.”

“A casa?”

“Sì, la camera dove dorme lei in realtà è la mia camera, ma mia madre vuole avere un bed and breakfast. Le avevo promesso di non tornare questa notte. Il patto è che se c’è un ospite, vado a dormire da lei.” Indicò la ragazza sotto la coperta.

“Ah, capisco.”

“È la mia ragazza”, aggiunse sorridendo e indicandola di nuovo.

Lei fece una risatina.

“Ieri sera eravamo un po’ bevuti, era tardi e siamo tornati qui a piedi, anche se sapevo che mia madre non voleva. Così siamo venuti a dormire in bagno.”

“Non ti preoccupare, torna pure a dormire tranquillo”, risposi spegnendo la luce.

La ragazza fece un’altra risatina.

“Che cosa hai studiato all’università?” gli chiesi piano, prima di uscire.

“Economia! Una scelta sbagliata!”

Avrei voluto continuare a parlare con lui, ma non era il momento adatto.

“Okay, me ne vado, arrivederci. Un momento, però, aspetta che ci presentiamo: io sono Davud e tu, tu come ti chiami?”

“Dumisa.”

“E lei?”

“Susara!” rispose la ragazza ridendo da sotto la coperta.

“Che bel nome!”

E me ne tornai in camera mia.

4

Il mattino dopo, verso le dieci, ero alla fermata dell’autobus in attesa di uno dei pullman che andavano in città. Si fermò una Mercedes. L’uomo al volante aveva una macchina fotografica al collo. Abbassò il finestrino e mi domandò in inglese: “Dove devi andare?”

Era Fanus, il padrone di casa.

“In città!” risposi.

“Ti porto io.”

Salii.

“Anch’io vado in città”, disse Fanus. “Faccio fotografie per il giornale locale. In realtà non faccio niente di speciale. Non posso fotografare le persone importanti, solo la gente comune. O una macchina incidentata. O un albero che è caduto. E in questi giorni fotografo quelli che vanno al festival. Ma è roba da niente. Mi piacerebbe fare una fotografia unica, ma non posso, il giornale non me ne dà l’opportunità. Per l’incontro di uno scrittore non sono adatto, dicono. E per Nelson Mandela si muove il capo in persona. Io devo accontentarmi della strada.”

“Chi lo sa”, risposi io. “Le foto più belle sono state fatte quasi tutte per strada.”

“Questo è vero. Ma lo sai, il problema è che io non so come si fa una foto unica. Tutti parlano dell’‘istante’, ma io non so come catturarlo.”

Gli chiesi dell’auto. “Quanti anni ha questa macchina? Sembra ancora molto bella.”

“Quindici e va che è una meraviglia.”

“Dentro si direbbe nuova di zecca.”

“La tengo bene. La pulisco tutti i giorni e una volta al mese passo una cera speciale sulla carrozzeria. E ogni tanto spruzzo i sedili con una lacca molto costosa, per cui profumano di nuovo e sembrano ancora nuovi.”

Tirò fuori una bomboletta da sotto il sedile e spruzzò un po’ di lacca sul cruscotto. Mi sentii soffocare e cominciai a tossire.

“Io lo trovo un buon profumo, anzi ottimo!” disse Fanus ridendo. “Ti racconterò la storia della mia auto. Hai tempo? Prenderei questa strada, se ti va. Voglio farti vedere una cosa.”

Attraversammo un quartiere residenziale.

“Ho comprato questa macchina cinque anni fa”, riprese Fanus, “esattamente il giorno che hanno liberato Mandela. Proprio qui, in questo quartiere, tra poco ci passiamo davanti. Avevano tutti paura, i bianchi non sapevano che cosa fare delle loro belle ville e delle loro auto costose. Guardati attorno, guarda quelle case, ci sono ancora le inferriate dappertutto, come una volta, e hanno messo telecamere ovunque. E ci sono sempre gli stessi cani rabbiosi che saltano contro i cancelli appena vedono passare qualcuno.

Sono venuto in questo quartiere qualche giorno prima della liberazione di Mandela. Era la prima volta che osavo. Tutte belle ville con alte cancellate, illuminate da grandi lampioni.

