PARAGRAFO 7

Perduto e smarrito arrivai a Basra9. Per scacciare dalla mia mente il volto della donna alla finestra, presi un crittogramma fatto di nuovi numeri. Li moltiplicai, li divisi, li sommai, li sottrassi e ripetei quelle operazioni da capo. Ma non servì a niente.

Un filosofo mi vide con il crittogramma in mano e mi invitò a essere suo ospite.

Sul tetto di casa sua discutemmo della volta celeste.

“Tu cosa pensi? Che cosa c’è al di là di tutto questo?” mi domandò.

“Non si può nominare ciò che non si vede”, risposi, “e di ciò che non si può nominare non si può discutere.”

“D’accordo, ma tu, tu che cosa pensi? C’è qualcosa al di là del tempio di questo universo?”

“È la ragione a stabilire il limite”, dissi. “Dove la ragione indica il limite, lì è la fine.”

“È vero”, rispose lui. Guardammo in silenzio le stelle. Si aprì una persiana. Apparve la donna.

1

Ero seduto su uno scoglio, disse Davud, e guardavo l’Oceano Atlantico. Era come se mi trovassi sulla punta estrema del continente, sull’ultimo scoglio, sull’ultima altura. Ma si potrebbe anche dire che ero sul primo scoglio, all’inizio dell’Africa.

Vedevo i gabbiani africani, dalle piume scure, che – cosa stranissima – si tuffavano in mare tutti insieme e riemergevano tutti insieme, ciascuno con un pesciolino luccicante nel becco.

L’oceano era blu scuro. Le onde si disperdevano dolcemente sulla spiaggia dove Sophia, rimboccati i pantaloni al ginocchio, era entrata silenziosamente in acqua.

Eravamo partiti presto quella mattina. Il professore voleva farci vedere la penisola del Capo.

Ero seduto su uno scoglio e guardavo Sophia, guardavo i gabbiani e le grandi navi bianche che ci lasciavano. Volevo togliermi anch’io le scarpe e le calze e raggiungerla. Ma non lo feci. Non capivo bene se fosse stata lei a colpirmi così tanto o il Sudafrica.

Il professore era seduto a un tavolino del bar all’aperto e vedeva tutto.

Mi alzai e mi avviai verso la collina dove c’erano alcune semplici case. Erano fatte tutte di pietre rocciose. Tutti lì avevano un pezzo di roccia in giardino.

Avrei voluto parlare con qualcuno, stringere la mano a qualcuno, ma non c’era nessuno. Davanti all’ultima casa, sopra a una grande roccia, vidi un vecchio signore con gli occhiali, che proprio in quel momento usciva dalla sua abitazione.

“Buongiorno”, dissi in olandese.

Lui si aggiustò gli occhiali spessi, mi guardò attentamente, e no, non mi conosceva.

“Solo un saluto. Salve! Hallo! Salam Eleykom!”

Niente, per lui erano tutte parole sconosciute.

Tesi la mano: “May I shake your hand? To hold it for a while. I see you are leaving your house. It is great to leave your house for a while and then to know that you can go back again!10

Anche lui tese la mano, senza capire. Gliela strinsi: “Meraviglioso! Semplicemente meraviglioso!”

Il vecchio signore non proseguì oltre, tornò in casa, si mise alla finestra e rimase lì a guardarmi. La finestra era dipinta d’azzurro. E il colore della porta era verde. In cortile vidi un pala, una carriola, un tronco d’albero morto, una sega arrugginita e una scala appoggiata al muro. C’era un corvo sull’albero. Ripresi il cammino. Il Sudafrica mi attirava a sé, io cercavo un contatto più profondo con la terra, con il suolo su cui camminavo, ma non riuscivo a trovarlo. Voltai a destra e incontrai una giovane donna.

Hello! May I ask you something?11

Volevo chiederle come mai tutti avessero un grosso sasso, una roccia, in giardino. Lei sorrise e tirò diritto.

Faceva caldo, il sole mi batteva sulla testa. Sentii qualcuno alle mie spalle e mi voltai. Il cameraman. Mi stava filmando. Poi puntò la videocamera su degli uccelli che passavano in volo schiamazzando. Dopo di che guardò in basso, verso l’oceano e filmò Sophia e il professore che passeggiavano sulla spiaggia.

Le poetesse leggevano, sedute al bar.

“Ciao Rudy. Dov’è Chris?” gli chiesi.

“Lassù!” mi rispose.

“Che cosa fa lassù?”

“Scrive lettere, come sempre.”

“Lettere?!”

“Sì, secondo me lettere.”

Al ritorno, Sophia si sedette accanto a me sul pulmino, dietro. Tra me e Chris.

“Vorrei lasciare me stesso in questa terra”, dissi. “Più questo viaggio va avanti e più mi innamoro.”

Chris fece finta di non sentire.

Arrivati in alto, su una montagna, ci fermammo. Ognuno andò ad ammirare il panorama da un punto diverso. Noi salimmo insieme per un po’ verso la cima. Guardammo il paesaggio: montagne, colline verdi e l’oceano sconfinato. Poco oltre l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano si incontravano. L’acqua calda confluiva in quella fredda. O l’acqua fredda accoglieva quella calda. Non vedevo esattamente quello che succedeva, ma vedevo che si univano.