Le strade erano deserte. Non c’era nessuno in giro. Chi abita qui entra ed esce di casa in macchina. Non vedi mai nessuno a piedi. Chi va a piedi, ha la pelle nera o scura.

Quando i neri si sono ribellati, qui hanno subito cercato di vendere le loro auto costose. Ma allora non c’era nessuno che fosse interessato.

Sono passato davanti a un’officina e ho visto questa bellissima Mercedes in vendita. Era cara, ma non carissima. Mi sono fermato a guardarla. Oh mio dio, era proprio la macchina dei miei sogni.

Il giorno dopo sono tornato e sono entrato titubante a vedere se la vendevano a un nero. A quanto pareva, sì.

Ma il prezzo era alto.

Il venditore mi ha detto: terremo conto di lei.

Sono andato a casa e l’ho riferito a mia moglie. No, mi ha risposto subito. Non voleva saperne, aveva paura. Non voleva spendere così i soldi che avevamo messo da parte per anni, dovevano servire per la casa, per il futuro dei nostri figli.

Il futuro dei nostri figli? Ho detto io. E cosa c’è di meglio di una Mercedes nuova di zecca su cui i nostri bambini possono salire? Tu ti siederai al mio fianco e io vi porterò in giro per la città. Dai, non avere paura. È il momento buono, tutti pensano a Mandela e quella macchina è lì che aspetta. Un’occasione simile capita una sola volta nella vita. Va’ a prendere i soldi.

‘Tu sei matto’, ha detto lei. ‘In un momento così pericoloso vuoi avere un’auto di lusso davanti alla porta? Nessuno sa cosa ci aspetta domani.’

Il giorno dopo sono tornato all’officina. La Mercedes era ancora lì. E il giorno che ho sentito alla radio che avevano liberato Mandela e che tutti correvano in città, ci sono tornato un’altra volta di nascosto. Ho visto che adesso la vendevano a metà prezzo.

Tutti correvano in città, io invece sono corso a casa, ma mia moglie non c’era. Allora sono andato in città, l’ho trovata e le ho detto in un orecchio: ‘A metà prezzo. Ti rendi conto? Lascia perdere qui. Pensa al futuro dei nostri figli. Dobbiamo comprarla adesso!’

Siamo tornati a casa in taxi e lei ha preso i suoi risparmi.

La Mercedes era ancora lì. Ho messo i soldi in mano al venditore e lui mi ha dato le chiavi.

Ho aiutato mia moglie a salire e sono partito. Era accaduto un miracolo. Ma io non avevo più il coraggio di guidare. Avevo paura di tamponare qualcuno, paura che la gente pensasse che fossi un bianco che aveva la faccia tosta di passare per un quartiere nero il giorno in cui tutti erano a manifestare in città. Ho parcheggiato prudentemente la macchina dietro casa e l’ho coperta con un telo. Sono stato male per giorni dalla tensione. Di notte mi svegliavo di soprassalto per guardare dalla finestra se c’era ancora.

Poi un giorno ci siamo tutti vestiti a festa e siamo saliti in macchina. Ho messo in moto. Abbiamo fatto un lungo viaggio. Il viaggio della nostra vita.”

5

Arrivato in città scesi dalla macchina. Fanus parcheggiò davanti al giornale e andò a fare le sue fotografie. C’era più gente che mai. Si dirigevano tutti verso il tendone principale. Dicevano che forse sarebbe arrivato Mandela.

“Davvero viene Mandela?”

“Non lo sa nessuno. Forse sì, o forse no.”

Cioè no, pensai io proseguendo.

Nella folla vidi il nostro accompagnatore. Si era staccato dalla calca e aveva girato a sinistra, in una stradina tranquilla, poi di nuovo a destra ed era sparito. Nel punto dov’era sparito stava arrivando una macchina nera. Io ero sull’angolo del marciapiede. La macchina veniva piano verso di me. Solo allora vidi chi c’era all’interno. Tre uomini seduti dietro e uno accanto al guidatore. Erano neri e all’inizio non lo capii, ma poi passò un lampo nel cervello: Mandela!

L’auto parcheggiò a cinque metri da me. Ora li vedevo chiaramente. No, non mi ero sbagliato. In mezzo agli altri due, sul sedile posteriore, c’era Nelson Mandela.

La macchina era ferma e non si muoveva nessuno. Anch’io rimasi fermo, feci finta di non averlo riconosciuto. Passò qualche minuto. Poi dall’auto scese un uomo robusto, con un megafono in mano. Dopo scesero anche gli altri, ciascuno da un lato della macchina.

Mandela era sempre seduto al suo posto. Le guardie del corpo controllarono i dintorni. Per un attimo pensai di avvicinarmi, di inchinarmi davanti a Mandela e dirgli qualcosa. Ma cosa potevo dirgli? In momenti del genere è meglio stare fermi e zitti. Così rimasi dov’ero.

Le due guardie aiutarono Mandela a scendere, prendendolo per le ascelle. Lui raddrizzò lentamente la schiena e mosse i primi passi. Portava una camicia azzurra a disegnini di foglie africane color oro.

Quando mi passò davanti, chinai la testa.

Lui sorrise e mi rispose con un leggero cenno del capo.

Pochi minuti dopo lo sentii attraverso l’altoparlante. Parlava nel tendone principale, in afrikaans. Iniziò il suo discorso recitando una poesia:

Il bambino non è morto
né a Langa né a Nyanga
né a Orlando né a Sharpeville
e neanche alla stazione di polizia di Philippi
dove giace con una pallottola in testa...
il bambino che è diventato un uomo attraversa tutta
l’Africa.

6

Poi disse:

“Il mio saluto a chi oggi è qui, e il mio saluto a chi non c’è. L’afrikaans è libero. La nascita della lingua afrikaans è parte dell’Africa – è la rinascita della cultura africana. Anche chi parla questa lingua ha combattuto una lotta per la libertà. Questa non è più la lingua dei bianchi venuti dall’Europa. È la nostra lingua!”

Andai a sedermi a un bar e ordinai un succo di mango.

“Ti ho cercato dappertutto”, disse una voce in afrikaans.

Sophia.

Si sedette. Il sole le illuminava il viso e le spalle.

Finalmente eravamo di nuovo soli.

Sapevamo che forse non avremmo mai più avuto questa opportunità. Se lei voleva dire qualcosa, se io volevo dire qualcosa, dovevamo farlo adesso.

Ma è sceso il silenzio.

Lei si chinò e tirò fuori un pacchetto dalla borsa.

“Questi sono per te. Sono frutti secchi, frutti della nostra terra, delle nostre piante. Li ho colti io dai rami. Portali a casa.”

Sophia aveva detto a modo suo quello che voleva dire.

“Parlami della tua fattoria, se ti va”, dissi io, “delle tue piante, di tuo marito, dei tuoi figli. Hai cinque figli, ho sentito.”

“Cinque figli? Ma come ti viene in mente?” rispose lei ridendo.

“Oh, non lo so. Non so come sono arrivato a cinque. Ma lo troverei straordinariamente bello se tu avessi cinque figli.”

“Tu forse sì, ma io no. Ho solo una bambina.”

“Anche solo una bambina è bello. Parlami di tuo marito.”

“Che cosa vuoi sapere di lui?”

“Niente di particolare. Voglio che tu resti nella mia memoria. Non solo come una donna sudafricana, ma anche come una poetessa con le sue radici.”

“D’accordo. Mio marito è… Be’, va in giro col suo trattore per i campi e si china spesso sui tralci delle viti per vedere se l’uva è matura. Ed è orgoglioso quando gli alberi sono carichi di mele, di prugne e di ciliegie mature. E a volte resta ore e ore in cantina, e io devo chiamarlo quattro o cinque volte perché vada a lavarsi le mani e venga finalmente a tavola.”

“È gentile?”

“Sì. Ma è sempre preso.”

“Cosa ne pensa delle tue poesie?”

“Non ne parliamo mai. Lui non legge le mie poesie.”

“La fai una torta ogni tanto?”

“Cos’hai detto?”

“Ti ho chiesto se ogni tanto fai una torta.”

“Come sarebbe a dire?! Sì, quando le prugne sono mature, o quando le fragole sono rosse e grosse.”

Poi non disse più niente, chiuse gli occhi e reclinò un po’ la testa indietro, nel sole.

“Hai altre domande?”

“No. Ma ti dispiace restare qui ancora un po’ seduta a occhi chiusi?”