“Ti piace?” mi chiese Sophia.

Dal nulla spuntò un branco di scimmie. Avevano i piccoli sulla schiena. Era stupefacente, proprio al momento giusto.

Ci oltrepassarono in silenzio. Poco più avanti si lasciarono calare con urla stridule precipitando verso l’oceano.

2

Nello stesso momento in cui Davud e Sophia guardavano le scimmie, io entravo con Soraya, Forugh, Malek e Rumi nell’università di Città del Capo. Desideravamo molto vederla. Per noi è stato un momento commovente. Ci ha fatto pensare alla nostra università. Agli anni in cui eravamo studenti anche noi. Da un lato ci sentivamo nel tempo perduto. Dall’altro ci rendevamo conto di trovarci in un sogno, il sogno di allora. Lottavamo per la libertà.

Adesso giravamo in libertà.

Le ragazze, le giovani donne camminavano mano nella mano con il loro ragazzo e si baciavano. Come doveva essere qui ai tempi dell’apartheid? Tutti studenti bianchi? Novanta per cento bianchi e dieci per cento neri? Adesso i colori si mescolavano: nero, bianco, bianco, nero, nero, bianco, bianco, bianco e ancora bianco.

Abbiamo fatto un giro per i vialetti dell’università, passando davanti agli edifici e gettando un’occhiata nelle aule. Un giro insolito.

Ci siamo seduti su una panchina all’ombra di alberi e abbiamo osservato gli studenti. In patria do-vevano passare ancora anni prima che gli studenti potessero andare all’università così. Quell’atteggiamento pacifico gli uni verso gli altri non sapevamo cosa fosse. Per noi l’università era un luogo di di-scussioni violente, in cui le tensioni sfuggivano sempre di mano, un luogo dove in qualsiasi momento poteva capitare qualcosa, dove in qualsiasi momento un agente segreto poteva prendere la pistola e sparare. Dove in qualsiasi momento uno studente poteva stramazzare a terra.

Riusciranno mai i nostri studenti a camminare in pace uno accanto all’altro e a discutere con calma?

Stavamo lì a guardare e a chiacchierare tra noi e non ci siamo accorti che il cielo si era coperto di nuvole e il sole era scomparso. Non pioveva da mesi. Ha iniziato a gocciolare piano.

Poi, senza preavviso, sono cominciati i tuoni. E si è messo a piovere a dirotto. Il temporale ha colto tutti di sorpresa.

Abbiamo cercato riparo, ma era troppo tardi: siamo corsi verso un grande albero e siamo rimasti lì sotto.

Il temporale ha lavato l’albero. Dai rami è scesa su di noi acqua nera.

3

Quella sera Davud mise il suo bel vestito nero e andò alla “Casa degli Olandesi”.

“Mi interessava”, ci raccontò poi, “volevo conoscere degli immigrati olandesi.”

Fu un incontro sorprendente. Avevo più cose di cui parlare con loro che con gli olandesi d’Olanda. Ci capivamo. Era come se fossimo vecchi amici che non si vedevano da anni. Ci mettemmo subito a parlare di immigrazione, di lingua, di cultura e d’Olanda.

D’un tratto si aprì la porta del bagno. Per un attimo intravidi le due poetesse. Erano una di fronte all’altra e si leggevano a vicenda le loro poesie.

La sala era addobbata con bandierine olandesi e ritratti della regina e del principe Bernardo. Decine di piccoli mulini a vento pendevano ovunque dalle pa-reti e dal soffitto.

Quell’incontro non aveva niente a che vedere con le solite, noiose feste olandesi. Gli immigrati erano più liberi, parlavano a voce alta, ridevano rumorosamente e usavano mani e braccia. Le usanze olandesi si erano annacquate. Lo si vedeva anche dal ritratto scolorito della regina. Mi sentivo a casa.

Ci furono dei brevi discorsi. Avevano organizzato un concorso letterario. Poteva partecipare chiunque: “Scrivi il racconto che hai sempre sognato di scrivere.”

I partecipanti erano ventisette. Di solito sono ragazzi o giovani scrittori che prendono parte a questi concorsi. Qui invece i partecipanti erano tutti anziani. Vinsero tre vecchi signori.

Avevano tutti e tre scritto un racconto sul momento in cui avevano lasciato la loro casa. Sui loro cari che non avevano più rivisto. E sulla morte che si avvicinava.

Il vincitore del primo premio, un signore vecchissimo che fece fatica a raggiungere il leggìo, lesse il suo racconto con le mani che gli tremavano: “Alla fine giunse la sera. Il giorno dopo al mattino presto lasciai la mia casa. Sentivo di essere diventato un giovane uomo, un uomo che aveva il coraggio di affrontare il mondo sconosciuto.”

Quella sera, a letto, ho sentito bussare alla porta. È entrata mia madre. Mi ha guardato impotente.

“Posso rimboccarti le coperte?” mi ha chiesto sottovoce. “Posso ancora farlo, vero? Per l’ultima volta.”

E mi ha rimboccato le coperte.